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10 dicembre 2013 2 10 /12 /dicembre /2013 19:27

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

PER AVERE UNA PELLE LEVIGATA E BEN DETERSA, TRATTATELA CON QUESTA MASCHERA TONIFICANTE:

SCIOGLIETE UN CUBETTO DI LIEVITO DI BIRRA FRESCO IN POCA ACQUA (massimo 1 o 2 cucchiai), UNITEVI UNA PUNTINA DI MIELE E SPALMATELO SUL VISO ESCLUDENDO IL CONTORNO OCCHI. LACIATELO AGIRE PER 10 MINUTI. QUINDI SCIACQUATE CON ACQUA TIEPIDA ABBONDANTEMENTE.

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3 dicembre 2013 2 03 /12 /dicembre /2013 07:57

N. D. S. BUSA': INEDITA

 
 
Forse fu solo un tremore d’erba,
o appena un respiro di biada
a soffiare un nuovo dolore.
Il giorno distillò ninfee d’acqua
sul bianco sigillo del mondo
e tenero annotò d’albe ogni ferita.
Non fu che l’abbaglio di un giorno
a fiorire d’assenze..
o un germoglio di luce a sbalzare
le pietre, a placare il grido, la fiamma
degli ultimi fuochi.
Ora si è persa la meraviglia,
le ultime ortiche pulsano nel sangue.
Il bianco sigillo

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29 novembre 2013 5 29 /11 /novembre /2013 14:06

 

 

Tre le sezioni previste: “A” Poesia, “B” Racconto, “C” Fotografia. Tre anche le giurie, composte da nomi illustri della cultura italiana e internazionale.


Poesia
: Gianni Turchetta (Presidente), Vivian Lamarque, Ninnj Di Stefano Busà, Maurizio Cucchi, Franco Loi, Davide Rondoni, Roberto Malini, Corrado Calabrò, Alessandro Quasimodo.

Racconto: Emilia Perassi (Presidente), Sveva Casati Modignani, Nicoletta Vallorani, Maria Vittoria Calvi, Gianni Vattimo, Haidar Hafez, Don Alessandro Vavassori, Adrián Bravi.

Fotografia: Maria Jijón (Presidente), Lorry Salcedo Mitrani, Marco Carraro, Giampiero Piretto, Enrique Sepúlveda, Andrea Dynners.

 

Sez. Poesia Vincitore Vicaretti

Premio della critica Franco Campegiani

Premio della Giuria Maurizio Paganelli

 

 

Sez. Narrativa Vincitore Bruno Bianco

Premio della Critica Oscar Jara Albàn

Premio della Giuria Ivano Mugnaini

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25 novembre 2013 1 25 /11 /novembre /2013 11:32

                                   

                       di Ninnj Di Stefano Busà

 

L’ultimo romanzo di Sandro Gros-Pietro è di quelli che si lasciano leggere tutto d’un fiato, tali e tante sono le scene, le trame, le interlocuzioni, i fili che si riallacciano ai personaggi: ognuno compreso nel ruolo che gli spetta lascia trapelare la sua storia privata e personale, i difetti e le rovine morali di una società come la nostra che da tempo, ormai, ha abbandonato valori e significati, per correre dietro a chimere lucrose, a ruoli di ordine speculativo-finanziari assai più allettanti.

È il caso del protagonista, certo Gualtiero Menotti, faccendiere intrigato in loschi affari, irriguardoso della morale e delle regole, che gravita attorno ad una Italia trasformata in un crogiolo di maneggiatori e di trafficanti di denaro sporco, speculando in affari economici assai loschi che si stringono attorno ad una condizione esistenziale precaria e corrotta da forme sempre più facili di indecenza e disonore.

La scena si svolge nell’Italia degli anni ottanta.

La trama del racconto ruota attorno al protagonista principale che si rende responsabile di fiancheggiare il fenomeno clandestino del terrorismo, che si trasforma dopo la parentesi del ’68 divenendo un coacervo di attivisti rivoluzionari e terroristi.

Il personaggio è un doppiogiochista, un camaleonte della scena che, nel diversificato ruolo di fiancheggiatore e collaborazionista, consuma la sua esistenza nella veste immorale, quanto fantomatica e menzognera di dirigente commerciale di un Grande impianto di Raffineria alla periferia di Torino.

Il registro non è nuovo alla cronaca giudiziaria e alla società di oggi.

