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8 settembre 2013 7 08 /09 /settembre /2013 15:01

LA CUCINA ARANCIONE di Lorenzo Spurio, Ed. TraccePerLaMeta, 2013

 

 

                                            di Ninnj Di Stefano Busà

 

Un romanzo fortemente improntato alla psicologia e al malessere di taluni individui dichiaratamente, quanto apparentemente sani, ma nel cui subcoscio si annida il germe dell’anomalia latente o palese. Una frattura, una faglia che niente ha da spartire con le evidenze patologiche di ognuno, che in questo romanzo si fanno carico di porre in evidenza il problema e mostrarlo al grosso pubblico.

Un libro che intriga, una scrittura che a volte rasenta la perdizione e lo smarrimento mentali del personaggio preso in esame, ma che niente fa somigliare all’orco, al mostro, perché la capacità scrittoria dell’autore raffinata e molata da taluni atteggiamenti pregiudiziali sa tenere a freno l’esibizione del malessere, dando in pasto al lettore solo le sue caratteristiche degenerative, paranoiche fuorvianti, o borderline, forse anche un po’ sinistre e morbose che spesso sono la sintomatologie che anticipano e segnalano stati d’animo patologici, ma mai ossessive, o tali da infondere paura.

Certo che muoversi nel panorama della psicanalisi sarebbe stato un fuori programma, che l’autore non percorre, non vi si addentra ben consapevole che la psichiatria è un pozzo senza fondo, una voragine che non dà scampo a volte, altre vi può porre rimedio, ma le cure devono essere programmate in centri d’igiene mentale adeguatamente attrezzati e da personale medico preparatissimo altamente specializzato e all’altezza del difficile compito da individuare. Il sistema della mente è un percorso accidentato, difficile da raggiungere con misure poco adatte, perché la mente spesso si rifiuta di manifestare i suoi lati oscuri, che devono essere individuati e curati con metodo e studio.

Lorenzo Spurio è andato a toccare la punta d’iceberg di un panorama reale che si fa introspettivo per la cura della malattia, ma che non mostra rischi per il lettore, né difficoltà di comprensione per la diversificata categoria dei beneficiari.

Ho letto con attenzione particolare questo romanzo che trovo sorprendentemente attuale, rigoroso e sincero, fatto di particolarismi sorprendenti, di fobie, di insinuanti malesseri sotterranei che minano e spesso limitano i rapporti umani. L’autore ne analizza la solitudine dei personaggi, ne amplifica la tipologia del disagio, senza oltrepassare il limite estremo.

Il tutto è condito con mirabile pacatezza, senza debordare dal binario di un giudizio che si fa carico solo di porre il problema, non di porsi in rapporto con esso o giudicarlo dall’esterno, senza dovuta preparazione psicologica.

Vi sono visioni realisticamente costruite per la trama del romanzo, altre che ridisegnano il profilo del malessere più generalizzato, tentando di memorizzarne il disagio psichico dal lato meno tragico e drammatico.

Vi è stupore per il mistero dell’esistenza di ognuno, vi è a tratti il pudore di non evidenziarlo insieme alle altre brutture del mondo.

Un libro complesso e dinamico che non posso fare a meno di constatare interessante dal punto di vista umano, efficace e tollerante nei confronti dei (cosiddetti anormali): ma poi chi può dirsi normale? chi giudica con la fantasia della presunta perfezione, talvolta è anche più anormale di quanto egli stesso possa supporre.

Ogni individuo ha i suoi lati oscuri, le sue ombre, i suoi impulsi o istinti a volte nascosti, altre palesi. L’evasione o non dalla conformità e dall’omologazione non dipende mai dall’uomo che per suo genere è tormentato e insincero con se stesso. Il percorso letterario di Lorenzo Spurio pone in essere un grottesco desiderio di normalità, ma da cosa si determina la normalità/anomala dei soggetti? Non mancano ironia e satira in questo romanzo, non manca l’illogicità di un fattore determinante e cupo come la psiche umana, così come non mancano fattori di senso e dissenso, ossessioni maniacali tra sogno e realtà, tra vita e magia, tra disagio psicologico e volontà di non ghettizzare nessuno, semmai considerarne il <caso umano> attraverso la lente dell’osservazione, senza per questo additarlo col marchio della malattia.

Un libro che descrive gli atteggiamenti e le azioni dell’uomo dal lato umano, senza dannazione o esclusione deliranti.

Il libro non ha intenti di carattere scientifico né didattico, si snoda attraverso tentativi e descrizioni dettagliatamente atte a far luce soltanto sui casi di anomalia o follia apparenti, senza scomodare Freud o la psicanalisi vuole essere un viaggio nella “sana follia” o in ciò che alberga in ognuno sotto un falso sorriso o un gesto.

 

 

                                                                    Ninnj Di Stefano Busà

 

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2 settembre 2013 1 02 /09 /settembre /2013 18:46

 

L’ASSORTA TENEREZZA DELLA TERRA, di Ines Betta Montanelli, Ed. Bastogi, 2013

 

                          di Ninnj Di Stefano Busà

 

È un temperamento fortemente poetico, versatile e polisemico quello di Ines Betta Montanelli, portato ad accreditare la sua ispirazione lirica anche nei punti oscuri e impenetrabili del mistero umano.

