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22 aprile 2009 3 22 /04 /aprile /2009 09:28
di (Ninnj Di Stefano Busà)

Il mondo culturale d'ora in avanti sarà meno ricco. Il critico, poeta, saggista Sirio Guerrieri di La Spezia ci ha lasciato. Si è spento, improvvissamente nella sua casa di La Spezia la notte del 18 aprile u.s.
Ci è venuto a mancare con lui un faro, una guida, un poeta vero, autentico che ha dato alla Cultura Italiana molto lustro e molte opportunità di arricchimenti letterari.
Aveva iniziato giovanissimo a scrivere e non aveva mai smesso di farlo, e sempre con lo stesso impegno, la stessa attenzione, misurata e severa vigilanza della Poesia, che era per lui fonte di bellezza e di forza.
Ci ha lasciati più soli. E' passato ad altra vita, forse serenamente, nel sonno, senza strappi né ripensamenti. Con lui gli amici tutti perdono un  punto di riferimento. E' stato una guida e un Maestro per tanti di noi che avevano visto nel susseguirsi delle varie forme letterarie stringenti e temerarie, come potrebbe essere il minimalismo di oggi, con la sua carica di estrosa alienazione, di sperdimento nei meandri della parola inesistente, una poesia carica di presagi generazionali, di allocuzioni selvagge che mostravano il pericolo di deiezione della Poesia pura e perfino di fuorvianza e di manipolazione che si era andata formando dopo il Manifesto del Realismo Puro del suo grande amico Aldo Capasso.
Sirio Guerrieri non amava forme astruse, arzigogolate e sorrette dal fumo di tanta poesia moderna, fatta a volte di "aria fritta" preferiva l'idillio fra la poesia del cuore e il naturalismo lirico della grande lezione classico/tradizionale. Si è sempre battuto perché la Poesia potesse restare parola che parla al cuore, non orpello obsoleto da eliminare, da storpiare con alieni strumenti di mortificazione e di estraneità al fatto poetico. Era e rimane nella storia della nostra Letteratura una personalità ricca dentro, che ha portato avanti per molti decenni la sorte della Poesia come fattore di concomitanza vitalistica dell'essere, coacervo di arricchimento e di particolare stato d'animo che richiede riflessione, sentimento ed emozione. A Sirio commossa dedico questi versi, affioranti dopo la triste notizia che aveva bloccato ogni mia forma di emozione, collegata alla sua improvvisa scomparsa:

Il gioco finisce a luci spente

La morte non concede proroghe,
sulla scena di un altro sipario
recita la vita nei minimi dettagli.
Qui è tutto nella capacità totalizzante
delle ossa di attutire i contraccolpi:
il gioco finisce a luci spente,
si chiude sul corpo martoriato.
La gioia di vivere è nel privilegio dell'ala,
quando tocca il cielo e vi s'ingloba
come tuorlo al guscio che lo tiene stretto.
Dimmi, ti prego, del verde di maggio
che s'apre a profili di rondini,
dettami parole appropriate, le più brevi,
virgole dimenticate sulle vie del mondo,
mentre imperversa la necessità
fi fuggire perfino da noi stessi.
E' nel battesimo dell'ardimento
la virtù dei forti, sta tutta nel coraggio
la nostra storia, poi è analogia
tra parola e silenzio, il filo teso
nel vuoto ce ne darà ragione.





A Cesare Pavese

Se il destino sortì la sorte delle stelle,
il vizio oltraggiò la parola:
"grido taciuto" lo chiamasti...
un silenzio di giorni tutti eguali
a imitare galassie che umiliassero
la morte alle tue labbra.
Non fu morte la tua,
solo resurrezione di presenze-assenze,
di giochi solitari dentro l'assoluto
che sfumava già dalla tua carne.
A rivelare segnali di albagia
si perdeva il profumo delle tue colline. 

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21 aprile 2009 2 21 /04 /aprile /2009 11:01


La Parola

Ti strazia la parola

che vive dentro la dolcezza ingannevole

di amante, ognuno ne porta il segno,
un grido chiaro che inazzurra.
Ha carne di mistero, voci accese
al tremore delle palpebre.
Cresce in embrione e si rigenera
da sè, del suo significato indicibile.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gioco finisce a luci spente         (in morte di Sirio Guerrieri)

La morte non concede proroghe,
sulla scena di un altro sipario
recita la vita nei minimi dettagli.
Qui è tutto nella capacità totalizzante
delle ossa di attutire i contraccolpi,
il gioco finisce a luci spente:
si chiude sul corpo martoriato.
La gioia di vivere è nel privilegio dell'ala,
quando tocca il cielo e vi s'ingloba,
come tuorlo al guscio che lo tiene stretto.
Dimmi, ancora, ti prego, del verde di maggio
che s'apre a profili di rondini,
dettami parole appropriate, le più abbreviate...
virgole dimenticate sulle strade del mondo,
mentre imperversa la necessità
di fuggire da noi stessi.
E' nel battesimo dell'ardimento, Sirio,
la virtù del coraggio.
Poi è sempre analogia il muoversi
tra parola e silenzio, il filo teso
nel vuoto ce ne darà la ragione.


