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10 marzo 2014 1 10 /03 /marzo /2014 10:50

LA REALTA’ DEL DOLORE in Carlo Emilio Gadda

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Nasce a Milano nel 1893, muore a Roma nel 1973, si laurea in ingegneria ed esercita la professione sia in Italia che all’estero dove soggiorna per alcuni anni. In qualità di ufficiale degli Alpini prende parte alla guerra (1915/1918) ed è lì che gli scatta l’impulso dello scrivere, la sua vocazione di narratore infatti prende l’avvio con la pubblicazione della prima opera: Le bizze del capitano in congedo (1918) al quale segue il romanzo: Racconto italiano di ignoto del Novecento (1924); La meccanica (1926); Novella seconda (1928). Quasi tutte queste opere risultarono come lavori preparatori allo scrivere che costituiranno più avanti nel tempo, il tema e il profilo di ricerche filosofiche a posteriori: La cognizione del dolore (1963) che secondo il mio giudizio costituirà un’opera fondamentale nell’iter letterario dello scrittore milanese ne delinea la struttura, le linee essenziali e l’indirizzo culturale che più avanti verranno a dare la svolta del suo operato con l’altro romanzo: Quer pasticciaccio  brutto de Via Merulana (1957).

In anteprima esce al pubblico nel 1946 in 5 puntate sulla rivista: La Letteratura, pubblicato oltre dieci anni dopo, nel 1957, da Garzanti.

Con quest’opera a Gadda viene decretata la notorietà, per così dire, gli viene riconosciuta ufficialmente dalla grande critica, la capacità di abbracciare la narrativa da un punto di vista più acuto e ingegnoso, idoneo a rappresentare il disordine e i paradossi del tempo. Ciò, anche per il fatto, che esercita a Roma presso la RAI la professione di giornalista, la qual cosa, da sempre, ha regalato la visibilità. A mio avviso (e a quanto pare non solo mio), la sua opera migliore s’identifica con La cognizione del dolore; nella quale vi si riscontra una contaminatio diversificata, una sorta di miscellanea di stili, di virtuosismi sintattici, di barocchismi oltre che l’utilizzo ai vari livelli di scrittura, di taluni echi manzoniani allora in voga, il dialetto popolare, termini arcaici, obsoleti, e altri di pura invenzione, vocaboli desueti, che però risultano fondamentalmente utili nelle stesura del romanzo. L’autore nella sua scrittura così articolata e frammista volle rappresentare la complessa realtà di quei tempi, insieme a dati psicologici che per essenza e comportamenti costituiscono la società del momento storico: percezioni, suggestioni, allusioni, riferimenti che determinano l’involucro sorprendente e originario di una scrittura multiforme quale quella di Gadda, lasciano scoprire l’eco riflettente e comportamentale di un tempo (fin da allora fortemente compromesso) che ne delinea un linguaggio moderno attraverso l’analisi degli orrori, dei compromessi e inganni, della stupidità che disgustano e deludono, epperò, ne riflettono appieno l’asse portante di una società inconcludente e caotica, rivelatrice di un malessere che ne determina la complessità dell’alter ego, malamente insubordinato e reso estremamente insicuro e variamente allocròico  dal sistema malato del dopoguerra. Si tratterà pure di una narrazione all’apparenza comica, ma sovraccarica di richiami manzoniani, d’infiltrazioni ingarbugliate e di costruzioni linguistiche di varia natura.

Soltanto che qui Gadda riflette l’intricata matassa di taluni atteggiamenti anche ridicoli ancor più che comici, rivelando una condizione drammatica di esistenza, quasi inamovibile e deteriore.

Seguono altre opere come La Madonna dei filosofi (1931) e Il Castello di Udine (1934). Successivamente in Adalgisa riprende tutti i temi psicologici di astrazione lombarda – il realismo- di ambientazione tardo ottocento strettamente connesso alla sua cultura scientifica, si può dire ebbe molta parte nella sua vicenda letteraria.

L’abbandono dalla città di origine: con prima tappa Firenze  e successivamente Roma, favorisce la sua presa di coscienza di un male più generalizzato che deriva dalle seconda guerra mondiale, con il retaggio di sofferenze, di ossessioni, fobie, contraddizioni private, disagi interiori che si riconoscono in atmosfera di catastrofi e drammi più universali, attraverso il senso del Male, del Disordine babelico e tumultuoso, disorganico della grande vigilia che rivoluziona la scrittura, che già investe la società contemporanea del tempo.

Lo scrittore infittisce le tematiche e le implicazioni di una visuale storica della vita, nella quale s’inserisce una concezione che scava a fondo nello strazio di ognuno, e dall’autobiografismo tormentato  dell’essere umano “individuale” si proietta verso il superamento della sottile linea di galleggiamento che riconduce lo strazio e la sofferenza masochistici del mondo, in un genere di più vasta interpretazione, che già si pone sullo sfondo, proponendo una linea meno baroccheggiante di narrativa, istruendo, dal punto di vista stilistico, la realtà del dolore.

Con Eros e Priapo, Furore e cenere, (1967), lo scrittore Gadda inserisce il filone storico secondo cui dichiara apertamente la sua indignazione e opposizione alla storia tutta, qui s’intenda cronologica e diacronica che si mostra traditrice in tutti i tempi.

