Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
31 luglio 2013 3 31 /07 /luglio /2013 13:45

“EROS E LA NUDITA’”, di Ninnj Di Stefano Busà Ed. Tracce, con interventi critici di Walter mauro, Plinio Perilli, Artur Schwarz

                               

                               a cura di Franco Campegiani

 

 

In lingua etrusca (poi latina) maschera significa persona. La persona dunque nasconde? e cosa nasconde? L’entità spirituale che sta dietro di sé. Un nascondimento naturale che non equivale all’inganno, alla falsità.

E il vestito invece cos’è? Maschera della maschera, esso non può che essere finzione, bugia, inautenticità. La nudità è una qualità dello spirito. Dovremmo imparare dagli animali (termine nel cui etimo c’è un esplicito riferimento all’anima) a vivere con innocenza la nudità. In questa poesia (Eros e la nudità, Tracce edizioni) è posta in grande evidenza l’innocenza dell’atto d’amore, attraverso il quale gli umani si svestono non solo fisicamente degli abiti, ma spiritualmente di ogni ipocrisia e di ogni mascheramento, tornando come per incanto all’Eden, alla condizione originaria: “Ora, ambedue erano nudi, l’uomo e la donna, ma non provavano vergogna” (Genesi, 2, 25).

Doveva essere una poetessa, per l’esattezza Ninnj Di Stefano Busà, a ricordarci una cosa tanto elementare e tanto grande. La poesia amorosa maschile si attiene ad altri canoni. Non che essa sia costituzionalmente incapace di innocenza (ci mancherebbe altro!), ma è tradizionalmente attratta dai temi orfici e tragici dell’assenza, della lontananza, dell’irraggiungibilità. Una poetica del desiderio, alimentata dal distacco e dalla proiezione ideale. Nell’amore per Euridice, nell’amore rudelliano e trobadorico, e poi nell’amor cortese, come nel clima del dolce stil novo, per non parlare del Canzoniere petrarchesco (ma finanche dell’A Silvia leopardiana), non fa che affiorare in modi differenti l’irrealizzabilità del sogno d’amore. E non inganni la variante dionisiaca di questa stessa visione amorosa (licenziosa in Catullo o in Casanova; passionale in Neruda): morbosa e tragica, questa non fa che lasciare l’amaro in bocca, spingendo paradossalmente l’Eros verso una fuga perenne, verso una sua (improbabile) realizzazione in divenire.

Eros e la nudità parla invece di un amore fisico, carnale, in cui è stampato il fuoco dello spirito. Un amore pieno, fatto di presenza e non di assenza. Un amore dove si aprono le porte del Paradiso, mettendo in comunicazione gli angeli del cielo con quelli della terra, in un tumulto irrefrenabile dei sensi e dell’anima: “Un’euforia che strazia l’anima, / un soffio di zeffiro tatuato sulla pelle, / e ti perdi tra ali di cherubini”. Un baciare la terra per elevarsi al cielo; un elevarsi al cielo per tuffarsi nel fiume della vita.

Ci troviamo nell’Eden, non c’è che dire. Nel luogo mitico e archetipo, ossia, dove l’umanità è stata inserita all’inizio dei tempi, ma dal quale inesorabilmente poi è fuggita, e continua a fuggire, per sperimentare lo squilibrio, la lontananza dalle origini, finendo per sbilanciare l’albero della vita (la sua stessa pianta spirituale-corporale) nella direzione materialistica o in quella ascetica, con identica incoscienza e superficialità.

L’Eros è, al contrario, per la nostra poetessa: “il suo darsi in interezza, senza nequizia / come librarsi in volo senza paracadute / e nello schianto donare ritmo e respiro / alle cose del mondo”. Oppure “è ristoro, finestre spalancate, / tralci radiosi, profumi imposseduti / che transitano dalla pelle in senso ascensionale”. Così che “sul corpo che ha sfidato l’eternità / dell’attimo, resta la vertigine ascensionale / dell’amplesso”. C’è una reciproca tensione fra spirito e materia. Un’armonia dei contrari, potremmo dire.

Sta qui l’Eros, raggiungibile solo in momenti particolari di grazia, perché l’amore “ci scorre tra le pieghe come istante perfetto / nell’arroganza di solitudini abissali”. Ma “quel solo attimo ti assolve, / ti fa padrone del mondo”. Un attimo che compare e scompare nel dolore del mondo. Ma se l’esistenza è “mucchio d’ossa abbandonate / a qualche raro momento di piacere”, “l’amore trova sempre l’orlo dell’abisso / in cui morire e poi risuscitare”.

Così “dalla nostra carne sboccerà l’aurora” e “un guizzo negli occhi accoglierà / la frenesia dell’anima insieme / ai frammenti d’infinito”. L’amore non è distacco dai sensi, ma è salire in alto con essi sulle ali dello spirito. Non è lo stordimento, l’anestesia sensoriale effusa dal canto di Orfeo, ma è la pienezza rara dei sensi, la loro edenica ed innocente felicità. Quando “dalla vita succhiamo l’ultimo coraggio /che ci concede un tuffo nell’eternità / siamo fragili ed eterni”. Sta qui la filosofia di questo canto, in questa dualità consapevole del destino di morte degli umani, ma nello stesso tempo di tutta la ricchezza che proviene dall’amore: “Solo noi, mano nella mano, con la condanna del tempus fugit / la percezione viva di un vuoto”. Tuttavia “l’amore ci fa ricchi”, “così s’allenta il nodo, ci salva / dal morire questo nostro amore”. Affinché, “se viene di soppiatto poi la morte, / ci ritrovi abbracciati… / oltre noi stessi”. Se il tempo logora ogni cosa, “ha senso solo ciò che ami”, conclude la poetessa, e non vi può essere chiusa migliore.      

 

                                                                                 Franco Campegiani

Condividi post

Repost0
25 luglio 2013 4 25 /07 /luglio /2013 14:16

giovedì 25 luglio 2013

N. D. STEFANO BUSA': "MILANO SOTTO LA NEVE"




Milano sotto la neve
Milano nei suoi giorni grevi
è senza voce, scie di nomi
nelle piazze poco illuminate,
nelle strade battute dalla polvere
e dal gelo, viandante stanco
in preda alla bufera.
È come un luogo senza direzioni,
una mappa cancellata dalla neve
che copre le case e i balconi,
resta pulsante sotto manti illividiti
una sua vita sotterranea,
un cielo cancellato,
mentre acerba la stagione
si ripete sempre in corsa,
fuori da te, quasi altrove,
distante dall’asfalto,
tra maschere e avventure
tutto tiene come una nostalgia,
un silenzio di cose andate,
di altre che verranno, qualche ruga.



DA: "ELLITTICHE STELLE", SILLOGE INEDITA, VINCITRICE DEL PREMIO LETTERARIO "IL PORTONE/LETTERARIA", PISA, 2013, CON PUBBLICAZIONE. 
SEZ: SILLOGI INEDITE 

Condividi post

Repost0
19 luglio 2013 5 19 /07 /luglio /2013 20:09

SI FA SANGUE LA PAROLA

 

E' meraviglia ora il palpito del cielo

che allunga la sua luce sui bastoni.

