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5 aprile 2013 5 05 /04 /aprile /2013 17:28

Un altro capolavoro del Maestro Prof. Giuseppe Supino: I Misteri del Rosario, a coronamento della sacra effige della Madonna

 

                              di Ninnj Di Stefano Busà

 

Questo lavoro è figlio del suo silenzio, del suo connaturato amore verso la creazione del pensiero che si fa interprete di reali esigenze spirituali, nel tradurre un repertorio di scene, soggetti, suggestioni e simboli particolarissimi e variegati, pur nella sincronia del tema trattato.

Dentro le sue creature, si avverte l’aurorale impegno dell’artista nel riprodurre tutta la ricchezza e la bellezza spirituali della Sacre Scritture, che da secoli costituiscono non soltanto il “grande codice” morale di esse, ma anche delle ispirazioni, dei modelli, delle linee di demarcazione tra il sacro e il profano, a cui si rivolge la cultura chiesistica occidentale, ma soprattutto si delinea nel complesso delle forme, di tutte le forme rappresentative dell’arte, quella straordinaria testimonianza di fede, confessionale o non, religiosa o laica, gnomica, ecclesiale o sacerdotale che ha rappresentato nei tempi il valore universale ed eterno per l’umanità.

Giuseppe Supino esegue i bozzetti preparatori a “sanguigna”: una tecnica particolare, intrisa con argilla ferruginosa di tonalità rossa con cui si prepara un pastello usato per disegnare, che precede quasi tutti i generi delle opere pittoriche dei grandi artisti.  A mio avviso, esegue questo stato preparatorio con grande perizia e particolare attenzione. Questi bozzetti andranno collocati come corollario all’immagine della Madonna sull’altare, nella Chiesa Cattedrale di S. Pietro Apostolo, Minturno (LT). Sono scene variegate, illustrazioni di carattere religioso che originano dai Misteri Dolorosi e Gaudiosi, si proiettano sulla scena di Cristo e della sua flagellazione, con la salita al calvario schiacciato dall’umiliazione e dal peso della croce, al dolore indicibile di Maria ai suoi piedi, all’agonia della crocefissione, ed infine, al momento della Resurrezione, contornata da angeli vi è il bozzetto superlativo dell’apoteosi della Vergine Santissima. L’arte di Giuseppe Supino è notevolmente simbolista, manifesta il grande controllo di una mano che non cede al moderno, ma si delinea in un classicismo riveduto nei temi e nelle modulazioni, ispirati attraverso i secoli ai grandi della storia dell’arte. Sono il frutto di studi e di modelli che definiscono i tratti artistici in modo superbo e prezioso. Così com’è, l’elemento trattato diventa la forma per eccellenza, denota la maestria dei lineamenti, i chiaroscuri, le linee di demarcazione, le dimensioni, i tratti somatici degli angeli, il volto della Madonna. Trovo particolarmente splendido il bozzetto: l’Annunciazione con l’angelo che annuncia a Maria la sua prossima maternità, un giglio ne impreziosisce un angolo, quasi a significare simbolicamente la purezza dell’avvento, o il volto di Maria che da quel preciso momento viene investita da un tale enorme destino: essere la madre di Cristo.

Ogni bozzetto è indicativo di una “via crucis” che tortura il Figlio di Dio come il peggiore dei criminali, sfregiandolo e calpestandolo nella simbologia fideistico-ecumenica che ne costituisce il grande codice di trascendenza. Ma Cristo risuscitando dalla morte dà la più grande lezione di perdono. La sua religione origina dalla Verità, e dunque, risorge e commuta in gloria il suo stato di Grazia, la sua generosa testimonianza di salvezza al mondo che lo ha condannato alla croce.

Sono temi difficili da rappresentare, perché oltre che disegnarli bisogna prima interiorizzarli con studi approfonditi, facendo particolare attenzione ai testi sacri che li descrivono nei misteri del Rosario. Per poterli poi tradurre in bozzetti è necessario intuirne le ricchezze interiori dei personaggi, bisogna saperne interpretare i passaggi cruciali di questa fede, le latitudini del dolore e della rinuncia, la disperata solitudine del Figlio che si sente abbandonato da Dio-Padre. Non si possono fare soggetti d’arte così “eccelsi”, se almeno non si è assimilata la lezione del percorso divino sulla terra, il suo valore universale, straordinario che ci ha investito di grazia e ci ha offerto con molta generosità la salvezza, oserei dire, -malgrado noi stessi, - quale valore universale dell’Eterno.  

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18 marzo 2013 1 18 /03 /marzo /2013 16:43

 

 di Ninnj Di Stefano Busà

 

Una poesia di stampo religioso si direbbe, che il tono altamente lirico mette in evidenza, s’intravede sin dal primo incipit: “ho sete di Dio/.../ se io non sapessi, se non conoscessi/ le albe di luce/ e i tramonti infuocati/ della sua trascendenza/ questa brama che m’arde/ non sarebbe incessante.”

Il poeta dunque avverte un richiamo dall’alto che coincide con una sete di Assoluto inestinguibile.

La necessità di elevazione dalle rovine e dalle macerie, dalle frane umane gli fa dire con un certo riferimento logico e sincero che la sua “ribellione ha bisogno di cielo”.

