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16 giugno 2013 7 16 /06 /giugno /2013 17:09

 

“MIELE D’ARNIA”: IL SIGILLO DELL’AMORE

 

a cura di Sandro Angelucci 

 

    

      È la relazione che m’interessa, ciò che rilevo attinente - nel senso di non estraneità - sia all’amore sia ai filtri che sembrerebbero, nel bene e nel male, coercitivi nei confronti della libera espressione dell’eros.

      La nudità, allora: rispettiamola, subito, senza porre in mezzo nient’altro che quella che non esito un istante a considerare una piena assunzione di responsabilità dell’autrice di questi versi, della sua poesia e della stessa passione amorosa coinvolgente i sensi quanto la mente.

      Ecco, a seguire, il testo integrale della lirica che - a mio parere, ovviamente - può essere la chiave di lettura della raccolta:

 

Tutto è rimasto a quell’ora,

a quel luogo che decantava l’amore

come acqua di deserto.

Un corpo è sempre un corpo,

anche nel sorriso che esprime il possesso,

l’alterità di un sogno che vi cresce dentro,

quando con naturalezza ci attraversa

veloce un altro sangue,

e rifiorisce nelle vene il senso del mondo,

nudo e segreto.

 

      Cosa si percepisce? Intanto, appunto, che la voce recitante (e - si badi - non ho detto chi scrive) consapevolmente professa un suo sacrosanto diritto accettando, in nome della verità, l’onere, con tutto quello che comporta, di essere ciò che è; no, nessuno scandalo, nulla di cui doversi vergognare ma bellezza, sublime bellezza del rischio.

      Poi, i polisensi: segno di confusione? Esattamente l’opposto: bisogno di fare chiarezza, di sgombrare il campo dai malintesi, di amare veramente.

      Chi ama non si veste, si spoglia, fino a togliersi persino la pelle, a provare dolore, quindi, la cui soglia - lo sappiamo - è a così stretto contatto con quella del piacere che diventa impossibile, al culmine, discernere l’uno dall’altro.

      Che venga, la nudità, che ci porti l’orgasmo più alto, ci riconsegni pure la sofferenza del godere purché, con lei, si palesi l’amore.

      Ho parlato di varie accezioni o - meglio - di significati contrapposti del termine perché, non soltanto per fini esegetici, sia totale la sua comprensione, ma anche e soprattutto perché il fruitore possa identificare la propria aspettativa di felicità nel senso stesso di attesa, nell’ “evento/avvento”, di cui scrive la Busà, e tramite il quale esorta a dare “un nome all’amore” nonostante “i suoi travestimenti”, indispensabili alla tutela del mistero: “diamo loro sembianza di purissimo azzurro, / tra carne e sogno, senza ingannare / la castità”, terminano così, con questa splendida chiusa, i versi che ho desiderato sostenessero il mio pensiero.

      Mi sovvengono questi altri, ad esempio, che supportano quell’idea minima, eppure estrema di benessere, di appagamento: “Felicità dell’attimo o del niente, pegni / lasciati in fondo all’anima / . . . . / Tutto poi si compone e si scompone, / attorno a quel dettaglio che è la vita.”.

      Già, la vita, il luogo dove, in fondo, si consuma il tempo del “letargo”, e “delle molte stagioni d’oblio” non resta che la primavera dell’amore, il vero risveglio.

      Dello schiudersi ed appassire del fiore “permane / l’aroma inebriante dell’ultimo dono”.

      È l’Amore, che brucia come fuoco di paglia nell’unione dei corpi e s’eterna in quella stessa fiamma, il “miele d’arnia” che sigilla “alveari di silenzi”.

      Nelle loro celle - e concludo, associandomi all’auspicio, per il quale non trovo parole più adatte (mi perdonerà) di quelle della poetessa - “possano le voci continuare / a cercarsi al di là della fusione momentanea, / come la sete l’acqua.”.

 

 

 

                                                                       

                                                                                     Sandro Angelucci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ninnj Di Stefano Busà. Eros e la nudità. Edizioni Tracce. Pescara. 2013

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12 giugno 2013 3 12 /06 /giugno /2013 09:38

Giudizio critico sulla poesia di Ninnj Di Stefano Busà

 

(di Franco Campegiani)

 

C’è un matrimonio segreto tra poesia e filosofia. Gli indizi di tale misterioso evento sono fortissimi nella poesia della Busà (ovviamente al di là di ogni consapevolezza razionale), e più che mai lo sono in questa fascinosa poesia. Può l’antico avere la freschezza del nuovo? Si, se l’antico equivale all’”immemore” di cui parla la nostra amica in questi versi ispirati. Ci sono saperi ancestrali che l’uomo pone tra parentesi, e naturalmente dimentica, ma che sono pronti ad esplodere in qualunque momento, lavando la “ruggine del tempo” con un nuovo “mattino di luce”. Può accadere in un giorno qualsiasi, imprecisato, quando l’intelletto misteriosamente spezza ogni steccato e – di nuovo vergine – scopre di non avere più segreti per il proprio spirito, per le proprie “ombre protettrici”, lasciandole fluire senza intoppi nelle azioni quotidiane. L’”antico” di cui qui si parla non ha nulla a che fare con la memoria, con i ricordi tramandati. Si tratta di lampi che illuminano la mente, provenendo da regioni totalmente dimenticate. Regioni fuori dal tempo, che s’immettono nel tempo scuotendolo dal proprio torpore. È un cuore antico a svegliarsi, un cuore che non è mai invecchiato, né può invecchiare, perché costantemente vive nella vertigine del primo giorno. Il momento è magico e la poetessa sembra porre i propri pensieri al di fuori di se stessa, dandoli in prestito a crepuscoli e aurore, affinché possa compiersi in lei il miracolo del vuoto mentale.