A quel punto manifesta intolleranza e opposizione a quella che ritenne corruzione universale. Molto attiva in Gadda fu anche l’attività saggistica: con Il primo libro delle favole (1952); Novelle del Ducato in fiamme (1953); I viaggi e la morte (1958); I Luigi di Francia (1964); Sono noti i numerosi libri di lettere che conservano l’ossatura del suo pensiero e tutta l’ideologia immaginifica e l’essenza intimista del narrato, comprese le amplificazioni più estese dei suoi sviluppi linguistici: Lettere agli amici milanesi; Lettere ad una gentile signora; Lettere a Ugo Betti; Lettere a Bonaventura Tecchi; Lettere a Gianfranco Contini; A un amico fraterno, proposti alla stampa nel periodo postumo alla sua morte 1983/1988. L’editore Garzanti pubblicò in 5 voll, l’edizione completa delle sue opere, diretta per l’occasione da Dante Isella.

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8 marzo 2014 6 08 /03 /marzo /2014 10:16

L’ULTRAISMO di Jorge Luis Borges

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Una figura importante della Letteratura e della Poesia argentine, Nato a Buenos Aires nel 1899 muore a Ginevra 1986.

Dopo una esistenza alquanto turbolenta e assai travagliata raggiunge l’apice della notorietà come scrittore e poeta

Compie i suoi primi studi nella sua città di origine, per poi trasferirsi  a Ginevra e successivamente in Spagna, dove insieme ad altri componenti scrittori e poeti promuove il movimento d’avanguardia dell’ultraismo. Ritorna nel 1921 in Argentina dove fonda le riviste Prisma e Proa. Il suo stile originale e ricco di notevoli riferimenti culturali gli danno presto la fama, riflettendolo in un clima di fermenti letterari su vasta scala internazionale. Nel 1938 inizia il suo calvario agli occhi, che lo porta ad una quasi cecità.

Il malessere alla vista di cui soffre Borges è un fattore ereditario che si tramanda da sei generazioni. Intanto svolge un’intensa attività critica che lo porta ad essere conosciuto come uno dei più eruditi intellettuali del tempo.

La sua personale visione della vita e della politica argentina di allora, sono di concezione liberale, il che lo porta a scontrarsi presto con la politica di Peron, contro il quale ha firmato il Manifesto.

Per tale motivo e, come si può immaginare, viene esautorato  e destituito dal suo incarico di Assistente Bibliotecario già ricoperto nel ’37. Successivamente alla caduta di Peron ottiene nuovamente la nomina di Conservatore e Direttore della Biblioteca Centrale di Buenos Aires, incarico da cui è costretto a dimettersi al ritorno al potere di Peron.

Si può dire che la sua attività e la sua vita siano state segnate dalle vicende politiche del grande dittatore.

Nella sua attività artistico-letteraria Jorge Borges affronta una cultura filosofica che gli assegna ufficialmente la grande visibilità internazionale, anche se non giunge mai al Nobel.

Il suo stile rigoroso e forte frammisto ad un tono marcatamente evocativo caratterizza la sua produzione e accompagna tutte le tematiche di cui si avvale l’intero svolgimento della sua vasta attività.

Pubblica le raccolte poetiche: Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martin, 1929; Poemas (‘23/ ’58), 1958; El Acedor, 1960; El Otro el mismo 1964; Elogio de la sombra 1060; La rosa profunda 1975, Historia de la noche, 1977; La cifra 1981. La sua produzione poetica è frammista ad una esemplare esegesi saggistico-narrativa che si va ad intrecciare a modelli polizieschi e fantastici di elevata qualità artistica. Pur tra tanta commistione di temi e di una così ampia varietà di interessi, l’opera di Borges appare unitaria e mai slegata dal suo intento culturale più elevato e profondo che fa riferimento alla ricerca del significato dell’esistenza, sempre attenta a cogliere anche i dettagli e le impercettibili anomalie dell’essere, pur sgravato dalle apparenze, meglio sarebbe dire <gravato> dalle molte vicissitudini e contraddizioni che lo schiacciano.

 Nonostante la sua formazione europeista, Borges rivendicò sempre con le tematiche trattate le sue radici argentine, e in particolare "porteñas" (cioè di Buenos Aires), nelle opere come Fervore di Buenos Aires (1923), Luna de enfrente (1925) e Cuaderno de San Martín (1929).

Sebbene la poesia fosse uno dei maggiori interessi dello scrittore argentino, nella sua opera letteraria, entrano quasi di prepotenza: il saggio e la narrativa, oltre la critica che caratterizzano generi che gli valsero il riconoscimento internazionale. Dotato di una vasta cultura, che esercita e intensifica nei numerosi viaggi e soggiorni all’estero, egli seppe costruire un’attività culturale e umanistica eccellente, con la quale mostrò la grande solidità intellettuale attraverso una prosa oculata e severa, che seppe manifestare un distacco talora ironico dalle cose del mondo, dai suoi personaggi e figure, senza per questo rinunciare al suo lirismo di fondo che è di stile evocativo. Le sue strutture morfologico-narrative vanno a modificare le forme convenzionali del tempo, per rimodulare e impostare altri modelli linguistici di più vasto contenuto simbolico, costruiti e impostati sulla base di riflessioni, verifiche, pensieri, comparazioni, allusioni, parallelismi di natura varia. Gli scritti di Borges appaiono come forti  metafore, che si pongono sullo sfondo di visioni metafisico-paradossali, senza mai perdere di vista l’essere umano che si staglia nel panorama di sfondo come interprete di una dimensione più naturalistico-evocativa che ha costituito il suo filone di ascendenza, la matrice più autentica del suo modello culturale, sempre ai più alti livelli.

J. Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura (1957), il Premio Internazionale degli editori (1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il  Premio Balzan (1980) per la filologialinguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la  Grande Croce dell'Ordine di Alfonso X il Saggio. Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, lo scrittore non fu mai insignito del premio Nobel per la letteratura, probabilmente vessato dalle enormi disavventure di regime, o dalle polemiche che ne vennero fuori a causa della sua opposizione alle dittature. Il suo spirito libero ha manifestato quella certa insofferenza dei Grandi intelletti, che hanno pagato caro il prezzo della loro autonomia e libertà di pensiero.

Da tempi immemorabili essi (cultori dell’ingegno) hanno dovuto trangugiare l’amarissimo calice delle idee non conformi ai regimi, come estreme conseguenze di scelte politiche non allineate e intruppate. 

Nel 1921 viene pubblicato il primo numero della rivista letteraria spagnola Ultra, la quale, come appare evidente dal nome, era l'organo di diffusione del movimento ultraista. Tra i collaboratori più noti spiccano lo stesso Borges, Rafael Cansinos-AssensRamón Gómez de la Serna e Guillermo de Torre che diventerà suo cognato 1928 sposando Norah Borges.

Tutta l’attività di Borges si rivela infaticabile e assidua, nonostante una forma incurabile che affligge da 6 generazioni i più stretti familiari dello scrittore non bisogna dimenticare che la medesima sorte tocco anche al padre  (anch’egli muore cieco) per un fattore di infermità fisiologica che lo perseguitò tutta la vita. Anche il Nostro vive nel terrore, soprattutto, quando venne attaccato da una setticemia infettiva che minò il suo stato di salute costringendolo ad un’immobilità per parecchio tempo, minacciandolo soprattutto di una grave interruzione delle sua scrittura e del suo estro intellettuali. Viene assalito da una visionarietà che intuisce e sfocia in una visione storica come: plagio, falsità, menzogna, parodia universale, che ne sanciscono la fama di scrittore internazionale con le sue Otras Inquisiciones (1952)

Labirintico e tenebroso saggista, Borges si mostra con una linea di freddo trionfalismo nella prosa latina fino all’avvento del Realismo di Garcia Marques. Tuttoggi non si può opinare sull’attività dell’argentino, senza fare riferimenti alla letteratura di Calvino e del più recente Umberto Eco. I quali convergono per esperienze e visioni bizzarre ed eccentriche.

Borges ammette la concezione che tutti gli idealisti esplicitano, la forma allucinatoria del mondo. Però l'uso che Borges fa dei paradossi è una bizzarria singolare essa stessa, una sorta di eccentricità stravagante. Così egli si esprime riguardo al sogno del mondo: "Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto"
Bisogna ammettere che tale visione dell’essere e della vita si posiziona infatti in una linea di pensiero e di orientamento “orientale”: si pensi ad es. allo Zen, al Buddismo, situazioni ai limiti del pensiero che sfociano in metafisiche figure, in sostrati di intellettualità trascendente che delineano e si equiparano a grandi linee alla cultura orientaleggiante.

In collaborazione con Bioy Casares, Borges ha scritto: Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942), Un modello per la morte (Un modelo para la muerte, 1946), Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq, 1967). 
In collaborazione con Margarita Guerrero ha scritto: Manuale di zoologia fantastica (Manual de zoologia fantástica, 1957) ristampato poi con aggiunte e con il titolo: Il libro degli esseri immaginari (El libro de los seres imaginários, 1968).

 

 

 

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6 marzo 2014 4 06 /03 /marzo /2014 14:07

LA TRAIETTORIA DEL VENTO, di Ninnj Di Stefano Busà, Pref. Davide Rondoni, Ed. Kairos, 2013

 

LA DISTANZA E’ SEMPRE LA STESSA di Ninnj Di Stefano Busà, Pref. Nazario Pardini, Ed. Ursini, 2013

 

a cura di Guido Zavanone

 

Sto emergendo dalla lettura dei tuoi due ultimi libri. Noto che entrambi hanno un ampio respiro, direi poematico, in certi suoi aspetti che la caratterizzano.

Rilevo inoltre che essi segnano una svolta notevole rispetto alle pur validissime raccolte iniziali. Sono un approdo ulteriore, un trovare se stessi dopo una lunga peregrinazione: un porsi dinanzi alla vita avendone compreso il senso (o il non senso) accettandola per quello che è: “Sentire  - spumeggiante-

            di sua necessità il chiaro giorno

            senza tonfi, nè attese”.

Si avverte nei versi la lezione dei grandi poeti, ma, soprattutto, quella di una esistenza ricca di eventi e accadimenti e di un cammino verso la verità, tenacemente intrapresa attraverso la parola:

            Stringere senso e pensiero           (cioé corporeità e spiritualità) in una sola voce che s’identifica con quella della terra che “chiama le creature e “dispone l’ala del pensiero alla quiete” mentre “una sola eternità pare svettare/ da mille angoli del mondo/. Scansione del tutto e del nulla”.

Forte appare in queste pagine l’aspirazione alla “luce”, parola che, insieme a “meraviglia” intese entrambe come saper conservare lo stupore giovanile, “ il profumo dell’infanzia” è, significatamente, tra le ricorrenti, nonostante il disperato tentativo “di dare un senso alla tenebra”.

Questa “ansa di cielo che tenta

i minimi spiragli (la madre luce)

questo chicco di speranza atterrato

sulla terra brulla, questo fraterno

faticoso cercarsi, sottendono una sommessa, laica religiosità (quasi per antifrasi, se come scrivi, il nostro mondo può essere “il luogo delle attese”. Ma forse è vero, anche se ci sembra di attingere la luce, siamo sempre un passo indietro, perché “dal nulla l’anima si oscura”e siamo pur sempre chinati sul nostro perire, sul nostro sperdimento.