Una carica di stupore notevole emerge da un tono compositivo fortemente orchestrato alla musicalità del verso, scandito con piena e docile meraviglia, senza iperbole, senza strutturalismi “altri” che danneggerebbero il tono aulico e sentimentale, meditativo e schietto della sua poesia.

Anche quando le immagini sono più aspre o preludono a espressioni di disagio e sofferenza la penna di Ines sa gestire egregiamente le metafore, le sinergie e l’afflato tra le parole e la realtà circostante, dai sintagmi si evince, un mondo interiore ricco e fertile, coccolato e reso accattivante dentro la minima particella lessicale, che si rinnova sempre alla speranza, si apre alla passione dentro il bagliore di un accettazione di vita che è ancora meraviglia consolatrice: “Vengo da gente sfinita sopra scranne/ di sudore che celava libri antichi/ nella madia del grano e nelle notti/ di luna cercava la sua stella d’amore/ al suono di un violino./.../ vengo da mistici silenzi di albe assonnate/.../ calde tenerezze di fiumi e di cieli tersi/ custodi di un tempo quasi irreale.” (Vengo da).

Come note orchestrate da un violino, le poesie si snodano piano, si fanno carne e sangue del disgelo, della sofferenza di una visione infine autentica di sacralità e ricerca di gioia.

Vi è nel profondo della poesia montanelliana una metafora impellente, pronta a dare il meglio di sé in un canto che si fa vibrazione nel tratto indivisibile dell’anima, un’espressività che restituisce all’incanto la sua più nitida trasparenza e bellezza.

Una poetica fatta di immagini, di lampeggiamenti, di flashes che sono i requisiti essenziali di una ricerca emblematica fatta di luci e di ombre, ma sempre costante nella musicalità e nel turbamento esclusivamente semantico dei sensi. Ines Montanelli chiude in sé la memoria, gli scenari del suo racconto di vita, come un albatro racchiude il suo cielo, lo accarezza con le ali, ne fa orizzonte di silenzi e misticismo.

E vi compaiono nei versi episodiche vibrazioni, tenerezze, gioie immacolate e pure, vi si contrae in onde sonore e nostalgiche la giovinezza, il ricordo del padre, le memorie familiari, i giochi di un’età “fanciullina” che immortala i suoi episodi di luce, i suoi colloqui intimi con la natura e il mistero dell’oltre, profondamente intriso di panismo e religioso estetismo lirico, in una scansione di immagini e ritmi sempre allineati alla migliore poetica del Novecento, al linguismo dotto e smaliziato che sublima e commuove in un suasivo conforto originante spontaneo, ma divenente nel tempo sommesso e contemplativo, pure se rarefatto da una nostalgia di fondo che ha una sua struttura compositiva e armonica di rara bellezza. Molti elementi e fattori di stampo letterario si consolidano e si raccolgono in una suggestiva cornice intima, con quel nitore religioso e superiore di una fede salvifica che tutto assolve e che Ines Betta Montanelli ricerca nel più profondo dell’anima rimandando ai veri valori della vita, e indicandone i percorsi, attraverso una verticalità umana di religioso stupore.

 

                                                                            Ninnj Di Stefano Busà

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2 settembre 2013 1 02 /09 /settembre /2013 18:35


a cura di Floriano Romboli

Ho letto i libri con l’attenzione dovuta al suo impegno letterario tanto rigoroso e diuturno e non esito a esprimerle un vivo apprezzamento per un lavoro poetico di cui mi preme mettere in risalto innanzitutto la non dispersività, o meglio le doti di organicità e di spiccata coerenza che lo caratterizzano.
Infatti, rileggendo, qualsiasi lirica si rivela tessera preziosa di un mosaico – cioè di un universo di pensiero – ove felicemente tout se tient.
Nei versi mi sembra dominante l’idea che la realtà oggettiva è come una crosta dura e opaca, fissata in un suo equilibrio predeterminato e soverchiante, “in un gorgogliare/ di vuoti, di assenze”(La distanza è sempre la stessa, p.18), e la voce della poesia risulta infine un “qualche nulla che è uguale/ ad altro nulla e vince sempre/ il buio dopo la luce” (La traiettoria del vento, p.18).
A ben vedere però la sensibilità dell’autrice focalizza l’ambivalenza insita nell’ordine delle cose, il suo profilo costituzionalmente contraddittorio che appare evidente allorché si ascolti ciò che vibra, si agita, si accende sotto la superficie anonima, spenta, impersonale: è il complesso dei fremiti, degli slanci, delle irrequietudini soggettive che si palesano in una dimensione di attimalità creativa, in situazioni in cui la coscienza, ma anche la fisicità individuali rivendicano autonomia e un valore peculiare.
Considero significativi al proposito questi versi de La distanza…(p.34) :

“Un corpo è sempre un corpo,
anche nel sorriso che esprime il possesso,
l’alterità di un sogno che vi cresce dentro,
quando con naturalezza ci attraversa
veloce un altro sangue,
e rifiorisce nelle vene il senso del mondo,
nudo e segreto.”

