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18 giugno 2014 3 18 /06 /giugno /2014 18:07

 

Poesie di Nazario Pardini

 

 

Colloquio con il mare

 

 

Mi trovo qui davanti alla tua piana

frammentata da scaglie ed azzannata

da becchi di uccelli voraci

ed insaziabili. Mare! Mio mare!

Quanto mi sei vicino!

Tu che vivi di rivoli di cielo

tormentato e irrequieto.

Chiederti qualcosa è sempre poco.

Ma parlare con te dell’immenso

forse mi è più caro. E stamani

la mia voglia è quella di ammirarti;

tu, eternamente instabile,

umano e disumano.

Lo sai? Se ti sono lontano,

ti sogno come amico;

ti vedo, alla mia assenza,

come assenza di amore

della donna che amo.

Ma torno sempre eguale, quando torno,

sempre poco,

davanti a te che immenso mi rapini

e porti via il mio seno.

Tu l’accarezzi, lo invogli

a sfiorare l’eterno.

Ma quando scende a terra,

ancora più ne soffre

di questa sua miseria;

se torna a rimirarti,

ancora più ne soffre,

misurando col giorno il tuo cammino.

Ed io ti chiedo,

ti chiedo del mistero,

ti chiedo della vita,

tu che contieni anni

che ancora non parlavano:

di quando la tua nascita?

da quando il mio destino?

A volte mi rispondi

ed io ti ascolto

disposto a fuggir via col tuo salmastro.

Dimmi, quindi, anche stamani,

qualcosa del colore

che ti frantuma a sera,

qualcosa del tramonto,

per te solo bellezza, forse,

per me giorno che fugge.

“I miei pensieri, uomo, sono eguali

a quelli che tu provi quando tenti

di misurarti a Dio. Anch’io

vado da un mondo a un altro senza pace,

né mai tace

la voglia né si appaga

di copularmi al cielo. Solo a sera

mi quieto in esplosioni

di luci e di colori;

arancio le mie guance

e mi sprofondo

in un riposo umano:

sogno inquieto per te,

per me solo riflesso di una luna

nel mio perpetuo moto.”.

 

(Da Dicotomie. The Writer Edizioni. Milano. 2013)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non chiedermi perché

 

 

 

Non chiedermi perché sono venuto

a trovarti di nuovo. Sarà forse

perché qualcosa provo

ancora dentro me.

Sai!, non è molto che pensavo

all’ultimo saluto. Ti ricordi?

Era sul mare, il cielo cinerino

di un settembre un po’ stanco accompagnava

un melanconico addio. Eppure

io non credevo che un lungo patrimonio

potesse rivelarsi così fragile

come la bruma pallida d’autunno.

Il cielo si rompeva ad occidente

e il sole grosso e fervido, alla sera

di quel giorno impossibile, tingeva

il tuo volto diverso. Mi ero sperso.

Non ritrovavo più la strada amica,

la strada di una vita. Sono qui.

Non chiedermi perché. Sono venuto!

Ho ancora dentro l’anima

il sole di una sera,

il mare quasi calmo, un volto stanco,

e una bàttima lenta a misurare

un tempo troppo pigro per chi soffre.

Sarà forse l’amore. Chi lo sa.

Eppure c’è qualcosa che ha guidato

quest’animo rigonfio di ricordi

tra i fiordi del passato. Ma non chiedermi

di più. Accetta un mio saluto. E vado.

Davanti a me c’è un guado,

un guado che riporta

quest’uomo ormai attempato

                                   all’altra sponda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contro le lune            

 

 

 

Ho sempre fissa, padre, la tua immagine;                       

i nostri sogni, il cielo: prevedere

dure gelate a divorare pane,

piogge future ad annullare semi;

e brezze, e folate affilate

a recidere illusioni mai appagate.

Eppure si aspettava primavera

immaginando anche il suo profumo

nel suono nemico dell’urlo invernale.

È sempre fissa, sì!, la tua visione:                       

tronco scheggiato da lame

forgiate dal tempo;

fronda sfrascata da inverni ribelli;

idea appesantita

da troppe lune piene. Sì!, ti rivedo

ancora qui con me, padre immolato,

a regalarmi odori d’erbe offerte

alle frullane lucide di sole.

 

Sai, padre!

Qui non ci sono più terre feraci

disposte a dare vita

a mèssi generose;                      

fronde feconde

ad ospitare nidi da allevare.

Sulla tue terre crescono le case

abbracciate fra loro

come pietre di cava sopra storie

destinate a finire. Chiedo solo

- al cielo, a qualcuno, non so a chi -

che mi mantenga in seno la tua voce,

che mi mantenga in cuore il tuo sorriso,

il tuo sagrato profumato d’erba,

e la tua voglia, maledetta voglia,

di seminare sogni anche nei giorni

più neri della notte.

                              Contro le lune.

 

  

 

 

 

 

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa è inserito in Antologie e in Letterature. Molti e importanti i Premi Letterari vinti, fra cui nella terna Mussapi, Pardini, Baudino, al Premio “Pisa”, 2000; il Premio “Libero De Libero”, Fondi, 2012; il Pemio “Città di Pontremoli”, 2011; il Premio “Pomezia”, 2013. Molti i critici che si sono occupati di lui, fra i più importanti: Ninnj Di Stefano Busà, M. Luzi, G. Luti, V. Vettori, D. Carlesi, G. Linguaglossa, P. Ruffilli, G. Giacalone, L. F. Accrocca, B. Sablone, A.Piromalli, S. Ramat, V. Esposito, Malinconico, E. Rebecchi, A. Nazzaro, A. Spagnuolo, Bàrberi Squarotti, A. La Rocca… È critico e prefatore. È fondatore, curatore, e animatore di “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com), importante blog culturale, punto d’incontro della comunità letteraria nazionale e non solo. Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica.

 

 

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