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3 aprile 2011 7 03 /04 /aprile /2011 10:04

di Ninnj di Stefano Busà

 

L'aria che tira è veramente venefica, un po' squallida e anche devastante per il cervello dei più. In questa società del post-moderno interamente votata alla realizzazione pecuniaria e permanente dell'io nei riguardi dell'interesse privato, si è smarrito il senso delle regole, delle virtù morali, si è smarrito il senso della realtà: ora si è convinti persino di essere nel giusto, di non dover dare conti e ragioni alla coscienza.

Un pluralismo di voci osannamti al dio-denaro, ecco cosa siamo diventati.

Ogni cosa, ogni gesto, ogni impulso si riformula alla luce di un vivere sotterraneo di sotterfugi, di tentativi esclusivamente privatistici, in cui è difficile penetrare la soglia del buon senso, del gusto, del decoro, Tutto inappropriato, maledettamente nato per dare lustro al "misero" che è in noi, a quello che non ha presupposti di successo, il quale il successo se lo prende da solo, con l'inganno e saltando "il fossato" delle remore morali. Ogni azione, è mirata ad investire ogni più piccola particella del proprio  ego in questa impresa privata, pagana.

Si è andati scivolando in questi ultimi vent'anni in una palude malsana che sobilla i valori, i significati per esaltare tutte le possibili strade del successo, Si è andato testando anno dopo anno un potenziamento dei falsi ricchi, dei drogati del denaro facile a discapito della parte più intima e spirituale dell'uomo.

L'individuo scivolando verso il basso ha avvetito sempre di più il bisogno insopprimibile, estremo di "essere" dentro l'opportunità del possesso materiale: avere, possedere, mostrare ricchezza, sfondare il muro del sacrificio, del contenimento dei freni inibitori.  "Avere" è la parola d'ordine, e soprattutto, apparire in un delirio dominante di inganni, di prevaricazioni, di sotterfugi...pur di esser(ci). Tutto lo sviluppo dell'esistente si è andato ad impantanare nel ricorrente bisogno di benessere materiale, di lusso, di potere, attraverso quello che è l'integralismo formale del concetto-uomo, ha reclamato, lungo un tragitto spericolato, una gabbia di menzogne entro cui viene divorato dalle apparenze, stretto dalla invasiva e sovversiva esigenza di attestare il suo

-io-  più egoistico, prodotto deteriore di un cambiamento epocale di una societtà priva di scrupoli, nella quale l'individuo in quanto tale è allo sbando, perché non sono più i valori a dominarlo, a frenare i suoi impulsi temerari, animaleschi, le aspettative di vita significanti, ma il desiderio folle, l'ardire di voler interpretare se stesso sulla scena dell'esistente.

Da qui, il groviglio di dannazione che sfugge ad ogni controllo per il raggiungimento di una felicità possibile.

L'aria è quasi irrespirable. Siamo immersi nella più iniqua esercitazione del pensiero dominante, che non è più, (ammesso che lo sia stato), autocritica, ma subalternità alle funzioni, ai vantaggi, agli interesse che può procacciare  -il denaro_

Siamo immersi in una pantano ostile a principi dell'etica, ostili ad ogni riferimento di carattere evangelico-fideista, lontani anni-luce dalla consacrazione a gerarchie di sentimenti nobili, alti.

Un precipizio ci sfila innanzi nei riferimenti profondi dell'esistenza che c'inghiotte nella gola profonda dell'inettitudine e del degrado.

Vi è una sorta di tacita sottomissione all'ideologia che domina il nostro tempo, un travisamento epocale che fa suo e assorbe tutto il modus vivendi del tempo che ci resta. Ogni azione non fa i conti con la coscienza; è fatta su piani differiti, come se non fossimo noi a dare l'imput, ma lo sterminatore di felicità che sta dentro di noi per allestirci la trappola mortale. La regola è escludere  -la coscienza-  metterla a tacere e allearsi, farsi tutt'uno con l'ardire, col mostrasi, col desteggiarsi coi muscoli e la forza bruta, apparire in tutto e per tutto, essere artefici del proprio destino, mai come ora.

Il post-moderno ci ha regalatao, l'imposizione a fare di noi una -libertà assoluta- senza fede, un'illusione di felicità che ci viene dal nulla e che nel nulla ci respinge, ci ha delegati ad essere il modello più devastante della nostra insipienza, del nostro smisurato orgoglio e della superbia che ne deriva. Al bando i nostri bisogni interiori; la follia ci spinge "altrove", ad inpersonare cià che non siamo, a calpestare e neutralizzare le forze "buone" di un progetto di vita più elevato, più degno e forse in definitiva più adatto al genere umano, ontologicamente parlando.

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