Un discorso artistico-letterario teso a sottolineare ed esplorare la contraddittorietà del vivere – la tensione intima ad un “altrove” (“Effusioni d’aria, sobbalzi corporali”, La distanza…,p.35) e il suo doloroso ricadere, il suo annullarsi, soffocata – predilige una formalizzazione dei contenuti etico-intellettuali tramite la figura unificante dell’antitesi.
Le antitesi invero costellano i testi, e vorrei segnalare specificamente quella fra buio e luce, interessante non solo per la frequenza quantitativa, bensì soprattutto per la valenza qualitativa e pregnante nell’àmbito dell’ipotesi interpretativa in precedenza suggerita.
Mi permetto, a titolo puramente indicativo, una citazione da La traiettoria…:

“Resta solo un alone
nel cono d’ombra delle lune, 
un’erba sfaglia
dove sorge stupito un altro giorno
e un’iride scintilla, ride con la riva (…)
Non resta che un campo
di maggese, un segnale fiammante,
che non cede… (p.100) ;

e due da La distanza…:

Ogni cosa si attorce al suo stesso male, 
come falena brucia alla sua fiamma
tutto depreda il fuoco e la sua vampa,
perché dal nulla l’anima si oscura (p.17) ; 
********
Batte sulle inferriate la vita, 
non accetta il pronostico del dolore, 
semplicemente si apre su di esso 
come una melagrana nel buio,
genuflette lumi sull’abetaia … (p.30)

L’ultimo brano menzionato presenta altresì l’antitesi libertà/ coazione e altre (vuoto/ pieno, essere/ nulla) si potrebbero segnalare, analizzando diffusamente entrambe le sillogi.
In conclusione penso che la sua poesia sappia esprimere con efficacia, grazie alla notevole sapienza compositiva, all’incisività stilistico-formale che la contraddistinguono, lo spessore concettuale di una posizione culturale sofferta e meditata.
Floriano Romboli

 

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31 agosto 2013 6 31 /08 /agosto /2013 09:34

La Traiettoria del vento di Ninnj Di Stefano Busà (nota critica )

 

a cura di Antonio Spagnuolo

 

Opera totale, questa ultima di Ninnj Di Stefano Busà, che abbraccia l’uomo in tutto il suo essere ed esserci. Nella sua perpetua pascaliana diatriba, dicotomica inquietudine di vivere da terreno con lo sguardo all’oltre. In questo suo stare sospeso fra inferno e paradiso, fra piaga e urlo, fra terra e azzurro, fra buio e luce, fra inverno e primavera, fra carne e spirito, fra vita e morte. E sta tutta là l’essenza della vera poesia. Nello scandalo delle contraddizioni. E’ da questo scandalo che trae la sua linfa vitale, il suo taedium. C’è la vita, qui; ma quella vissuta e immaginata; quella conquistata e quella sperata; quella sofferta e quella proiettata; insomma quella vita dove si alternano ombre, spiragli, dubbi, paure; ma anche campi di glicini al sole. Ed è da questo percorso che la Nostra giunge a guadagnarsi la parola e a proiettarla oltre il tempo, oltre la sua misura, ed oltre la comprensione stessa.
Sì, perché la poesia non è solo comprensione. Va ben oltre. Ed è con la parola - scansione di tappe della via crucis – che va al di là del suo essere parola. E’ tutta qui l’intenzione e la caparbia etico-intellettiva di Ninnj Di Stefano Busà, che, da una vita, marcata di una sensibilità sconcertante, affonda ogni perché dentro, per ridarlo al foglio non come semplice messaggio, ma come verbo poetico. Proprio così. La differenza è enorme fra ciò che si scrive per comunicare e ciò che si scrive per trascinare anima e corpo oltre la siepe. Si può toccare l’ultra/umano. Ci si può inebriare di questa contemplazione. Ne possiamo essere risucchiati, azzerati, annullati. O forse realizzati in questo nostro proiettarci in azzardi. Sintonizzare il nostro esistere all’esistere dell’infinitezza che contiene l’umano, forse, è il cuore della Poesia: 

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31 agosto 2013 6 31 /08 /agosto /2013 08:31

Si tira avanti solo con lo schianto” emblematico libro di Rondoni che mostra la poesia come visione lirica di un progetto esistenziale inevitabile e necessario.

 

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

La demolizione di ogni sogno, di ogni ideale sembrerebbe racchiudere questo titolo, in realtà si rivela in Davide Rondoni, un panorama ineludibile del far poesia: senza lo schianto non vi possono essere crescita, rinascita, superamento, non vi può essere il palese dissidio, la distonìa che muove e sommuove le anime in un mutuabile e vicendevole percorso di vita.

Lo schianto che come precisa lo stesso Rondoni è mutuato  da un verso del testo poetico “Giorno dopo giorno” di Ungaretti è la molla necessaria, forse dilagante e intristita di un giorno qualunque che si propone come faglia, come referente di mistero, di approdo “altro”, di altre destinazioni ed esperienze.

Ma non basta per dare una svolta successiva ad un’arte che in Rondoni è esperimento di un’alterità, che ci prescinde e ci restituisce la nostra vera essenza, la sorte alla quale siamo chiamati, in prossimità, di esperienze e di conoscenze, di eventi personali a noi strettamente legati.