Ogni ombra espande la sua ala

oltre i confini, come l'erba tenace

ha radici vive nel travaglio della terra.

Si fa sangue la parola, serra il suo tormento,

rosa d'innocenza o poesia che si tramuta

in spazi esigui, dove cerco l'ombra

e la pace, il punto estremo o il confine

delle cose, forse il filo di Dio,

o il naufragio nei flutti del vento.

 

Eppure, Ti sento come un respiro d'erba

tra le fronde dei platani, aspetto

che a stento mi trascini l'onda di memoria;

sono parte dell'attimo infinito,

il mio tremore è nel silenzio delle fonti,

nel miele antico delle albe, come allora.

 

 

                                      Ninnj Di Stefano

 

 

Condividi post

Repost0
12 luglio 2013 5 12 /07 /luglio /2013 13:43

 

SCIENZA, FILOSOFIA E TEOLOGIA SONO LE COMPONENTI DELL’INTELLETTO UMANO

 

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

A formare una concatenazione indissolubile per l’esperienza degli umani si fa carico una triade che interpreta e indaga sulle fenomenologie, le teoresi, i princìpi metodologici relativi alle indagini sensorie e sperimentali dell’individuo.

Scienza, allora, è l’indagine speculativa volta a individuare, definire, riconoscere, capire e interpretare la realtà che ci circonda, i suoi diversi aspetti gnoseologici e tutte le conoscenze che attengono alla forma materica, che in forza della sua progenitura, dai primordi del “caos”, tende alla fase sperimentale per definire il mondo che ci circonda.

Filosofia è intesa la ricerca delle verità essenziali dell’essere, dei princìpi e delle ragioni di ogni manifestazione umana.

In sintesi potrebbe intendersi la riflessione per tutto ciò che la scienza indaga, scopre, elabora, conferma o dissente dal tirocinio della sfera materiale per essere <principio> intellettuale, teoria anche sperimentale dell’intelletto “cogente”.

Teologia viene definita la scienza di Dio, la cristologia come studio della materia delle cose divine che si orienta sui principi trascendenti tramandati dalle Sacre Scritture e dalla Bibbia, di cui il cattolicesimo si fa interprete e promotore.

Bisogna qui chiarire che, malgrado una disciplina sia inerente o collegata all’altra e tutte fanno capo al genere umano, non sempre scienza, filosofia e teologia sono andate d’accordo. Vengono riportate dalla storia gravi conflittualità tra scienziati, teologi e filosofi, quale frutto amaro di un procedere cieco, della caparbietà e superbia che alberga nell’uomo in quanto portatore di ostinati preconcetti che offuscano le menti e avvelenano gli animi.

Sta proprio nel cristianesimo l’incontro tra trascendente e fede nella verità, tra il qui e l’oltre. Dunque occorre rompere il silenzio, la cortina nebbiosa sulla potenza dei segni, dei simboli, non essere temerari né tremabondi, di fronte alla potenza divina, ma acconsentire a tradurre le teumaturgie,

le scoperte che provengono dal rigore intellettuale senza respingimenti, con la mente sgombra rispetto all’onnipotenza e mettendo in atto un piano di custodia dei principi della fede.

Le tre esperienza possono e debbono confluire nella storia come interpretazione di conoscenze, segno e riscatto di plurime angolature atte a precostituire il tessuto della conoscenza, ma tra discipline che si integrano tra loro lealmente e cristianamente, ma anche laicamente scavando ai limiti di ogni realtà, col bulino della saggezza e dell’intelligenza, con rigore e onestà intellettuale, rispetto all’unica verità possibile.  

Condividi post

Repost0
10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 13:08

Eros e la nudità, Ninnj Di Stefano Busà, Edizioni Tracce, Pescara, 2013

a cura di Eugenio Nastasi

                                                 

 

 

La progressiva delegittimazione di alcuni fondamentali modelli culturali, verificatasi in forme sempre più eclatanti in quest’ultimo scorcio di tempo tra secolo “breve” e nuovo secolo, e mi riferisco in special modo ai canoni estetici dei grandi temi letterari, primo fra tutto quello amoroso, era stata in qualche modo mascherata dalla topografia ideologica, nazionale e non, che si organizzava, giusticandole, in aree di appartenenza tutte possibili e/o praticabili: marxiste, laiche, cattoliche. Oggi più che mai si assiste ad un rimescolamento di carte le cui radici nascono dalla crisi del pensiero moderno che, paradossalmente, conduce ogni tipo di impostazione allo spaesamento dell’uomo contemporaneo non soltanto come fenomeno di costume ma come un fenomeno complesso che ha bisogno di essere indagato in profondità.

Questa problematica si avverte da subito nel poema amoroso di Ninnj  Di Stefano Busà, Eros e la nudità, in cui il “di più” della cultura rispetto alla maniera consiste precisamente nel sollevare il velo mortificante dell’ovvietà:

“Gioca a gatto e topo l’Eros,/cerca nel tuo corpo la ragione vitale dell’esser(ci)”: dove è palpabile un’istanza di autonomia gergale che già si manifesta, come vedremo in seguito, ora assumendo un atteggiamento frontale ora invece spingendosi fino alla pretesa di assorbire la stessa categoria erotica quale idea provvidenziale nella storia delle “solitudini” e contro la nostalgia delle “rughe” poiché : “un’altra acqua disseterà la nostra sete”.

  Lo stesso Perilli, nella sua sorvegliatissima  lettura critica, pone l’accento  sul “Sorso d’Eros./dono d’occhi che accende le tenebre” dicendola tutta sulla spinta galvanicamente poetica della Di Stefano Busà assistita da una ragione “forte”, capace di esprimere un quadro poetico sistematico e coerente e di garantire, aggiungiamo noi, forte progettualità a livello stilistico e propulsivo. Si potrebbe avanzare un’illazione heideggeriana, se non andiamo troppo per il sottile, nell’analisi dei morfemi visto che ne “…la ragione vitale dell’esser(ci)”, l’autrice liquida in un guizzo il dasein del filosofo tedesco da problema di coscienza storica a esigenza pulsionale di autodifesa.

Tutto l’edificio versificatorio della Nostra si delinea come sistema monolitico di accortezza e indulgenza sensoriale, districandosi tra bisogno di purezza e anelito di fedeltà alla propria immagine interiore, dando alla raccolta una speciale rudezza, quel modo di verso spezzato e senza sospetto di eleganza che costantemente ci mette di fronte al numero stesso della sua sincerità, della sua inevitabile materia di confessione:

“Un guizzo ed è amore, sbocciato/dalla grazia di una rosa che sa la siccità/del deserto”.

