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25 gennaio 2014 6 25 /01 /gennaio /2014 18:17

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I girasoli di Ninnj Di Stefano Busà.

                    

                               

Van Gogh ispira l’anima ad atmosfere irreali, il suo tratto di pennello è pari ad un magistero fecondo di colori. La bellezza della sua arte riconosce il Bello come contributo di una storia, di una parabola che si elevano al buono al bello, quasi in religioso stupore e in silenzio. I suoi “girasoli” mi hanno ispirato questo testo:

                    

I girasoli di Van Gogh

Annegano nel giallo oro
i girasoli di Van Gogh,
contribuiscono al tempo d’anima,
ascoltano la musica divina
da una soglia d’aria.
Hanno un profilo umano
di rada bellezza,
un canto votato alla celebrazione
dei papaveri tra il grano.
Così la poesia è grazia di assoluto,
brivido d’attesa mistica e divina
che incontrano la forma
del suo tempo - il tempo
dei nostri desideri -.
fiamma che arde sul volto della rosa.
Di un mondo più umano,
si cerca la città celeste.

Una città al crocevia del nulla:
l’uomo,
ma che sappia ascoltare
dal rumore della vita
la pienezza del cuore.

                

van-gogh-girasoli

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 13:10
Dizionario della Lingua Poetica, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo

A cura dei critici Ninnj di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo per le edizioni Kairos è stato dato il via ad un DOCUMENTO STORICO della lingua poetica, nonché consuntivo critico di un ventennio poetico 1990 - 2012.     (a cura di Ninnj Di Stefano Busà
)

Si fa presente la necessità di traguardare al futuro della Letteratura tutti quei poeti di ottimo livello, che la Grande Editoriasta sistematicamente ignorando da troppo tempo. Sia chiaro un concetto: non perché non storicizzino certi autori, (forse, singolarmente, lo fanno), ma non ne raccolgono la produzione migliore per il futuro e non si prendono corporativamente, la responsabilità né il fastidio di un rendiconto storico. 

Negli ultimi anni non si è fatto una mappatura né un bilancio critico che possa cogliere la situazione reale della Poesia italiana. Saremmo lieti di annoverarvi tra gli autori prescelti per cui siete pregati di inviare -entro il 30 luglio prossimo, in allegato, tre brevi componimenti non superiori ai venticinque versi cadauno - e assolutamente inediti - oltre ad una breve nota biobibliografica non superiore ai trenta righi. 

Questo progetto editoriale mira a raccogliere in un documento detto “dizionario” tutti i poeti, a nostro avviso, validi ad essere traghettati nell’immediato futuro.

Attenzione, non è e non vuole essere la solita antologia, ma uno studio accurato, un vaglio critico, con cui si tenta di raggiungere la sintesi selettiva di un numero ristretto di autori che si sono fortemente distinti nell’ultimo ventennio. Nessuno da decenni si fa carico di esporre o considerare la situazione della Poesia attuale. Noi, oggi, tenteremo di condurre in porto un progetto grandioso: uno spartiacque che, anche se in modo opinabile, sintetizzi e verifichi lostatus della Poesia. L’operazione è di tutto rispetto e serietà, sarà un lavoro critico e storico di grandissimo spessore, perché tende a valorizzare il talento effettivo degli autori inclusi nell’opera.  


E-mail di riferimento: ninnj.distefano@teletu.it

 

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 11:19

 di Ninnj Di Stefano Busà

 

Intervenire criticamente su un saggio, a sua volta,  -critico- è quel che si può dire il clou in letteratura.