Tutti gli interrogativi, le incognite, le inadeguatezze portano ad un solo destino: il superamento del punto di fuga, relativo alla stessa coscienza che in modo difforme ci porta ad assumere atteggiamenti diversificati nel pensiero, riconoscendo la poesia come interprete di un quid che si nutre di stupore, di curiosità per un sentire che è sempre balzo in avanti, incantamento e curiosità verso noi stessi e l’altrui.

La molla che ha fatto sua l’esperienza di scrittura di questo libro, è a mio parere, il riconoscere la capacità del dolore, l’impatto con esso e condividerlo con l’esperienza stessa del dolore degli altri. Sono incontri con l’altrui “schianto”, all’interno di una strategia comportamentale che ama confrontarsi e dialogare col suo prossimo, evangelicamente edotta dalla sua esperienza personale di uomo e di cristiano.

Rondoni scrive con un linguaggio asciutto, efficace e moderno che sa individuare e, quindi, tradurre il disagio e il dosaggio dei giovanilismi ai quali la sua poetica è diretta. Davide Rondoni è il poeta delle nuove generazioni, cui lo “schianto” ha permesso di vivisezionare il normale intercalare della coscienza e derimerla dalla conoscenza, dalla esperienza.

La sua scrittura è dotata di assonanze necessarie in una visione d’insieme che è religiosamente laica, ma anche con qualche impennata teologico culturale di neofita cristiano.

 

Gli incontri coi personaggi, le visitazioni di luoghi, in apparenza casuali, si mostrano invece forte sollecitazione per l’anima del poeta che ne viene assorbito, fagocitato e ustionato dalla scoperta di umanità, inevitabile al suo linguaggio che non è circoscritto solo all’ambiente familiare, domestico ma risulta inusuale, caratterizzato da forte simbologie e metafore surreali, quanto di lucido e ruvido realismo: in entrambi i casi, fortemente improntati alla vita di tutti i giorni, alle cadute, alle dinamiche, alle ustioni, agli “schianti” propri e dell’altrui solitudine: “ Si tira avanti solo con lo schianto/ il resto va in panne, si esaurisce/ nella schiena ho il fuoco/ di ali bruciate, se mi dici/ rallenta/ precipito in ogni dolore nel raggio di una vita/.../ la vita è solo se scommette d’essere infinita/ l’impatto è una carezza/ nella nostra condizione/ sbandati da ogni morale/ ed è diritta sparata in Dio o/ in una sacrosanta maledizione.”

In definitiva, la poesia per Davide Rondoni fa da supporto ad un più umano sentire, che è “scienza nutrita di stupore” detta alla maniera bigongiariana, e rinnova, riaccende la coscienza della parola con episodi e visioni di sangue e carne,come previsto dal protocollo che abbraccia l’intera essenza dell’umanità.  

 

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28 agosto 2013 3 28 /08 /agosto /2013 10:40

 

 

A CHE PUNTO STA LA SVOLTA DELLA CHIESA CATTOLICA SUL PIANO ECUMENICO E STORICO?

 

                            di Ninnj Di Stefano Busà

 

La situazione della Chiesa cristiana sul piano liturgico, ecumenico è cambiata con l’avvento degli ultimi due Pontefici, ma il suo messaggio ancora oggi resta ancorato alla profonda crisi di fede che sembra attraversare in lungo e in largo tutto l’Occidente.

Cinquant’anni fa si apriva il Concilio Vaticano II, che avrebbe dovuto imprimere una svolta nel panorama della civiltà ecumenica.

Lo storico inglese N. Ferguson nel suo volume dal titolo Occidente: Ascesa e crisi di una civiltà (Mondadori, Mi, 2012) si pone l’interrogativo sul come una civiltà avanzata come la nostra sia riuscita a produrre un capitale enorme in fatto di ricchezza economica, politica, tecnologica, socioculturale, che abbia potuto contaminare con il vento della libertà e l’arbitrio del mercato azionario la forza produttiva del lavoro e dell’utile anche nel resto del mondo, cambiandone forse per sempre il profilo fisiognomico e strutturale.

La risposta sta nelle mosse o per meglio dire negli strumenti con cui l’Occidente si è fatto strada.

Esso lungo il corso della storia si è saputo organizzare per altre direzioni prospettiche allo sviluppo della società industriale tecnicamente più avanzata, per afferrare e competere in strategie monetarie e speculazioni finanziarie e intervenire nelle trasformazioni etico/socio/culturali del secolo che sempre più si sono allontanate dalla morale e dalla liturgia chiesistica.

Un reale sviluppo ha caratterizzato e improntato il cambiamento epocale andandosi a scontrare con la tradizione e il culto ecumenico sul piano liturgico. Impressionante e rapido è stato il cambiamento di rotta: la realtà si è andata sempre più orientando sui parametri dell’utilitarismo materialistico tralasciando altri valori insieme al culto della bellezza e della verità.