E proprio per una simile felice coincidenza di virtù intellettuale e sorvegliatamente erotica che il suo discorso non è mai tradotto sulla carta, dacchè Ninnj Di Stefano Busà inventa tanto per sé quanto per noi una nuova geografia della “nudità”, bastevole di poche linee o cifre eliminando il gusto delle descrizioni e quella parte di verbosità a cui si affidano quasi tutti quelli che trattano la materia amorosa. I suoi testi, inseguendosi quasi per induzione, per prossimità di accensioni squisitamente corporali, vibrano per la qualità delle parole lasciando emergere fantasie e concetti che tendono verso la confezione definitiva ma, nello stesso tempo, vengono rimossi continuamente verso altri lidi, senza preoccupazioni risolutive:

“…Ci tiene uniti una proiezione di noi stessi,/ i nostri dialoghi a distanza,/la mèta sempre in forse, qualche pioggia,/che dilava le virgole smarrite/ dentro episodi di gioia riflessa”.

Insomma non si crede di esagerare quando si afferma che il suo testo conosce il limite della purezza se le domande, le interrelazioni che la scrittrice mette quasi inavvertitamente nella sua pagina, pure strette alle ragioni fondamentali della sua iniziale pronunzia, vengono come governate dal pudore del suo gesto che non le consente di disegnare sul testo l’amplificazione delle sue offerte e in Ninnj Di Stefano Busà l’autocontrollo dei sensi è doppio: lo si ritrova alla fine come al principi del suo discorso; per questo, come si lasciava intendere all’inizio di questa nota di lettura, la sua poesia ha superato lo scoglio dell’occasione e del tonale, guadagnando una consistenza di armonia naturale e conservando una funzione vitale.

Ma si badi: non è stata una scelta di soluzione consentanea più al suo stesso essere donna prima che poeta: la Nostra pone la fedeltà del suo essere poeta sullo stesso discrimine del femminile, semplicemente come atto di vita e quindi di poesia. Gioca a carte scoperte, per quanta vita trascorsa si è inverata in poesia e in amorose latitudini; l’accorgimento letterario quando c’è ha lo stesso perimetro della passione e di una movimentata orchestrazione di sangue e di lombi e tutto il suo poetare adempie all’obbligo di un intenso e favoloso diario di donna viva, esemplare e nuova nella sua sensibilità, ma greca nel suo dramma:

“Assente è la parola che sorregge il mondo,/si fa miele amaro sul labbro, se la sfiori./Se scrivo è per amore, per comporre/le minime radici, riproporre al vento/ il tuo nome, la sillaba ripetuta che a tratti/ si perde in qualche rima…” e subito dopo, in chiusura. “…Mi basta il poco del tuo sguardo/ che leghi l’attimo e il silenzio,/nient’altro che rimuovi il fuoco alle radici”.

Da qui un rotolare di frammenti che, in contrappunto,  chiudono e riprendono la mistica dei silenzi, la scia degli amplessi, il teorema della morte tenuto a distanza ma non troppo dallo sparire all’orizzonte, poiché il perimetro della vita si riduce a “quel dettaglio” e “la bellezza sfiorisce” inesorabile; ma prima era stata già data la consegna condivisa di un altro sogno, più certo perché ulteriore e immateriale, “un miserere per l’inverno/ una canzone senza tempo”, “oltre noi stessi”: ce n’è abbastanza per colmare le distanze tra l’amorosa avventura e il punto genuino della sua dizione, pronta qui, in questo bel libro, a sistemarsi come conoscenza di una poetica matura e dunque necessaria.

 

                                                                                                     Eugenio Nastasi

 

 

Condividi post

Repost0
4 luglio 2013 4 04 /07 /luglio /2013 17:42

Ninnj Di Stefano Busà 

 

Una scrittura pregnante, fuori dalle righe, dalle monotonie liriche di tanti pseudopoeti, di tanti elargitori di parole...

Mi riferisco alla raccolta: Amalgama, che leggo con particolare partecipazione e attenzione. Si tratta di un libro colto e vigoroso, la scrittura si avvale di uno stile e di un contenuto altamente affinati, ha dalla sua parte lo sviluppo armonico di tutti i suoi elementi linguistici. Rievoca, sottolinea, coinvolge con la sua umana auteticità e il suo equilibrio formale, in cui tutto semanticamente si disarticola in una temperie di allusioni, di metafore, di colloquiali inserti tra il sé e l’altro di sé. Conoscevo la poesia della Serofilli sin dalle sue prime prove letterarie e devo ammettere che nei versi più recenti s’insedia con una mira più centrata, nelle ragioni liriche di un percorso più maturo ed esemplificativo. La sua autentica umanità vi si dispiega e diventa una sorta di privilegio leggerla.

 

“Morsi di parola sazino spazi bianchi/lenzuola
E tu leggimi mordimi impastami
e sarò il tuo più prezioso manufatto
bilanciato dolce impastamento:
frase/ inchiostro, acqua e terra
cemento.”

La parola cantata, per intensità, è giunta ad una parabola eccelsa, si è fatta suono, orchestrazione di varie forme sintattiche, di un messaggio intrinseco di sensibilità della sua psiche.

Nella poesia della Serofilli la vocazione è quella di raggiungere un equilibrio, una quasi <perfezione>, tra l’innocenza primigenia e la necessità di un sano equilibrio morfo-sintattico delle strutture linguistiche. Lo strumento comunicativo si avvale di molte evocative autonomie, in grado di tentare tecnicamente i fenomeni quotidiani, dando alla genuina confessione, oltre che una suggestiva interpretazione, una più cadenzata musicalità vocale e tonale. La parola definitiva diventa l’esito perfettibile dell’intuizione espressiva, oltre che comunicazione con gli altri.

Lo stile è sempre composto, teso a realizzare quella simbiosi più genuina e più vicina alla confessione del proprio “io”, sorretto sempre da una profonda cultura e da un perfetto realismo linguistico.

Valeria Serofilli, come pochi, sa raggiungere i meandri della realtà ed abbracciare con rinnovato fulgore, ma anche con rassegnata malinconia le fragili sponde del vissuto.

L’autrice con immediatezza espressiva raggiunge esiti felici nel dosare le emozioni, apre squarci di azzurro e disegna delicate nuances nel tormento generazionale e nel caos tormentoso di tanta sofferenza e fragilità:

 Crea per te il bianco di un silenzio
ma colmo del più acuto sovrasenso
e circuisci lo spazio che ti pesa
centometrista senza la sua asta

Una poetica ricca di tematiche, che sa realizzare il senso della vita con ampie circonvoluzioni e volare alta in atmosfere che, per quanto surreali, talvolta, vivacizzano la scena e permettono al lettore di godere di un lirismo che non si accontenta di ripetere gli schemi consueti:

 

BEN ALTRA CONTROVERSIA

Risparmia il verso che corre controvento
riscopri il senso che nutra di risveglio
il giusto pane, lievito / impastamento
per non rischiare cadute di non senso
falsi richiami a miti desueti
ferri lisi che non tessono divieti
freno che non unto si consumi
Tieni a ricordo il tempo del tuo gioco
di calcio, vicoli, urla e di risate
Tingi d'inchiostro il tuo accorato coro
e non ti curar di loro
ma vivi in ben altra controversia
per cinger tempie del più verde alloro.