La Spezia, 19 aprile,2009

 

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9 aprile 2009 4 09 /04 /aprile /2009 17:37

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Sulla poesia sono state dette tante cose.Ma come ognuno può immaginare la realtà è sempre diversa da quella che appare.
Si ha l'impressione di poter fare a meno della poesia, eppure non è così, perché è in noi, come la linfa o il sangue che ci scorrono nelle vene, solo che non lo sospettiamo, non lo crediamo, perché spesso non si è in grado di scriverla in maniera eccelsa, ma che ci crediate o no, tutti la possedete, tutti la possediamo: in maggiore o minore misura, in sordina o a gran voce, che vi arda dentro o che somigli a una fiammella quasi spenta, essa c'è, non potrebbe essere diversamente, perché, altrimenti, non possederemmo l'anima, la sensibilità, l'intelligenza del cuore, che sono la parte migliore di noi stessi.
Se è pur vero che per scriverla vi debbano essere molte ragioni, prima di ogni altra la cultura dell'anima, senza di esse non si va molto lontano, poi è indispensabile possedere le doti necessarie per intravvedere con gli occhi interiori quelle forze maieutiche che intercettano la poesia dal di dentro e la trasferiscono all'esterno, in un territorio dove non sarà difficile che alligni, perché la Poesia ha caratteri FORTI, oserei dire che la sua fibra è inconciliabile con la fragilità, perché ha una dominante comune a tutti i poeti, che è la voce della propria anima ardente, una sorta di vaticinio che avviluppa e fa il nido dentro le condizioni privilegiate di un dettato linguistico che è eccelso patrimonio intellettuale, il quale verifica le risorse interiori e ci consente un dialogo con l'io più profondo, più vero. 
Quando si parla di Poesia, spesso, si ha l'impressione di essere nelle vicinanze di un corpicino fragile, una carta velina, che appena si tocca si sgretola, il poeta è creduto debole, visionario, maldestro, costantemente sopra le righe, fra le le nuvole: tutti luoghi comuni, di chi non vuol capire o ignora la forza primordiale, istintuale della parola originante dal mistero: non ha piedi piantati per terra, (si dice), oppure il poeta accarezza territori fabulistici, vive di sogni...di fantasie. Non è così, il poeta, per sua natura, almeno colui che esprime la fecondità del suo entroterra culturale, lo fa con cognizione di causa, non è fragile, né lo potrà mai essere la sua poesia, perché origina da un fuoco sotterraneo, primordiale con caratteristi  che includono: attitudine, intelligenza, capacità di dominio sulle peculiarità che governano e attraversano territori impervi di dolore, di sofferenza, di disagio, senza rimanerne impigliato, travolto. Se non credete a quello che vi dico, riflettete sul caso della mia amica Alda Merini. Nove lunghissimi anni di reclusione in ospedali psichiatrici, tanta solitudine e amarezza, danni fisici e psichici incalcolabili, eppure, la Sua poesia esce indenne da tante prove durissime che avrebbero stroncato e annientato chiunque, ma non il  -poeta- che è in lei. Come araba fenice è sempre risorta dalla cenere del suo martirio esistenziale, per andare a creare nuove prospettive di vita, al di là del dolore, al di là della morte spirituale, al di là della vita stessa che è viatico di terrestrità, di preclusione, di assenze, di carne viva macerata al lutto della propria sopravvivenza.
Ognuno poi assolve il proprio destino con le capacità che possiede, ma vi assicuro che chi possiede dentro la voce poetica, possiede una condizione aggiuntiva di privilegio che lo differisce dagli altri simili: ha in sé la forza di generare episodi di luce, verba che altrimenti non verrebbero mai ad abitare il nostro doloroso inferno, ne resterebbero tagliate fuori, e non osando volare in cieli alti, resterebbero soffocate all'interno di un tempo e di un luogo improbabili, finendo con il morirci dentro. La poesia, invece, non è un oggetto delicato, ma un soggetto fortificato al fuoco del sublime e dell'assoluto; non si rompe se la sfiorate, anzi, toccatela, (vi esorto a farlo) avvicinatevi ad essa, saggiatela, tentate di portarla alla luce, usatela con parole preziose, calde, la sentirete vibrare fra le dita, come il musicista le note che compone, non deludetela, se batte alla vostra porta. Sappiate ascoltarla, non ignoratela, non relegatela a quel tono di sufficienza (tanto è roba che non rende! ) in realtà rende allo spirito, al vs. intelletto e al cuore, se vi sta cercando, per qualificarvi, per lenire, seppure per poco la vostra sofferenza, il vostro malessere, sappiate accoglierla ed essere umili, la Poesia è Maestra di tutte le arti,   ci vuole indicare cieli più alti, atmosfere più seducenti.
Essa è forte e vi renderà forti, è voce che non conosce spegnimento e vi dirà cose bellissime, vi farà sentire migliori, più ricchi dentro. Ce n'è un gran bisogno, in questi tempi di perdizione, di abbandoni, di amaritudine. Vi è un bisogno che anela d'istinto alla coscienza dell'essere, senza la fatica dell'eccesso di modernità, che è diventato un abito troppo stretto, una visuale contaminata da elementi contraddittori che c'impongono sofferenza e dolore. Essere moderni, oggi, senza la poesia è un peso troppo gravoso, che non allevia l'equilibrio del quotidiano, listato a lutto da inaudite assenze, da indicibili contrasti. 
E' come se un peso enorme ci schiacciasse contro una parete, da cui non s'intravede salvezza: la poesia non salva, ma almeno, dà la sensazione di porre fra noi e il dolore, quella virgola che non ci vanifichi, che ci alzi qualche centimetro dalla melma e non ci dia la sensazione terrificante della  -morte in vita-  il che, è infinitamente più grave e più oltraggioso che non volerla intendere, programmare, o cogliere nei diversi stadi della sua luce. Ha radici profonde, la poesia, e affonda nell'humus fertile di ogni contraddittorio umano per alimentarsi di quel trascendente che ci collega all'eterno.