Se ne incontrano assai spesso personaggi squallidi con poteri enormi, tra le fila di un ecumene politico ed economico irriguardoso dell’etica e delle regole della giustizia. Gualtiero Menotti viene scoperto come fiancheggiatore e collaboratore di fondi neri a favore di un candidato corrotto in corsa per l’elezione a Capo dello Stato.

In uno scontro a fuoco rimane ucciso e paga le sue nefandezze.

Romanzo tra i più appassionanti, di grande attualità.

Si nota subito la penna addestrata del romanziere Gros-Pietro.

È una di quelle letture molto stimolanti ad effetto.

Il rapporto dell’autore con la scrittura è di quelli emergenti, per disposizione di argomenti trattati, particolarmente curati nei dettagli e nelle trame.

La sua vicenda letteraria non è più da esordiente, e per quanto possa valere il mio giudizio, consiglierei di seguirla attentamente.

Da parte dei critici militanti potrebbe essere una sorpresa scoprire un vero talento tra le fila di autori nostrani, senza dover attingere sempre al contingente straniero che ci indichi le coordinate nella narrativa moderna.

Soffermiamoci per qualche momento a pensare che anche la narrativa italiana può essere degna di figurare tra quelle meritevoli.

Non leghiamoci sempre all’elenco preconfezionato dall’Editoria marchiata di “esterofilia”che c’impone nomi e gusti.  

 

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15 novembre 2013 5 15 /11 /novembre /2013 10:03

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Viviamo in un mondo di relativismo-nichilismo senza sorgenti di luce, in un’impasse senza presenza divina, proiettati all’interno di una terra brulla e arida che scaraventa ogni giorno di più l’anima in un pozzo nero, senza probabilità di uscita.

Il tempo messianico non ha valore, perché proiettato nel tragico momento della desertificazione spirituale.

La nostra società è in preda al delirio, vince il trionfo planetario dell’assurdo,avendo toccato questa civiltà il minimo consentito dal buon gusto, dalla logica e dagli ideali di vita ispirati dai nostri predecessori.

La matrice cristiana si è allentata fino a divenire un tenue barlume. Vi sono scetticismo e agnosticismo a forgiare anime in pena, perché non trovando gli individui gioia e serenità si piegano ad esperienze e azioni che istericamente consumano incuranti della coscienza e del bene, che sono diventati degli “optional”. Assistiamo ad una crisi dei diritti, prima ancora che ad una crisi d’identità: chi si maschera infatti perde il bene più prezioso, l’ispirazione ad essere se stesso in un contesto naturale di giustizia, di verità, di buono.

Il bene esiste ancora, ma è calato di tono, non rinnova il carattere divino, il senso liberatorio di una condotta esemplare, si perde nei meandri dell’afflizione direttamente provocata da atteggiamenti falsi esperiti sulla base dell’inganno, della speculazione, dell’atteggiamento criminogeno e spavaldo che porta a determinare crimini, malaffare, in una estenuante perdita di valori umani che deteriorano ogni giorno di più il prodotto umano.

Il vero nodo epocale è una sorta d’involuzione socio/culturale che porta ad uno sconvolgimento spirituale e al declino di forme di pensiero che intercettino la bellezza, perseguendo invece un sistema di crisi dolorosa e senza vie d’uscita, materialistica e miope, egocentrica e inumana.

 

 

 

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14 novembre 2013 4 14 /11 /novembre /2013 20:01

 di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Anche le cose piccole hanno una loro condizione primaria di grandezza, che sia affettiva, congiunturale, individuale, che dipenda dai sentimenti o dalle emozioni, non sappiamo...così come le cose grandi hanno la loro fragilità, il loro pudore, la loro profonda ragion d’essere.

      A questo grande criterio di vulnerabiltà e di meccanismi difensivi si orientano spesso i sentimenti e, quando si librano con ali straordinarie sul grigio quotidiano e, quando ridisegnano il lato oscuro delle cose, la profondità degli abissi interiori, che, ne determinano, l’altra faccia della luna a mezzo di folgorazioni  o vibrazioni, emozioni o suggestioni.

      Sigmund Freud esplorò molti tratti della psiche umana, descrivendo in molti modi quel senso d’indeterminatezza, di densità, di sazietà di taluni atteggiamenti umani a confronto di altri di nessun valore.