Oggi da più parti si leva un interrogativo sulle nuove problematiche che attendono l’umanità e la storia. Sapremo uscire dall’empasse? ritrovare valori e significati? L’accelerazione è stata repentina. In un trentennio o poco più si è passati dalla devastazione dell’ultima guerra al clima sfrenato e ineludibile del <tutto è concesso> senza remore, senza reticenze, un libertarismo sfrenato e senza regole si è insediato nelle coscienze facendo proprio il diritto di felicità, di utile, di pienezza, “illimiti” di una classe sociale che aveva assistito alla caduta delle speranza in un clima d’impoverimento delle risorse mondiali.

Oggi a cinquant’anni dal Concilio (11 ottobre,1962) le prospettive del mondo vivono una crisi profonda e ineludibile per la storia e per gli uomini i quali  subiscono le conseguenze di un disastro finanziario senza precedenti.

Il mondo è pervaso di ansie e di paure, il mutamento percorre strade inquietanti di guerre, fame e tribolazioni, il medioriente è un focolaio di sangue, le primavere arabe ne hanno versato molto.

Il postmoderno assume il volto tumefatto di un malfunzionamento epocale che sintetizza solo un pragmatismo e una tecnocrazia aberranti, poichè viene a scontrarsi con una totale sfiducia nel mondo e nelle parole e negli atti della Chiesa. La società disincantata non risponde più con la fede in Dio, ma con la perdita sempre più ampia di consensi verso la parola di Dio, nel rifiuto della condivisione dei suoi valori ecumenici e nella comunione degli insegnamenti liturgici. Lo scontro è tra civiltà, soprattutto oggi che la postmodernità viaggia sull’etere con messaggi di guerra e minacce nucleari. La paralisi è alle porte in ogni momento. La crisi antropologica va di pari passo con la crisi evangelica, si ripudiano i dogmi della verità liturgica per abbracciare fantomatiche insidie e la totale sfiducia nella Chiesa di Dio ne è un esempio.

Manca la volontà della fede, la teologia delle capacità di rapportarvisi, manca la vita volta al cristianesimo come stimolo verso l’offuscamento delle possibili cause di morte spirituale. Vi è in atto un ateismo teocratico che è stato per tanto tempo la base distintiva del Concilio Vaticano II in fatto di secolarizzazione. Il Dio biblico è andato scomparendo per dar vita ad una eredità di declino irreversibile che le lacerazioni in atto non potranno che aumentare.  

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22 agosto 2013 4 22 /08 /agosto /2013 17:45

  

Il passato è un luogo lontano” di Franco Celenza, Ed. Tracce (Pescara), 2013 a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

 

Un libro interessante, tante e pregnanti sono le parole intese come assoluto irrinunciabile dell’essere, ma anche come bottino di chi riesce a trovare nel deserto dei tartari una via che sappia riunificare presente e passato, la formula per significare un più agevole rapporto con l’ego, con quella persistente malinconia che ci rispecchia in presenza della precarietà del tutto.

L’accaduto fisiognomico della poesia vi fa da modello tridimensionale attraverso vaghezze metaforiche che realizzano trasalimenti e suggestioni, ma non scompigliano l’aplomb dell’autore che è sicuro delle sue emozioni, dei suoi ardui camminamenti, delle sue sfide e delle sue tensioni.

Un individuo che raggiunge il punto focale (per così dire, l’apice del contrassegno) in cui sente “che il tempo ha raggiunto lo specchio” e di avvertire “il passato come lontano luogo” è indicativo di un disagio, ma non è un appiattimento esistenziale, ma un superamento coraggioso di un giro di boa che, pur rimanendo nell’alveo di una misura perdente, affronta senza clamore nè dolore la parte più tragica di tutta la sua storia personale, lo fa senza disperante disillusione, senza rimpianto, solo con una nota di amarezza che anticipa una scabra e attenta preghiera, che non è affranta, si mostra quanto meno “virile” e animata dal buon senso, quel “non darmi” reiterato e introspettivo che ipotizza la violenta lotta contro la memoria che si va smarrendo, o come qualcosa da smemorare.

Il tempo non ha più i giorni “biondi” fiammeggianti e furiosi dell’attesa, ora s’incammina verso il tramonto in una scabro arenile, al riparo dalle temperie della vita, ma non per questo deve necessariamente essere greve.

L’anima insonne e ardua del condottiero sa ancora vibrare in controluce, essere protagonista nel rimirarsi allo specchio con più pacatezza e sfidarsi a raggiungere il traguardo della notte, attraversando dimore che misurino “altre” forze in campo, “altri” luoghi a procedere: “aggiunte non farai al tuo destino” dice il poeta, ma almeno non sentirai le rovine, i crolli demolitori dell’impalcatura-uomo farsi fatali.

Tenere a bada la morte è per Franco Celenza indispensabile perchè lo specchio rifletta l’anima e lo spirito la coscienza dell’essere, entrambi vanno difese da ogni contaminazione esterna.

“Ut pictura poesis” espressione oraziana per indicare che ogni modello esistenziale è il riflesso di un’eternità, un’evocazione trasfigurante la cui trasparenza e compostezza si evincono dai ricordi e, semmai, dalla nostalgia con cui l’accento viene posto, con lucidità, ma anche con abbandono alla fede e alla speranza, affinché siano testimonianza anche sul piano letterario di un pensiero qualitativo alto, in una continua tensione verso la luce.