 

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10 giugno 2013 1 10 /06 /giugno /2013 16:13

INTERVENTO CRITICO DI WALTER MAURO

 

 

Questa nuova raccolta di Ninnj Di Stefano Busà che s’identifica e si configura come una sorta di rivisitazione dell’Eros, che si fa carne e sangue del tempo e del suo confine, inquietudine oltre l’estremo limite e apre il suo bozzolo di felicità terrena, si presenta di primo acchito come un esercizio diretto gioiosamente alla vocazione dell’amore, in un linguaggio che sviluppa tutto il suo apparato linguistico e la sua non casuale distinzione, tra lo spazio indifferente ad ogni slancio o bagliore del cuore, e la sua connotazione vocativa all’amore, a difesa della morte: “l’amore non è comodo né facile/ ci arde solamente dentro come scintilla vitale,/ ci scorre nelle vene come istante perfetto,/ nell’arroganza  di solitudini abissali.”

Devo ammettere che questo lirismo mi ha colpito, perché molto diverso da tanta simbologia amorosa. Sono versi interessanti, smaliziati da una sigla autonoma e molto efficace che li rende profondamente umani e vivi, permeabili all’Eros. C’è un lirismo acceso, il senso del tempo dolcemente rappreso nelle sue qualità fenomenico/temporali. L’amore va ricercato dentro “un battere d’ali/ in un remoto altrove,/ oltre i giorni quieti.” Intensi anche questi versi: “L’amore trova sempre l’orlo dell’abisso/ in cui morire e poi risuscitare.”

Le sottese umanità e sensibilità dell’espressione amorosa si consegnano, tout court, sfrangiate da ogni malizia alla fuga del tempo e giungono al lettore come tracciato di vita essenziale, nel quale la fine non ci ghermisce del tutto, perché trova referenti che tutelano l’esistenza dall’indifferenza e dalla impietosa, ombrosa sterilità che rimanda ad altra morte, istruendo un percorso letterario e umano quale speranza che, in modo suadente e senza sovrastrutture, riesce a cogliere la stagione dei sentimenti, dotandola di una nuova e illuminante connotazione verbale, che apre a prospettive nuove l’emozione, riuscendo a coniugare la relatività della materia ad una più coinvolgente dimensione di spazio/atemporale: “Gioca a gatto e topo l’Eros/ cerca nel tuo corpo la ragione vitale dell’esser(ci)/ si commuove nella compenetrazione amorosa,/ nell’abbaglio del desiderio.”

In questa silloge, mi pare che si configuri una nuova e più esaltante accensione della materia amorosa. L’intreccio di due fusioni  travolge il tema immaginifico ed espressivo per essere peculiare alla modulazione del canto. L’osmosi dei corpi che modulano l’aspetto più misterioso dei destini individuali si fa carico in questa raccolta di apparire in congruità con le esaltazioni vocative di un erotismo fatto a immagine e somiglianza di tratti onirici: “...e possano le voci continuare a cercarsi/ al di là della fusione momentanea, /come la sete l’acqua.”

Vi è un punto altissimo di questa poetica che sintetizza la capacità dell’auscultazione interiore, oltre che materica della fenomenologia amorosa: “Fomentare la luce, immaginarla/ tra le pieghe del corpo: scivolarvi dentro,/ intonarvi una canzone mai indossata/.../ oltre i giorni quieti dell’attesa,/ come se fosse l’ultima volta.”

Ritorna sempre la vis amorosa a riaccendere il fuoco, a delibare gioia, a torturare la voluttà, tentarla, entro i limiti desueti della casta e pura nudità, oltre la sete e la vocazione attitudinale di essere vivi: “..e ci ammonisce, amore/ come una lanterna che ha bruciato tutto l’olio/ e consuma le ultime gocce.”

Dinanzi ad una tale strategia espressiva la parola è riconducibile alla variazione dei suoi significati, indaga nelle diverse dimensioni dell’io, si proietta nella visionarietà e nelle innumerevoli metafore amorose. Tutta la silloge è fruibile e sa guidare alla lettura che sempre mira alla scomposizione degli elementi in prossimità di ogni storia d’amore. Il pensiero si sviluppa per immagini che mettono a nudo l’anima, sicchè ogni verità dell’essere si sintetizza come rivelazione di sé, nel moltiplicare la presenza delle ragioni intime che espongono un sapientissimo gioco di forze, nel mettere a nudo la conquista delle emozioni. Qui siamo oltre il manierismo di tanta poesia odierna, vi è chiara e nitida la parola che indaga sulla capacità del rapporto d’amore attraverso la suprema luce della poesia per entrare definitiva e felicemente risolta nel raffronto fondamentale tra l’io e il “noi” superando la dualità per giungere alla più alta conquista poetica. Il risultato è mirabile, sciamanico. È necessario prenderne atto: rimane sullo sfondo il magnificat dell’espressione lirica, l’apoteosi dell’evento, le sue ragioni ineluttabili che puntano al dibattersi dell’io a fronte del suo meno indulgente oscuramento, alla ricognizione del magma che scandisce le modalità del “corpo” dando libero spazio all’impeto amoroso, come della dimensione che ne conserva il tono erotico e ne marca gli abbrividenti istanti. Felicità edotta e sedotta con evidenti risvolti verso un’alterità che si ricongiunge e s’interroga sui reali soprassalti di memoria, distintiva per l’accumulo di passione che giunge ai suoi più alti risultati, come gli esemplari due versi che ne sanciscono l’alta espressione lirica:

                                  

                                   “Una pur breve eternità cogliemmo

                                   da vertigine d’amore che vanisce.”

 

Roma, marzo 2012                                                                    Walter Mauro

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10 giugno 2013 1 10 /06 /giugno /2013 11:26

 

 

Non sappiamo

 

La notte ha occhi seducenti,

dal sogno evoca l’oro di memorie,

si fanno lente come clessidre vuote

all’ombra delle attese,

alzano vessilli d’alba, reti di dolore,

sfilano come lame sul velluto

le giostre colorate dalla luce,

preparano il giorno al sangue già versato,

agl’immemori presagi della resa.