Poesia, la tua, che vola sempre alta, non s’impiglia tra le basse stratosfere, e non conosce cadute di tono, esemplare nella stoica accettazione del “male di vivere”, il ritmo, le sapienti risonanze, la sommessa musicalità, lo stile, accompagnano mirabilmente questo segno “che prelude alla pietas” si fa lirismo di una religiosità di fondo che introduce al divino.

 

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5 marzo 2014 3 05 /03 /marzo /2014 20:33

         

Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, dei Comuni di Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN), Blog Letteratura e Cultura, la rivista di letteratura Euterpe, Deliri Progressivi e l’Ass. Culturale Poetikanten, organizzano il

     

III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

 

BANDO DI PARTECIPAZIONE

 

 

1.    Con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, dei Comuni di Brescia,  Jesi (AN) e Dronero (CN), Blog Letteratura e Cultura, la rivista di letteratura “Euterpe”, Deliri Progressivi e l’Associazione Culturale Poetikanten Onlus bandiscono la III edizione del Premio di Poesia “L’arte in versi” la cui partecipazione è articolata dal presente bando.

 

2.    Il concorso è articolato in due sezioni, entrambe a tema libero:

a)        sezione A – poesia in lingua italiana

b)        sezione B – poesia in dialetto (accompagnata da relativa traduzione in italiano)

 

3.    Le poesie presentate al concorso potranno essere edite o inedite, ma non dovranno aver ottenuto un riconoscimento in un precedente concorso letterario.

 

4.    Ciascun autore potrà inviare un massimo di due poesie per ciascuna sezione e ognuna non dovrà superare il limite dei 30 versi.

 

5.    Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 5€ per ciascuna poesia presentata. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 8 del bando.

 

6.    Per la corretta partecipazione, il poeta deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 15 maggio 2014 all’indirizzo internet arteinversi@gmail.com  le poesie con le quali intende concorrere in formato Word o Pdf, il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento.

 

7.    Nel modulo di partecipazione il concorrente attesterà che le poesie presentate sono di sua esclusiva paternità, assumendosi la responsabilità nel caso indichi il falso.

 

8.    Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Bollettino postale:  CC n° 001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

Bonifico bancario:  IBAN: IT33A0760102800001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

Postepay:  n° 4023600646839045

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia “L’arte in versi”

La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata insieme alle poesie e al modulo di partecipazione.

 

9.    Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

10. La Commissione di giuria è composta da poeti, scrittori, critici ed esponenti del panorama culturale e letterario:

Annamaria Pecoraro, poetessa, scrittrice, Direttrice di Deliri Progressivi

Emanuele Marcuccio, poeta, aforista, curatore editoriale

Giorgia Catalano, poetessa, scrittrice e speaker Radio

Ilaria Celestini, poetessa e scrittrice

Iuri Lombardi, poeta e scrittore, presidente dell’Ass. Poetikanten Onlus

Lorenzo Spurio, scrittore, critico letterario, Direttore Rivista di letteratura Euterpe

Luciano Somma, poeta, autore di canzoni e critico d’arte

Martino Ciano, scrittore e giornalista-pubblicista

Marzia Carocci, poetessa, critico-recensionista ed editor

Michela Zanarella, poetessa, scrittrice e giornalista

Monica Pasero, poetessa, scrittrice e recensionista

Salvuccio Barravecchia, poeta e scrittore

 

11. Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà a nominare dei selezionati e dei menzionati speciali per la buona qualità delle loro opere ed ulteriori premi potranno essere attribuiti a discrezione del giudizio della Giuria.

 

12. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

 

13. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

 

14. La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze in un fine settimana di Novembre 2014. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

15. Il Premio di Poesia “L’arte in versi” da sempre sensibile alle tematiche sociali devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie all’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM). A tutti i partecipanti che avranno acquistato l’opera antologica sarà data testimonianza sulla donazione effettuata.

 

16. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

Lorenzo Spurio                                                        Marzia Carocci

Presidente del Premio                                                  Presidente di Giuria

 

Segreteria del III Premio “L’arte in versi” - arteinversi@gmail.com  - www.blogletteratura.com

Pagina FB del Premio: https://www.facebook.com/arteinversi

 

III PREMIO DI POESIA “L’ARTE IN VERSI” Ediz. 2014

 

Scheda di Partecipazione al Concorso

 

 

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 15-05-2014.

 

Nome/Cognome __________________________________________________________________

Nato/a _________________________________________ il ______________________________

Residente in via __________________________________Città____________________________

Cap ________________________ Provincia ______________________Stato_________________

Tel. ________________________________Cell.________________________________________

E-mail _______________________________Sito internet: ________________________________

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia in lingua italiana                     □ B - Poesia in dialetto

con il/i testo/i dal titolo/i____________________________________________________________

________________________________________________________________________________

________________________________________________________________________________

 

 

Firma_____________________________________ Data _________________________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 

 

 

 

Firma_____________________________________ Data _________________________________

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24 febbraio 2014 1 24 /02 /febbraio /2014 10:29

Campo Lungo, di Ivan Fedeli, Ed Puntoacapo, 2013

 

                           di Ninnj di Stefano Busà

 

Questa nuova raccolta di Ivan Fedeli si mostra come un’ennesima dichiarazione di poetica, ma forte e chiara, come è nel genere di questo poeta vigoroso e schivo, saldo nei suoi principi e nei suoi progetti letterari.