 

Valeria Serofilli sa registrare e metabolizzare la frattura tra il nostro tempo e l’io, che si apre al mondo in maniera non ostica e ostile, ma calda e appassionata, in grado di superare buio e solitudine.

I quali sono, diciamolo subito, l’eticità dichiarativa di una saggezza che va oltre le fandonie del mondo. Il lirismo viene percepito, pertanto, come scavo interiore verso una luce chiara, in movimento cosmico, nella valutazione di un -bene e di un male- che orientano la parola universale verso un’assimilazione morale che è anche coscienza individuale, certezza di un comune itinerario in cui le due forze si equivalgono e con esse la vita, l’esistente di ognuno, e dove il travaglio si fa meno cupo e più intensa e accorta la rivelazione limpidissima del componimento.

 

 Milano, 4 luglio 2013                                                      Ninnj Di Stefano Busà

Condividi post

Repost0
1 luglio 2013 1 01 /07 /luglio /2013 18:18

SEGNALAZIONE VOLUMI = NINNJ DI STEFANO BUSA'

UNA GHIRLANDA DI CALICI PIENI PER UN BRINDISI ALL'AMORE --
L’e-book "Eros e la nudità", di Ninnj Di Stefano Busà, prefazioni di Walter Mauro, Plinio Perilli, Arturo Schwarz, Edizioni Tracce, Pescara 2013, pp. 99.
*
Il Novecento è sempre più lontano. Si avverte perfino una tensione a denovecentizzarsi, se si può dire. Cioè a togliersene di dosso l’odore.
Uno dei segnali è la nuova qualità di approccio all’amore. Non è che il Novecento ignorasse l’amore. Lo teneva, anzi, terribilmente presente, - e come si potrebbe mai scrivere, vivere o pensare senza l’amore? -, ma lo assumeva a materia da approcciare in chiave critica e in una nitida luce di disincanto, o di analisi e perfino di divertimento cinico, soprattutto nell’ambito neoavanguardista e neosperimentale. L’indirizzo era nato già nelle avanguardie storiche. Il futurismo, ad esempio, spalancava le porte alla fisicità erotica, solo ai fini funzionali della riappropriazione degli istinti dei primordi, a favore di un’antropologia più ricca di energia. Per questo, gridava “abbasso la donna”, e, di contro, “viva la femmina”.
Poi, nel corso degli anni Ottanta del secolo passato, in concordanza con la riscoperta del “padre” e con l’attenuazione del concetto di progettualità, cioè di mentalismo, si venne proponendo e praticando nella scrittura poetica l’idea della “poesia innamorata”. Oggi, poi, “cuore” e “amore” la fanno da padroni di casa.
In questi nuovi spazi di libertà ideale, si colloca e respira la raccolta di poesie di Ninnj Di Stefano Busà dedicate all’amore, o, meglio, a Eros, come simbolo di ripetizione concreta della prima ierogamia e di manifestazione al mondo di un evento decisivo per la vita universale, l’accoppiamento del Cielo e della Terra. Il quale orizzonte di attesa, però, resta solo prospettico, perché la diegesi puntualmente si sofferma in limine, senza andare oltre, senza addentrarsi in ambiti di sofisticate simbologie, come accade nelle Upanishad, nell’Yi ching, nello shaktismo, nel tantrismo e dintorni. Ecco, in tanti filoni delle civiltà orientali.
Lucidamente e programmaticamente l’autrice si richiama alla matrice del pensiero occidentale, la cultura greca: è significativo che il protagonista in questione si chiami grecamente Eros e che esso si collochi come immagine dominante, per la posa, accanto alla intattezza (e allo splendore marmoreo) della corporeità nuda. Eros e la nudità, recita nettamente e perentoriamente il titolo dell’opera.
L’immagine dominante è, dunque, Eros, quello di cui tratta Platone nel Simposio, di cui aveva già parlato Esiodo a proposito della cosmogonia (“Eros, il più bello degli dei immortali, colui che spezza le membra e che, nel petto di tutti gli dei e di tutti gli uomini, signoreggia il cuore e il saggio volere”), a cui si ispira tutta la poesia greca da Alceo e Saffo in poi, sino ai tardi secoli, come è documentato nella fluviale Antologia palatina.
Ma quell’Eros lì interviene sugli eventi della storia (e perfino della preistoria) con effetti perturbanti e talora annichilenti la ragione stessa, come testimonia autorevolmente Saffo (quella di “fainetai moi kenos isos teòisin”), come tensione della vita verso il caos o dal caos. Nella civiltà dell’Ellade, però, mentre si aprono squarci nell’esistenza e nella storia per l’irruzione (a rischio di sovversione) di questa irresistibile forza sconvolgente, più filoni, dall’ambito orfico a quello misterico a quello speculativo tentano una domesticazione di questa energia divina, adottandola in positivo, attraverso comportamenti e atteggiamenti che oggi potremmo chiamare, con Freud, di sublimazione, di contattazione della celestialità e della armonizzazione.
In accordo con questo secondo versante si definisce l’opera di Ninnj, costituita da liriche lavorate al bulino, dalla pelle estremamente liscia, che nell’insieme dei richiami e dei rimandi seguono un ritmo poematico. Giustamente, uno dei tre prefatori, Plinio Perilli, parla di “rigore fervido delle metafore”, di citazioni squisite. Insieme, intanto, con queste cifre di accuratezza formale, la visione complessiva si cala in un fiorito scenario di esperienze di passaggi verso una più intensa e implementata diurnità. Verso la nascita di un altro giorno, come in questi versi:
Solo un guizzo di luce nel tuo sguardo,
un lampo in cui vi ammutolisce
il vento di soavi piaceri, di stordimenti.
Qui è la spola, qui l’arcolaio per tessere la tela,
dalla nostra carne sboccerà l’aurora” (p. 42).
*
UGO PISCOPO

Condividi post

Repost0
1 luglio 2013 1 01 /07 /luglio /2013 15:48

INTERVISTA A NINNJ DI STEFANO BUSA’

 

                                                          a cura di Lorenzo Spurio

 

 

 

 LS: Secondo molti il poeta non può essere anche un critico, perché ogni ambito presuppone una diversa prospettiva nei confronti dell’atto di scrittura e, nel caso della critica letteraria, una approfondita e propedeutica conoscenza della storia della letteratura o del testo/autore che si sta analizzando. In altri termini la poesia è istintuale, intimista, diretta, spontanea, irrazionale, mentre l’attività di critico (saggista, recensionista) presuppone una profonda conoscenza di quello che si sta trattando, spirito critico, profondità del ragionamento, circostanzialità, categoricità e organicità nel reperimento dei materiali cognitivi, capacità ermeneutiche e tanto altro. Questa polarità, però, finisce per risultare un’asserzione di poco conto, dato che la storia ci ha consegnato eccelsi poeti che furono al contempo anche dei critici letterari: si pensi, ad esempio a Eugenio Montale, Elio Vittorini e anche Leonardo Sciascia che ci ha lasciato una intensa attività saggistica sulla Sicilia e i suoi problemi sociali. 