        Vi sono pulsioni che non possono essere rimosse, così come nell’Interpretazione dei sogni (1899) tracciò il modello dell’inconscio freudiano.

 

        La liquidità dell’inconscio descritto da Freud, suggerisce che nel mistero inespresso dell’essere persiste un sentimento opacizzato, fortemente impregnato di simboli, quasi incompiuto, una sorta di non ben definito, che è la nostra realtà psichica, il nostro laboratorio di segni.

     Il pensiero creativo emette segnali che non vanno sottovalutati, perché ravvisano forme arcaiche, fantasie inconsce che fanno parte del patrimonio genetico di ognuno.

 

     Cosa spinge ad esempio all’innamoramento? Cos’è un amore, Quale può essere l’illimite di una ragione umorale che stringe due corpi in uno solo,

li fonde, li accomuna, li ingabbia oltre la soglia dell’umano sentire?

 

      L’amore è la poesia dell’anima, il trasalimento più commovente di una ricerca incessante dell’altro da sé.

      Tutti abbiamo dentro un interruttore che si accende e si spegne, a seconda delle emozioni emesse in tale circostanza.

       Difficile è convogliare tali emozioni, farle scattare nel momento più opportuno e propizio, perché esse diventino storia, vicenda personale che si schiude in diverse combinazioni, effetti o circuiti.

       L’amore grande ci rivela a noi stessi, dà segnali di compenetrazione fortissimi con l’altro di sé, rivela il bisogno di completezza, d’integrazione e correlazione con l’altra metà della mela.

        Freud osserva che: “al culmine dell’innamoramento la distanza tra l’io e l’oggetto del desiderio rischia di non coesistere”, perché da duali si diventa uno solo, il tu e l’io si (s)compongono in tutt’uno  addivenendo ad  - una sola cosa” -.

       Si destituisce il noi, si accorda e armonizza  per fondersi in un solo grande soggetto che resta inesplicabile.

       Le due anime in quell’occasione tendono ad unirsi, ad essere l’atto stesso della comunione d’intenti: una forma sublimata dell’amore che non ha eguali.

 

       Vi è nella perfezione di un amore con l’A

maiuscola, una sua già insita perdenza, uno sfondo inquietante di “assenza” che trascorre come un’ala il suo cielo: lo incontri e già sembra sparire foriero di confuse inquietudini, di pena.

         L’amore è il sentimento più complesso del genere umano, il più sconosciuto atto che t’illude e ti schianta.

         È una pretesa d’immortalità, un’aspettazione che origina da lontano e ti confonde, ti smarrisce.

Ti conduce in territori sconosciuti, ti attrae nel suo intricato moto e ti ingoia, in uno stemperato tempo nel quale non hai autodifese .

         Non ti consente incertezze, perché la realizzazione del progetto amoroso ti sottrae all’indeterminatezza, al dubbio.

 

 

 

 

 

 

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1 novembre 2013 5 01 /11 /novembre /2013 12:46

  