Ma poi perché questo bisogno estremo di purifcazione? di motivare religiosamente e misticamente il richiamo di Dio? evocarlo dalle tenebre fonde che attanagliano l’uomo moderno? Se ne avverte estremo bisogno, ci trafigge la sua assenza, ci condiziona la perenne latitanza dalla sua ineguagliabile fonte di verità e di bene. Ecco, in sintesi, il motivo di tale disperante disattenzione si proietta come una catabasi per le nostre misere forze e ci fa desiderare evocarne le sue estatiche forme, le sue prospettiche verità...

Il poeta ambisce ad una prospettiva di luce che condona e perdona ogni atto contronatura, ogni affronto volto a Dio è come perpetuarne le nefandezze, le brutture dell’umana stirpe. Perciò Angelucci sogna una vela in mezzo alla tempesta, uno sgrondo di acqua pura che deterga il peccato originale che ci segna dalla nascita, ma anche ci assolva da tutte le abominevoli scelleratezze dell’uomo dentro una miserevole e inaudita violenza perpetrata alla natura e alla vita.

Si vive in una landa deserta, nella solitudine dei vinti, nella quale ci appare “estrema” la terra in cui viviamo, esplicitamente si avverte il senso di esilio.

Non vi appaiono le condizioni del superamento e neppure di una felicità minima, seppure appannata.

Dentro un pensiero che riprende una visione confessionale vi è perciò il segno tenace che fa riferimento ad un <altrove>, ad un alter ego ricercato e amato nel suo lungo itinere dolorosamente umano. Questa raccolta lirica di Angelucci appare un diario intimo e vocativo di una visione di Assoluto mistero, in cui si trasfigura e si delinea un’idea di infinito riscatto, una preghiera che appare pregna di quella luce divina che andiamo evocando: una forma di vita entro la vita, in ogni minimo anfratto dell’anima, in ogni angolo nascosto del nostro sentire e agire: “Dentro di me tu sei”. Si ammette da parte dell’autore palesemente una sorta di palingenesi/ascensionale di un’Entità o Ente che corrisponda al Divino dentro le fibre dell’essere, pur se l’anima ambisce a precisi richiami, a colloqui ravvicinati con la divinità.

La parola di Angelucci non è mai evangelica, ma laica. Dentro un itinerario illuminante che coinvolge i momenti alti di una ricerca interiore, vi è l’uomo con le sue debolezze, le sue fragilità, le contraddizioni, che lo coinvolgono in uno stato di indigenza spirituale segnato dall’angoscia del camminamento al buio, che tuttavia riesce infine a traguardare il pensiero della fede, ponendosi in sintonia con l’universo. Gli accenti sono drammatici perché si percepisce dal linguismo moderno e asciutto l’intenzione di esibire un brandello di “grazia” da allineare alla percezione-intuizione di un cammino terreno che pur dall’emarginazione trae la riflessione per un dolore meno cupo. E’ qui che il pensiero di Dio rinfocola la speranza, fa meno dura la lotta quotidiana, la perdita di ogni bene.

Pensiero “poetante” che si confronta con l’itinerarium mentis e ne rimane folgorato: Dio c’è, Dio è nella verticalità (da qui il titolo) più sacra e umana del desiderio umano, ogni uomo arde di sete al suo cospetto, perchè è anima espiante, intrappolata nella tenebra, impossibilitata alla visione dell’Oltre, alla quale può giungere al compimento del percorso terreno, dopo indicibili lotte e sofferenze:  Perché c’è un’altra terra/ per le mie radici/ e un altro cielo/ per i miei germogli.”


 

 

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10 marzo 2013 7 10 /03 /marzo /2013 13:07

domenica 10 marzo 2013

SEGNALAZIONE VOLUME = BUSA' - SPAGNUOLO
NINNJ DI STEFANO BUSA'- ANTONIO SPAGNUOLO : L'EVOLUZIONE DELLE FORME POETICHE - Ed. Kairòs 2013 - pagg. 785 - € 20,00 -