Ma quando questo disquisire giunge da un esegeta accreditato come Sandro Angelucci, il fatto incuriosisce e si va a leggere con più pertinente attenzione l’autore segnalato.  Non fosse altro che perché conosco da molti anni Rescigno, sarei stata per prima curiosa di apprendere una più profonda esegesi su questo autore: schivo, coerente al suo episodio letterario fin dall’esordio, interessato alle varie tappe della vita, profondamente naturale e fruibile in ogni suo testo poetico, che va a toccare avvenimenti, esperienze plurime dell’uomo, soprattutto, il suo dolore e il suo distacco dalla realtà, con la morte. Gli ultimi due libri si fermano su quella tematica o almeno la sfiorano con quell’ineluttabilità che è propria delle persone autentiche, nel voler valutare il passaggio nell’aldi là con somma chiarezza e senza dileggio. Vi è da sempre nel poeta Rescigno il sacro fuoco della poesia.

La parola del poeta è fede e religio di una verità ultima che pone in rilievo la vita con i suoi molteplici aspetti peculiari, con la sua meditazione e speranza, con suo pianto e le sue gioie.

Sempre, l’autore ha trattato il tema lirico con grande rispetto per i valori dell’uomo, e vista dal lato del sublime, la sua ispirazione rigorosamente attinge alla visione cosmica, ad un più dettagliato e lucido panorama del mondo, che è mistero e religioso stupore, amore e morte, amalgama potente e lungimirante di una contemplazione che si fa viaggio e passaggio dall’uno all’altro, da un aspetto all’altro, diventando memoria e ricordo come categorie ultime di un umanesimo che si ricompatta col mondo, con le sue varianti prodromiche e le sue esperienze temporali.

Una ricerca lunga quanto la vita, quella di Gianni Rescigno, che da grande affabulatore è riuscito a dare l’interpretazione del suo lirismo in maniera esaustiva, sia idealmente che concretamente: i suoi superbi paesaggi terragni, le sue vigne, i suoi ulivi, la natura selvaggia e imponderabile di un Sud fatto a immagine di poesia, tra luci e ombra, tra passaggi interiori e suggestioni, tra emozioni e scoperte, tra lusinghe e dolore; si snoda la vita, e il poeta Rescigno la percorre in un fremito che tutta la raccoglie.

Il suo impianto linguistico è moderno, contemporaneo, mai sperimentale, perché sa cogliere un panismo, un misticismo lirico che non sono di tutti. L’ermeneutica su cui si colloca l’esegesi di Sandro Angelucci è ricchissima di spunti che serviranno a incorniciare la figura di questo poeta entro l’ambito di una scrittura poliedrica e versatile, senza nulla togliere al viaggio reale della sua esistenza, al quale giustamente il Critico riserva tutta l’attenzione.

É scevro da funambolismi ariosi e descrittivi questo saggio, va dritto al punto cruciale che è la personalità del poeta Rescigno: le sue carrellate di versi, tutti potenti, tutti immersi in un’armosfera lirica da lunga e pesante permanenza in poesia.

Il critico ne ha saputo individuare linee e forme, categorie e passaggi cruciali, i flussi e i riflussi che ne hanno regolato le stagioni, i gusti, le sollecitazioni amorose, i dubbi, le speranze.

A indicarne la camaleontica tranche de vie non potrebbero essere che le stesse parole del poeta: “forse è l’anima nostra in continua prova/ per raggiungere l’infinito (da: Nessuno può restare) Genesi, 2013. Quest’ultima è una raccolta lucida e ben delineata, una sintesi oserei definirla di quel percorso che Rescigno compie a rembours, per abbracciare l’intero percorso e donarsi infine nelle braccia dell’Ultimo Morfeo, come un guerriero stanco.