Quando si presenta a noi, giunge in sordina, ma è già roccia, acciaio fuso, non intende andare via senza aver lasciato il segno. Non lasciamo spegnere il lumicino che ci indica qualcosa di buono per la nostra psiche, per la persona umana che è in noi.
Ascoltiamola, tentiamo di capirne le ragioni che la orientano e che servono per farci sentire meglio, per indicarci le vie del cuore. Montale parlò di inutilità della poesia, ne convengo, la poesia appare inutile e lo è, solo perché non è facile trovare in essa compensazione materiale, l'incantesimo di cui ci fa partecipe è sublimante, ma immateriale, non dà lucrosi guadagni. Ma pur nella sua apparente inutilità, la poesia è quanto meno arricchimento cognitivo, dono inesauribile dell'assoluto, che ci segna come una fede l'intento poetico.  -Perdersi e ritrovarsi- fa della poesia la nostra vera compagna di viaggio. Come il primo cristiano che entra nella ragione del suo Dio, entriamo nel sublime assoluto della sua invenzione e respiriamone l'intenso profumo che da essa emana. La Poesia disegna il nostro spazio vitale, traspira fra le nostre braccia come un bimbo innocente, non tradiamola, non condanniamola: la poesia siamo noi,la poesia è il sole o il passero trafitto, la poesia è anche l'archetipo del dolore che ci consuma dal di dentro, da cui, purtroppo, non possiamo esimerci, non siamo fieri della nostra infelicità, ma proprio per questo possiamo accogliere con passione e suggestione quel poco che ci compensa.      

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3 aprile 2009 5 03 /04 /aprile /2009 16:27

di (Ninnj Di Stefano Busà)