L’opera poetica si realizza quando la sua parola diventa insostituibile e mi pare che Franco Celenza raggiunga il  -clou- della scena, senza ricorrere a trucchi, senza instaurare pantomime; al tempo rapinatore oppone resistenza ma attraverso meditate pagine, fin dove giunge alla pagina più ardua, al dramma inequivocabile, al resoconto senza clangore, senza rumore, quasi in silenzioso stupore si recita l’ultimo dramma sulla scena e poi si svolta.

Un breve epilogo la vita, ma è giusto viverla con dignità, arditamente.

Il disincanto si volge alla dimensione cosmica partendo dal travaglio e giungendo all’unico destino che lega tutti gli esseri umani al suo infinito, che alla grande poesia ogni tanto è dato di evocare, e questo libro è uno di quei momenti: una cifra che sa individuare le discrepanze con discrezione, senza debordare, pur nella proiezione di scenari inquietanti che sviliscono, ma che sono in definitiva anche la stupefacente intelligenza della vera sostanza lirica, sostanziale autodifesa e non solo della parabola vitalistica dell’essere che diventa metafora viva, candore e fantasia in atmosfere stupefatte, in silenzi insondabili e in linguaggi che contraddistinguono da sempre il vero poeta e la vera poesia.

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22 agosto 2013 4 22 /08 /agosto /2013 17:39

 di Ninnj Di Stefano Busà   UN DOLCE FACILE ED ECONOMICO

 

Ingredienti: 1 lt. di latte fresco intero, 100 gr. di zucchero, 1 bustina di vaniglina, 1 cucchiaio di miele, 4 uova intere e 4 tuorli, 2 cucchiai di farina, 2 pizzichi di cannella in polvere, 1 pizzico di sale, 1 cucchiaio di zucchero a velo, 1 cucchiaio di Grand Marnier o Strega.

 

Portare a ebollizione il latte con lo zucchero e la vaniglia, abbassare la fiamma e fare sobbollire per 20 minuti mescolando spesso. Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare il composto, mescolandolo ancora di tanto in tanto. In una terrina sbattere tutti i tuorli finché diventino bianchi e spumosi, aggiungetevi la farina setacciata, la cannella, il miele e il composto di latte a filo mescolando bene tutti gli ingredienti. Per ultimo, unitevi gli albumi montati a neve fermissima con l’aggiunta di un pizzico di sale. Foderate con carta da forno una teglia di 24 cm, versatevi il composto, livellatelo col dorso di un cucchiaio e cuocete in forno per circa 45 minuti a 180°. Sfornatelo, fate raffreddare il dolce, spolverate di zucchero a velo e servite. Per non rompere il dolce, fatelo scivolare su un piatto di portata con particolare cura.

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22 agosto 2013 4 22 /08 /agosto /2013 08:14
a cura di Ninnj Di Stefano Busà 
 
Un campionario variegato e interessante il tuo nuovo libro, non c'è alcun dubbio che riporti appieno la tua personalità fertile ed esemplare per una sorta di rispecchiamento di un luogo, di un tempus fugit che sono il complesso itinerario umano, fatto di alti e bassi, di altalenanti, allusive acrobazie, di lotte, di processi interiori, di strane eppure feconde visioni, di sogni, di alchimie, di assenze e presenze che ne determinano il gravame o il conforto interiore di una personalità molto versatile.
Nei tuoi versi continuo a riscontrare una suggestione lirica molto forte che sa coniugare una intrinseca vitalità con l'autenticità delle emozioni.
La vena poetica è preservata da una sorta di celebrazione del senso della vita: nella tua poesia vi è un lirismo asciutto, moderno che talvolta si lascia andare ad assaporare elementi della natura in differenziati scandagli, in ricerche della parola come se dai riflessi d'anima dovesse (ri)nascere l'irrequieta speranza del disgelo, una possibilità ad intrecciare tematiche diversificate, ma atte a raggiungere un lirismo panico in atmosfere lievi, come a vivacizzare la celebrazione di un linguaggio in cui dal difficile crinale del dolore o della perdita si passi ad un tempo che dell'anima traduca tutta la suggestione. Così tu nutri la gioia della vita, l'intonazione fluida e commovente di una struttura verbale come vita che torni al suo pensiero naturale e lo contempli con rinnovata sapienza, come di chi sa aprirsi all'emozione di un abbraccio universale, dove confluiscono i sentimenti dell'uomo, le sue gioie, o suoi dolori, connotati da forte tensione che vanno a sublimare una sorta di epifania dell'anima.
Esemplari a mio giudizio sono i bellissimi testi: La sveglia, Halley, Preghiera del poeta e il racconto dedicato alla madre che riflette una situazione di disagio psicologico dovuto all'età, ma anche alle mutate condizioni esistenziali che non permettono più grandi voli senza paracadute: una condizione di precarietà comune a chi si sente smarrito fuori dal guscio della propria dimora, che diventa un punto fermo, un baluardo e una difesa alle temperie del mondo...alle incognite! 
 