L’esegesi di Angelucci è di quelle che non si fanno attendere, ne delimita gli assunti, ne ricrea le atmosfere, ne illumina i contorni con un’aderenza alla realtà tra le più straordinarie. E lì, infatti che si sentono l’abilità e la preparazione di un critico, quando questi ne avverte i segni, le interferenze, le angolazioni, i traguardi, le impalpabili sottigliezze, gl’indicibili rifrangenti dell’umano percorso che si fa carne e sangue della vita, ne assume i contorni, ne evidenzia i dati più eclatanti, per giungere all’ultimo stadio che è il più verosimile – come la nascita, infatti, anche la morte è un barlume di vita, anche se l’una dà, l’altra toglie, ma è l’inafferrabile, il mistero di ogni umanità ad attaccarsi al sogno, alla rappresentazione scrittoria di un progetto che si trasforma in poesia, come in arte. Un processo salvifico, un procedimento di gran lunga più misterioso e potente della stessa nascita. Angelucci sembra dire nel suo saggio: se un poeta dopo aver percorso il suo cammino, aver ostinatamente scavato per trovare la peculiarità del linguaggio, la chiave più opportuna offertagli dalla vita, ha saputo parlare con le sembianze di un uomo qualunque “umile” eppure elevato, dal perentorio bisogno del –dire- allora gli si può riconoscere l’immortalità dello spirito, la sua lunga permanenza nei territori dell’anima, che ne testimoni il grande privilegio della Poesia. Mi pare che un critico non potesse dare miglior giudizio di questo. Spero di averlo interpretato bene!

 

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23 gennaio 2014 4 23 /01 /gennaio /2014 13:34

 

Geologia di un padre, di Valerio Magrelli, Ed. Einaudi, 2013

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Come non centellinare il contenuto di un lavoro pregevole come il libro “Geologia di un padre” di Valerio Magrelli?

È una virtù che non tutti possiedono quella di saper sviluppare entro l’orbita stretta di un pensiero poetante un retropensiero amabile e fresco, ma anche antico e capace di tenerezze sentimentali.

Una scrittura, che potremmo definire antilirica quella dell’autore trattato, tendente ad un antilirismo costituzionale che fa la differenza, sempre antitetica alla tradizione melica, antiromantica per estrazione, incline magari al colloquio, alla riverberazione di una luce interiore smagrita, ma raffinata, inquieta, mai retorica, sorvegliatissima, una prosa e una poesia che hanno la raffinatezza niente affatto studiata, mai tecnicistica, mai incantata, si potrebbe definire: un fuoco che cova da un incendio che <è divampato>, quasi sempre realistica, fortemente incline alla metafora, mai priva di accensioni eccedenti, ma sobria, tout court destinata a veder chiaro oltre la cortina nebbiosa di una realtà tragica.

Un lessico struggente senza essere strumentalmente romantico, che smarrisce la sua malinconia melica e porta avanti il suo realismo costituzionale, il suo refrattario barlume di sofferenza, di dolore. Ognuno può leggere la scrittura magrelliana a suo modo, ma tutte le letture e le chiavi di esse portano ad un piano alto di linguismo, considerato come flusso di memoria assordante.

Il lavoro letterario è notevole per strati memoriali, per libere e profonde associazioni di idee, considerazioni, episodi, momenti che una capacità libera e fortemente impregnata di lirismo, come la sua, e di grande preparazione letteraria, come la sua, può adattare a qualsiasi scrittura. Vi sono accostamenti arditi, metafore straordinarie, eccellenti voli, per valenza mnemonica, ma anche per stupefacenti correlazioni amorose.

Il libro in esame è un vastissimo dono al padre che non è più.

Stupendo il punto in cui l’autore dice: mi vedo mentre lo sospingo nel corridoio di casa, attaccato al girello, un Anchise a rotelle con un Enea ortopedico. Ma ve ne sono tanti, che mostrano la particolare metodica di “un’assenza” che vive di tenerezze, anche dopo la dipartita: un amore intatto che respira ed è presente, oltre le cortine di nebbia della morte. Quanta storia filiale transita dalle sue vene al padre e viceversa! Unione consanguinea che non conosce ostacoli, si fa carne di pensiero in ogni momento, senza essere mai elegia, anzi, oserei dire che vi è da parte di Magrelli il rifiuto del “poetichese”. Nei suoi versi vi è una tela intessuta d’oro, senza utilizzare lamine del metallo prezioso.