L'Amore visto attraverso le lenti dell'indagine interiore può essere vivisezionato ad arte (o in tutta sincerità), con la specula del cuore, cercato e scavato col bulino dell'intelligenza e del valore spirituale, che è in tutti, rivisitato e misurato da diverse angolature, tutte valide, a seconda, delle esperienze, delle disillusioni, delle sofferenze più o meno personali della specie umana, dell'esigenza e della personalità più o meno progredita e sensibilizzata di ciascuno. L'Amore è un mare senza fondo, qualcosa che ci calamita e ci smarrisce, ci danna e ci consola, ci umilia e ci esalta, ma a ciascuno fa bene amare, perché, senza amore non si vive, non si progredisce, non si va da nessuna parte. (Leggere a questo proposito, nello stesso blog che riporta questo articolo la poesia inerente al tema trattato), credo renda bene l'idea di tutto quello che vi andrò a dire).
L'amore come la Poesia è misterioso. Non si sa bene quando nasce e quando finisce, non si comprende quale artificio sinergico ne determini e ne sviluppi le evoluzioni e i processi generativi della combinazione organica, perché credo decisamente si tratti di una combinazione alchemica, qualcosa che ha a che fare con la nostra vita organica, con le fragilità psicologiche, le potenzialità, le esigenze, le prospettive, i gusti, le stravaganze di un mondo che è diversificato in tutto, ma soprattutto per quanto riguarda la vicenda   -amorosa- che è un modus vivendi piuttosto complesso.
Un tema che assilla e dà agli scienziati molto materiale d'indagine, alla psicologia, alla medicina un vasto campo dove spaziare e fare sperimentazioni: vengono scomodati anche gli psichiatri, perché spesso l'Amore ammalato dà il delirio e sfocia in fatti di sangue, in omicidi e frustrazioni che solo la follia può spiegare.
L'unico rimedio sarebbe una controtendenza, una giustezza di comportamento esemplare attraverso l'AMORE.
Non l'amore degenerato, fallace, sensuale, corrotto e corruttibile della materia, non quello  abbrutito del sesso facile, dalla carnalità solcata dal denaro, non quell'amore mercenario svenduto ad ogni angolo di strada dalla prostituzione di minorenni e dal bisogno egemone di riportare qualcosa che sfami la fame e il bisogno.
Un Amore professato e condiviso dai più, sano, onesto, indotto da convincimenti morali, non bacchettone, né da sacrestie (anch'esse dietro le quinte professano la snaturalezza del Vangelo) esaltano la carne e solo qualche volta vengono scoperti fatti indecorosi. Qui si parla di Amore come fenomeno inverso al male, un amore  non facinoroso, né malato, un amore che deve sostituire il disagio esistenziale e farsi perno di un concetto nuovo che salvi l'umanità tutta.
Siamo giunti ad un bivio dal quale è difficile intuire la strada di percorso da effettuare per attraversare indenni la  -vita-  che ci sta riservando davvero molte sgradite sorprese.
La società è malata, è ossessionata dall'utile, dal materialismo estremo che sfociano in condizioni di vita estremizzanti, nelle quali l'uomo si perde e si annulla in un declino motivazionale che ha diversi aspetti da analizzare. Primo fra tutti l'aspetto antropomorfico, e in ordine, seguono: l'accelerazione furiosa, senza remore, stravagante, ai limiti della follia, e certamente compulsiva, di una generazione che ha perso il passo con quella precedente, il mancato dialogo fra gli esseri umani, il cattivo funzionamento delle leggi, l'ingiustizia dilagante, la fame e la sete dei mondi più diseredati (vedi Africa, Mozambico, tutti i paesi del terzo mondo) la dispora che coglie di sorpresa intere popolazioni decimate dalle guerre, dai regimi dittatoriali, dagli estremismi che che corrompono e affamano intere generazioni. Ma Voi, sono certa obietterete, cosa c'entra questo con l'Amore. Ecco, la risposta, io credo, la più facile possibile, la più semplice da intuire e nei limiti del possibile tentare di arginare. Il mondo non guarda più attraverso gli occhi dell'Amore, ma si è ammalato di opportunismo e si è plamato, abbeverato ad una greppia di fango