Qual’è il procedimento che adotta quando si “sveste” del suo ruolo di poeta per indossare, invece, gli abiti di critico letterario, dato che il suo curriculum è amplissimo di testi critici, recensioni, saggi e studi monografici?

 

NDSB: Sono punti di vista contrapposti. Secondo la mia personale opinione, il poeta soprattutto può essere un ottimo critico, perché porta in sé le capacità ermeneutiche, le sigle, le caratteristiche proprie della Poesia, sicchè, ne sa eviscerare i contenuti, interpretare le connessioni, le concomitanze scrittorie, le sinestesie, le prospettive circostanziali di un linguismo particolareggiato e insondabile, sapendo, attraversare l’esegesi critica con una variegata visione d’insieme e, infine, visitarne e penetrarne i meandri più insondabili di una lingua particolarmente disorganica e misteriosa, quale quella poetica, per penetrarvi in misura circostanziata e istintuale, quasi per induzione come nei “vasi comunicanti” o per simbiosi oserei dire, in quanto i contenuti e i modelli non gli sono estranei e ogni sentimento/suggestione riesce a integrarsi consolidando la categoria fondante della sua ragione critica, in un confronto che risulti al contempo esegesi/poetica, ma che si potrebbe definire in modo più esatto: combinazione attitudinale tra le due categorie, poiché le due posizioni determinano “affinità” nei confronti della scrittura e delle sue articolate manifestazioni intellettuali.

 

 

LS: Lei ha all’attivo ventidue sillogi poetiche, oltre che libri di saggistica, di esegesi letteraria che sono state ampiamente apprezzate dalla critica, tanto che sulla sua produzione hanno scritto i nomi più altisonanti del panorama letterario degli ultimi trenta anni. Scorrendo i titoli delle sue opere: (Lo spazio di un pensiero, La parola essenziale; L’attimo che conta (pref. Vittorio Vettori); ma poi ancora: Tra l’onda e la risacca, (pref. Marco Forti);  L’arto-fantasma, (pref. Giovanni Raboni), solo per citarne alcuni) si respira il senso del “non definitivo”, dell’incompiuto, una sorta di evocazione ad indagare, ad andare oltre quelle realtà sconosciute, misteriose e impossibili da scrutare con l’utilizzo della ragione. In che cosa si concretizza quella “parola essenziale” della sua silloge del 1990 e quell’“attimo che conta” dell’omonima opera pubblicata nel 1994 con prefazione di Vittorio Vettori?

 

NDSB: la prima si riferisce alla necessità di non debordare mai dall’alveo in cui si colloca l’eccellenza della combinazione lirica, perché l’evento deve necessariamente essere raggiunto, attraverso una singolare cernita dei termini e non solo. In seconda istanza, inoltre, va eseguita una marcata esclusione del “superfluo” che se insistesse ad usurpare spazi non richiesti, guasterebbe il senso estetico del verso e tracimando in eccesso, potrebbe devastare e offendere il valore intrinseco della Poesia che, deve essere raggiunta da un’anoressica ed esclusiva opera di essenzialità: “non una parola di più”, come afferma, da sempre, Giorgio Bàrberi Squarotti riguardo alla mia poesia.

L’attimo che conta” poi, in Poesia, è   -quello e, nessun’altro-  la parodia della perfezione (che non esiste sulla terra) è tutta concentrata in quell’attimo eccezionale, ma se proprio non è dato raggiungerlo, si può cercare il perfettibile, volendo assegnare all’accezione quel meraviglioso tempo <dell’infinità> che ogni poeta tenta, per dare alla sua scrittura il miracolo della Storia, la memoria inconfutabile dell’essere che si trasforma in divenire, diventando fattore cognitivo di una palingenesi eternante.

 

 

LS: Il poeta romagnolo Tonino Guerra (1920-2012), celebre anche per la collaborazione di scenografia con il grande Fellini, ha dedicato un’ampia produzione alla poesia nel dialetto romagnolo. Le propongo qui una sua lirica in dialetto, con relativa traduzione in italiano, per chiederLe un suo commento. Nel caso abbia avuto l’occasione di conoscerlo personalmente, può descriverci come fu il vostro incontro?

 

I sacriféizi[1]

Se mè ò studié
l'è stè par la mi ma,
ch'la fa una cròusa invéci de su nóm.

S'a cnòss tótt al zità
ch'u i è in chèva e' mònd,
l'è stè par la mi ma, ch'la n'à viazè.

E ir a l'ò purtèda t'un cafè
a fè du pas, ch'la n' vàid bèla piò lómm.
- Mitéiv disdài. Csa vléiv! Vléiv un bignè?

I sacrifici

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.

Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.

leri l'ho portata in un caffè
a far due passi
perché quasi non ci vede più niente
- Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

 

NDSB: Mi dispiace, non ho avuto la fortuna di conoscerlo e me ne rammarico moltissimo, deve essere stato un poeta umanamente e profondamente capace d’instaurare con la poesia un dialogo e saper parlare a tutti in modo istintivo e universale...La Poesia deve essere colta da tutti.

 

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria per il suo operato e un'altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “Perdonateci”[2] tratta dalla silloge Gocce nell’acqua del poeta napoletano Luciano Somma[3]:

 

Perdonateci

questa dannata voglia

di vivere in un mondo

a forma di colomba

e non tra fiori finti

perdonateci

se rifiutiamo limiti e frontiere

e trasformiamo

fili spinati in palpiti d’amore

non ci è concesso forse d’impazzire?

Che razza strana

siamo noi poeti

specie che spesso va

controcorrente

volando verso cieli tersi

liberi

perdonateci

per questo nostro osare.

 

NDSB: Entrambi propongono una bella poesia, pur se diversificata nei modelli e nei moduli scrittori. L’uno è il poeta consolidato, conosciuto, l’altro il poeta che spunta fuori dalla quotidiana ricerca della Poesia e si fa apprezzare per i contenuti. Hanno in comune la lingua poetica che sgorga spontanea da un’ispirazione che in un periodo di ristagno culturale, ridà vita a quell’idea di letteratura che caratterizza il lavoro del critico, soprattutto basato su uno sperimentalismo che è ricerca del linguaggio in ogni suo itinere.

 

 

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Date a me”[4] del poeta fiorentino Lenio Vallati[5], risultata vincitrice in numerosi e prestigiosi premi letterari:

 

Date a me le sofferenze del mondo.

Le porterò lontano, le disperderò

come pulviscolo

tra strade affollate di gente.

Date a me l’odio, lo avvamperò

alla fiamma del puro amore

che non resti altro che memoria.

Date a me la guerra.

Caricherò i fucili

di fiori e gli spari

diventeranno abbracci

nella stagione nuova del cuore.

Date a me la paura.

La fonderò con l’alba

dissolvendo le tenebre

oscure della notte.

Date a me la morte.

Le racconterò una storia

che parla di noi due,

e alla luce del nostro amore.