In nome della differenza e a cavallo di due secoli due millenni
Un’antologia che chiama a raccolta poeti a centurie ----
Se la cultura non si mangia, come diceva qualche annetto fa un ministro italiano tutto concretezza dalla testa ai piedi o viceversa, la poesia è fatta per provocare anoressie. Se la si ascolta e, soprattutto, se la si accoglie nella propria vita, ci si espone a rischi da border-line: uno perde il genio di far parte dei greggi comuni e di adeguarsi ai loro riti e miti mangiatorii, bevitorii, etcetorii. Chi legge è avvisato. Poi, non si vada lagnando con la gente.
Nonostante gli avvisi, tuttavia, la tentazione è forte. E a tutto si può resistere, fuorché alla tentazione, diceva Wilde (che se ne intendeva). Una prova viene da questa antologia-monumento allestita da Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012), Napoli, Kairòs Edizioni, 2013, pp. 785, € 20,00. Quello che sorprende, in questa impresa, è, innanzitutto il numero: vi sono dentro poeti a centurie. Per giunta, di buona qualità, parecchi di gran nome, che sono inclusi in antologie, in manuali, in interventi critici, in enciclopedie, che, quindi, non sono tanto marginali nella storia/nelle storie del nostro tempo.
Come spiegare la contraddizione? Mica è facile. Si tratta di un miracolo, ma non tanto gratuito, se carmina non dant panem (la poesia non riempie la pancia), come si è detto e ripetuto fin dall’antichità. E si riscontra ancora oggi. E come mai ci si vota in tanti alla prova dell’ostinata disubbidienza al buon senso comune, agli indirizzi della realtà ordinaria? Per sovrappiù lo scandalo si accresce col fatto che tutta questa scrittura poetica è venuta alla luce in un mondo incupito da terrori e disincanti fisiologici alla fine del millennio scorso e da perplessità e incertezze proprie del nuovo millennio, che si è cominciato a porre in essere fra guerre, atti di terrorismo, ripensamenti dell’idea di progresso, movimenti migratori di popoli, surriscaldamento sovrappopolamento e devastante inquinamento del pianeta.
Ebbene, mentre queste e altre terribili piaghe affliggevano il mondo, simili a quelle che colpirono l’antico Egitto per volontà del Signore, i poeti a schiera attendevano alla poesia. Lo attesta l’antologia in questione, che è specchio e documento del nostro tempo, che potrebbe essere utilizzata anche nelle scuole, - se nelle scuole ci si interessa del proprio tempo e dei propri problemi.
Dentro al libro, si può trovare tutto quello che si può cercare. Se interessa la poesia dialettale, c’è anche la poesia dialettale. Se c’è vaghezza di voci femminili, c’è solo da scegliere: si va da Lina Angioletti, Mariella Bettarini, Biancamaria Frabotta, Giulia Niccolai ad Antonella Anedda, Maria Grazia Calandrone, Gabriela Fantato, Luigia Sorrentino. Se c’è curiosità per le nuove generazioni, c’è tanto da leggere (fra i nati dagli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta). Se si ha preferenza per lo sperimentalismo, non mancano esponenti significativi di tale indirizzo (Tommaso Binga, Francesco Muzzioli, Edoardo e Federico Sanguineti, Domenico Cara, Giorgio Moio, Eugenio Lucrezi). Sovrabbondano, poi, i pezzi da novanta: Giorgio Barberi Squarotti, Gilberto Finzi, Maurizio Cucchi, Corrado Calabrò, Valerio Magrelli, Mario Lunetta, Paolo Valesio, Carlo Villa, Giuseppe Conte, Luigi Fontanella, Renato Minore, Paolo Ruffilli, Plinio Perilli, Umberto Piersanti. Naturalmente non potevano non esserci i due registi dell’operazione (laica, pluralista, storicizzante, acculturante, disoccultante, impertinente, non indifferente alle differenze, alle provocazioni, alla riappropriazione della libertà di parola e delle parole di libertà).
UGO PISCOPO ---
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2 marzo 2013 6 02 /03 /marzo /2013 13:41

La traiettoria del vento di Ninnj Di Stefano Busà, Ed. Kairos, 2013

 

di Gabriella Pison

 

“La poesia toglie alle cose il velo della consuetudine; rende visibile il volto invisibile del mondo, perché suo obiettivo è la bellezza nascosta” scriveva il Premio Nobel Odysseus Elytis, così Ninnj Di Stefano Busà , anche per mezzo della  valenza ieratica data alla sua parola, raggiunge una dimensione cosmica e metafisica, che le consente di rileggere il mondo in chiave simbolica e di grande impatto emotivo.

La sua scrittura è pathos intellettuale, si coglie la grazia da fiorettista e l’affondo determinato della profonda conoscitrice dell’animo umano; un’intensità dietro ogni lemma in un crescendo di proporzioni armoniose, una penna libera da condizionamenti retorici, ma allusiva, avviluppante, sensuale che conduce lungo un itinerario mai scontato. Un viaggio “oltre da sé”, oltre l’omega per approdare ad orizzonti più illuminanti, per anelare ad una vera epifania della mente.

La traiettoria del vento è la continuità naturale del Sogno e la sua infinitezza (altra sua raccolta esemplare): l’avventura della ragione che non rinuncia all’evasione ultramaterica, al bisogno di appropriarsi di una spiritualità che conferisca certezze metafisiche, anche se l’inganno dell’esistere si disvela in questa impotenza, in questo soliloquio che sembra frantumare la speranza:

 

“E io non ho parole, ma solo qualche sillaba

di scorta, qualche nulla che è uguale

ad altro nulla e vince sempre

il buio dopo la luce, e tutto si conclude”

 

e poi ancora

 

 

 

“Nulla di ciò che traspare è riconducibile

alla felicità, eppure tace

o muove al delirio la linfa dei giorni,

misura la pienezza del battito alle tempie.

Niente esce illeso.”

 

Ma subito lascia lo spazio a versi che prendono corpo e respiro  di rinascita, dove la luce sopperisce al vuoto:

 

“Se c’ è una frattura vi si oppone un sole,

un’ansa di cielo che tenta

i minimi spiragli, una voce, un ricordo,

o solo un soffio a mezz’aria, di brezza,

tra vortici d’ombra a baciare gli afflitti.”

 

In un susseguirsi di atmosfere che ricordano a tratti il male di vivere montaliano :

 

“La foglia resta foglia, eppure, adombra

il suo contorno, si accartoccia,

disvela tutto il suo travaglio

nella brezza autunnale di settembre.”

 

E si tingono di un rarefatto piglio di speranza dickinsoniano, quando scrive Canta l’anima lo stupore dell’Avvento, in cui rari momenti di gioia ci disorientano dall’abitudine al dolore.

 

“Bisogna perdersi fra quelli che non conosciamo, affinché raccolgano le nostre cose dalla strada, dalla sabbia, dalle foglie cadute mille anni nello stesso bosco” scriveva Pablo Neruda, così anche in Ninnj Di Stefano Busà la realtà è sempre presente sotto l'aspetto di un ineluttabile divenire, dove accettazione, perdita, lacerazione, rinascita ricamano la trama di un disincantato osservare :

 

“Non cercammo riparo dagli anfratti, ci fu dato il sentiero tracciato ,la terra rossa, l’asperità selvaggia di sopravvissuti.”