e detriti di carogne, una greppia bassa, pronta a risucchiare anima e corpo di coloro che si dissetano ad essa. La vita è divenuta merce di scambio. Non si crede più in niente e in nessuno. C'è mancanza totale di Bellezza, di valori, di significati profondi, di sincerità e di amore. Nessuno è pronto a sacrificarsi per nessun motivo, a scommettere che nei prossimi anni vi sarà una revisione di fondo, perchè il mondo vive contagiato da un male che si chiama globalizzazione, quando abbiamo udito questo termine per la prima volta ci è sembrato magico, ecco oggi il risultato finale di questo fenomeno che ci è sfuggito di mano causando il declino di una generazione, la nostra, della quale non si vede più a breve scadenza alcuna salvezza.  Questo mostro generato dalle nostre stesse carni e dal sangue di tante ignare creature ha distrutto le certezze, annientato le buone intenzioni, la condotta esemplare, la morale dei popoli e ne ha provocato la necrosi storica, ma anhe umana della specie. Ha sterminato o, è in procinto di farlo, tutte le buone intenzioni, le opportunità, le motivazioni di felicità in tutto il globo. La terra, il pianeta dove poggiamo i piedi è stato letteralmente sconvolto, come da un movimento tellurico che ha spazzato via il meglio di noi, il sistema esistenziale portato alle sue estreme conseguenze ha prodotto un danno, una devastazione difficilmente valutabili. Soprattutto perché ha modificato gli assetti culturali, le tendenze, i gusti, le esigenze del mondo occidentale o non, che ha visto travolti i capisaldi di una  impostazione più umanistica e umana. In poche parole l'Homo sapiens è stato (ri)trasformato in cavernicolo, subendo una metamorfosi di gravissime proporzioni per quanto riguarda la parte più sensibile della personalità umana  -la sua spiritualità-
Senza poi parlare della morale che è stata spazzata via, tagliata dalla visione strutturale dell'uomo moderno che gli ha dato l'ultimo colpo di grazia, attraverso un processo degenerativo della specie con attacchi feroci sul tessuto morale etico e religioso.
La trama lacerata e dilapidata da ogni possibilità di salvezza reagisce come può all'istinto di sopravvivenza, ma ovviamente la qualità della vita diventa scadente, usurpata di ogni suo valore, infelice e compromessa da diversi punti di vista.
L'uomo di Nederland ha ripreso il dominio sul mondo globalizzato riuscendo a trasformarlo nuovamente in nemico di se stesso,  -il primitivo- senza capacità analitiche e di sintesi. Questa tendenza apparentemente sottovalutata e per troppo tempo volutamente ignorata dai governi di tutto il pianeta, insieme all' inerzia e indifferenza lasciate al libertarismo di questa società materialistica e per certi versi masochista ha trasformato l'uomo e la donna in oggetti, ne ha evocato di essi un uso vergognosamente arrogante, pretestuoso, incapace di dare  se stesso per il bene altrui, egoista, presuntuoso, manipolatore, incoerente, falsato nei suoi concetti generali dall'utopia del guadagno facile, del "tutto" nell'immediato, senza ombra di futuro, senza l'apertura mentale di un sistema che gli si opponga. Contenitore vuoto, di un meccanismo distrofico, che ha provocato la negazione dell'amore, e ovviamente la necessità di contrastare e di elidere tutto ciò che fa parte di esso in maniera degna e pulita.
La visione distorta, come una lente d'ingrandimento messa al contrario ha causato una miopia inarrestabile che non è facile curare, e da cui non è facile uscirne, perché la macula occlusiva della visuale si annebbia ogni giorno di più.
Il rimedio sarebbe il ravvedimento, ma come si può pensare che una ruota inclinata, che va scivolando verso il suo abisso, oggi, si possa fermare e bloccare in tempo per non entrare in quel processo degenerativo che vedrà l'estinzione? L'individuo va verso la sua morte naturale che, ormai non è più solo quella fisica, ma purtroppo, quella dell'anima e dunque, anche e soprattutto, dell'amore che è il primo motore su cui regge l'impalcatura umana dell'individuo e della sua storia.