Sarà ancora dubbio questa disarmonia

di canti? Artiglio delle favole incompiute

scioglie la nera uniformità notturna.

Ogni silenzio è guado in mare alto,

vena di attracco lungo il bordo scuro,

riarso dei ricordi.

E non vorremmo migrare in altri luoghi

che quelli di un cielo di cobalto.

Uccelli migratori ora smarriti

non sappiamo chi ci salverà.

 

 

 

 

  Acque chete

 

Come acque chete

che accarezzano scafi, accelera

l’aprile al litorale, fiati di brezza,

promesse di equinozi attendono

il sogno dell’estate, ignara

dentro il fittume di ferite, anela

l’erba a rinfittire il verde sui muretti

sui dossi e sugli anfratti.

E ci spingiamo al largo dalla secca,

dai canali melmosi, al lampo azzurro,

al porto più sicuro come velieri

salpati al vento di bolina.

Terra che si sfalda ereditammo

e oro che la ciurma inabissa

al suo naufragio. E giungemmo

al lampo delle stelle con audaci pensieri,

a sfogliare giorni lievi, parole

che precedono il canto dell’addio,

forse il perdono o la dimenticanza,

senza voltarsi indietro.

 

 

 

 

  Labririnto

 

 

Un labirinto di franta luce,

un sogno aggrumato, precipitato

dal lungo sonno, lasciato a fiammeggiare

dentro il suo tormento, ossidato

come lanterna abbandonata

all’irrisolto abbraccio della luna.

Eppure inventeremo un nuovo giorno,

un’alba di rinnovato stupore

al sole d’innocenza.

La luce è incorruttibile stasera,

inventa nuove favole, sgrana rosari

e fiori abbandonati.

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6 giugno 2013 4 06 /06 /giugno /2013 09:14

 

Il Senso della possibilità di Antonio Spagnuolo, Kairos Edizioni, maggio 2013

                           a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

Con il senso della possibilità, Antonio Spagnuolo ci lascia smarriti, tale e tanta è la irrisolta, feroce contraddizione tra il prima e il dopo, tra l’essere e il dover essere, tra il cambiamento fatto di pensiero poetante e il discrimine, tra la fuga e l’addio, tra il tempo diacronico e sincronico, tra antinomie, segni fuggevoli, radici mnemoniche, abbandoni...ad ogni ora, sempre, riaffora quasi esumato dalla polvere dell’impellenza retroattiva, un nuovo giorno catapultato nei bisogni esistenziali e nelle afflizioni che immobilizzano il sentimento e lo istruiscono nel percorso obbligatorio, inconcludente della materia. Ma è nel segmento nostalgico che segue ogni tratto del suo itinere che Spagnuolo distingue in modo sintomatico le sofferenze, le differenze, vagheggia come uno scolaretto al suo primo appuntamento, fa leva sulle intuizioni oniriche, sulle inumazioni che avvengono tra le due dimensioni: umana e intima l’una, ostile quella extraterrena, visita la gamma esperienziale linguistica che della poesia una campionatura piuttosto vivace e abbagliata, talché si potrebbe definire in termine anche “abbagliante”. La fascinazione della parola ricrea un modello unico e irripetibile di sospensioni dialettiche che lasciano il lettore disorientato e attonito per le continue bellezze e sinestesie e metafore che la nostalgia della donna amata sa ispirargli. La solitudine è implacabile e inamovibile: una forza che procrastina la sua vera morte in un’atmosfera che non è mai elaborazione e disincanto, ma consapevole approdo, orgia di necrosi, a metà tra la vita e il suo contrario. Quasi mobile altalena, ogni ancoraggio risulta perennemente in bilico, senza una via d’uscita, in ogni caso sempre in sospensione. Molte immagini ne presagiscono una indagine accurata, pignola, e uno scavo tra le ombre che riflettono ora più che mai il desiderio della moglie adorata. I limiti sono quelli di una prigione, i rilievi danno per scontata una fuga, un’evasione attraverso il precipizio della psicanalisi introspettiva, ma dove? quando? tra notti asimmetriche e memorie affrante, il suo sé ricostruisce itinerari di nevrosi, risucchi d’illusioni, ferite sempre aperte, che deformano talune allucinazioni memoriali abbandonandolo alla nostalgia e anzi sprofondandovelo, fin nella carne viva, nel perenne dissidio, come in una tensione difforme tra la realtà e il sogno, tra l’immaginifico e il vulnus che non argina mai il vorticoso malessere, la inarrestabile ricerca dell’amata: “inseguo le tue ombre quotidiane/ per rubarti un sorriso” oppure: “Scatta improvvisa la malinconia/ che graffia, che morde, che inasprisce/ le braccia per divenire abbandono.” (pag. 84)

Tutta la sezione dedicata ad Elena è un perverso e avvolgente sudario per ricordi incontrastati, una r^everie “della docile materia, plasmata intorno ai volti ancora giovanili”. Il poeta vi accumula una tensione che si compenetra empaticamente con “l’altra” in una psicoanalisi di sopravvivenza che rimuova la smemoratezza, il vuoto dell’assenza, tutte le categorie perdute: felicità, presenze discrete, dolcissimi abbandoni  in un dispiegamento di simmetrie palpabili, di interferenze che sono continuamente espressione del suo disagio, rivelazione di una coesistenza immaginifica, tra il visibile e l’invisibile, fin quasi ad esasperare la dimensione dell’illimite, l’appartenenza e la commistione inconscia con l’oltre, di cui si fa carico il dolore: “ora forma dormiente / sei simbolo del nulla/.../e ricordo/ quando scrivevo per te versi gioiosi.” (pag. 97)

Il cielo ha voragini inconsulte,/ quasi le vene spaccano il sudario che riprova lente parole/.../ al confine dei nostri frantumi. (pag.99).