Il verso dello scrittore in esame è di quelli “presenti”, catapultato nella mischia del mondo, egli osserva, riferisce, si guarda in giro con un senso di sgomento e di rabbia, ma non lascia trapelare il suo disappunto la sua disapprovazione nei confronti del degrado, dell’alienazione, del divario tra gli uomini. Dal suo angolo di osservazione privato egli trova i minimali di una popolazione “assente” (quella dei nomadi, dei diseredati, dei transfughi dalle dittature) una moltitudine invisibile, proiettata in un frastuono, in uno sconquasso insostenibili: uomini vagolanti, senza direzione, senza certezze, eppure con la fede che contraddistingue le loro povere anime frustrate, deluse, derise, una genia che a dire della nuova società del Duemila non vale niente, quella che non conta, che corrisponde a numeri "zero", a foglie in balia del vento, disperse e avvilite, senza storia.

Sono discrepanze genetiche, paradossi che ogni poverocristo si trova a reggere senza interruzione di continuità, come a dire:

“così è,  -punto-”.

Una legge della disuguaglianza che colpisce intere etnie, una ferita del progresso, una faglia di devastazione che rende la frattura di un popolo, di tutti i popoli delle diaspore eterni bersagli della miseria cronica, della disertificazione urbana, economica, generazionale.

Ivan Fedeli tratta il filone di questa poetica in maniera sorprendente, li mostra tal quali sono < i martiri della nuova epoca>, non parla di sconfitte, ma di umanità che si trascina stanca per le vie del mondo, quasi calpestata e sempre ignorata, in subordine ad un sistema capitalistico che per loro rimane ai margini, nel rischio di una deriva unversale. Una debacle per la storia e l’esistenza di ognuno che deve registrare la vicenda personale della sopravvivenza come un fatto storico di ordinaria amministrazione.

La loro esclusione resta la grande ferita del secolo: la sorte che si abbatte così ferocemente sulle loro fragilità è quella dei diseredati, dei profughi, degli emarginati.

La loro marginalità però diventa la tragedia dell’umanità intera.

Fedeli tratta con levità il tema dell’emigrazione: l’ostilità, la mancanza di mezzi di sopravvivenza appaiono sfumati, li descrive nelle loro forme di variegata sofferenza, nel dolore dei luoghi di miseria e di alienazione con delicato pudore, senza pronunciamenti altri, senza essere cattedratico, senza moralismi, eppure conosce bene – la grande colpa delle fragilità storiche, le loro inadempienze, il mercato delle ideologie che contrasta con il tema umano della Chiesa evangelica -. Scrive da poeta, si rifà alla necessità che rende marginale ogni rapporto; mette in vista la loro dignità, il decoro, l’adempimento di un’ospitalità necessaria ai fratelli d’oltreoceano.

Mostra forte e chiara la voce segreta che li descrive e nel contempo li estrae dalla miseria morale, dagli antefatti paradossali del potere e del sistema delle uguaglianze e dei diritti. Ivan Fedeli mitiga i toni, si fa portavoce dei diseredati per la parte romantica e poetica di un mix di fragilità epica senza memoria storica: sono i nuovi martiri del Duemila, quelli che lui tratta con ritegno e pudore.

Come è già avvenuto ai tempi della venuta di Cristo con i martiri perseguitati agli albori del Cristianesimo: la nemesi è lì, pronta a testimoniare che l’uomo non cambia, l’uomo è, e resta il peggior risultato di se stesso.

Eppure, il poeta afferma: “credono al mondo ancora/.../ sono gli eroi dal profilo basso”, parole buone per dire il mondo è popolato di fragilità, di debolezza...basta un niente per rompersi, disintegrarsi...l’intero pianeta è a rischio.

Infrangibili, immutabili restano solo: l’aridità, l’indifferenza, il male, il senso di irresponsabile protervia che spara nel mucchio per autolesionismo, poichè mancanti di coscienza e di morale cristiane.

 

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24 febbraio 2014 1 24 /02 /febbraio /2014 08:37

 

 

INTERVISTA rilasciata da Ninnj Di Stefano Busà

 

a Sandra Evangelisti blogger di "Distensione del verso"

 

D: Lei ha seguito la parola alta dei grandi maestri della poesia, il linguaggio novecentesco della grande produzione lirica. Cosa trova in essi che sia appartenuto alla tradizione attraverso le varie stratificazioni linguistiche? e se poesia di identificazione vi ha trovato, chi è stata più affine alla sua sigla personale?

 

R: Ho sempre considerato il poeta come soggetto del mondo, in quanto microcosmo di un “unicuum” con ascendenze mito-storiche.

In quanto microcosmo, tende ad unirsi al macrocosmo, cioé, all’unità di misura universale che abbracci la gamma completa dei singoli, le loro emozioni, le occasioni, le significazioni precursori di una valenza del pensiero tout-court. Il sentiero percorso non ha la minima importanza, l’essenziale è percorrerlo, andare oltre, fissare le parole come una narrazione che nel suo “iter” sublimi la coscienza, istruisca un dialogo tra sè e gli altri, si rapporti alle pulsioni profonde della vita come ad un “mantra”; se poi sia espressione di un classicismo, di un neorealismo, di un orfismo o quant’altro non importa.