seconda parte
5. 4.2009

Entro il grafico strutturale di una miopia quasi assoluta stanno parecchi aspetti della nostra esistenza. Essi ci proiettano in un terreno minato che difficilmente potrà essere bonificato in tempi brevi. Il mondo sta andando verso una deriva di perdita e di sgomento che sono il paradigma di un percorso di vita che và esaurendo tutte le sue certezze e i suoi presupposti  di grandezza. Con il fallimento di tutti i suoi ideali e della felicità che quasi è sparita dalla faccia della terra, siamo ridotti ad un lumicino per quanto riguarda le capacità di recupero individuali e la prospettiva di superamento salvifico. Pure se, l'uomo più che mai anela ad ebbrezze straordinarie che lo pongono in alto alle sfere della perfezione, possiede limiti che il suo ingombro terreno e il suo fardello organico non gli consentono di superare.
Infatti, non potrà spingere oltre questa condizione- limite attacco alla vita, il suo rapporto con le prospettive che aveva creduto idonee a rappresentare ogni possibile bene si è frantumato, di contro ha provato la scelleratezza del suo stesso comportamento che gli ha indotto tanto malessere e infelicità.
L'eccesso dei suoi maldestri tentativi di voler andare troppo in alto, ha causato nell'uomo moderno un processo degenerativo dei suoi equilibri andando a cozzare contro una piattaforma di sofferenza e di dolore che non avrebbe mai immaginato potesse esistere. Pur nondimeno, l'umanità dovrà capire che la frattura col mondo che essa stessa ha voluto è ormai al collasso, la barriera che la circoscrive è stata violata, sono stati raggiunti di dissesto e di declino inauditi per la morfologia del pianeta.
Non è più ammissibile che lo strazio della sua arroganza, la forza della sua incapacità umana lo allineano a Dio. L'uomo non può ritenersi alla pari, pensare di porsi in dirittura di gara con la Perfezione Suprema di un Creatore, che se, anche dal presupposto laico e agnostico non dovesse esistere, il lato materico del suo responso finale, come soggetto, seppure alto della graduatoria umana gli indica la morte biologica, dinnanzi alla quale dovrà ammettere la sua incompiutezza e la sua inadattabilità ad essere eterno.  
Finora ha compromesso e reso la sua vita un inferno, senza possibilità di recuperi; l'accelerazione massiccia e vergognosamente proterva con la quale ha provocato il suo decadimento lo ha indotto in scandali, compromessi, guerre, genocidi, odi e intemperanze d'ogni genere.
La via di salvezza sarebbe il ravvedimento, in tempo utile per non causare ulteriori catastrofi e la fine di tutto. Ma è veleno potentissimo, irrefrenabile quello che ne ha causato la morte dell'anima, e il sistema stesso della composizione biochimica non farebbe altro che accelerarne la sua fine, come dire: l'antidoto sarebbe peggio della malattia. L'organismo della specie umana è contaminato da una sorta di follia che ingenera altra follia, quasi come un'altra guerra mondiale stiamo subendo le macerie e le compromissioni di un delirio collettivo senza precedenti.
Perché nei precedenti conflitti mondiali almeno si conoscevano gli stati belligeranti, nel ventunesimo secolo aleggia il fantasma della "Fine" senza le armi. Tutto è solo riconducibile al linciaggio dell'anima, al saccheggio dei suoi valori.
E se l'anima è ammalata le linee del termometro segnano una temperatura altissima che circola nei dotti della materia sanguigna e fa saltare ogni componente biochimica.
La vita va difesa dagli attacchi, va protetta con la lungimiranza e la solidarietà fra i propri simili.
Ma oggi, qui di solidariertà non vi è nemmeno l'ombra; vige solo un sistema di infezione a tutti i livelli che abbatte le difese immunitarie del tessuto umano, ammorba e inquina tutto: come i titoli-spazzatura negli U.S.A, come i bond di aria fritta messi in circolazione per decapitare e rendere nulli i capitali  dei piccoli risparmiatori o dei gonzi. La società planetaria è contagiata da un delirio che si chiama capitolarizzazione delle risorse: chi più ne ha più conta, si potrebbe definire con parole povere, ma ormai credo che per tutti sia arrivata l'ora di capire che, la globalizzazione senza regole, è un mostro a tre teste che ingoia intere popolazioni, fa tutti Caini pronti ad uccidere Abeli, e distrugge le risorse del pianeta, anziché far vivere meglio. Certo è un male inguaribile, da cui si esce solo danneggiati, distrutti, annientati.
Se l'uomo nuovo non capirà questo concetto, credo che l'umanità risulterà irrimediabilmente decimata e condannata alla sua Fine.  (Ninnj Di Stefano Busà)