 

Pastore dell’essere  e luogotenente del nulla: parafrasando Heidegger, si può dire che la Poesia trovi in Ninnj Di Stefano un vate dai tratti più escatologici che estetici, con l’arduo compito di descrivere il soggiorno dell’uomo nel mondo della contingenza, con la tensione  ad un’ascesi che trascenda la finitezza .

L’azione poetica di Ninnj Di Stefano Busà intuisce una vocazione apparentemente terrena, che, scavando, con maieutica quasi sapienziale, nell’esperienza umana, grazie ad un uso straordinario della parola, porta ad un’intima risonanza con la grazia…

“Un nuovo giorno al posto dell’inverno, da lì, lanciare il cuore oltre le nuvole.”

 

 

Trieste, 2 marzo 2013

 

                                                               Gabriella Pison

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26 febbraio 2013 2 26 /02 /febbraio /2013 20:18

a cura di Gabriella Pison

 

Recensione all’Archivio storico a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo

Scrivere poesie non è difficile, scriveva Bukowsky, è difficile viverle e questa recentissima ed esaustiva raccolta miscellanea rappresenta il primo solido tentativo di dare una classificazione alla dimensione del simbolico di quest’ultimo ventennio, individuando nella matrice antropologica culturale di ideali creativi esperienze di vita ordinaria.

Certo è che la poesia non ha bisogno di classificazioni, anche se c’è stato un fiorire in ogni epoca di riunire brani scelti , non solo come esempio di buona scrittura, ma proprio per consentire una visione d’insieme del panorama letterario, a partire dal Canzoniere di Petrarca o dalle esperienze del Novecento, per citarne qualcuna ; questa rassegna vuole essere una panoramica esauriente di quelli che sono gli attori del mondo poetico contemporaneo, diversi per percorsi, età, aree geografiche, ma nei quali si può riconoscere un filo conduttore comune, quello di esprimersi, al di là di rigidi schemi “tassonomici” con autenticità, nell’essenza del proprio sentire e del proprio codice stilistico.

L’Evoluzione delle forme poetiche

La presentazione dei testi di quest’opera eccellente si accompagna a quella che potrei definire la sapiente strategia paratestuale di Ninnj Di Stefano Busà: anticipando la lettura con il suo ricco preludio, rende evidente la necessità non solo letteraria ma anche storica di dare un corpus alle poesie selezionate , vieppiù  analizzando con rara capacità sintetica, lo stato dell’arte della quinta musa, in uno sconvolgimento epocale che non ha lasciato indenne la produzione poetica.

Si è tentati di usare un verso di John Keats-the poetry of Earth is never dead-  per augurarsi che questo poderoso testo diventi  testimone, in termini filologici e storico-culturali, della novità con cui irrompe la poesia tra secondo e terzo Millennio: non  più poesia inascoltata, o sterile iato irrigidito da stereotipi linguistici e ontologici,  ma poesia arricchita da una riflessione esistenziale di maggior ampiezza, tensione continua verso l’assoluto, rugiada  consolatrice dell’arido Vero leopardiano.

Trieste, 26 febbraio 2013

 

 

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20 febbraio 2013 3 20 /02 /febbraio /2013 17:47

a cura di Roberto Carifi

 

 

Quasi tutta l’opera Ninnj Di Stefano Busà si affaccia sul silenzio percorrendo tutte le strade del dolore. Del resto i poeti, quelli veri, giungono all’ultima parola dopo aver percorso fiumi “di dolore e di destino”. L’autrice sa cos’è il lento dipanarsi della vita, “la distanza tra il grido e la ferita” e sa come attraversarli, come portare la sua croce, e tuttavia sa come si spegne “la nuda realtà della sete”. La realtà della sofferenza (del dukkha, per dirla con il pensiero buddista) è in quasi tutte le poesie di Ninnj Di Stefan Busà per superarlo, per raggiungere il silenzio, la pace. Tuttavia bisogna viverlo fino i fondo, fino all’abisso, fino a scorticarsi l’anima. “Ogni piccolo filo d’orizzonte/ si ritrae, si ripete la meraviglia/ che serve alla cecità/ per estinguere il suo pianto”. Versi alti, di una poetica che resta ai bordi della sofferenza, persino del male dettato dal destino. Il tragico, ricorda Hoderlin, ha più fato e virtù atletica, rispetto a ciò che è “dùsmoron”, privo di destino. Ma Ninnj Di Stefano Busà vuole liberarsi dal destino, preferisce il silenzio, la libertà, l’aperto. La sofferenza è il sottofondo della sua scrittura, ma la liberazione è lì, a portata di mano. La poesia di Ninnj Di Stefano Busà è bagnata da quella forza contemplativa che ha in sé la rivelazione e il dono, è accostabile al ringraziamento che fa di ogni lingua poetica una pietà del pensiero. A volte si ha l’impressione di sentirla quasi respirare, offrirsi all’esterno, all’aperto, fare tutt’uno con la libertà che caratterizza in fin dei conti, la sua poesia.

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20 febbraio 2013 3 20 /02 /febbraio /2013 08:45

 

di Sandro Angelucci 

L’EVOLUZIONE DELLE FORME POETICHE

(La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio)

 

      E’ uscito - per i tipi di Kairos Edizioni - un corposo volume antologico, 800 pp. a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, che si propone un fine ambizioso: essere un resoconto della migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio.

