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23 marzo 2009 1 23 /03 /marzo /2009 16:55

Dalla lunga e interessante introduzione di Marco Forti al volume : " TRA L'ONDA E LA RISACCA" estrapoliamo questo breve frammento, indicativo della raccolta in oggetto:

"
mi corre obbligo evidenziare che mi ha molto interessato la Sua straordinaria autonomia frammista alla Sua altrettant grande originalità, nonchè l'identificazione Sua propria e la distanza dai corpi poetici altrui. Lei, come ha affermato anche Raboni prima di me, è notoriamente se stessa, unica e irripetibile. Mi auguro di poterLa presto incontrare e di conversare con Lei di quanto così straordinariamente ànima la Sua Poesia e me la fa leggere e rileggere con sempre rinnovato interesse e sincera ammirazione. (Marco Forti)

Dal giorno che si discolora

Sorvolo nidi alti di rondini
per percepire ovattate azzurrità.
Dilegua il giorno, si discolora
l'intreccio sottile delle foglie
lasciate a macerare sui declivi
di un settembre screziato nei colori.
Furtivamente mi congedo
da radiosi mattini,(in trasparenza d'ali).
Quel che dentro mi cresce.
è un senso velato di malinconia,
indugia alla serena pace, rarefatta
quasi assorta fra il pulviscolo alato
e il gorgo che rincorre la sua foce.
Le sosta accanto la dolcezza
del cielo che simula mulinelli
altezzosi,e ombre in tremori

di corolle inanellate.
In mezzo, perso tra i flutti e i flussi
della rada,tra gemiti d'alghe e l'onda,
resiste il cuore, si fa nido, piuma
aggrappata all'alba di un giorno
lieve che lo allieta.

Un'acqua chiara

La fonte è un'acqua chiara,
germoglia dai silenzi incupiti
d'arenaria, dai gorghi o fondali.
Intorno vi si stringono i giorni,
come maree s'oscurano,
in una velata nostalgia.
Così torna l'ignoto a ricomporre
le sue stempiate forme.
Un senso di stacco si dispiega,
come            ala
che accenna al gioco del suo cielo,
o aquilone che s'inasta silenzioso

e non si schianta controsole.
Lassù,sfuma l'arco di colline,
in cima al Crocefisso grande,
arruginito,vigila una memoria,
un abbandono di sepolcri imbiancati,
venali passaggi antitesi alla lotta.
Speranza senza affanni,
esito mortale di una serenità più grande,
più arrendevole,a registrare
la sete del perdono,
la vacuità o la fragilità
del vecchio tronco inaridito. 


Ghirlande di terra


L'ombra che lassù ventila
i suoi presentimenti s'oscura
dietro i monti e tace
un leggero pulviscolo di sole,
quasi timidamente,riflette
la luce incolpevole, negata,
che ci rimanda ad un domani
senza tempo, ad un pensiero
di zagare e promesse
che di sé coglie l'adombrata vanità
di guscio vuoto.
La densità è penuria che scolpisce
ogni cosa mai nata,se come uccello vola via,
dove il murmure è fondo.
Un crepuscolo di campane,
come coglie
l'eternità del dono
e la ragione smaliziata
che la sveli in ghirlande di terra.


Come un demiurgo

Soffio di luce, palpito

che inonda di vigilie d'avvento:
il tuo sguardo vigila il mio tempo.
Mi coglie in rapido fluire la sua smania,

mi modella come vasaio

con la sua creta.

Questo silenzio indica la soglia,
dove un presente si accende d'improvviso:
sguardo di quiete
germoglio tra pietraie,
cui il disgelo ha stemperato le radici
sulla radura verde dell'ultima sconfitta. 
Trasparente visione del suo accader(si),

linfa pregressa,

c'è sempre qualcosa che si eterna.



La soglia


L'estate già ospita tenerezze,
virgulti lasciati orfani
di un sorriso del cielo.
Declina ora il disavanzo mutevole,
del giorno, coglie come può
la malinconia fragile, screziata
di silenzi ai greti dei torrenti.
Siepi di maggese scompaginate
da un vento scalmanato
promettono i primi fasti autunnali.
Dispiega le sue note un fringuello,
sogno genera altro sogno,
velocemente convoglia tutto e si dilegua,
come un incontro di fiume col suo mare,
o il dormiveglia di una notte stellare.
Ognuno si porta dietro il tremore di foglia.


Cosmogonie      (dedicata al nipotino Alessandro)

Il tuo ovale traspare,
arco d'incanto come da germogli
di nuvole l'estate.
Né giochi d'acqua né sprazzi di cielo
lasciano presagire il tremore
dei giorni.
Luce smarrita sul fondo del lago
a scolpire dal profilo di colline
cosmogonie d'ali, abbaini di cielo,
storie che ci portiamo dietro
narrano l'affanno,il turbamento.
D'un tratto, ghirigori di stelle
tornano sopra i tetti.




Luce

Nelle stanze della luce, l'ombra
si fa ragione di occasioni mancate,
di volti, di promesse;
dispiegano in altro luogo le sue pallide
stagioni, d'intorno vi si stendono:
un tubare lieto di tortorelle,
il silenzio di furtivi riflessi
l'indugio invocativo di Sibille.
Domani,
il seme che germoglia darà frutti
a indicare ancora la rotta al disgelo,
il principio e la fine d'ogni caduta.



Estate

Il tramonto è acceso di bagliori,
si rifrange oltre la scia luminosa

lasciata da una barca.
Ogni relitto tenta di richiudersi
in se stesso,
la vita pare disciogliersi

in ghirlande d'oblìo.

Si dilegua la vela,l'anima
non sa cogliere
il tremore di un'ala di tortora.


Fichidindia

Qui, dove gemme rare rifioriscono
dai fichidindia, c'è odore
di legna riarsa e di stoppie
che giunge acre dai monti
e dalle colline intorno.
E' segno di vita, fedeltà
alla terra dei padri,
che si dissangua e geme
di scatenate rondini esultanti.



A Matilde    (la mia nipotina)

Hai una carne che attraversa
la penombra senza oscurars;
l'allegra esuberanza di gemma
allertata alla linfa, dopo un temporale.
Dio versa acqua chiara nei tuoi occhi.
Mio passero nutrito d'amore,
rondinella di mare in venature

di cielo,sei vita in sè,

vita che rifugge il suo affanno.
Ti respiro come un fiotto di nuvole
che allieta il mattino.
Nelle stanze, quieto un raggio
sfiora in diagonale il tuo profilo.
Più dolce l'anima promette
sirene maliarde alle mutate stagioni.


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