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3 aprile 2009 5 03 /04 /aprile /2009 16:03

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà è risultata la vincitrice assoluta della sez. edita della XV edizione del Premio Letterario "IL GOLFO" di La Spezia col volume "Tra l'onda e la risacca" Ed. Bastogi
Direttamente dalle mani del Sindaco ha ricevuto l'ambito premio il giorno 19 aprile, alla presenza di un folto pubblico, di molti giornalisti e poeti che gremivano il Salone della Dante Alighieri di La Spezia.

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30 marzo 2009 1 30 /03 /marzo /2009 13:01
di (Ninnj Di Stefano Busà)

Vi sono momenti nella vita di ognuno che hanno bisogno di ossigeno per respirare, di linfa per irrorare le arterie e le vene, di Poesia per potersi scaldare a un fuoco che, ad occhio nudo non c'è, ma invece, arde dal di dentro, scalda di una sua luce primeva, che non è pari a nessun'altra, e qualifica l'essere umano ai più alti rami della conoscenza, portandolo molto vicino al sogno, al mito, all'ideale che la consapevolezza di motivi interiori premono e fanno apparire gradualmente dalle profondità delle logiche del viaggio terreno, idealizzandolo o raffigurandolo come un concetto che si apre all'eternità, alla coscienza dell'essere. La tecnica non è essenziale, come lo stile, che in realtà sono strumenti al seguito della poesia, non la poesia in sè. Quello che realmente vale, oltre ogni altra considerazione, è l'acquisizione chiara e autentica di un raggiungimento gnomico: la differenza è notevole perché la storia della Poesia nasca e si configuri come elemento che, nato con l'uomo, lo sostituisce "poeticamente" nella sensazione, nella visione del mondo e lo trasforma, lo fa altro da sé in un contesto di manifestazioni umane che si accavallano, si snodano, si avviluppano nel raggiungimento finale più o meno brillante, più o meno armonico e individuato di oggetto lirico che, deve per sua natura, generare la Poesia.
Il concetto parte dalla spitualità dell'individuo, il quale ad un certo punto della sua vita si pone domande, s'interroga sul mistero della vita e della morte, rivolge la sua attenzione all'enigma dell'esistente e si chiede la ragione del suo porsi nella scala della creazione, della giustificazione del dolore nel mondo, del bene e del male che l'uomo tenta di capire, oltre la cortina di ferro del suo limite materico.
Il concetto stesso di Poesia non ha nulla di condivisibile con la matericità dell'uomo, la sua accezione e strettamente acquisita da una categoria pensante che possiede gli strumenti della logica e dell'intelligenza del cuore, ma strettamente correlati alla spiritualità, all'infinitezza dell'anima, al mistero infinito dell'universo e delle sue creature che vivono nel solco della terra le miserie ineludibili della materia, ma tentano nonostante tutto di ridurre la forza centrifuga che li trascina e travolge, attraverso una sorta di  anelito ultraterreno, che qualifichi e ponga in alto le debolezze di creatura terrena, ne utilizzi suggestioni, sentimenti, visioni, immagini creando impalcature di sogno, luoghi dove ossigenarsi alla luce del sole, esponendosi a ricognizioni di cielo che sono impossibili ai NON POETI.
La gravidanza della poesia, sia che essa venga avvertita in tenerissima età, o in età adulta, quando i giochi umani sono stati maturati al fuoco delle esperienze più disparate, è sempre la stessa. Viene alla luce un prodotto che ha del miracoloso. La parola lirica parla un linguaggio che ìmpari alla lotta stessa per farlo tacere. Non si può mettere il boccaglio ad un Poeta, come non si può sedare il pianto di un bambino. Entrambi avvertono incoercibile il richiamo a manifestarsi, perché entrambi i casi origina ed esplode con la stessa forza e lo stesso indefettibile orgoglio di volersi sottrarre al silenzio.
Il poeta è amabile cantore, quanto il bimbo è amabile guastatore. La voce origina dalla sofferenza, dal dolore, dall'imponderabile necessità di farsi ascoltare, di lanciare un messaggio, di esprimere ciò che si sente dal di dentro.
La Poesia è un canto della nostalgia, un proposito di trasformare la materia grezza del linguaggio comune in preziosissimo tessuto di gioia, di pianto, di eternità, di amore, di coraggio.
Piccole schegge, tracce infinitesimali di noi ci avvertono che non siamo nati solo per spiegarci -la morte-  ma per darci qualche momento di  -buona morte-  
La vita non è solo crudezza e nudità è, anche, espressione vitale di una sofferenza incoercibile, ma saggiamente amministrata dalla mente che può dare i suoi buoni frutti, attraverso una sequenza di parole  tendenti quanto più possibile alla perfezione,  che orienti alla singolarità del bene, proiettandoci fuori dalla miseria, dalla povertà e pesantezza dell'orbita terrena, gravitazionale e desolata di solitudine mortale.
Chi scrive poesia non è mai solo, si strugge di mal d'amore, di rimpianto, di assenza, di solitudine, soffre d'invisibili trascinamenti verso il basso, conosce il turbamento, il tormento, la delusione, la nostalgia, il disincanto, ma tuttavia, riesce a delineare dal nulla una forma di vita meno sgradevole e conflittuale. La Poesia per il poeta è come l'acqua per l'assetato: il poeta ha bisogno dell'oasi per rigenerarsi, per riadattarsi di volta in volta al deserto che dovrà attraversare fino alla morte.
La pagina poetica non si affida mai al contrappunto smagato di passione, non è curiosità che si agita vanamente, non è coincidenza di simboli e di parole vuote in libertà; è condizione intima di un soggetto che avverte dentro di sé l'illimite patrimonio del sentimento, dei margini stretti in cui ci tiene rilegata la vita, l'assenza d'innocenza, di purezza, l'insidia che domina il nostro paradiso artificiale (mondo temporale) è vista in chiave di legittimazione per offrire alla pagine il nostro senso di libertà, di sfida, di delusione o di smarrimento, di monotonia, di consumate passioni.
Le primizie dell'ingegno fortificate dalle parole poetiche stentano a farsi largo nel nostro ristretto mondo terreno. Ma la lezione attiva di una poetica che sappia vibrare e dare sensazioni più eternanti, meno svuotate e più fruibili è condivisa da tutti. 
Vi sarà sempre chi dice male della poesia. E'qui, in questo solco che bisogna proteggerla, bisogna darle l'impronta di continuità, considerarla testimonial da consegnare al futuro della storia. Chi è teso ad un approfondimento di coscienza, consapevole che l'assenza, il lutto, le traversie appartengono all'umano non vedrà mai la poesia come una minaccia, al contrario avrà un motivo in più per restituirle attraverso una chiave di lettura, la formula magica per la quale è stata chiamata , che è poi la coerenza autentica fra l'essere e il dover essere, fra la certezza e il dubbio, fra la tesi e l'antitesi, fra il bene e il male.Proprio in questa frammentazione di sé, in questo spezzarsi oltre le parole udibili e provvisorie sta la grandezza della poesia. Un'attribuzione di diritto va per definizione a coloro che accogliendo il segno poetico lo regolano e lo trasformano in vertici alti di letterarietà, potenza di linguaggio sostitutivo della realtà miserevole che la determina. Non si tratta di mettere in dubbio la sincerità o la verità dei poeti, ma di entrare nel loro mondo, carpirne i simboli, le immagini, le funzioni del linguaggio per poterli proiettare in una cronologia (a)temporale che sia l'oggettivazione del soggetto poetico.