Vi è in quest’opera la forza prorompente di un guado, che cerca un  attraversamento dello Stige, verso l’altrove, una inconscia eppure lucida pulsione di trasparenze contraddittorie che violano le necessarie formule di rito, la caducità dell’istante, l’imperfezione della morte: si fa forte questa poesia di una levità che, pur, nel baratro provocato dall’addio, percuote e plasma, come in un canto folle d’amore, le logiche della materia e ne fa arte della parola, linguismo per scalfirne infine il suo mistero, forse alla ricerca dell’assoluto di quella trascendenza che è comunione di bene, vincolo di luce perenne, nell’indistinto dello smarrimento e dell’autoanalisi di ogni azzardo.      

 

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4 giugno 2013 2 04 /06 /giugno /2013 20:06

Oggi è l'antico una preghiera

 

Un sogno è sempre un confine,

un nuovo che evoca forme alate

all'agosto che in mare si versa,

come Meobe nell'occhio dell'uragano.

Mentre il sole si alza

e dietro l'orizzonte svolano

ampi uccelli variopinti.

Non ho segreti mie ombre,

numi e protettrici che serrano la vita

come un ramo fiammante

nel folto del canneto.

E voi, pensieri, restate dove il sole

interamente appare una palla di fuoco

o dove l'alba invoca il nuovo giorno

o gli uccelli custodiscono piume

ai nuovi nati, all'ora del tramonto.

Oggi è l'antico, l'immemore

il nuovo confine,

come preghiera sussurra

alla ruggine del tempo

il suo mattino di luce.

 Una poesia, Oggi è l'antico una preghiera, che si fa pluralità di intenti emotivi. Sono l'impiego degli stilemi, delle figure allusive, le tecniche espressive a dare forza al supremo bagaglio esistenziale della Busà; bagaglio, che, cresciuto col tempo, col diacronico succedersi degli accadimenti e con le successive meditazioni sull'esistere, si è espanso in parola. Parola desanctisiana. Parola totale, viva, umana, e sovrumana; parola che contiene il sapore del vivere e dell'esserci con tutte le inquietudini del fatto di essere umani. Parola che non si accontenta del semplice etimo, ma vuole scalare le vette ardue de pensiero filosofico, del pensiero pascalianamente dicotomico, umanamente inquietante. C'è qui una lezione sull'arte del dire e del fare poesia. C'è qui un sapiente e generoso impiego del significante metrico: un abbraccio iperbolico, da parte dei suoni, al fatto di esistere. C'è questa vicinanza sconvolgente fra il verbo e le smisurate estensioni dell’azzardo. C'è il sacrosanto peso della memoria, dell'antico, c'è tutta la vibrazione di un'avventura che vuole farsi perenne e con la poesia e con gli allacci al domani. E c'è il sogno. L'atto onirico. Quella parte di noi che più ci avvicina all'imponderabile; il limen, la sottrazione implacabile del presente, il recupero con l’atto creativo. C'è insomma la grande forza etica ed estetica,  quel polemos di una grande poetessa che ha dato la vita, tutta se stessa alla categoria dello spirito.  E l'antico si fa preghiera per dare luce alla ruggine del tempo. Versi che fanno meditare, riflettere, che fanno da punto focale per ogni amante del canto e non solo. Quelle metafore, quelle sinestesie, quegli accorgimenti metrico allusivi a potenziare i significanti. E può essere l'antico il nuovo? Può farsi l'antico speranza in un mondo che gronda insipienza. In un tempo che gronda ruggine. E che sia preghiera! D'altronde quando è che ci facciamo complici col Cielo, effondendo le  nostre preghiere? Perché lo facciamo? Lo facciamo per chiedere il bene, lo facciamo per coprire quei vuoti di cui si nutre l’insufficienza umana. E allora che preghiera sia! Già nell'intenzione c'è la speranza di un mondo migliore. 

Nazario Pardini     

 

 

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4 giugno 2013 2 04 /06 /giugno /2013 11:00

L’evoluzione delle forme poetiche

antologia curata da Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo

Kairos Edizioni, 2012

PRESENTAZIONE DELL’ANTOLOGIA A ROMA

Pseudo cronaca di un evento letterario

articolo di EUGENIO NASTASI

  

imagesLa presentazione del volume “L’evoluzione delle forme poetiche – La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012)” Kairòs Edizioni, Napoli, 2013, a cura di Antonio Spagnuolo e Ninnj Di Stefano Busà, ha offerto, lunedì 13 maggio u.s. presso la Libreria Ready Cavour a Roma, davanti a un amalgamato pubblico di poeti e curiosi, l’occasione di guardare alla poesia contemporanea in modo diretto, senza filtri critici interessati e/o comunque di parte. Nel compito portato a termine dai due curatori si scorgono i problemi concreti del “fare poesia”, si fa strada insomma la necessità di cogliere anche “nei periodi bui di stagnazione e regressione” come l’evoluzione delle forme poetiche “ha mantenuto (per fortuna) alcune categorie  universalizzanti che fanno della parola poetica una realtà necessaria” (dall’introduzione della Di Stefano Busà).

In soldoni spiccioli, come hanno argomentato Corrado Calabrò, Plinio Perilli e Franco Campegiani, moderati da Claudio Fiorentini, questa antologia possiede lo statuto di “archivio storico” inaugurando una stagione di accurato impegno di ricerca e disamina dell’evoluzione delle forme poetiche italiane ad ampio spettro, ovvero sintonizzando l’attenzione speculativa anche attorno alla produzione scritta della periferia. La presenza di ben 287 poeti, censiti e vagliati in anticipo, descrive esaustivamente il “periodo poetico” dell’ultimo ventennio, anche se le assenze non mancano ma non certo per miopia dei curatori se è vero, come scrive Spagnuolo nella postfazione, che “diversi autori (bontà loro !) hanno declinato l’invito, adducendo scuse a volte puerilmente banali, a volte prive di quella necessaria cultura umanistica che distingue lo scrittore autentico”.