      Un’ambizione orgogliosa ma tutt’altro che altera se è vero, come è vero, ciò che si legge nell’introduzione a firma della Curatrice stessa dell’opera: “Questo consuntivo oggi non ha la pretesa di essere ‘il vangelo’. Si presenta con l’intraprendenza e il rischio di un tentativo di storicizzare la produzione meritevole di essere trasferita alla pagina della Storia della Letteratura, sintetizzare, (magari in modo opinabile) un referente storico che intende essere un censimento, una sperimentazione ‘in limine’”.

      Bene: cosa si evince da queste parole? Io credo che, intanto, non possa mettersi in discussione la buona fede del criterio selettivo (discutibile? Ci mancherebbe altro, ma senza dimenticare che dal dibattito prendono vita le nuove idee). C’è, però, una riflessione - a mio avviso - molto più importante da fare: parlare del coraggio con cui si è affrontata un’operazione che presta il fianco a critiche di vario genere; non ultima, quella di ritenerla un’impresa improba e, dunque - a causa della sua stessa complessità - deficitaria a diversi livelli (che so - tanto per addurre un esempio - restringere la cerchia in modo tale da riservare l’abbondanza delle pagine all’inclusione di una sommaria appendice critica).

      Reputo necessario, a questo punto, un onesto e doveroso chiarimento: mi trovo anch’io tra i poeti antologizzati, e la mia disamina potrebbe apparire partigiana, se non fosse che spesso le cose si vedono meglio dall’interno che dall’esterno; e, “da dentro” - posso assicurarlo - non si percepisce nessuna sensazione negativa. Voglio dire che nei versi proposti è riscontrabile - ed è già tanto - quell’amore per la scrittura che, secondo Antonio Spagnuolo (autore della postfazione), indica una “qualche ribellione, un certo fermento, una volontà di riappropriazione del linguaggio”.

      Mi sento di condividere appieno la sua opinione, in considerazione del fatto che quanto sostiene il Critico partenopeo equivale a mettere il dito nella piaga, ossia sull’inquinamento di quello che ama definire “il patrimonio culturale della società civile”. E quale migliore retaggio eredita, ed è in grado di trasmettere, un popolo al di fuori della miniera di valori contenuti nella propria lingua e dalla stessa, in successioni evolutive, tramandati?

      Ecco, allora, che impellente torna il bisogno di opporsi alla vacuità e - sarà bene non dimenticarlo - in misura proporzionale al dilagare della crisi etico-culturale. “La comunicazione di oggi appare un modello standardizzato” - scrive la Di Stefano Busà - e Spagnuolo parla di omologazione, di “appiattimento palese della validità linguistica”: entrambe le argomentazioni riconducono alle cause, sono gli effetti della dittatura tecnologica, della dipendenza televisiva sulle masse.

      Ma la poesia come vive, come si colloca in tutto questo? “Diciamolo subito - sostiene ancora la Curatrice - non esistono due linguaggi: uno surreale, magico, ermetico, inaccessibile ai molti, e uno feriale, per i comuni mortali. La Poesia può vibrare ovunque in maniera del tutto naturale”. È questa la sua arma segreta, il suo asso nella manica, la forza primordiale che le permette di spuntare, come un filo d’erba, tra le crepe dell’asfalto. L’uomo, seppure “decapitato”, non potrà mai farne a meno, non potrà fare a meno della poesia della vita complessivamente considerata: sarebbe come rinunciare alla parte più vera di se stesso.

      L’archivio storico, alla cui realizzazione meritoriamente si è voluto lavorare, assume quindi un valore che va oltre la crestomazia e si presenta diffusivo di un discorso non più derogabile. La parola poetica necessita di un terreno fertile, dev’essere riabilitata agli occhi dei giovani, i quali sono stati disabituati a capire che “la fruizione del testo poetico non si esaurisce con la comprensione” (vedi di nuovo la postfazione); il loro orecchio è quello meglio predisposto a seguirne il ritmo interno, la musicalità che può - ne sono assolutamente convinto - ridare dignità e ossigeno.

      Nel concludere, accolgo perciò con vivo piacere l’intenzione degli autori di portare l’antologia nella Scuola: da lì si deve ripartire, anche per superare quella “sorta di soggettivismo-individuale” che - come dice la Busà - sembra essere impazzito.

      Per la stessa ragione, e ovviamente per non far torto a nessuno, ho fondato la mia riflessione sull’efficacia storico-educativa dell’opera.

NOTA  

 

 

                                                                         Sandro Angelucci

                                                           

 

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8 febbraio 2013 5 08 /02 /febbraio /2013 09:09

 

 

a cura: Ninnj Di Stefano Busà

           Antonio Spagnuolo

edizioni: Kairos - NA

 

 

 

 

 

INTERVISTA CONCESSA da Ninnj Di Stefano Busà a Miriam Binda di AMINAMUNDI

 

Qui di seguito  evidenziamo alcuni questiti molto interessanti che rimandano, anche se in una forma abbreviata, all'analisi sull'arte di oggi a contatto con le tecnologie  (soprattutto internet)  utilizzate  per la divulgazione culturale  in ambito editoriale.

Si ringrazia la curatrice dell'Almanacco  "L'EVOLUZIONE DELLE FORME POETICHE - la migliore produzione poetica dell'ultimo ventennio 1990-2012 (Kairos editore) dr.a Ninnj Di Stefano Busà che da anni si occupa di arte e letteratura;  essendo ella "poetessa"  ci ha dato ragguagli e precisazioni che  approfondiscono   il discorso sull'evoluzione delle forme poetiche a contatto con  la comunicazione  resa sulla rete "web". 