Vi è in questo poeta e scrittore ormai consolidato, la circostanza di una solida scrittura contemporanea che fa da confine al classicismo reiterato, svetta, si prolunga in una fase di nuova gemmazione, si trasforma, si allinea ad una contemporaneità che entra in gioco e lo preserva da ogni senso retorico, accendendo metafisiche forme, categorie di un gettito letterario che è celebrazione di una nuova entità.

 

                                                                

 

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23 gennaio 2014 4 23 /01 /gennaio /2014 13:29

 

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Blog Letteratura e Cultura, la rivista di letteratura Euterpe, Deliri Progressivi e l’Ass. Culturale Poetikanten, organizzano il

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III Premio Nazionale di Poesia "L’arte in versi"

BANDO DI PARTECIPAZIONE

1. Blog Letteratura e Cultura, la rivista di letteratura "Euterpe", Deliri Progressivi e l’Associazione Culturale Poetikanten Onlus bandiscono la III edizione del Premio di Poesia "L’arte in versi" la cui partecipazione è articolata dal presente bando.

2. Il concorso è articolato in due sezioni, entrambe a tema libero:

a) sezione A – poesia in lingua italiana

b) sezione B – poesia in dialetto (accompagnata da relativa traduzione in italiano)

3. Le poesie presentate al concorso potranno essere edite o inedite, ma non dovranno aver ottenuto un riconoscimento in un precedente concorso letterario.

4. Ciascun autore potrà inviare un massimo di due poesie per ciascuna sezione e ognuna non dovrà superare il limite dei 30 versi.

5. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 5€ per ciascuna poesia presentata. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 8 del bando.

6. Per la corretta partecipazione, il poeta deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al

15 maggio 2014 all’indirizzo internet arteinversi@gmail.com

le poesie con le quali intende concorrere in formato Word o Pdf, il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento.

7. Nel modulo di partecipazione il concorrente attesterà che le poesie presentate sono di sua esclusiva paternità, assumendosi la responsabilità nel caso indichi il falso.

8. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Bollettino postale:

 

CC n° 001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia "L’arte in versi"

Bonifico bancario:

 

IBAN: IT33A0760102800001014268401

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia "L’arte in versi"

Postepay

 

: n° 4023600646839045

intestato a IURI LOMBARDI – causale III Premio di Poesia "L’arte in versi"

2

La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata insieme alle poesie e al modulo di partecipazione.

9. Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

10. La Commissione di giuria è composta da poeti, scrittori, critici ed esponenti del panorama culturale e letterario:

Annamaria Pecoraro

 

, poetessa, scrittrice, Direttrice di Deliri Progressivi

Emanuele Marcuccio

 

, poeta, aforista, curatore editoriale

Giorgia Catalano

 

, poetessa, scrittrice e speaker Radio

Ilaria Celestini,

 

poetessa e scrittrice

Iuri Lombardi

 

, poeta e scrittore, presidente dell’Ass. Poetikanten Onlus

Lorenzo Spurio

 

, scrittore, critico letterario, Direttore Rivista di letteratura

Euterpe

 

Luciano Somma

 

, poeta, autore di canzoni e critico d’arte

Martino Ciano

 

, scrittore e giornalista-pubblicista

Marzia Carocci

 

, poetessa, critico-recensionista ed editor

Michela Zanarella

 

, poetessa, scrittrice e giornalista

Monica Pasero

 

, poetessa, scrittrice e recensionista

Salvuccio Barravecchia

 

, poeta e scrittore

11. Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà a nominare dei selezionati e dei menzionati speciali per la buona qualità delle loro opere ed ulteriori premi potranno essere attribuiti a discrezione del giudizio della Giuria.

12. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

13. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

14. La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze in un fine settimana di Novembre 2014. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

15. Il Premio di Poesia "L’arte in versi" da sempre sensibile alle tematiche sociali devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie all’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM). A tutti i partecipanti che avranno acquistato l’opera antologica sarà data testimonianza sulla donazione effettuata.

16. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

L

ORENZO SPURIO MARZIA C

AROCCI

Presidente del Premio Presidente di Giuria

Segreteria del III Premio "L’arte in versi" -

 

arteinversi@live.com - www.blogletteratura.com

Pagina FB del Premio:

 

https://www.facebook.com/arteinversi

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III PREMIO DI POESIA "L’ARTE IN VERSI" Ediz. 2014

 

Scheda di Partecipazione al Concorso

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 15-05-2014.

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15 gennaio 2014 3 15 /01 /gennaio /2014 14:31

La Traiettoria del vento, Ninnj Di Stefano Busà, Ed Kairos, 2013

 

                                di Arnoldo Foà

 

La Poesia di oggi pare una congrega di cattivi pensieri, di rose in ombra, di mummificate azioni che hanno la retorica dei fumismi ad ogni costo.

Questo volumetto è tutt’altro che fumismo, se non credessi di udire dietro di me un coro di polemiche, direi che da esso ci sarebbe modo e, abbastanza materiale, per “imparare” a scrivere versi.

Dico spesso di "non" essere un poeta, sono uno a cui piace la poesia. Siccome fin dai banchi di scuola ci hanno nutriti di retorica e culti di vuote parole inneggianti alla più completa nullità, mi sento di dire che la trionfalistica e spettacolare cultura del poetichese di fronte alla Poesia non vale.

La gestione della routine letteraria non dovrebbe avallare certe facezie. Ma la responsabiltà resta sempre individuale in quanto la disponibilità alla esegesi deve agire solo in conseguenza al valore dell’oggetto poetico, da cui è legittimata la sua assunzione di critica.

Ho letto con molto piacere e ammirativa soddisfazione questa raccolta e, confesso di averla trovata tra le più intense opere che mi siano capitate tra le mani negli ultimi tempi (e sono tante, me ne giungono ogni giorno a valanghe).

All'inizio è stata solo curiosità, questo nome circola tanto tra i poeti e "non poeti", ovviamente ha come tutti anche i suoi detrattori, ma neppure tanti a ben guardare...L'ho estratto dal mucchio e l'ho letto...

A mio parere, questo smilzo libretto, ci fa comprendere le direzioni utili alla poesia, l’orientamento e le finalità dell’atto poetico. Fa bene Davide Rondoni a definire Ninnj Di Stefano Busà in prefazione, come una presenza forte, aggiungendo che “la sua poesia avviene nel momento stesso della nostra lettura”. Credo basterebbe solo quello per mostrare la validità dell’autrice in esame.

I versi sono percorsi da uno stupore che è autentica bellezza, puro conforto tra le plurime esperienze di un poetichese insulso, non vivo e non vero della poesia di oggi.

S’individua subito una perdita che promana dalle sottili e impalpabili sofferenze, dalle sommesse innovazioni semantiche.

Tutto lo stile ha una bellezza carismatica, una grazia e una impronta tutte sue; quasi visionario il trasfondersi dal sogno alla realtà, che sa trascrivere e descrivere in modo creativo, direi quasi trasfigurativo, - il sublime dal banale -  o in ogni caso, lo stupore e la meraviglia dinanzi ad un mondo che non riconosce il linguaggio poetico.

Ogni segno in questa poesia si fa parola, ben congegnata, accuratamente illuminata da una forza che origina dal di dentro. Direi che non si può essere poeti se non si possiedono tali virtù. La Di Stefano Busà, a parer mio li ha in abbondanza. Ve lo dice un “non poeta” che ama i veri poeti...

                                                               Arnoldo Foà

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15 gennaio 2014 3 15 /01 /gennaio /2014 13:13

Anteprime in ombra, di Franco Santamaria, Kairos Ed. 2013

 

                            a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

È una poetica di grande effetto e di buona compattezza quella di Franco Santamaria. Il quale in questa raccolta dal titolo emblematico: Anteprime in ombra, espone versi ricchi di pathos e articolati con un linguaggio maturo e in progress.