“La pluralità delle voci” ha detto Franco Campegiani nella sua relazione, “è testimone senz’altro di un desidero documentaristico, di oggettività storica pertanto, più che di tendenza artistico-culturale. Tuttavia un’ indicazione critica emerge per il fatto che i direttori d’orchestra riescono a fare della pluralità polifonica, un coro a più voci intorno al leitmotiv della ricerca dell’umano in un mondo vieppiù dominato dalle macchine e dalle tecniche, come quello attuale; in una situazione di “ crescente isolamento e depauperamento della poesia, quando invece più forte se ne avverte il bisogno”, come è detto nella nota divulgata dalla Kairòs. In questa nota si specifica che “scopo dell’opera è affiancare e stimolare una più ampia conoscenza dei fenomeni linguistici sollecitando la voglia di aprirsi al sogno che, sempre, da un’epoca all’altra, rimane immutato e risulta vincolato al desiderio di proporsi alla Poesia”. Non meravigli l’ampio spazio dato ad alcuni passi dell’intervento di Campegiani vista la sagacia con cui l’autore coglie l’animus dell’intera operazione editoriale, accentuando il peso della scelta della Kairòs “che supporta la presente operazione antologica e sceglie di fare fino in fondo il proprio ruolo di editore, finalizzando l’aspetto commerciale a quello prettamente culturale e artistico. Occorre scardinare il pregiudizio che i cosiddetti bisogni dello spirito possano, o addirittura debbano, essere trascurati sul piano della vita pratica”.

Ponendosi in una condizione di avanscoperta rispetto ad altri tentativi pubblicati in questi anni, l’antologia porta in superficie, nelle due parti che la compongono, quel carattere peculiare che è proprio del poeta in rapporto col suo tempo e col suo spazio socio-culturale. Si tratta dei decenni che immediatamente ci precedono 1990-2012, dentro ai quali si è manifestata la prosecuzione di una sopravvivenza della poesia pur negli sbandamenti dell’omologazione e nell’assalto dei media stigmatizzati nel flusso perenne tipico della rete, ovvero nelle varie fasi della stagione dei dissensi avanguardistici e, comunque, degli sperimentalismi spontaneistici, per lo più avviati a esaurirsi nel tempo.

Anni certamente complessi, durante i quali poeti noti e comunque degni di collocazione storiografica e poeti meno noti ma di provata fisionomia, diversa rispetto al passato e dunque riconoscibili nel segno scritturale, mettono in cifra un profilo stilistico e versificatorio denso portando l’espansione poetica oltre il mediocre confine del poetichese. Confine riconducibile a quel mondo esterno che non ha più il sapore, l’odore, il colore, la stessa finitudine della realtà o del suo ricordo e sogno, ma l’imbalsamato perimetro della clausura minimalista, cioè dell’ovvio, dell’artificiale, dell’oleografico. Si sviluppa, insomma, con questo impegnativo lavoro di ricerca, un progetto per la poesia, in grado di reggere quanto meno per l’autenticità delle voci, la perdita di terreno se non proprio di pubblico della poesia in vetrina, scorgendo dentro lo steccato di una più vasta crisi esistenziale e morale, elementi di provata attitudine, convinti che ogni forma di arroccamento sulle proprie posizioni vada individuata e risolta, ma non occultata. E’, per dirla con i termini correnti della più avvertita critica, la frequentazione dell’infinita riserva dei dialoghiattraverso cui è auspicabile la ripresa di contatto tra le sfere in qualche modo sublimi della produzione poetica e la popolazione dei lettori, in una dimensione di scambio capace di parlare al pubblico, offrendo in una sorta di osmosi intellettuale, un punto di riferimento e un luogo di discussione.

Rilevando la pluralità di esperienze poetiche che partono da lontano e prendono forma nel recente periodo di particolare fermento, gli autori in definitiva intendono qualificare questi anni caratterizzati dallo slancio della ricerca e degli esiti come occasioni di coinvolgimento e di apertura, anche se, come riporta Spagnuolo, “ la fruizione del testo poetico non si esaurisce con la comprensione”. L’importante, ed è bene sottolinearlo, che la poesia divenga luogo diimmersione con caratteristiche di condivisione di una certa ritualità del qui, ma anche dell’oltre.

Va da sé che il testo restituendo al panorama editoriale un tassello che mancava, è tutto da leggere e consultare per la sua riuscita consistenza di almanacco se non proprio di annuario.

Mi piace, infine, segnalare altri nomi di amici, in qualche modo assimilabili a quelli proposti da Campegiani nel suo intervento, inseriti nel testo insieme allo scrivente: il compianto Mario Specchio,  Franca Alaimo, Leopoldo Attolico, Nicola Romano, Luca Benassi, Roberto Maggiani, Antonio De Marchi-Gherini, Domenico Cipriano Franco Buffoni, Mariella Bettarini, Nadia Cavalera, Pietro Civitareale, Liliana Ugolini, Guglielmo Peralta, ed altri.

Il più affettuoso saluto ad antologizzati eccellenti: ai due ottimi curatori Ninnj Di Stefano Busà  e Antonio Spagnuolo, al solerte Plinio Perilli, a Corrado Calabrò e a Franco Campegiani, che ha permesso col suo contributo scritto di rendere meno lacunosa questa pseudo-cronaca.

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Al tavolo di presentazione sta relazionando il critico Ninnj Di Stefano Busà

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2 giugno 2013 7 02 /06 /giugno /2013 13:24


sabato 1 giugno 2013

CARMELO CONSOLI SU "QUELLA LUCE CHE TOCCA IL MONDO" DI N. D. S. BUSA'