 

Domanda: L'evoluzione delle forme poetiche è un Almanacco edito dall'Edizioni Kairos di Napoli.  Raccoglie le  poesie di molti autori-poeti italiani. Lei, in qualità di  Curatrice, insieme al Prof. Antonio Spagnuolo,  perché  nella prefazione  sostiene che la poesia       nell'età post-moderna  sta attraversando sentieri  nebulosi e asfittici?  Questi sentieri  come lei sostiene   riguardano  soprattutto  il mondo della scuola, oppure, lei individua altri  ambiti in cui l'indifferenza  o meglio il menefreghismo toglie vigore  al pregio artistico abbinato allo studio e approfondimento  dell'arte epica e/o poetica?

 

Ninnj Di Stefano Busà: la responsabilità di questa grave crisi che io denuncio nell’introduzione dell’Almanacco Storico da me curato è da addebitare soprattutto alla latitanza ed emarginazione del mondo editoriale. Lì, si crea la frattura tra la Poesia e la Storia, tra la cultura e la non cultura della parola poetica, che sta per estinguere il suo ruolo di apertura e di rivelazione di un sistema linguistico, che rendeva viva e mirabilmente intensa la pagina letteraria dei secoli passati: Lì, bisognerà insistere e tracciare segni di persuasione, perché non respingano tout court la poesia adducendo il motivo che non rende commercialmentesul mercato. E’ vero, la poesia non rende, (perché non è tangibile, non è prodotto combustibile), ma è molto più grave non offrire la possibilità di cimentarsi, piuttosto che avere un secolo senza poesia. In ogni modo sono convinta che se le case editrici offrissero la possibilità di istruire collane di medio/grande spessore, si stupirebbero di quanto sarebbero affollate le redazioni, e quanto denaro potrebbero incassare (in termini di mercato!!!). Invece i loro organi direttivi restano sordi, incapaci di captare l’esigenza della poesia, come la Russia ad es. che promuove e apprezza il messaggio poetico al di là della sua reale capitalizzazione in termini economici. Il che, in tempi di crisi, sarebbe auspicabile. Il poeta è l’unico a voler pagare di tasca sua il libretto di poesia e anche considerando il rigore economico fa un certo effetto...ma dall’altra parte trova un muro, una negazione netta e precisa, fatta esclusione per piccoli editori che ci speculano alla grande. La poesia non serve per gli addetti ai lavori del ns. secolo e non se ne parla di pubblicarla. In effetti sono gli addetti, i famosi direttori editoriali a decretarne la fine, lenta e inesorabile.

La nuova figura del Web entro l’ambito della poesia ha decretato quasi del tutto l’esclusione del “cartaceo”. Oggi l’edito poetico si rivolge all’editing online, all’e-book soprattutto. La nuova generazione dei giovani poeti, vista la riluttanza e latitanza dell’Editore elitario, fa leva sulle tecnologie e strumentazioni del web, che sul piano tecnologico risulta valido a dare pubblicazione e divulgazione maggiori e di buon rendimento d’immagine.  

 

 

Domanda: Le nuove  tecnologie  e strumentazioni elettroniche "web"    possono favorire la divulgazione di nuove forme poetiche anche attraverso  la pubblicazione di testi e riferimenti  bibliografici degli autori.  Un tale servizio tecnologico  era impensabile, nelle epoche passate, perché  l'opera letteraria riceveva il consenso, per l'eventuale pubblicazione, dagli editing  e dai critici letterari  al servizio delle case editrici.   Molti autori, soprattutto  critici letterari  squalificano   l'uso delle nuove tecnologie  perché   sulla rete o nella rete di internet,   manca la "garanzia di qualità"  garantita invece dalle case editrici che pubblicano  i libri di  noti autori selezionati.   Eppure se andiamo a vedere gli sviluppi delle arti figurative, anche musicali  l'uso di impianti tecnologici e strumentazioni d'avanguardia sono  utilizzati  per creare opere d'arte  che ricevono consensi internazionali. E questo aspetto tecnologico abbinato all'arte non offusca minimante  l'avanguardia artistica anche del passato.   Esempio:  Benedict Radcliffe   ha presentato una creazione o   installazione reticolare  con schemi web-elettronici,  in collaborazione con una nota  casa automobilistica  ha poi presentato, questa sua opera d'arte,  a Milano in occasione del  Design Week. Lei pensa  che per  l'arte - poetica -  non ci sia la possibilità di creare forme di comunicazione artistica o nuove installazioni  in  grado di  unire   l'arte della parola epica   alla tecnologia informatica  ?

 

Ninnj Di Stefano Busà: certo, il “nuovo” che avanza a grandi passi, soppiantando l’antica supremazia e offuscando la priorità e il potere editorialistico del passato, viene respinto a priori e declassato, additandolo come squalificato o solo avanguardistico. Ma sono stati loro per primi a trattare la poesia così marginalmente, e, al contempo, così elitariamente da escluderla dai canali di rappresentazione e includerla tutta entro gli ambiti della conoscenza e delle congreghe strumentalistiche amicali, tali da ridurre le pubblicazioni a mere rarità, rarefatte a tal punto da contarle annualmente sulle dita di una mano. Non possono davvero lamentarsi ora che la poesia sfugge loro dalle mani, per avviarsi su sentieri tecnologici di sviluppi ulteriori e di diversificati canali di distribuzione e di ricchezza culturali. Riguardo poi l’ultima parte della sua domanda, perché no? Internet ha aperto orizzonti di vastissima connotazione moderna. Le nuove installazioni tecnologiche sono in grado di unificare il concetto d’arte, rendendolo accessibile a tutti. In tal senso può sopperire alla mancanza dell’editoria che “non ha capito” la fonte virtuale di mercato, in quanto bacino sotterraneo di grandi risorse e di alfabetizzazioni linguistiche proprie dell’evoluzione delle forme poetiche.