Avevo letto altri testi dell’autore, traendone la convinzione che la sua poesia fosse valida, ampia e sperimentale, non artificiosa, mai, ma sperimentale, sì, ha molte linee di contatto con quella poetica rappresentativa di un paesaggio, quello matese, dove l’autore è nato, che lo riporta di frequente a quel panorama della reperibilità terragna in cui il suo istinto alla conservazione dell’oggetto poetico è nato e, che rappresenta per ciascun poeta del luogo, l’intelligente memoria del ricordo, insito nella mediterraneità di tanti altri autori conterranei.

Il pensiero che la manifesta e la scrive è sempre molto vasto.

Si compiace di una dottrina che precede un progetto letterario tra i più ampi.

Infatti, Santamaria affonda nell’onirico di una vocazione a rembours, dove le semplici e chiare verità aprono a figurazioni immaginifiche,e suggeriscono stupori, meraviglie, atteggiamenti in cui il mondo appare denudato dai suoi valori e concetti essenziali:

                                   E nella valle non venne la neve

                                   qui nebbia remota divora

                                   dura in fumo lungo

                                   d’incendio

                                   e la pioggia infierisce

                                   ad annegarci per sempre.

 

Si tratta spesso di una poetica naturalistica e materica, quella dell’autore, che egli sa plasmare bene e della quale sa tessere fili impensabili d memoria e di radici, versi che tuonano con rombi improvvisi, quando il poeta lascia il segno distintivo della sua scrittura, tesa a sintetizzare l’autentico simbolo della materia umana, immagazzinando nella rivelazione che sempre scava fino in fondo, nella storia e negli antefatti dell’esistente, la verità conclamata.

Franco Santamaria si collega al lettore di poesia con la sua immagine di primitiva bellezza, alla quale aggancia la sofferenza dell’uomo, la propria materia vivente e il tormento, la sofferenza della sua avventura sulla terra:

 

                           Come i fiori

 

                        Vagano nel buio

                        gli occhi, nulla

                        vedono

                        se non il volto in addio di un fiore spinoso.

 

                        Precipita inesorabilmente

                        il cuore

                        alle secche labbra

                        è impresso un nome

                        finito da poco.

 

E’ finito l’amore?

Rifiorirà domani,

se non morrai, come i fiori

nelle stagioni del mondo.

 

Ardimentoso diviene il percorso amoroso nella dialettica dell’autore, quando le testimonianze di vita gli fanno osservare vaghezze e progetti evocativi, scavi individuale di un percorso in cui è bello azzardare in una liricizzazione del messaggio, che si fa caratteristico del suo modello individuale, in situazioni che potrebbero essere indicativi di una mancanza di sublimazione lirica. Invece, il poeta registra ogni indugio con una cadenza polimorfica del discorso, in cui fa apparire tutti gli elementi in esso raccolti. È uno scavo profondo quello di Santamaria, che non si chiude e non si conclude con la morte dell’individuo, ma si riflette nella storia di ognuno e s’identifica nella versione rigenerante del pensiero. Vi è in atto una rarefazione metafisica: il sogno quasi si liquefà, la vita si assottiglia, perde colore, sapore, ma il poeta consuma le ultime gocce dell’olio che gli restano, come un cercatore d’oro, bulina le variazioni e ristruttura volta per volta le sue memorie, le sue metafore, i suoi stupori, come fosse la prima alba del mondo:

 

Alba

 

Alba umida di buio e di sogni

annegati.

 

Solitudine.

 

Poi a danza violenta s’apre la terra.