Quella luce che tocca il mondo
di Ninnj Di Stefano Busà


 
Carmelo Consoli
Partiamo subito da una affermazione e cioè che questo libro ha una sua logica ed una sua unità nel porsi come raccolta poetica di stampo filosofico- esistenziale attorno ai  contenuti vitali  e che non ha velleità comunque di risposte dottrinali ma bensì reiterate esplorazioni tra stagioni di luce, presenze e consapevolezze di assenze, esili, silenzi. Vuole essere quotidiano resoconto di un vivere tra considerazioni amare e ritorni edenici onde illuminare il significato dell’esistere, condotto con estrema spoliazione di sé e coscienza dei limiti umani. Rappresenta pertanto uno scavo profondo sul percorso e sul mistero della nostra vita.
Basterebbe, del resto, dare soltanto una rapida scorsa ai titoli delle singole opere per rendersi conto dell’intento creativo dell’autrice.
Nettamente si evidenzia il fluttuare della parola tra la percezione del finito materiale, nelle sue varianti positive/negative  e dell’infinito oltre, ( oltre la metamorfosi per citare sue parole). Una condotta poetica portata avanti con lucida consapevolezza attraverso una meditazione profonda, sofferta, una confessione che è canto dolce e aspro dei contrasti.  Lirica di nostalgie e stridori unita al richiamo di una fede, che colmi per dirla con i suoi versi “ quella insostenibile distanza dal cielo”  di cui scrive: ” c’è solo da immaginare la virtù degli angeli, le loro ali, le ninne nanne di un coro di bambini”.
Si ha abbandonandosi a questa poesia coinvolgente dalle tonalità vigorose e delicate al tempo stesso, la sensazione che  tramuta via, via in emozione, di entrare in un solco vitale vagante tra ombre e luci, suoni e silenzi, presenze e solitudini perennemente a cavallo tra la coscienza dolorosa dell’esistenza cristallizzata nei propri conflitti, la trafittura, come ella la definisce della realtà e la fuga, l’evasione verso incontaminate sponde e spazi di purezza d’anima.                                                          
Una raccolta intessuta di fiati memoriali, sinfonie di stagioni; uno  scorrere inesausto e affollato di nature, paesaggi, cromie di particolare bellezza in cui si avverte la matrice meridionale dell’autrice. Insomma un ampio excursus tematico portato avanti con la tecnica  delle riprese, degli approfondimenti, delle combinazioni, degli intrecci  e con l’utilizzo di tonalità in ampie variazioni musicali, la cui armonia e luminosità viene costantemente violata dalle “arsure” simbolo di mancanze di linfe esistenziali o accendersi di tensioni emotive, dalle “assenze”( simbologia ricorrente) ad evidenziare mancanza di contenitori vitali, ma anche incomprensione e lontananza dall’Oltre, ed infine da una realtà indecifrabile e misterica che tutto avvolge, di cui si avvertono con estrema acutezza fragilità e silenzi.
I versi di questa raccolta emergono da profondi mondi interiori  contrassegnati da un comune denominatore e  primo attore che è il  “Tempo “ nelle sue sfaccettature varianti dall’attimo lucente, dal minimo dettaglio salvifico,  da “un solo giorno d’idillio”, a “tutto il resto che è vuoto intorno”, nella sua comprensione esaltante e dolorosa.
Le liriche si mostrano corpose, palpabili, nelle presenze, nelle fragranze, nelle sonorità; spesso sono cromatici spazi dentro cui si agitano con pari bellezza  il viburno, le mortelle, oppure il rezzo, le ginestre avvampanti o  i gelsi, i melograni, le cicale  e dove la poetessa  è sempre  attenta  alla ricerca della parola nel suo massimo contenuto espressivo, all’essenzialità del significato e del significante ; ogni composizione  è sapientemente condotta sul piano metrico con un linguaggio raffinato, icastico e con l’utilizzo di similitudini inedite, aggraziate componenti metaforiche, enjambements, piacevoli assonanze e  talora allitterazioni.
Ma torniamo alla questione irrisolta tra luci e ombre. Nel loro strenuo contendersi tra “ chiarori di alture di pampini, gramigne di lucciole, fuochi, case bianche” e ancora “grido di semine, tratturi tra lune e grilli”  e ombre della “nicchia delle assenze”, “sensazione di macerie”, del “resto che è grido o abisso che di sé ci colma e di “ogni giorno che è principio alla sua fine” la poetessa passa al setaccio paradisi  e purgatori in cerca di una soluzione al dilemma esistenziale.
Allora se da una parte il lettore subisce la fascinazione del respiro vitale dell’autrice che con abilità di trasmutazione poetica lo conduce in un mondo altro di azzurrità celesti e rigenerative fragranze dall’altra ne constata la fatica del vivere o del sopravvivere, l’umiliazione costante, il crudo dolore,  il frequente dissolvimento, così come “l’esilio aspro “,le “nature disseccate”, o le “rigogliose spirali di nequizie amare” e la morte” là ove periscono tutte le cose”( e  qui ritorniamo alla metamorfosi).  Questa costante ambivalenza del sentire la permanenza terrena( questo “essere vivi e dispersi”) sopravvive nelle poesie e si esalta a mio giudizio nella sezione “Le linfe del distacco” come ad esempio nelle liriche ” Mattinali di allodole”, “ D’ambrosia la tua manna” , “Ginestre”,  “Petali selvaggi”, “ S’attenua la magia”;  tutto insomma si svolge all’insegna del sogno luminoso e del risveglio amaro .
E così si procede in una palpitante alternanza tra esplosioni ed implosioni  di luce, fino a quando questa ardua tensione che contraddistingue la lettura si scioglie e dalla scrematura degli opposti la soluzione ci appare finalmente chiara. Intuita, scavata, dissepolta dalle profonde crepe esistenziali  esce fuori vincente la luce solida dell’amore, come una possibilità di riscatto, positività al nonsenso dell’umana condizione,  superamento di una vita che compie “la cupio suo dissolvi” ; luminosità annidata nelle pieghe dell’anima, che è quella consapevolezza, per ognuno di noi, al di sopra di ogni smentita dolorosa, di ogni ombra mortale di essere partecipe alfine di un infinito e di un eterno.
L’eterno salvifico si fa dunque pulsazione fremente  e costante nella Busà attraverso  segmenti  o graffiti d’anima che provvidenzialmente si manifestano pronti a restituire soglie di salvezza dagli annichilimenti e dai travagli. – Dice la Busà: “ la sconfitta è rimanere  fianco a fianco nel precipizio d’ombre, nei silenzi arresi dell’ultima imperfezione”
Sono allora gli stupori memoriali, i candori affettivi nelle figure della nipotina, della madre, le amicizie, la maternità così bene rappresentata nella poesia  “Come un piccolo fiore” e  tutto l’humus trasudante l’originaria bellezza della natura a compiere il miracolo, a staccarsi dalla struggente consapevolezza di un dolore antico quanto il mondo; è l’anabasi del cuore  a fendere le tenebre del mistero ed il segno cristiano che già con forza compare nella sua opera” L’assoluto perfetto”.  Scrive versi mirabili la poetessa  nella poesia” L’amore”; recita così:  “e tutto par nato dal piccolo giglio solitario ai piedi di una Croce.”
Luce dunque che coglie l’attimo, illumina i dettagli;  luce effetto speranza, collante salvifico, sentiero guida nell’arduo passaggio terreno che individua spiragli di immortalità e d’infinito e rigenera lo spirito.  In “ qualche grano di poesia “ si legge: “ Eppure cerco ciò che sorprenda, il fiato dei pensieri, l’orma di Dio” ; un sogno dunque anche in cerca di fede nei valori di riconoscimento.
Vi sono in questa poetica molte sintonie  con il pensiero quasimodiano, con quello ungarettiano  per le tematiche inerenti il tempo reale e quello metafisico, per il riscatto al vuoto universale, ma anche con il mondo e la poesia di Luzi per l’apertura a Dio e alla fede.
Mi avvio alla conclusione con una riflessione che riguarda la prefazione al libro  e cioè che questa, forse grazie ad un benevolo destino, si pone come splendido, ideale  corollario alla bellissima raccolta, in quanto realizzata dall’illustre Emerico Giachery  che dall’alto delle sue opere e tra tutte quel mirabile saggio titolato “ Abitare poeticamente la terra” ha colto come pochi altri avrebbero saputo fare  la valenza del segno luminoso  emergente dai versi, lui che del nutrirsi d’armonie e di poesie d’anima ha fatto il suo modus-vivendi.
Giachery ci riporta dunque inevitabilmente alla poesia e la poesia della Busà al  poeta che lei stessa lucidamente definisce:  “grido di sciacallo, pelle d’angelo, fiore pesto,  infinito barlume  della luce che tocca il mondo”.

