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11 febbraio 2009 3 11 /02 /febbraio /2009 14:02
La poesia di Enzo Cavaricci continua a far intravvedere una dualità di fondo tra il referente narrativo-concettuake dell'uomo e il suo assoluto, che gli origina dalla sapienza avventurosa, metastorica del trascendente, (che è di tutti) oseremmo dire, soprattutto dei poeti, che si pongono interrogativi e domande tra l'essere e il dover essere. Sicché, se da un lato esalta la parola, dall'altra, attraverso di essa, ne vuole ridefinire il suo correlativo oggettivo.
Il linguaggio ne esce quasi influenzato da una condizione di vita che l'autoconsapevolezza del proprio esser(ci) rende pressocché condizione ispirativa sine qua non.
Enzo Cavaricci fa un' indagine analitica, un ecursus nel vivere tout court la pienezza del suo itinerario liico: il linguismo si pone in un territorio quasi inventivo, dal quale si evince la lacerazione del reale e resta per l'autore come ultima ratio da cui poter esperire qualche episodio meno frammentato. Credo che il nocciolo della vicenda lirica di Cavaricci rimanga in tutto o in parte in questi versi: "Mi giungono soffi quasi impercettibili/ di vento/ nella notte d'astri e rievocazioni, / quasi un lamento di perse occasioni." (Acufeni)
                       Ninnj Di Stefano Busà
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