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Posta in essere la teoria di Darwin, secondo la quale la nascita e la creazione della materia molecolare, avvenuta miliardi di milioni di anni fa, sia determinata dal caso, senza alcuna volontà o preordinamento preciso, giuridico, sperimentale di chicchessia, senza finalità, né ordine: questa tesi mi può trovare orientativamente d'accordo, pure se discutibile dal lato umano e nella fattispecie, all'interno di uno sviluppo di cellule, che sono giunte a dare il frutto evoluto chiamato uomo. La progressiva evoluzione, dicevo, che ha visto espandersi in maniera esponenziale la moltiplicazione delle cellule da quel primo "bang" che ha originato la vita, dando il via a fenomeni di pura crescita della materia può essere un fenomeno acclarato da studi scientifici, teorie e sperimentazioni biologiche della specie. Meno mi convince che la nostra vita sia il classico "bingo", ovvero, un fattore di fortuiti numeri vincenti.
Desidero allora, supportare qui la mia modestissima opinione personale che non voglio sopravvalutare, nè proporre come tesi, ma solo come occhiuta e personale formulazione di dati logici, che quanto meno possono apparire impropri alle menti nitide e chiare degli scienziati.
Se, l'uomo miliardi di milioni di anni fa, generato dal caso, dalla simbiosi della materia primordiale che si scompose in miliardi di cellule, ha dovuto essere un caso davvero unico e irripetibile...Le stesse cellule si moltiplicarono sulla crosta terrestre con una concatenazione molecolare prodigiosa.
MA COME LA METTIAMO CON L'ANIMA? che pure possediamo e che ci appare palpabile, vivibile, intrinseca alla nostra natura di umani, quasi come la stessa materia, insieme al corpo che la contiene? E ancora, dal momento che noi siamo fatti di materia e di spirito, di anima e corpo, come si pone la questione di quest'anima solitaria, che abita dentro di noi senza essere vista, o vagola nel limbo senza abbinarsi completamente a noi, senza completarci, né integrarsi con la massa corporea del nostro organismo biologico? L'abbiamo ricevuta per infusione? È nata insieme alla cellula prima? o è sopravvenuta negli stadi superiori dello sviluppo e della emancipazione dell'uomo dagli stati bassi della creazione?
Se tutto molecolarmente è derivato dal Caos, nello stesso momento è stata creata anche l'anima? in poche parole l'anima è nata con la materia e ne ha ereditato essa stessa le sue condizioni primordiali?
L'anima è la parte che riteniamo inscindibile dal nostro essere, quindi come si pone la sua presenza entro l'ambito della materia? e rispetto a chi? come e perché noi ci sentiamo possessori di molecole spirituali?
Essendo poi quest'anima insufflata nel corpo, poiché si ritiene essa sia la perfezione subliminale dell'individuo in quanto tale, è credibile un tale binomio?
La domanda che nasce spontanea è: se è stata generata dentro la materia, anch'essa per uno status fortuito molecolare o vi fosse stata inclusa dopo per Autorità, per volontà e decisione di un Ente Metafisico che l'ha posta in essere. E ancora, ammesso che la materia primordiale, il nucleo-primo essenziale da cui è sorto per pura combinazione l'atomo e dunque la vita, non avesse in sé già il frutto di una mente che guida ogni cosa, sia essa fortuita, voluta o combinata, selezionata a finalità sue proprie. L'alternativa che si pone è credere fatalmente ad un unico episodio di combinazioni vincenti? o derimere l'anima, lo spirito dal caso in questione.
Ma pur riducendo la "vita" ad un fattore di laica e scettica elaborazione di dati, c'è da tener presente che la stessa energia ha lavorato nei secoli bulinando alla perfezione tutti quei congegni atti a far crescere, sviluppare il prodotto della casualità.
Ha continuato il suo ciclo vitale con la più avveduta strategia di crescita della specie umana, dando il via ad un perfezionamento sempre più perfettibile, (scusatemi il bisticcio) della specie, assumendo le peculiarità precise, dettagliate e programmatiche di un vero
 , quasi un progetto, la cui portata è strabiliante.
Pur negando il contributo metafisico alla sortita del genere umano, resta da stabilire perché la materia così primordiale, rozza, enucleata nell'ordine dell'imperfetto futuribile della materia monocellulare, diventa, in crescendo, incredibilmente vasto come progetto e così ben congegnato da dover somigliare a qualche Divinità, tale da essere posta sugli altari e osannata per il dono così fallibile, quanto strabiliante, pur senza finalità né credito di perfezionismo.
L'ANIMA come fonte di energia è anche la migliore, rispetto alla materia, perché risulta la più grande risorsa e il superamento del materialismo infimo dell'atomo (il corpo) che la detiene, ne irrora i vestiboli polmonari, illumina quello che ci è dato dalle cellule germinali.
Del corpo abbiamo percezioni precise: nervi, tessuti, tendini, sistema ghiandolare, linfatico, ormonale, riproduttivo; abbiamo ereditato carne e sangue dal groviglio di atomi, ci siamo evoluti. Ma perché non riusciamo ad afferrare l'anima, perché sentiamo che essa ci sfugge? Eppure ce ne dà segnali in infiniti modi. L'origine dell'essere s'impone al nostro microcosmo estremamente fragile, ma viva, palpitante, abbiamo la percezione di esser(ci) anche con l'anima, ma contrariamente alla materia (corpo) non riusciamo a raggiungerla, a consolidarla, a spiegarla, né a superare le barriere che ci angustiano e ci legano alla materia. Se è vero che l'origine dell'essere viene dal basso, ovvero dai bassifondi di un'accoppiata vincente di atomi, come fa la spiritualità ad appartenerci senza essere stata sfiorata dal Caos della prima ora? Se è spirito e tende verticalmente all'alto, come fa a convivere con il nucleo materico piuttosto evoluto della specie? E se anche fosse stata anch'essa abbinata nell'atto stesso del primordiale "bang" cosmico, come ha fatto a seguire uno sviluppo sempre in crescendo, se le due cose (anima e corpo) sono nettamente in contrapposizione?
Qui potrebbe entrare timidamente la mia piccola ipotesi: l'inconciliabilità dei due poli opposti rappresenterebbero in pieno la irriducibile, incontenibile, irrevocabile controversione, la temibile scontentezza dell'uomo, la sua disarmonica natura, non dovuta al fato, ma al Trascendente, in funzione e per colpa della sua irrisolvibile difficoltà delle due nature categoriali a convivere. Da qui l'eterna diatriba degli scettici che non credono e dei credenti che ne danno giustificazione in una Categoria Superiore che tutto trascende.
 

