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2 agosto 2014 6 02 /08 /agosto /2014 17:17

 

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Umberto Vicaretti, laureato in filosofia, nato nel 1943 a Luco de Marsi (AQ )dove è direttore didattico dell'Istituto comprensivo e Scuola media "Ignazio Silone". Scrive versi fin dal liceo. Discreto e riservato. Solo da qualche anno partecipa a concorsi di poesia, dove ha conseguito  molteplici e prestigiosi riconosciment. Ricordiamo: "S. Domenichino"; "Firenze Europa­Mario Conti"; "Pietro Borgognoni"; "Il Litorale"; "Aeclanum"; "Cinque Terre", " Guido Gozzano, etc. 
Presente nelle rassegne della collana "L'altro Novecento": La poesia etico-civile in Italia(Bastogi, 1997); La poesia centro-meridionnle e insulare (Bastogi, 1999), curate da Vittoriano Esposito;è presente nel prestigioso Documento Storico realizzato e curato da Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo: L'Evoluzione delle forme poetiche (Kairos, 2013).

 

 

 

 


Tenacemente avvinto al girasole                           


 

         


 

Fu il torchio a dare al nettare misura
e il gusto dolceamaro
dei giorni consumati. 
Ecco perché
scordai quasi del tutto le conchiglie,
i papaveri l’erba il novilunio,
ma non potei scordare la partenza
per lontane stazioni di mio padre
(per gioco non rispose al mio saluto),
né il ritorno dai campi di mia madre,
stremata di fatica e di coraggio.

 
Lo so che pure il petalo (e perfino
l’oro del grano) ha vuoti di memoria;
ma Isacco non potrà dimenticare
il suo martirio, che non fu promessa
di supplizio, ma il Dio lungamente
indifferente alla sua pena.
                                             Ed io,
ostaggio consegnato al nuovo giorno,
anch’io, tradito, sconto la mia croce,
tenacemente avvinto al girasole,
e invano aspetto il polline nel vento
che insemini i miei grani d’utopia.

 
Già incombe un’altra notte,
con le rotte insensate della luna
e stelle intente all’ultima impostura.
Domani corpi accatastati e inerti
intralceranno il solito week-end.

 
Ci chiama l’alba a recitare un altro
assurdo e insano gioco delle parti.

 

 

 

 

                 

Uccello migratore perso al vento


 

La notte distilla silenzi e attese,
a guado, inquiete, tornano memorie.
Sul quadrante dell’orologio a muro
lente salpano le ore verso l’alba,
naufraghe al sogno di cobalto e luce.

 
Qui, tra pareti assorte e stupefatte,
come il ragno immemore e tenace
anch’io fallaci reti tendo ai sogni
e aspetto. 
                  Disdicono le farfalle
gli abbracci che promisero ai rosai,  
e inesorabilmente il tempo sfalda
certezze e accordi, calici corrompe.
Il giorno sarà sangue e lunghi artigli,
luce decomposta, disarmonia
che lacera presepi e redenzioni.

 
Ahi! fiumi, messaggeri della Terra,
dov’è ora l’Eden, e perché scolora
l’azzurro delle vostre vene in minio?
Bruciano le città del mondo e alti
crepitano fuochi e ampolle d’odio.

 
Già s’invera il presagio della notte
ed io ritrovo intatta la mia pena,
uccello migratore perso al vento,
straniero ai cieli ed alle rotte amiche.
Invano cerco approdi oltre le nebbie
e ignoti e incerti séguito orizzonti.

 
Confusamente stretto alla mia resa,
smarriti viaggiatori insieme andiamo.
E non sappiamo,
         non sappiamo dove.


 

 


 

 
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