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1 agosto 2013 4 01 /08 /agosto /2013 18:57

N. PARDINI SU: "LA TRAIETTORIA DEL VENTO" DI N.DI STEFANO BUSA'


Ninnj Di Stefano Busà

La traiettoria del vento

(Prefazione di Davide Rondoni)

Poesie

Collana

Le parole della Sibylla

diretta da Antonio Spagnuolo

Kairòs Edizioni. Napoli. Pp. 122

 

 

 

E’ col dolore che si guadagna la parola

 

 

Sento farsi muta ogni letizia,

scolorire l’erbaspada nel fossato.

È questa l’ora che accende l’anima

e assedia il colore delle strade,

ti segna l’ultima gioia, la più vera.

Rotolerà il seme sulla bruna terra,

come versi disciolti e abbandonati

trascorreranno gli astri ad uno ad uno.

Ancora non ho tempo di mostrare

il tralcio di dolore alla mia carne,

e sono carne e tralcio, odissea

di un andare controvento

 

Opera totale, questa ultima di Ninnj Di Stefano Busà, che abbraccia l’uomo in tutto il suo essere ed esserci. Nella sua perpetua pascaliana diatriba, dicotomica inquietudine di vivere da terreno con lo sguardo all’oltre. In questo suo stare sospeso fra inferno e paradiso, fra piaga e urlo, fra terra e azzurro, fra buio e luce, fra inverno e primavera, fra carne e spirito, fra vita e morte. E sta tutta là l’essenza della vera poesia. Nello scandalo delle contraddizioni. E’ da questo scandalo che trae la sua linfa vitale, il suo taedium. C’è la vita, qui; ma quella vissuta e immaginata; quella conquistata e quella sperata; quella sofferta e quella proiettata; insomma quella vita dove si alternano ombre, spiragli, dubbi, paure; ma anche campi di glicini al sole. Ed è da questo percorso che  la Nostra giunge a guadagnarsi la parola e a proiettarla oltre il tempo, oltre la sua misura, ed oltre la comprensione stessa.
        Sì, perché la poesia non è solo comprensione. Va ben oltre. Ed è con la parola - scansione di tappe della via crucis – che va al di là del suo essere parola. E’ tutta qui l’intenzione e la caparbia etico-intellettiva di Ninnj Di Stefano Busà, che, da una vita, marcata di una sensibilità sconcertante, affonda ogni  perché dentro, per ridarlo al foglio non come semplice messaggio, ma come verbo poetico. Proprio così. La differenza è enorme fra ciò che si scrive per comunicare e ciò che si scrive per trascinare anima e corpo oltre la siepe. Si può toccare l’ultra/umano. Ci si può inebriare di questa contemplazione. Ne possiamo essere risucchiati, azzerati, annullati. O forse realizzati in questo nostro proiettarci in azzardi. Sintonizzare il nostro esistere all’esistere dell’infinitezza che contiene l’umano, forse, è il cuore della Poesia:        

 

io cerco

la parabola del cuore, interrogo la compassione,

la meraviglia di un coro d’angeli

che scandisce muta la mia pena,

e quel tremore che in sé respira,

fin dai gorghi dell’ego e si placa

tra le braccia di madre, o nel sangue

che occulta la felicità della carne,

se esile fiammella si finge un cielo chiaro. (Pp. 14)

 

E c’è un chiarore che rimane a scandire quella pena, a darle un senso. C’è uno spiraglio di luce.  Non solo lo vediamo a squarciare le nubi che offuscano il cielo, ma lo sentiamo dentro noi; ed è lì che nasce e rimane. Rimane dopo il dolore, le perplessità, i dubbi di una storia fatta di pene. E’ dalla sofferenza che cresce. Dopo i travagli del vivere, dopo le croci del non detto, del non fatto, del non osato, del non compiuto; dopo quei patemi che ci esaltano e ci trasferiscono in un esilio che sa tanto d’immenso – e chissà che l’esilio non sia questa terra e che sia proprio la Poesia a riportare l’anima alla sua promessa alcova -:

 

Come uccello d’acqua svolerò

tra le rovine verso il sole,

sarò voglia o boccio di pulviscolo,

fiore che dalle rive del giorno

chiama amore e moltiplica in sé la sua follia

o il flusso venatorio del suo sangue. (Pp. 15)

 