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29 ottobre 2013 2 29 /10 /ottobre /2013 05:21

Sta per andare in stampa, il primo romanzo della scrittrice Ninnj Di Stefano Busà:

 

L’autrice già assai nota come poetessa, si cimenta per la prima volta nel genere del “romanzo” con una storia d’amore.

Toh! direte...che novità!... Invece, il lettore resterà stordito, ammaliato da questa storia d’amore: un tempio, un soffio di eternità avvincente e puro, di una purezza adamantina, quasi imperturbabile, evanescente, che vi farà sentire nudi nell’immenso universo della vita. Attraverso un descrittivismo naturalistico di rara perizia, che è anch’esso poesia, si snoda la storia dei protagonisti, la sagra dei sentimenti senza tempo, descritta con dovizia certosina che vi catapulta in suggestioni, in emozioni intense. Un vero bagno purificatore nell’universo delle false conquiste, delle ipocrisie fantomatiche dell’esistente. Questa storia vi farà sentire fortificati, dentro una purezza eternante, una catarsi e un turbamento nel soffio della vita insensibile, quasi sacrilega di oggi.

 

 

 

 

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26 ottobre 2013 6 26 /10 /ottobre /2013 11:01

a cura di Franco Campegiani

 Sono le orbite che ci ruotano intorno o siamo noi che giriamo intorno a noi stessi?”. Così scrive Sandro Angelucci in questa superba recensione a “Ellittiche stelle” di Ninnj Di Stefano Busà. E risponde: “A me piace optare per la seconda ipotesi”. Ebbene, io condivido questa preferenza, in quanto l’orbita dell’angoscia e della pace, di cui in fondo parla la poetessa, non è altro che il percorso metafisico-esistenziale dell’uomo stesso, il viaggio compiuto dalle proprie sorgenti universali al golfo che lo ospita temporaneamente. Un viaggio di andata e ritorno, dove la gioia e il dolore, il bene ed il male, non si separano tra di loro, ma sono facce della stessa medaglia, tappe obbligate della medesima orbita, dello stesso percorso. E’ morendo sulla Croce che si aprono le porte del Paradiso. Una visione, questa, non certamente nirvanica (schopenhaueriana) della vita, come forse potrebbe sembrare, in quanto il dolore, qui, si supera attraversandolo, vivendolo, e non con pratiche più o meno artificiali che tendono ad estirparlo, allontanandolo da noi. Ho letto anch’io “Ellittiche stelle” e sono rimasto colpito dall’andamento musicale del verso, dolcissimo e amaro nello stesso tempo. È l’onda ventosa dell’incalzante andare della vita, che procede dall’alba al tramonto, per tornare perennemente all’alba e al tramonto, giacché non c’è affermazione senza negazione, e viceversa. E se è vero che “il sogno delle favole-bambine / più non cresce tra le nostre braccia, / … / Non è tempo di prodigi / che inondano di luce la città dei vinti”, è altresì certo che noi “inventeremo un nuovo giorno, / un’alba di rinnovato stupore / al sole d’innocenza. / La luce è incorruttibile stasera, / inventa nuove favole, / sgrana rosari / e fiori abbandonati”.

Franco Campegiani 

 

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23 ottobre 2013 3 23 /10 /ottobre /2013 10:26

   LA FORZA GRAVITAZIONALE DELLE ELLITTICHE STELLE di Ninnj Di Stefano Busà 

(a cura di Sandro Angelucci)

 

      “. . . A frenarci c’è solo il mistero, / una pelle che invecchia. / Ancora un altro giorno cede, / se ne va, e il nostro viaggio / si fa breve, se un’altra estate chiama, / è tempo di ricordi, di ellittiche stelle. . .”.