 

 

NDSB: Anche in questo testo si evince la ricerca di universalità della poesia che affianca ai vari livelli la più ampia fenomenologia linguistica sollecitando la voglia di aprirsi al “sogno” alimentando le varie espressioni sperimentali dell’oggetto poetico.

 

 

LS: Recentemente Lei ha curato assieme al poeta napoletano Antonio Spagnuolo un Archivio Storico dal titolo L’evoluzione delle forme poetiche[6] circa 800 pp. che contiene parte della immensa produzione poetica degli ultimi due decenni 1910-2012. Quando si cura un’opera antologica di questo tipo si rischia sempre di incorrere in “fastidiose dimenticanze” nel senso che è opinabile la scelta degli autori e dei testi fatta dai curatori e si potrebbe criticare la mancanza nel testo di poeti ritenuti “grandi” e che, dunque, appaiono scartati (nel caso non siano stati scelti) o assenti (nel caso non abbiano saputo dell’iniziativa o non abbiano voluto prenderne parte). Può raccontarci come è nata l’idea di questa antologia poetica, quanto lavoro c’è stato dietro e attraverso quali canali verrà diffusa?

 

NDSB: Archivio Storico, così l’ho definito è un lavoro di ristrutturazione e coordinamento della poesia di oggi “inteso nel complessivo articolato di un ventennio”. Da tempo lo avevo in mente e lo programmavo, ma ben consapevole che l’operazione fosse di quelle molto impegnative, vi ho voluto dedicare tutta la mia attenzione e il mio interesse. Ci sono voluti ben due anni di cura e, nonostante ciò, il lavoro non è completo. L’opera ha voluto essere un consuntivo, una mappatura, un censimento, una vetrina variegata di poeti che, a diversi titoli e con la massima preparazione in campo poetico, possono essere traguardati al futuro per essere storicizzati. Raccoglie una vasta configurazione critica, ma non è un traguardo concluso, perché nelle mie intenzioni c’è e resterà un tracciato differenziato delle varie forme scrittorie, che non possono essere inglobate né circoscritte ad un solo tomo. La ricerca in campo poetico è un percorso significativo sempre in progress che varia a seconda l’evoluzione del linguaggio e delle sue varie forme o connotati linguistici: i diversi contesti caratteriali che ne coinvolgono i tempi e le strutture ne sono la prova evidente, un riscontro e uno strumento adeguati alle mode e agli stilemi propri di un’evoluzione che, avendo attraversato i vari ismi delle avanguardie, ritorna e si annuncia diversificata nelle forme strutturali di linguismo.

Era necessario uno spartiacque, un rendiconto, una configurazione che ne rappresentasse la situazione di oggi. Malgrado taluni inevitabili difetti o defezioni, spero di aver fatto un buon lavoro, il discorso degli esclusi non è esatto. Sono stati contattati quasi la totalità di quegli autori che hanno avuto un peso, una rappresentazione, un curriculum tali da essere inseriti dignitosamente dentro una produzione che abbracci l’attività poetica a cavallo di due secoli (un ventennale appunto di Poesia)...ebbene, non tutti sono stati disponibili all’operazione, taluni con miserrime e puerili giustificazioni si sono defilati, altri hanno sottovalutato appieno l’operazione storica. Dovrebbe essere chiaro a chiunque un principio: da qualunque fonte editorale di alto o medio livello provenga un tale progetto debba essere bene accetto. Purtroppo, anche chi ha intelletto di ampia levatura culturale, miseramente fallisce nei giudizi fondanti o nei criteri di valutazione della realtà...Se fosse stata iniziativa programmata da alte sfere editoriali (per non fare nomi) tanti, forse tutti si sarebbero strappate le vesti pur di rientrarci. Così non è stato, e la Storia ne dovrà prendere atto. La responsabilità dell’esclusione né dell’incompiutezza non è da addebitare ai curatori.

 

 

 

LS: Lei oltre a dedicarsi alla poesia si è interessata molto di scienza dell’alimentazione. Poesia e nutrizionismo, versi e cucina possono avere una combinazione pratica oppure restano due mondi distanti tra di loro? Quanto è importante all’interno del suo fare poesia l’elemento nutrizionale, le suggestioni che possono derivare da una prelibatezza vista, agognata o pensata?

 

 

NDSB: Le due parti della medaglia non sono in competizione, vanno in abbinamento e l’una non esclude l’altra: mens sana in corpore sano. Ebbene, la verità è presto detta, la soddisfazione del palato dinanzi al buon cibo è la stessa che un grande poeta mette in poesia, stessa “apoteosi”, stessa sublimazione che, combinando espressioni superlative di carattere intellettivo l’uno e olfattivo l’altro, riescono a combinare la simbiosi dei sensi: armonizzarli si può, anche con un eccellente cibo.

 

 

 

LS: Nella sua recente silloge L’eros e la nudità (Tracce, 2013) a proposito dell’amore scrive[7]:

 

L’amore non è né comodo né facile,

ci arde solamente dentro come scintilla vitale,

ci scorre tra le pieghe come istante perfetto

nell’arroganza di solitudini abissali.

 

Non è questa una visione troppo “cupa” dell’amore che sembrerebbe essere vissuto in maniera poco entusiasta («non è comodo») e che si delinea per le sue difficoltà («né facile») perché alla minaccia delle «solitudini abissali»? Qual è la sua idea sull’amore?

 

 

NDSB: In altri testi della stessa opera affermo: “dalla nostra carne sboccerà l’aurora.” oppure: “siamo uccelli che sforano il cielo/ e si accendono di vivido sole”; “Come uccelli di fuoco sorvoliamo il caos.” Non è nel significato che le attribuisce Lei che ho inteso porre l’attenzione! Troppe volte si abusa dell’amore, si eseguono acrobazie, equilibrismi, di cui l’amore non ha necessità. Il vero grande amore ha funzione in sé, vive di luce propria, emette segnali di armonia che nessun’altro sentimento può eguagliare. Il pericolo, il rischio è solo di stravolgerlo, di mistificarlo, di confonderlo.

I versi di tutta l’opera si susseguono con ritmo suggestivo-emozionale, cogliendo la voce dell’Eros come la sola in grado di dar vita al soggetto amoroso. Trovo che l’opera vada oltre il quotidiano, non bisogna imprigionarla nei soli due versi che definiscono l’amore: non comodo nè facile. In realtà non lo è. Eppure ardito si leva il sogno, ardito il concetto di volerlo determinare in spore di felicità, oltre il dubbio e le limitazioni dell’umano sentire, oltre la ferita e l’offesa delle miserie umane.

 

[1] Ninnj di Stefano Busà, L’eros e la nudità, Pescara, Edizioni Tracce, 2013, p. 27.