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26 maggio 2013 7 26 /05 /maggio /2013 17:20

INTERVENTO CRITICO di Arturo Schwarz su "Eros e la nudità" di Ninnj Di Stefano Busà

Le poesie di Ninnj Di Stefano confermano la visione olistica di Spinoza che articola una filosofia di consapevole libertà e felicità. Questo suo amore della sapienza comporta il rifiuto, sia della sottomissione ad un ente creatore inesistente, sia alla mortificazione del corpo esaltata dal cristianesimo. A proposito di olismo, il filosofo olandese ricorda – nella quarta parte dell'Etica – che il desiderio è l'essenza stessa dell'uomo. Viene così riconosciuto che l'amore è la dimensione emotiva dell'istinto vitale, mentre il desiderio e cioè l'erotismo, ne è la dimensione estetica.

Infatti, soltanto l'amore può farci raggiungere la completezza – sinonimo della perfezione attribuita alla mitica divinità. L’amore, questa brama olistica di assoluto, permette di realizzare il nostro bisogno di trascendere la nostra solitudine, di esaudire la nostra esigenza di amare ed essere amati così da diventare tutt'uno con l'essere eletto. Solo l’innamorata/o potranno riconoscere in se l’animus (Principio maschile che abita il femminile, come insegna Jung) e l’anima (principio femminile albergato dal maschile). Ricordiamolo, la divinità leggendaria è sempre bi-sessuale dato che, se fosse soltanto maschile o solo femminile, rappresenterebbe una mera metà della perfezione. Nelle poesie – profonde quanto concise di Ninnj – ritrovo esemplarmente questo anelito alla trascendenza che contraddistingue l’innamoramento e che è il proprio dell’Homo poeticus del quale ci parla anche Danilo Kiš.

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25 maggio 2013 6 25 /05 /maggio /2013 10:20

 

a cura di Andrea Mariotti

 

Ringrazio il mio ottimo amico Franco Campegiani per avermi tempo addietro presentato Ninnj Di Stefano Busà. Poetessa, critico, saggista e giornalista, incoraggiata al suo esordio da Salvatore Quasimodo, è autrice finora di ventidue sillogi poetiche (sulle quali si è concentrata l’attenzione critica di Carlo Bo, Franco Fortini, Walter Mauro, Alda Merini, Geno Pampaloni, Giovanni Raboni, Edoardo Sanguineti, Ferruccio Ulivi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Emerico Giachery, Marco Forti, Davide Rondoni, Attilio Bertolucci, Plinio Perilli; per tacere d’altri). Tradotta in francese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo-croato, ha tenuto conferenze in diversi paesi esteri, ovunque ricevendo consensi e prestigiosi riconoscimenti. Lungo sarebbe l’elenco della produzione saggistica della scrittrice, Presidente della Lombardia dell’Unione Nazionale Scrittori, e negli anni passati docente di corsi della letteratura e storia delle poetiche presso l’Università Terza di Milano. La mia recensione che qui di seguito i visitatori del blog potranno leggere, riguarda la raccolta della Busà dal titolo IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA, Edizioni Tracce, Pescara, 2011 (con prefazione di Walter Mauro); recensione sgorgata, è il caso di dire, dalla mia penna senza attrito, considerando le poetiche bellezze di cui ho potuto godere al cospetto dei versi di Ninnj Di Stefano Busà (la foto qua sopra è mia, scattata nel 2009; e volentieri la dedico alla scrittrice, Presidente di uno scambio culturale internazionale con l’Equador; paese dove vive un mio fratello, traduttore presso l’Ambasciata Italiana di Quito…l’immagine, suggestiva credo, ci permette di osservare la cima del vulcano attivo RUCU PICHINCA che troneggia sopra la capitale dell’Ecuador):