Mi trovo più affine a Montale, a cui spesso sono stata associata, senza averne merito. Montale è un mito, un nome prestigioso dell’Olimpo della Letteratura, il suo è uno stile che ha avuto diversi seguaci: moderno, asciutto, simbolicamente riconoscibile dall’indagine storica, direi inequivocabile; egli è unico nel suo genere. Essere paragonata a lui può essere svantaggioso per me e imbarazzante, data la mia pochezza; è una grossa sfida, qualcosa di davvero incommensurabile, poiché vi è una faglia tra me e lui.

 

D: Lei è considerata il poeta-donna che meglio ha saputo porre l’accento su un linguaggio moderno, senza il presidio classicheggiante o non, delle varie tendenze un po’ obsolete.  Il che sta come dire: Lei è a se stante, non mostra le caratteristiche dell’omologazione. La sua è una formula scrittoria versata al simbolismo? Ritiene che essa sia la caratteristica peculiare e ineludibile dell’assetto poetico che persegue?

 

R. Se il far poesia deve necessariamente porsi in un contesto comparativo la distensione del verso (come lei ha titolato il suo blog in maniera azzeccata)  tra il vecchio e il nuovo modello, opterei per il moderno, ma l’ispirazione detta le regole, non è mai il poeta a decidere “a priori” su cosa voler rappresentare, o sul dover essere. Vi è una ragione al di là. L’ispirazione  istruisce un modulo lessicale che di volta in volta decide la poesia da seguire, riguardo al modello a cui tendere, semmai,  è la pulsione profonda di un <io> individuale a colpire l’esatto obiettivo (oppure a mancarlo, a seconda dei casi). L’ orientamento in cui muoversi è la perfetta conseguenza del proprio destino di poeta, che  può percepire la poesia come un organigramma, di cui  l’immersion lirica è la funzione vitale del suo stesso sentire . Mai, però, in tono precostituito  o prefigurato, né tanto meno, alieno o estraneo alle tendenze individuali di un soggetto poetico che ne verifichi ogni intendimento. Mi spiego meglio: la poesia è mistero, sempre. È altro persino da se stessa, finanche nella complessa vicenda del suo porsi in essere. Non si può fare poesia, senza l’individualità “assoluta” della propria pulsione profonda, a muoverla è il segnale che, dall’occasionalità, transiti poi e l’avvicini a quella “perfettibilità”, di cui ogni poeta ha bisogno e a cui tende per sua stessa natura.

 

D: Come si colloca il poeta nel mondo moderno?

 

R: E’ uno come tanti, un individuo normale travestito da <poeta> con quel quid in più nel poter dire o nel “saper” dire la parola più alta e diversa dal linguaggio comune, abituale, frusto. Il poeta usa le parole come lame, o se si preferisce, bulini per il cesello: quel termine e non altro, quell’aggettivo e non un altro. Ogni poeta rappresenta la vita che pulsa, che si commuove, che lotta, che patisce. Quindi: il sarcasmo, la pietà, l’incanto, la suggestione, l’emozione, la rabbia, lo smarrimento, l’amore, la magìa, la solitudine, il dolore e, tutta la vasta gamma di ogni processo umano  è alla sua portata: può colpire i tasti giusti e realizzare  una melodia sublime (il testo); può non toccare mai la misura d’immenso, le infinite corde della Bellezza. Il transfert è anch’esso un mistero, una sorta di ecosistema di linguaggio criptato, dal quale il poeta deve saper decifrare i caratteri, formulando un processo linguistico. Qualsiasi “parola” convenzionale o non, perfetta o perfettibile è lì, a portata di mano, può essere usata da tutti. Solo il poeta però sa trasfigurarla, fin quasi a reinventarla col suo stile, col suo linguismo; può modularla o espanderla col suo imprinting, darle nuova vita o esauturarla con una sclerotizzazione che non ha ragion d’essere: in quel caso è meglio rivolga la sua attenzione ad altro, non alla poesia.

 

D: Per tornare alla critica, perché diversi suoi critici estimatori l’hanno avvicinata a Montale? Lei ritiene davvero di avere qualche affinità col grande poeta o è solo un modus critico di assembrare poeti della stessa matrice o filone biografici.

 

R: Non saprei dare una risposta al riguardo. La cosa mi ha sempre messo un certo imbarazzo. Non saprei individuare tra le nostre due realtà la “comunanza”.

In ogni modo, ora è certo, qualcosa di similare i miei critici devono avvertirla, se continuano ad associarmi al grande Maestro. Bontà loro, non posso che ringraziali. La critica è  stata per me l’espressione più sollecitante del mio iter letterario, il termometro col quale mi sono sempre confrontata, per misurare la temperatura lirica, una temperatura supportata da grandissimi critici quali quelli che io ho avuti merita il più grande rispetto. Mi sento onorata di avere avuto l’attenzione di critici come Carlo Bo, Giovanni Raboni, Marco Forti, Attilio Bertolucci, Walter Mauro, Plinio Perilli, Arnoldo Foà, Davide Rondoni, Alda Merini, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Emerico Giachery, Francesco d’Episcopo, Antonio Spagnuolo, Giuliano Manacorda, Arnoldo M. Mondadori, Nazario Pardini e altri.

 

D: In tempi di crudo disincanto, di incertezze, di violenze, di caos, come vede la Poesia?

 

R: La Poesia denota il suo referente nella ipotesi del suo immaginifico status “orfico”

Qualcosa che potremmo chiamare “introspezione” si trasfonde all’anima che emette i dati architettonici del pensiero. Ogni poeta ne interpreta il ruolo, la fantasia, la riflessione. L’opera d’arte riflette non solo l’idea dell’artista, ma il suo spasimo aurorale, la sua armonia di fondo, tra stile e creatività, tra presente e passato.