Ecco dov’è la Poesia. Dov’è il suo senso. Dove si nasconde il suo mistero. Quel mistero che ci stimola, che ci fa essere plurali, che fa della vita un azzardo continuo verso l’affrancamento, verso l’invisibile; ci scuote, ci tormenta, ci fa provare quei brividi ineguagliabili se riusciamo a intaccarlo quel mistero, a creare un varco. Se riusciamo a innervarci del suo sangue e penetrare nella sua forma di totale musicalità che ci rende eterei. E volare come uccello d’acqua tra le rovine verso il sole, significa svincolarci dalle cose per portare quel barlume verso una luce totale in cui si completa.
         Si parte dai fatti terreni, da quelli veri, reali; è lì che la Nostra si mischia e si “intrufola”, per uscirne macchiata, per contenerne quella pochezza apparente, che già è trampolino di lancio verso la stratosfera del Poiein. Sì!, perché la Poesia siamo noi, col nostro esistere fatto di inquietudini e tormenti, ma anche di equinozi di primavere e di sogni. Per questo è utile l’inverno, per questo è utile la notte; perché è dopo il dolore che si affaccia il piacere, ed è dopo il buio che brilla uno spiraglio di luce.
            E c’è la coscienza del tempo in questi versi a scandire i ritmi vitali e mortali. A rendere il “Poema” più umano. E’ nella inconsistenza, nella fugacità del presente che l’uomo trova la sua dimensione temporale e lo stimolo alla fuga. Una manciata di rena che scivola via tra le dita con irrefrenabile velocità verso il nulla. La stessa memoria ne resta sconfitta. Troppo grande è il potere dell’oblio. E’ umanamente disumano. Allora si cerca di aggrapparci a quelle dune calde di spiagge ancora vive nella nostra anima. Dune di agavi fiorite, anche. Che riportano a galla nutrimenti indispensabili alla crescita del canto. Infoltiscono l’animo, lo saturano, e ci parlano con voce sommessa di un passato che torna vero, anche dilatato, che ha retto alle intemperie:

 

Mi accosto come posso

a questa notte che spinge in lontananza

tutte le risposte in sottovoce,

le trattiene solo un poco tra le mani. (Pp. 16).

 

Quelle risposte, trattenute anche un poco tra le mani,  possono dare la forza per cercarne altre; basta richiederle alla vita, per squarciare quel mistero che contiene proprio la Poesia:

 

Una vicenda necessaria è questo vivere

in forse, questa smania di resistere e lottare,

questa fuga monotona che ha perso

ogni suo smalto.

Le cose più vicine sembrano brevi accenti,

l’oracolo non segna il calendario,

inala nelle vene solo il suo morire

a silenzi intermittenti, che già scrivono

tasselli a rime stanche.

Il senso di ogni cosa lo serba la memoria. (Pp. 17).

 

Quella memoria che può essere alcova di riposo, sospensione di vicissitudine quotidiana, nirvana edenico, ma anche coscienza di precarietà del tutto a cui si può sopperire affidandoci agli orizzonti che svincolino dal caduco.
Direbbe il poeta: “Il tempo, il luogo, e la memoria fanno della vita un libro da leggere, rileggere e sognare; un libro che vale la pena portare con noi, in ogni caso ”.
          E’ talmente profondo il pozzo delle emotività della poetessa, che sente la necessità, sempre più impellente, di una rete verbale disposta ad amplificarsi per corrispondere a tanta urgenza interiore:  

 

 

E io non ho parole, ma solo qualche sillaba

di scorta, qualche nulla che è uguale

ad altro nulla e vince sempre

il buio dopo la luce, e tutto si conclude,

tutto tace, come un battito di ciglia

controsole, un gioco di parole

necessari alla storia di tutti, di ognuno. (Pp. 18).

 

La parola – è il caso di dirlo – è un suono/segno umano; l’anima è spirito che aleggia verso le mete del cielo, che tende a elevarsi; e la Nostrapercepisce questa disuguaglianza; da qui la sua ricerca verbale, la sua acribia tecnico-fonica, la sua premura di incastri etimo-allusivi, che la contraddistinguono nel diorama letterario attuale.  Che fanno della sua avventura artistica un punto di riferimento di rilievo.
          Lei sa che la Poesia è lì per essere catturata; e che è quell’insieme di corpo e di spirito disposto a salire, ad andare oltre. Trovare quella simbiotica fusione, ricorrendo ad immagini filtrate dal tempo, o a combinazioni di sapore panico che ci aggancino alle primavere, e ci svincolino dall’impasse degli inverni, vuol dire elevarci a quelle sonorità di cui gli innesti verbali sono l’anima. E’ allora che quel canto trova il verso di scorrere pregno di significanti che interagiscono con l’uomo e il suo esserci. E credere un po’ ai rigori degli inverni, o ai buiori delle notti può far bene, perché si possono apprezzare ancora di più gli slarghi primaverili delle mimose; le aperture infinite della luce:

 

Forse un po’aiuta questo credere

agli inverni…domani sarà equinozio

di primavera che ci porta lontano

dall’impasse, dai giorni stenti,

e dai volti che non tornano,

o spuntano alla rinfusa, senza nome. (Pp. 19).

 

E anche se il vento ha la sua traiettoria, e anche se niente può cambiare il dipanarsi degli eventi, la Nostra sa che la luce esiste; e che può illuminare il vento più tenace; che lo può riscaldare. E che lo può fare ai margini degli inverni, quando i nidi sono spogli, quando la notte sostiene le azzurre dimore, proprio perché è da là che riaffiora il giorno, come dall’inverno riaffiora una primavera che sa tanto di vita:

 

Ci vuole la notte...

per liberare fioriture di labbra,

scaldare sguardi e giorni capovolti,

sensi ossidati e trascorrenti.

A margini invernali, tra nidi spogli

e passeri svolati la notte rallenta la morte,

sostiene tra le pallide ombre

l’artificio degli occhi, le azzurre dimore,

senza più sogni Pp. 111).

 

E rinasceremo come glicini nel sole:

 

Non resta che un campo

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