 

                                                         Ninnj Di Stefano Busà

 

 

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12 gennaio 2014 7 12 /01 /gennaio /2014 09:51
Eros e la nudità di Ninnj Di Stefano Busà, Ed Tracce-Pescara, 2013
 
(a cura di Floriano Romboli)
 
L'opera in oggetto mi ha confermato nell’idea della continuità e dell’alto grado di coerenza che caratterizzano la tua ricerca poetica.
Ho pensato all’incipit di una lirica compresa nella raccolta pressoché coeva La distanza è sempre la stessa (Catanzaro, Ursini, maggio 2013), ove si legge: “Entriamo,/nel solo ineludibile linguaggio:/ quello del corpo, quando l’anima è affranta…”(vv. 1-3); è qui la radice – le due sillogi accolgono d’altronde due medesime poesie, di cui solo una lievemente modificata – dell’attenzione appassionata e approfondita alla dimensione corporea, carnale (“Col sudore e le carezze del corpo/contenderemo alla vita la sua mortale vanità”, Inganneremo la dolcezza del canto,vv.3-4) della tensione erotica, la quale a partire dalla fisicità sensualistico-naturale, da una nudità che è innanzitutto libertà e schiettezza afferma la propria rilevanza assoluta di fondamentale energia vitale.
L’autrice coglie con perspicacia ed esprime felicemente il duplice “movimento” insito nell’esperienza di Eros, che è inizialmente auto-espansione, sollecitazione a uscire da sé, condizione di smarrimento (“Magico ciò che osammo:/ dentro la vertigine accecante/ di azzurre armonie, estranei al mondo…”,L’allerta è per quel viluppo d’ali, vv.7-8), e in seguito ritorno consapevole, accrescimento interiore che può rimotivare l’ordine delle cose e assicurare un vero significato all’esistenza:
 
Solo un guizzo di luce nel tuo sguardo
un lampo in cui vi ammutolisci
il vento di soavi piaceri, di stordimenti.
Qui è la spola, qui l’arcolaio per tessere la tela,
dalla nostra carne sboccerà l’aurora.
 
Mi pare che tutto il libro risulti percorso da un moto diadico, da un desiderio di sostare sull’ “orlo dell’abisso/ in cui morire e poi risuscitare”( Mentono ora le tue notti, vv.8-9, corsivi miei), giacché il valore si precisa contrastivamente nell’opposizione al suo contrario: l’unione amorosa alla solitudine, la luce al buio, il calore al freddo, la primavera all’inverno, la gioia al dolore; mi limito in proposito a una sola citazione:
 
Se scrivo è per amore, per comporre
le minime radici (…)
E’ questa fedeltà ai luoghi, ai margini sottili
delle cose che ci affina il fiuto alla magìa,
e poi lo strappo dalle tue braccia,
migrare altrove, nel germinare mesto
del dolore o della perdita ( Assente è la parola che sorregge il mondo, vv.3 e 7-11, corsivo nel testo)
 
In altra occasione mi è capitato di sottolineare la centralità della figura dell’antitesi nella strategia formale-compositiva della Di Stefano Busà, e anche in questi testi le antitesi sono molto frequenti, indizio di un’elaborazione problematica che non conosce soluzioni definitive, sintesi pacificanti.
Nei versi emerge talvolta l’aspirazione a una condizione più alta, a un altrove, a un oltre ( “Una canzone senza tempo, il punto esatto/ del nostro tracimare oltre il guado,/esser(ci) dono, riparo dal naufragio,/oltre noi stessi ”, Vorrei tra il divenire e il sonno, vv.12-15, corsivo nel testo), che però rimane indeterminato oppure si risolve nell’idea-valore dell’ “istante perfetto”, nella situazione manifestamente ossimorica della “breve eternità”, dell’esperienza momentanea e nondimeno indefettibile:
 
Siamo fragili ed eterni
nell’amplesso impudico della passione,
nell’eresia ardente dell’oblìo
che scioglie i silenzi, come fragranza di rosa ( Strazia l’anima questa malinconia, vv.9-12)
 
Attraversare il tempo ordinario forti di una grande carica intellettuale-morale, fecondandone l’impersonale opacità con intensi, creativi apporti soggettivi, significa assicurare ad esso tratti incomparabili, realizzare quella plenitudo vitae che un pensatore del primo Medioevo cristiano come Severino Boezio ne La consolazione della filosofia riteneva impossibile stabilmente nel tempo storico e tuttavia in certi momenti avvertibile pure in questo per emulazione dell’ideale della vita superiore. Più laicamente e modernamente per Ninnj Di Stefano Busà l’amore e la poesia possono conferire all’esistenza qualità e valore indimenticabili, prolungandone la durata oltre i limiti temporali.
 