In questo intervallo, in questa frazione di celebrazione un po’ astratta si colloca la Poesia, quella che deve essere una rievocazione tra l’io privato e il mondo, tra la Bellezza e il valore dell’arte, detta le regole. C’è poi il responso critico della Storia, il futuro della pagina scritta, il suo cercare oltre le tenebre più fitte, la via della salvezza. la capacità di armonizzare tutte le avventure possibili nel far Poesia.

 

D: Per Ninnj Di Stefano Busà la Poesia è nel mondo? Essa è lo sguardo che l’attraversa e la nutre di dolore? Oppure, è l’accadimento momentaneo che determina la condizione di poeta?

 

R: L’una e l’altra ipotesi possono coesistere. È il luogo, il viaggio e la vita stessa con le esperienze di stupore, di meraviglie, di emozioni in un empito di trasformazione, di trasfert  nell’<altrove>, di un concetto “altro” che tutto descrive e rinnova con la fantasia. Per il poeta, la Poesia è l’alimento.

Il distacco dalla realtà in un luogo a procedere della fantasia, in cui l’ultimo fiore a dischiudersi è il caos.

E dunque, la connotazione più vicina al suo vissuto, all’esperienza del suo dolore, al fatto quotidiano che a volte ne banalizza il reale apprendistato.

Tutto è poesia. Da qui, ha inizio la sua avventura: dall’incontro con lo strazio del mondo, con l’occasione e il desiderio di superamento: la vita è la distanza tra il grido e la ferita, nel mezzo c’è la Poesia.

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22 febbraio 2014 6 22 /02 /febbraio /2014 10:40

di Ninnj Di Stefano Busà

Ci siamo chiesti sempre cos'è la Poesia? senza saperne dare una risposta certa. Così continueremo a interrogarci e a giustificare questo senso estetico che ci governa e ci domina definendolo il linguaggio più alto dell'uomo. La sensazione è quella di sostegno alle infinite carenze dell'umano destino, che pur nella caducità, nel limite del proprio orizzonte può intravedere una luce, anzi uno spiraglio in cui far volare alta l'anima vagabonda, sitibonda di fantasia e di sogni. La configurazione di ogni poetica è inconfutabile segno di pensiero, mostra la spiritualità dell'uomo fatto segno di svariate capacità intellettuali, con le quali si mette in confronto o parla agli altri simili attraverso il linguaggio diversificato della Poesia, in quanto Arte della parola, selezione di un linguaggio nobile e alato che riconduce al modello di una più marcata autonomia dell'individuo e dei suoi nobili ideali di spirito e d'intelletto.

Faccio riferimento al diverso grado di interscambiabilità che fa parte della vera natura dell'uomo, che ha esigenza di un linguismo alto, per evincere il suo disperato anelito alla trascendenza, alla ricerca di una nobiltà d'animo e di intelletto. Le teorizzazioni che ne avvertono il distillato più profondo dell'essere, sono bisogni interiori che neutralizzano la disperazione e il limite irrisolto ed estremamente vanificante del suo status. La Poesia sta all'Arte come al Mito e come l'economia al versante finanziario, o la Pittura al tratto dell'Artista (con l'A maiuscola). Anche la Poesia, purtuttavia, interagisce e fa suo un sistema di vasi comunicanti all'interno dell'Arte: è parola che utilizza il meglio di sé per addivenire a strategie di pensiero che interrogano l'inconscio, il suo farsi territorio cogente di un piano alto di strutture umane che ad esso fanno capo. Infatti, non ci sembra che la filosofia, dalla quale l'Estetica si è staccata per sua precipua necessità, abbia fin'ora cessato di interrogare e interrogarsi sulle varie ragioni che hanno indotto la Poesia a manifestarsi come concetto -concezione vitalistica dell'intelletto-  . Come Ente indipendente e fascinoso nella complessità del progetto di sviluppo e del progresso dell'uomo il dire poetico corrisponde ad un linguismo purificato da scorie e, dunque, sublimato nella fattispecie storica come un concetto a se stante. Riteniamo che la Poesia richieda il massimo sforzo direttament e al poeta stesso e per induzione al lettore che ne è il fruitore. Gadamer ha posto l'accezione che il metodo della Letteratura consista nella sua interpretazione testuale, ma anche nel sistema interno ai rapporti che intercorrono tra poesia e Storia. La Storia è il risultato dell'intelletto, il suo fine ultimo, il suo reiterarsi ed evolversi da un progetto d'intelligenza e di progressiva interazione con la Vita e le condizioni esistenziali dell'individuo. Oggi i mezzi di comunicazione fanno del poeta un emarginato, perché la multimedialità telematica ha soppiantato la parola "del cuore", ma forse ignora o pretende d'ignorare le ragioni stesse delle sue esigenze intellettive e intellettuali. La scrittura poetica è ben lungi dall'essere assimilata dall'iconografismo moderno, dalla sua spinta propulsiva all'utile e non al valore in sé. L'invenzione, la fantasia, l'estro del poeta restano a testimoniare il postmodernismo della società  volto al suo nichilismo epocale. Sembra un paradosso ma, oggi i poeti sono statisticamente più numerosi che in passato, proprio per la funzione diffusiva di internet e della telematica. Il metalinguismo che si instaura come simbolo di autenticazione del poeta è la  -vis - formale che non pone alcun veto alla creatività. Il potere creativo della fantasia è l'atto stesso della sua istanza scrittoria, il quale sembra appartenere interamente all'artista. Quando la Poesia tocca  - lo status di grazia- il pathos che ne consegue è espressione selettiva dell'emozione, che si va a configurare come visione utopica del mondo. L'arte non fa che aderirvi, essere l'archetipo, ma è pur sempre la vocazione a dare il segnale più importante. La Poesia riposa nell'inespresso, è sempre lontana da noi, perché fa parte dell'immaginario e del sogno, pur se si configura come la trasfigurazione della logica comune. L'ispirazione in Poesia non ha ore fisse, né lavora a freddo, come su un vecchio marmo da laboratorio, non è neppure  - repechage mnemonico - perché il verso non si tiene in memoria, svola con la stessa rapidità dell'aria, si spegne come lampadina con l'interrutore. E' tutto e niente delle proprie capacità, che temerariamente, vengono esposte e mostrate ad un pubblico più vasto. Non corrisponde quasi mai a tempi e luoghi prestabiliti. Possiede il massimo della sua libertà e autonomia. E' dono di elezione e basta. Borges dichiara: "vedo la fine e vedo l'inizio, ma non ciò che si trova nel mezzo. Questo mi viene rivelato gradualmente, quando l'estro o il caso sono propizi". Ecco, dunque, il mistero che conduce per mano la poesia: un Ente intellettivo, una risorsa del pensiero cogente  che conduce l'intelletto all'azione creante. È come se da un'archeologia antropologica andassimo a scoprire le tracce sbiadite di una stratificazione millenaria. Se ne ritrovano i reperti storici che sono  disvelamento e scavo, scoperta di un processo intellettivo cui l'uomo è finalizzato. Ma non ne troveremo mai la spiegazione. Il poeta è guidato dalla passione, dall'estro, talvolta dalla duttilità, dalla versatilità della parola che sa divenire strumento, forma, contenuto di una ortodossia concettuale più vasta. In Poesia si procede a tentoni, a volte si avanza nel buio più fitto, solo qualche volta si "esce a riveder le stelle". Dice Valery: "solo il primo verso, in una poesia è donato dagli dèi", in ogni modo non è detto che sia possibile innescare il segnale metapoietico, e neppure sempre è possibile realizzare il capolavoro che cerchiamo.