      Sono versi tratti dalla poesia che apre la raccolta con la quale Ninnj Di Stefano Busà ha vinto - per la silloge inedita - la XXXIV edizione del Premio letterario “Il Portone” di Pisa.

      Li ho scelti perché sono stato irresistibilmente attratto dall’energia (mi piace definirla “gravitazionale”) che dagli stessi si genera dando vita ad un immaginario inconsueto; vorrei dire, capovolto, per la grande capacità - al medesimo inculcata - di andare oltre le apparenze, di ribaltare, appunto, anche sul piano semantico, l’ordine più o meno prestabilito delle cose.

      Inviterei, anzitutto, a riflettere su quel freno, rappresentato dal mistero, che tutto è fuorché un trattenere; al contrario, è un lasciare liberi, corrisponde all’unica possibilità che abbiamo di opporre resistenza alla fuga dei giorni ed al ritorno dei ricordi che, insieme, ci portano lontano, ci fanno assumere e percorrere orbite ellittiche.

     Ellittiche stelle dunque. Stelle come sogno, come meditazione, come richiamo di memorie, come azzardo. . . stelle come consuntivo”, si legge nella prefazione di Nazario Pardini, il quale non manca di mettere in evidenza quel “simbolismo geometrico” cui, anch’io, ho fatto riferimento: “una verità - dice - che ci stimola ad una ricerca continua senza offrirci mai una soluzione definitiva.”.

      Ma cos’è questa verità? È la verità di noi stessi; è il mistero che noi stessi siamo. “Un viaggio senza ritorno, / una storia che porta due parentesi / tra un poco e l’altro della vita”: di nuovo, il capovolgimento del precostituito, la revisione dell’univocità del pensare che consente di comprendere entro quelle due parentesi l’infinito.

      “Siamo viandanti sperduti” - ricorda ancora il Prefatore chiamando in causa Cardarelli - ma lo smarrimento dell’uomo è, qui, controbilanciato non da un rinvenirsi (come ci si aspetterebbe) bensì da un altro disorientamento: quello della parola; e tutto avviene in questo mondo, che null’altro può offrirci che “appena un foglio bianco” per prendere appunti.

      Ecco perché ho parlato di sovvertimento semantico: perché sono i significati, le declinazioni del verbo poetico che si addossano l’onere, che - come sempre - tentano di rimettere in piedi ciò che continuamente cade; e lo fanno così, “come se niente fosse”, come se la malinconia non esistesse e il tarlo del rimpianto non si facesse sentire rimbombando nella mente.

      È un verbo, sono Verbi inascoltati, allora, quelli della poesia ma hanno i riflessi ambrati del miele, “quel doloroso miele dell’abbraccio” che, solo, può colmare “la distanza tra il grido e la ferita”.

      Così, Roberto Carifi, vede questa poetica; “una poetica che resta ai bordi della sofferenza, persino del male dettato dal destino” - sostiene - ed ha ragione, ha perfettamente ragione quando accosta la rivelazione della forza contemplativa della Busà “al ringraziamento che fa di ogni lingua poetica una pietà del pensiero”.

      Vigore e compassione, quindi; meglio: vigore della compassione. Da questo speciale connubio nasce la gravità di quei corpi celesti, che si avvicinano fino a lambirci e si allontanano indefinitamente, dei quali percepiamo tutta l’attrazione e tutta la separazione.

      Sono le orbite che ci ruotano intorno o siamo noi che giriamo intorno a noi stessi? A me piace optare per la seconda ipotesi: voglio fornire una siffatta interpretazione di questa scrittura.

      Si - lo ammetto - mi sento una di quelle stelle; in modo non dissimile (sono pronto a scommetterci) da quanto naturalmente accade nel cuore dell’autrice.

      Come si potrebbe scrivere e descrivere altrimenti - diversamente e più incisivamente - “l’umana irrequietezza”: “un riflesso tenue della luce / che irrompe e scompagina / . . . . / il grido che non rinuncia ad aprirsi / come il cielo alle rondini.”.

 

 

 

 

                                                                                     Sandro Angelucci

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ninnj Di Stefano Busà. Ellittiche stelle. Edizioni ETS. Pisa. 2013.  

 

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