 

 

 

LS: Tutti giorni alla tv sentiamo parlare di Europa o, meglio, di Unione Europea, quale organismo politico-economico che è frutto di decenni di incontri, convegni, trattati tra i padri politici che intravvidero in un sistema federativo e comunitario di stati una via da perseguire perché sinonimo di forza, prestigio e solidità economica. Ora, a più di dieci anni dall’introduzione della nuova moneta, in molti –da più parti politiche e, soprattutto la gente comune- stanno chiedendosi se non sia auspicabile un ritorno alla Lira. L’insoddisfazione nei confronti del sistema economico europeo è palpabile un po’ in tutto il Vecchio Continente, per motivi di diversa natura. Che cosa pensa Lei dell’Europa? Qual è l’idea che le sale alla mente quando sente nominare la parola “Europa”? Esiste, secondo Lei, un retroterra culturale condiviso tra i vari popoli che “abitano” questa Europa?

 

 

NDSB: una grande tragedia per gli stati piu’ deboli della U.E. questa e’ la mia personale impressione, ma e’ avvalorata dai giudizi di grandi economisti e geni della finanza globale che intercettano il rischio di una defaillance del mercato delle nazioni facenti capo alla U.E Nessuno si sforza di capire la situazione che si verificherà nell’eurozona manipolata dalla politica speculistica e truffaldina della UE che ci sta portando allo sbaraglio. Le nazioni più forti economicamente vogliono soppiantare quelle più deboli, in modo da avere meno bocche da sfamare nel 2015/2020.

E succederà un cataclisma. Non vuole essere allarmismo ma semplice considerazione dei fatti. La prima ad uscire sarà la Grecia, seguita dalla Spagna e da altre, per non fare il nome dell’Italia che è all’osso, ridotta ai minimi termini da una politica troppo rigorista, sotto l’egida merkeliana, fatta di tasse e balzelli alla maniera di Monti. È la teoria dell’economista Charles Robertson di Reinaissance, dove c’è il massimo rigore, si comprime lo sviluppo, l’incremento del peso fiscale riduce sul lastrico un popolo e ne sentenzia il fallimento economico - default - Ma c’è anche chi si spinge oltre, come il gestore di fondi speculativi Kyle Bass, secondo cui il destino dell’Europa è già segnato. Ma a dare dichiarazioni shock è Reuters. La recessione non avrà breve durata, la crisi andrà molto oltre le previsioni e non avrà lieto fine, sfocerà in una guerra mondiale ha concluso Bass, Fondatore di Hayman Management Capital (Dallas).

Bass è convinto che assisteremo a guerre sanguinose e rivoluzioni, un vero dramma per le popolazioni e gli stati che non potranno stare al pari con le speculazioni di un sistema capitalistico da guerra “stellare”. Lo stallo sarà un’immensa perdita di capitali che sotto forma ingannevole e fatti passare per diminuizione del debito pubblico lasceranno sul campo morti e feriti. Il fenomeno potrà nel tempo allargarsi fino a provocare una riduzione drammatica sugli stati sovrani che dovranno uscire dall’euro. Ma non è molto lontano questo pericolo, anche se nessuno ne parla, e proprio per questo, avverto il rischio incombente e prossimo a succedere. A dare il primo segnale è stata l’Inghilterra, cui potranno seguire altri stati in grave affanno economico. Mi lasci aggiungere che la  politica e la poesia sono due poli opposti, si trovano agli antipodi del genere umano, non vi è capacità di armonizzarli, perché inevitabilmente l’una esclude l’altra: il poeta vive nel suo limbo perfettibile, il politico esclude tout court la ragione dell’omologazione, perché lontano anni luce dalla verità e dal bene comune. Vi è una profonda ragione speculativa nella spartizione politica, che esula dai principi e dalle essenzialità della palingenesi evolutiva. Il politico è (e resterà) uno strumento per “configurarsi” un potere sugli altri simili, il poeta no, vive di idealismi, forse di utopie. Le due posizioni sono fondamentalmente diverse e non associabili tra loro. 

 

 

LS: Oggigiorno le collaborazioni tra più autori e le scritture congiunte o “a quattro mani” sono molto diffuse, sia nella narrativa che nella poesia. Sinceramente troppo difficile, se non addirittura inconcepibile, che una poesia possa essere scritta insieme da due persone, nonostante la loro vicinanza, amicizia e parità di visioni perché la poesia, per come la concepisco io, è un atto estremamente personale che non può realizzarsi nella spartizione della creazione tra un attacco scritto da una persona e una seconda parte scritta dall’altra. Credo che in questo modo l’atto stesso di far poesia possa essere considerato morto e la lirica finisca per essere un misero collage di frasi di persone, incollate a puntino, con esiti che non possono che risultare desolanti. Che cosa ne pensa Lei a riguardo?

 

NDSB: L’incompatibilità tra i vari “individui” esclude “ a priori” una realizzazione a quattro mani che possa armonizzarsi in perfetta sintesi. Saranno sempre due o più modi di sentire, di avvertire la visione dell’esistente, diversificate le aspirazioni, le idealità, le emozioni. È come voler accoppiare un cane e un gatto, snaturandoli entrambi, i due mondi confliggono e non vi può essere sintesi tra le due realtà. Il risultato non può che essere desolante, una sorta di puzzle, o un collage eseguito a freddo, a tavolino, le percezioni sono altre in ognuno, molto distanti dall’armonia che può realizzare una sola voce. L’esito a mio parere non può che essere inferiore.  

 

 

 

Firma  Ninnj Di Stefano Busà,

Segrate, 3 giugno 2013

 



[1] Tonino Guerra, I bu. Poesie romagnole, Milano, Rizzoli, 1972.

[2] Luciano Somma, Gocce nell’acqua, Fabula Edizioni, p. 10.

[3] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[4] Lenio Vallati, La vita nell'osmosi del tempo, Firenze, Edizioni Agemina, 2013, p. 17.

[5] Lenio Vallati è nato a Gavorrano (Gr) nel 1954 e risiede a Sesto Fiorentino. Svolge il lavoro di Capostazione presso l’impianto di Firenze - Castello. E’ poeta e scrittore. Di poesia ha pubblicato: Alba e tramonto (Bastogi, 2007) e La vita nell'osmosi del tempo (Edizioni Agemina, 2013). Di narrativa ha pubblicato: Soggiorno a Bip Bop (L’Autore Libri Firenze, 2003), Un criceto al computer (Ibiskos, 2004), Desiderio di volare (Bastogi, 2006),  e Gaffio d'Alba (Bastogi, 2011). Ha vinto molti primi premi sia per i racconti che per la poesia ed è presente in numerose antologie.

[6] L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio 1990-2012, curatori Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairòs, 2012.

 

Condividi post

Repost0
30 giugno 2013 7 30 /06 /giugno /2013 20:46

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

Personalità poliedrica. Assomma in sè tre manifestazioni artistiche: pittura, narrativa, poesia. Si potrebbe sospettare che non eccelle in nessuna, ma invece Claudio Fiorentini ha le capacità di esprimersi con ottimi risultati nelle tre espressioni suddette. In pittura mostra un tratto sicuro, una marcata bilanciatura cromatica, una preparazione pittorica che gli ha dato molto successo, partecipando a mostre e vernissage non solo in Italia, ma anche all’estero, dove è apprezzato per la sua abilità pittorica. Il suo stile è moderno senza eccessi di esaltazione del modernismo, perché sa dosare sapientemente colori e forme. La sua mano felice lo porta a creare un’arte che potremmo definire surrealista simbolica o simbolista surreale, (che dir si voglia). Risente della pittura impressionista del Novecento, col tratto molto calcato e vigoroso, un “nuance” che vi si avviluppa in modo avvolgente ed elegante trasferendo l’immagine in un paesaggio onirico di grande impatto. L’autore ha una visione tutta sua della vita e dell’arte, che lo porta ad individuare linee morbide, nelle quali scorre una passione per tutto l’apparato sentimentale del vissuto.