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21 febbraio 2014 5 21 /02 /febbraio /2014 11:23

di Ninnj Di Stefano Busà 

                       

 

 

 XX

 

 

Esistere per patire, o restare

nello smarrimento è lo stesso,

per sottrarsi al solleone o

al mondo che pure li incalza.

Rispondono col fomentare

le follie del vento, hanno il sorriso

da opporre all’imperio dei giorni,

alle sottrazioni inutili della vita.

Anche se spiove o fa gelo invadono

metropolitane e sottopassi,

vegliano con lo stesso timore

i figli e i bonus del discount.

Intanto si contendono

la luce di un giorno che verrà,

e godono il lucore

dei fanali che nasconde loro

le nuvole e le stelle.

 

 

 

 

 

 XXI

 

 

Non è fatica. È dolore che affatica,

lo vegli con lo stesso timore,

il traguardo che fugge, si defila,

perché in gioco è la vita,

l’istinto che ti sopravvive, l’ipotesi

che ti abbandona alle cose maldestre,

senza rimorso, il suo finale che non regge,

non ha elastici e ti cambia.

A nulla servono i pensieri, il silenzio,

la regola del giorno è presto fatta:

è tutto lì, nella paura l’istinto perverso,

la sua sorte, essere il fuori “fuoco”

dentro l’obiettivo.

E poi non basta nessuna forma di dolore

a dirti salvo o morto.

Un trattenere i battiti del cuore

che non si arrende, resiste un po’,

fino all’ultimo sguardo, e pare ti appartenga.

 

 

 

 

 

XXII

 

 

La combatte ogni giorno la guerra:

dei cartoni, dell’erba e del pane,

poi c’è l’ombra che lo serra all’asfalto

di strade roventi...relegato al tempo di esistere,

allo spazio che gli è consentito

e veglia con lo stesso terrore

il sottoscala e il bricco di latte pe’ i figli.

Nei cortili c’è l’ombra, ma non è l’ombra buona

dei prati, non ha profumo d’erbali.

Nell’ora di punta è il sogno a franare,

trasuda dagli scantinati la muffa, come topi

dal vicolo cieco essi vanno a cercare

frescura ai picchi di sole.

Formiche senza fretta scompaiono

nei vicoli ciechi di città-fantasmi.

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28 gennaio 2014 2 28 /01 /gennaio /2014 08:03

 

 

 

     Marcel Proust

 

e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

 

                      di Ninnj Di Stefano Busà

 

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell'aristocrazia e l'ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un'approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L'importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa - , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo es: ...le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell'umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell'immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All'ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

 

Milano, giugno 2013                                   Ninnj Di Stefano Busà

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27 gennaio 2014 1 27 /01 /gennaio /2014 08:29

Perseguiamo l’Anima Preistorica ma con la consapevolezza di Dio e della salvezza

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Vi è un gran bisogno oggi nel mondo di autodefinirsi nella cristianità, aderire all’anima “preistorica” privata dal peccato originale di un Eden innocente, più vicino alla consapevolezza di Dio e alla motivazione di salvezza che ci orientano alla fede, senza la corruzione storica di un “male” che ci disorienta e ci stritola. Amiamo Dio nel simbolo escatologico della conversione, nell’intento di creare un ponte che ci avvicini e non ci allontani dalla catarsi ontologica della specie.

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