Scopo della mia opera è di stimolare ai vari livelli la più ampia diffusione del fattore “poetico”, sollecitando la voglia di aprirsi ad una palingenesi di forme di scritture e di linguismi più evoluti.

 

 

 

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6 febbraio 2013 3 06 /02 /febbraio /2013 14:54

 “L’evoluzione delle forme poetiche”

La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012)

Edizioni Kairòs

A cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo.

 

"L'evoluzione delle forme poetiche vuole essere un consuntivo, un archivio storico realizzato per le scuole. Raccoglie una vasta scelta di autori che operano nel settore "poesia" al fine di poterne studiare le modalità di oggi, attraverso gli stili e l'evoluzione che hanno subìto negli anni le forme poetiche; mettere a confronto i poeti stessi e le loro diverse posizioni di fronte alla parola scritta che ha attraversato il tempo e le sue varianti. Una testimonianza, questa, della nostra tradizione poetica quale percorso significativo di una cultura contemporanea, configurata nei suoi tracciati differenziati, alla ricerca di prospettiche novità del linguaggio, quale forza segreta di una sostanza esistenziale che la rappresenti.

In questi decenni – che sembrano andare verso un crescente isolamento e depauperamento della poesia, quando invece più forte se ne avverte il bisogno, - sarà possibile avere un riscontro e uno strumento adeguati ai tempi, alle mode e agli stilemi propri di una evoluzione che, avendo attraversato tutti gli ismi delle avanguardie, ritorna e si annuncia diversa nei confronti delle epoche storiche e si alimenta di molte e più variegate forme strutturali e di linguaggio, per finire alla più completa libertà di espressione-sperimentazione.

Scopo di quest’opera è di affiancare e stimolare ai vari livelli una più ampia conoscenza dei fenomeni linguistici sollecitando la voglia di aprirsi al “sogno” che, sempre, da un’epoca all’altra, rimane immutato e risulta vincolato solo al desiderio di proporsi alla Poesia, come alla palingenesi di nuove e sempre immortali forme d’arte e di scrittura." Questo è quello che dichiara nella sua introduzione la nota scrittrice Ninnj Di Stefano Busà

 