Floriano Romboli
 
. . . . . . . . .

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1 gennaio 2014 3 01 /01 /gennaio /2014 17:12

 

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

 

Proust

 

e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

 

 

                                        

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell'aristocrazia e l'ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un'approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L'importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa - , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo es: ...le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell'umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell'immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All'ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

 

Milano, giugno 2013                                   Ninnj Di Stefano Busà

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22 dicembre 2013 7 22 /12 /dicembre /2013 15:14

di Annalisa Macchia

 

 

 

 

 

Antologia, L’evoluzione delle forme poetiche - La migliore produzione dell’ultimo ventennio (1990-2012), a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, 2013, Kairòs Edizioni, pp.779, Euro 20.00

 

L’evidente crisi della poesia di oggi, sofferente, spesso imbarbarita, continuamente attaccata da invasioni sia nella stampa sia in rete, proliferate a dismisura negli ultimi anni senza alcun serio controllo di critica, produce un effetto di spaesamento o di rassegnata accettazione da parte di un pubblico non sufficientemente preparato.

Siano dunque benvenuti strumenti preziosi come questa ponderosa Antologia, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e di Antonio Spagnuolo, che, raccogliendo un’ampia scelta di autori contemporanei le cui energie creative si sono concretizzate in linguaggi poetici, si pone davanti al lettore come “consuntivo”, “archivio storico” realizzato soprattutto per le scuole, testo di riferimento e di consultazione intorno a quanto si produce oggi in Italia.

Un progetto indubbiamente ambizioso, teso a verificare stili ed evoluzioni delle forme poetiche dell’ultimo ventennio, un coraggioso tentativo di offrire a chi legge l’onesta, policroma visione dell’ultimo tratto di percorso della nostra tradizione poetica. Operazione, tuttavia, consapevole dei rischi inerenti ogni tentativo di storicizzare l’odierna produzione e, per questo motivo, condotta principalmente come indicazione, invito a riflettere.

Attraverso l’estrema varietà di linguaggio e di ricerca dei 287 autori presenti, tra i più rappresentativi del nostro attuale panorama poetico e dove spiccano voci particolarmente alte, nella totale libertà delle scelte culturali e linguistiche qui messe a confronto, è impossibile non rendersi conto come la Poesia finisca per imporsi col suo universale linguaggio carico di ogni vibrazione.

Ci auguriamo, insieme ai curatori, che tale opera possa davvero avere la funzione, in un prossimo futuro, di anello di ricongiungimento tra Poesia e Scuola, tanto scarsamente e, non di rado, falsamente in contatto in questi ultimi anni. In un mondo dove tutto sembra tramare per distogliere l’attenzione dalla Poesia, riuscire a portarla tra i giovani, far loro capire che essa può appartenere a chiunque la ami, sarebbe un incomparabile dono per tutta quanta la società.

 Conclude, in quarta di copertina, Ninnj Di Stefano Busà: “[…] Scopo di quest’opera è di affiancare e stimolare ai vari livelli una più ampia conoscenza dei fenomeni linguistici sollecitando la voglia di aprirsi al ‘sogno’ che, sempre, da un’epoca all’altra, rimane immutato e risulta vincolato solo al  desiderio di proporsi alla Poesia, come alla palingenesi di nuove e sempre immortali forme d’arte e di scrittura”. (Annalisa Macchia)

 

 

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