Mette a frutto le esperienze di vita acquisite in tanti anni di residenza all’estero, nei quali si è impadronito correttamente di varie lingue e si è adeguato ai tratti essenziali di un vivere cosmopolita, attraverso il quale ora esprime le caratteristiche principali dei luoghi visitati.

Possiede anche un grande patrimonio linguistico che mette a disposizione della narrativa e della poesia: entrambe molto frequentate dall’autore.

In narrativa è spigliato, divertente, ironico, si esprime a tratti alla maniera gaddiana. La sua scrittura molto stringata e parsimoniosa di aggettivazioni, di orpelli, mira al discorso concreto, senza arrangiamenti o infingimenti.

Il realismo convive nelle sue opere e vi trasferisce le linee essenziali di una verità dolorosa, ma sorretta da una saggia visuale dell’esistente che si manifesta in ogni circostanza.

Lo attraggono le grandi tematiche: l’amore, la morte, la religione, la filosofia affiancate da una visionarietà che scheggia talvolta il vissuto, fomentandolo e di riflesso cercandolo e tentandolo metaforicamente.

L’allegoria è anche una delle sue attitudini. La sua pagina narrativa sembra ambientata in un tempo dialogico ma anche diacronico, e si snoda lungo il corso di una ambientazione che riecheggia di molti temi.

Non mi aspettavo che anche la poesia di Claudio Fiorentini fosse di un certo livello, non avevo mai letto nulla dell’autore e sono rimasta sorpresa per la grande capacità di darsi al verso come una componente non fittizia di scrittura. Nelle sue opere non mette in circolazione solo la fantasia, ma la muove a suo piacimento, calcola le parole, i riflessi fonici. La sua ispirazione è armonica risente di un’orchestazione memoriale di buon livello, che sa gestire l’immagine in una ragnatela di riflessi addensandovi le emozioni, le suggestioni che sembrano provenire da lontananze, a determinare il coacervo delle sue immagini variegate, sobrie, intense: “oltre il confine dei venti/ Dove la pietra intagliata dagli antichi/ Ora contempla la pochezza umana.”(pag.21) e ancora: “in ore di marciume riscopri/ Che la notte non lascia segno/ Fuorché rughe di destini incompiuti.” (pag. 20)

Bellissimi infine questi versi: “ Lasciarsi andare/ in mari di dolcezze/ Dove il volo d’argento e nubi/ dissuadendo l’essenze e le magìe/ delle stagioni/ E ridendo al crepuscolo rincorrendo l’amore/ Per poi/ Lasciarsi andare...” (pag.14). Sta per uscire alle stampe il secondo romanzo di Claudio Fiorentini,

al quale vogliamo augurare il migliore successo e il più sincero apprezzamento per la completezza della sua triade artistica, che ben si addice alla sua personalità di pittore prestato al romanzo e alla poesia.

Una globalizzazione di identità, la sua, che in una geografia spirituale ricca di stimoli, non si presenta come transitoria, ma, attraverso uno scandaglio incisivo del mondo, assurge ad una cosmicità che muove scenari, paesaggi e luoghi ispirandosi al ns. tempo con tempra lirico-narrativa, che mostra la scenografia delle immagini la tensione e il pathos che tutto l’attraversano.

 

Condividi post

Repost0
23 giugno 2013 7 23 /06 /giugno /2013 11:50

 

Malaspina, di Maurizio Cucchi, Editore Mondadori, 2013

 

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Bellissimo libro, l’ultimo di Maurizio Cucchi. È un lavoro ancorato all’analisi introspettiva di una indagine che rivela la tensione della scrittura, del messaggio lirico che permane tenacemente avvinto alla sua definizione di poetica: “ho imparato a esprimere gli umori – anche gli umori forti – senza camuffarli. Senza infingimenti.”

Infatti Cucchi in questa raccolta esprime il senso dell’abbandono, del distacco da ciò (che è malessere, disagio) e inficia le capacità esistenziali dell’uomo e ne fa forza avversa all’energia vitale. La vita, pur nella sua materialità irrimedibile, manifesta parentesi di forme meno aggressive, lì, deve insediarsi l’uomo per raggiungere momenti di levità e serenità; la vita è scavo profondo nella “porosità” del mondo, delle sue forme esteriori che limitano a intermittenza le formule segrete, le ansie, le disavventure: “prima che torni a masticarci l’ombra/ di un già avvenuto distacco”.

In quest’opera vi è tutta la materica peculiarità dell’esistente e dell’assente.

La scrittura cucchiana si fonde con una vicenda quasi primordiale di “bene”:

“come un’escursione che il tempo ha gia ibernato”.

Cucchi in questa sua raccolta, individua i luoghi di eccellenza, le piccole cose senza grandi significati: “la ciotola” ad es. per risalire a ritroso nello spazio temporale della memoria, così profondamente da ricostruirne i tratti più salienti, quasi immergendosi e confluendo in alchimia cosmica: “un’alchimia infinita e di infinite sequenze di informazioni secolari.” Emergere, dunque, risalire in superficie attraverso lo sguardo del mondo, l’energia che emana da esso, senza farsi sopraffare e condizionare.

Cucchi vede il paesaggio esterno e lo delinea a mezzo di un occhio cosmico che indaga nella natura e la riscopre nelle sue atmosfere diverse. “brevi soste felici/ di sospensione e improvvisa /adesione” in completa pace e privilegio naturale dei sensi e delle suggestioni che da essi originano: sul modello di “strenua gerarchia animale”.

Nel contemplare i frammenti di vita, il poeta s’inebria di una luce difforme, di una distanza tra la terra e le stelle.

In questo libro vi è un incontro felice che va incontro ala filosofia naturale della specie umana e ne rivela una realtà più aderente alle forme primordiali dell’uomo; vi è la piena accondiscendenza ad una terra che vuole e deve essere madre, non matrigna: “senza confini ignoti”, una terra ospitale in cui essere sereni nella ragionevolezza di un percorso terreno a misura di umanità; un’escursione terragna quella di Cucchi che si riconosce e si autodefinisce dall’estraneamento ai vizii, un trasalimento della coscienza dell’io (quasi primordiale) per goderne la naturale bellezza e naturalezza contemplative.

È un modo di esprimere l’abbandono animale in adesione agli impulsi naturali, un richiamo all’armonia cosmica: “nel presente assoluto, animato/ della pace normale dell’esserci/ / senza conflitti e sfide, senza/ miserabile calcolo, / ma nella pace e nella più normale armonia discreta dell’esserci.”

Condividi post

Repost0