Poeti storicizzati: Rina Accardo, Sebastiano Aglieco,Franca Alaimo, Sauro Albisani, Guaman Allende, Stefano Amorese, Elio Andriuoli, Antonella Anedda Angioy, Sandro Angelucci, Lina Angioletti, Lino Angiuli, Cristina Annino, Anna Apolloni, Lidia Are Caverni, Luca Ariano, Leopoldo Attolico, Claudia Azzola, Pasquale Balestriere, Luigi Ballerini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Maria Carla Baroni, Anna Bartiromo, Romano Battaglia, Stefania Battistella, Dario Bellezza, Anna Belozorovitch, Giovanna Bemporad, Luca Benassi, Riccardo Bertolotti, Mariella Bettarini, Alberto Bevilacqua, Matteo Bianchi, Alberto Bigagli, Miriam Luigia Binda, Tomaso Binga, Giorgio Bonacini, Ettore Bonessio Di Terzet, Alessandra Borsetti Venier, Bianca Bozzolla Maggio, Fabiano Braccini, Franco Buffoni, Rinaldo Caddeo, Corrado Calabrò, Maria Grazia Calandrone, Franco Campegiani, Caterina Camporesi, Laura Canciani, Franco Capasso, Domenico Cara, Yvonne Carbonaro Rodolfo Carelli, Roberto Carifi, Dino Carlesi, Paolo Carlucci, Anna Maria Carpi, Mariagrazia Carraroli, Federico Caruso, Franco Casadei, Giovanni Caso, Nadia Cavalera, Ennio Cavalli, Ester Cecere, Franco Celenza Giorgio Celli, Luca Cenisi, Maria Benedetta Cerro, Achille Massimiliano Chiappetti, Giovanni Chiellino, Patrizia Cimini, Domenico Cipriani, Pietro Civitareale, Emilio Coco, Arnaldo Colasanti, Annalisa Comes, Carmelo Consoli, Giuseppe Conte, Paolo Conti, Diego Conticello, Antonino Contiliano, Antonio Coppola, Nicoletta Corsalini, Andrea Cortellessa, Maurizio Cucchi, Leone D’Ambrosio, Fabio D’Anna, Gianni D’Elia, Laura Da Re, Fabio Dainotti, Roberto Dall’Olio, Claudio Damiani, Caterina Davinio, Carla De Falco, Michele De Luca, Antonio De Marchi-Gherini, Francesco De Napoli, Lida De Polzer, Maura Del Serra, Eugenio De Signoribus, Mariangela De Togni, Nicoletta Di Gregorio, Stelvio Di Spigno, Ninnj Di Stefano Busà, Letizia Dimartino, Giovanni Dino, Franco Dionesalvi, Antonella Doria, Liliana Ebalginelli, Luciano Erba, Anna Maria Ercilli, Flavio Ermini, Bartolomeo Errera, Carmina Esposito, Sandra Evangelisti, Enrico Fagnano, Franco Falasca, Gabriela Fantato, Rita Felerico, Annamaria Ferramosca, Mauro Ferrari, Adriana Ferrarini, Aldo Ferraris, Gio Ferri, Nunzio Festa, Paolo Fichera, Gilberto Finzi, Claudio Fiorentini, Umberto Fiori, Alessandro Fo, Luigi Fontanella, Biancamaria Frabotta, Maria Bertilla Franchetti, Nicola Frangione, Mario Fresa, Lucetta Frisa, Raffaele Funaro, Marco Furia, Pascal Gabellone, Pierino Gallo, Gabriella Garofalo, Daniele Giancane, Giovanni Giudici, Mariapia Giulivo, Franco Gordano, Gianfranco Gori, Maurizio Gramegna, Giuliano Gramigna, Maria Griffo, Margherita Grolla, Sandro Gros-Pietro, Valerio Grutt, Sirio Guerrieri, Marco Guzzi, Gezim Hajdari, Francesco Iannone, Jolanda Insana, Gilberto Isella, Gianfranco Isetta, Giuseppe Iuliano, Tomaso Kemeny, Giuliano Ladolfi, Vivian Lamarque, Stefano Lanuzza, Letizia Lanza, Giorgio Laurenti, Gianfranco Lauretano, Oronzo Liuzzi, Franco Loi, Anna Laura Longo, Paola Loreto, Paola Lucarini, Eugenio Lucrezi, Mario Lunetta, Mario Luzi, Giorgio Luzzi, Annalisa Macchia, Luigi Maffezzoli, Roberto Maggiani, Valerio Magrelli, Alberto Magrin, Giancarlo Majorino, Enzo Mandruzzato, Franco Manescalchi, Emanuele Marcuccio, Alberto Mari, Tommaso Mariniello, Andrea Mariotti, Nina Maroccolo, Francesco Marotta, Gianpaolo G. Mastropasqua, Guido Mazzoni, Antonio Melillo, Paride Mercurio, Alda Merini, Giancarlo Micheli, Renato Minore, Enzo Domenico Mirabella, Giorgio Moio, Rita Montanari, Clara Monterossi, Vito Moretti, Alberto Mori, Carmen Moscariello, Francesco Muzzioli, Eugenio Nastasi, Gianpiero Neri, Giulia Niccolai, Luciano Nota, Guido Oldani, Aldo Onorati, Nicola Orofino, Paolo Pagani, Elio Pagliarani, Marco Palladini, Antonio Pane, Nazario Pardini, Roberto Pazzi, Elio Pecora, Gerardo Pedicini, Walter Pedullà, Edoardo Penoncini, Guglielmo Peralta, Plinio Perilli, Renzo Piccoli, Umberto Piersanti, Ugo Piscopo, Gabriella Pison, Giancarlo Pontiggia, Antonio Prete, Anna Maria Pugliese, Mario Quartucci, Daniela Quieti, Giovanni Raboni, Silvio Raffo, Silvio Ramat, Gianni Rescigno, Antonio Riccardi, Renzo Ricchi, Vito Riviello, Bruno Rombi, Nicola Romano, Davide  Rondoni, Mariele Rosina, Ottavio Rossani, Cesare Ruffato, Paolo Ruffilli, Edoardo Sanguineti, Federico Sanguineti, Franco Santamaria, Armando Saveriano, Lelio Scanavino, Veniero Scarselli, Edio Felice Schiavone, Arturo Schwarz, Eugenia Serafini, Valeria Serofilli, Alfonso Severino, Serena Siniscalco, Carlo Alberto Sitta, Maurizio Soldini, Luigia Sorrentino, Antonio Spagnuolo, Maria Luisa Spaziani, Mario Specchio, Marzia Spinelli, Fausta Squatriti, Gian Piero Stefanoni, Giuseppe Supino, Alberto Toni, Liliana Ugolini, Monica Ugolini, Raffaele Urraro, Adam Vaccaro, Flavio B. Vacchetta, Patrizia Valduga, Paolo Valesio, Pier Mario Vello, Giuseppe Vetromile, Umberto Vicaretti, Carlo Villa, Marcello Vitale, Cesare Viviani, Stefano Zangheri, Andrea Zanzotto, Guido Zavanone, Sergio Zavoli, Valentino Zeichen, Lucio Zinna.

 

Edizioni Kairòs

“L’evoluzione delle forme poetiche”
ISBN: 9788898029174
Pagg. 784, Euro 20,00
Edizione 2013
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29 gennaio 2013 2 29 /01 /gennaio /2013 12:50

2013 - novità:

L'evoluzione delle forme poetiche

La migliore produzione poetica

dell'ultimo ventennio (1990-2012)

a cura di : Ninnj Di Stefano Busà

                 Antonio Spagnuolo

                  

editore:    Kairos - NA

 

 

               forme poetiche.jpg

 

All'interno si trovano autori di grande autorevolezza da Pontiggia a Cucchi, da Pazzi a Kemeny, M. Luisa Spaziani, Roberto Carifi, Andrea Cortellessa, Plinio Perilli, De Signoribus, Pecora, Bettarini, G. Conte, Bàrberi Squarotti, Del Serra, Loi, Fontanella, P. Valesio, Muzzioli, Magrelli, R. Maggiani, P. Ruffilli, Renato Minore, L. Sorrentino, F. Sanguineti, V. Zeichen  e altri. Contiene la migliore nomenclatura della produzione  poetica di oggi.

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