SU IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA

Come non rimanere abbagliati –va detto subito da parte mia- dalla prima lirica della suddetta silloge poetica? Essa, infatti, di cui cito il verso incipitario, Non che io conosca la geometria dell’aria, risulta a parer mio governata da una sicurezza del ductus poetico assoluta. Tant’è che, nei versi della poesia, si passa dall’io al noiper approdare al bellissimo infinito sostantivato “Rinascere poi…” in chiusa, attraverso un vorticoso moto centrifugo distante dall’immobile, verticalizzato io poetico in grado di sedurre tuttora poeti anche raffinati. No, nella lirica in oggetto la sintassi quasi scappa di mano (nel senso più positivo che si possa immaginare) con la stessa sapienza che riconosciamo ai grandi romanzieri indugianti su figure e dettagli apparentemente marginali rispetto alle ragioni ergocentriche di quanto vanno raccontando. Così dicendo, si dà per scontata la sprezzatura di Ninnj Di Stefano Busà nei confronti dei correlativi oggettivi; nel senso che, nella lirica in questione, la corrente poetica passa dagli umani alla “foglia che marcisce e alimenta la notte” senza divario ontologico; suscitando davvero l’impressione di una musica “sinfonica”; all’aperto, piuttosto che “cameristica”; in ogni caso moderna, tagliente, dinamica quanto più non si potrebbe. Il fatto che io indugi parecchio su questa prima lirica della silloge non deve sorprendere; avendo particolarmente ammirato, in essa, stilisticamente parlando, la splendida inarcatura “notte/incombente”: laddove la pausa metrica è talmente felice da indurre il lettore a sostare con il pensiero, mentre si allarga minaccioso l’abbraccio notturno (caso esemplare di un significanteche irrobustisce non poco tramite il proprio plus-valore l’emissione di senso). Ma non posso neppure trascurare uno stilema piuttosto incisivo, della scrittura poetica di Ninnj Di Stefano Busà (sempre in merito alla suddetta lirica): alludo alle rime intra-verso(“Possediamo il godimento, il ramo stento”; “eppure è chiaro il giorno, c’è tanta luce intorno”)…quante bellezze, insomma, in questa prima lirica della raccolta! e quale marcata problematicità di pensiero fino all’esplosione finale di luce! raramente, mi spingo a dire, un libro di poesie parte così forte come IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA. A riscontro di quanto appena osservato a proposito delle rime intra-verso della prima lirica della raccolta, ecco il bellissimo “fiorisce e lenisce” (secondo verso di Poggio le mani sul tuo cuore; in posizione forte dal punto di vista metrico). Circa questa lirica, inoltre, superfluo sembrerebbe dover aggiungere qualcosa sulla plastica bellezza della chiusa (“Così la morte, una lingua muta…”); chiusa sulla quale si è giustamente focalizzata l’attenzione di Walter Mauro; eppure, dal mio punto di vista, non ho potuto non ammirare la ri-creazione, da parte di Ninnj Di Stefano Busà, di un celebre verso di Sandro Penna “…entro il dolce rumore della vita”; verso che la memoria involontaria della Busà ha perentoriamente risolto in “brusio tenace della vita” (a dimostrazione di un ductus tutt’altro che esangue, liricheggiante; di contro scolpito, in diverse poesie). Colgo qui l’occasione per puntualizzare quanto abbia poi apprezzato l’incipit in medias resdelle liriche della raccolta, prive di quei “titoli-coperchio” che certamente avrebbero tolto qualcosa alla forza dirompente della scrittura poetica di Ninnj Di Stefano Busà. Di tante altre bellezze occorrerebbe dar conto, in merito alla silloge IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA; bellezze che toccano il cuore del lettore, semanticamente parlando, a parte lo splendore formale del libro; e comunque citiamone alcune, di tali bellezze, sospese tra umano calore e nichilismo del pensiero: “Questo mi porta il mare” (verso incipitario); “Ognuno sa…Niente esce illeso” (verso incipitario e chiusa; “Costeggio il paesaggio…Sento il dolore del cristallo franto,/ la turbolenza straziata/ tra la pelle/ e l’animamundi”; “Esiste un tempo d’attesa” (quest’ultima lirica, con stupenda giuntura al terzo verso, “l’agguato dell’inverno”)…stavo dicendo, tanto andrebbe ancora osservato riguardo alla silloge IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA. Ma occorre qui riportare integralmente una gemma d’alto stile, così com’è risultata alla mia lettura la seguente lirica:

Ci pensano gli anni a puntellare
l’agguato delle ali, la liturgia
che imporpora il sonno alle ortiche.
Vi è un dolore talvolta sottile che spacca
le argille, spande i suoi silenzi
nei grumi, come il vento tra i rami.
Vi rovista il cuore nella follia degl’interludi,
ha sandali di rovi, tutta la solitudine
degli oceani, qualche seme tenace di orgoglio
a incarnarsi al libeccio, a ferire
il disavanzo della carne che deterge il dolore
.

Ebbene, riguardo a questa lirica, andrà osservata la raffinata e sinestetica quasi rima sottile/argille” (peraltro preceduta dalla suggestiva giuntura “l’agguato delle ali”); per tacere della annominazione rovesciata “Vi rovista…/ ha sandali di rovi” (laddove nell’azione del verbo “Vi rovista” è già concepito il nome, ossia i “rovi”. E dello stupendo verso di chiusa finemente allitterato non vogliamo dir nulla, tutto egemonizzato, sul piano fonosimbolico, dalla consonante D, a preparare il “dolore”, parola che suggella la lirica? Ma è tempo di abbandonarsi a una lettura tutta interiore della suddetta lirica, al di là della sua pur finissima trama sommariamente evidenziata…a Ninnj Di Stefano Busà va in conclusione il mio profondo ringraziamento per avermi offerto, con la silloge IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA, il dono di una grande, toccante e coinvolgente poesia.

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