... Seconda puntata del 31.3.2009

Che cos'è Poesia l'abbiamo spiegato tante volte. Sono stati spesi fiumi d'inchiostro per chiarire, dissentire, spiegare, esplorare il pianeta Poesia. Ma vi posso assicurare che è una goccia in un mare, quando si tratta di dissertare o tentare di avvicinarci a questo mondo misterioso del nostro organigramma interiore ci troviamo nell'empasse, avvertiamo che non è possibile fare valutazioni o dare spiegazioni di un "qualcosa" di così vasto e imponderabile, quale solo può essere l'organismo umano che è fatto di materia e di spirito, e proprio la spiritualità sta tutta racchiusa in questo reperto referenziale, in questa parte del nostro D.N.A che ci contraddistingue e ci qualifica. 
Hanno definita la poesia in mille modi. Ma si ha un bel dire, la poesia è la vita che se ne fugge via, è la parentesi còlta del nostro più umano sentire, il raggio di sole che s'infila nel nostro quotidiano grigiore e lo rende più tenue, più morbido, ne sfuma i contorni, regge il paragone con la vita, con la salute, con la bellezza del mondo. Il principio su cui si fonda non ci è dato saperlo, l'origine esatta di tale compulsivo momento di grazia, non ci avverte della sua specifica natura, da dove viene, dove và l'illuminazione poetica, perché si delinea. Credo di non sbagliare avvertendo il lettore che è un raro privilegio dell'anima, una proiezione all'infinito del proprio  -io-   più profondo che vuole esprimere con parole molto vicine alla perfezione un tratto del proprio apparato interiore che altrimenti passerebbe inosservato. Si distacca e distanzia notevolmente, allora, la parola lirica dal linguaggio comune che è inquinato da scorie verbali, banale, visibilmente contaminato dal vernacolo, dalla matrice culturale di ognuno, dei popoli che sono diversificati fra loro per i loro dialetti, per le interferenze culturali e le differenze socio/ambientali, dai moti del cuore che per quanto avvertano gli stessi stimoli, non hanno in comune le stesse reazioni al dolore, alla gioia, alla speranza, al bene e al male. Sono differenti gli usi e i costumi, l'ambiente, il grado di civiltà e di cultura, anche in fatto di Poesia. Prendete ad es. i Poeti stranieri, assolutamente distanti dalla nostra realtà, eppure alcuni di loro di eccezionale valore, o quelli francesi come Baudelaire , o spagnoli come Garcia Lorca, ognuno con una sua storia diversa, ognuno col suo profilo biologico/intelletuale che lo contraddistingue. Uguali solo nella misura del livello artistico di altissima rilevanza, nella vastità lirica che li identifica o nel patrimonio intellettivo che li definisce.
Ma, perché solo pochi Poeti hanno il lauro dell'eternità? Perché solo in pochi giungono alla pagina Storica della Letteratura?perché sono immortalati così pochi nell'immenso mare della Poesia?
La risposta è presto data. Solo in numero limitatissimo riescono a sfuggire dalle maglie della banalità, dalla palude dell'anonimato per giungere agli altari del vaglio storico e, dunque della consacrazione a livello, se non mondiale, almeno nazionale.
Questo avviene perché Poeti Veri si nasce, poeti discreti si può diventare, poeti grandi si può, se si hanno entrambe le due condizioni e magari un pizzico di fortuna.
E però, una marea montante di poeti giunge ogni anno al traguardo di una pubblicazione (a pagamento), un numero rilevante di autori si pone in dirittura d'arrivo presso le Grandi Case Editrici, sperando nel miracolo, che non si compie quasi mai. Gli Editorialisti elitari li rifiutano in massa, sperperando riottosi in un esclusivismo di categoria, anche quel numero esiguo, forse, "dieci poeti" sui quali andrebbe appuntata l'attenzione dei critici di valore, onesti e obiettivi, anch'essi garanti in un futuro ormai prossimo del passaggio testimoniale, del vaglio storico che ovviamente li vedrà responsabili di omissioni e li taccerà da incompetenti.
Cosa distingue allora un poeta della domenica da un Montale, un Ungaretti, un Quasimodo? tanto per restare nel nostro territorio nazionale. Bè, decisamente il valore del loro verbo, quando per verbo (o Verba) s'intenda quell'unicuum, quell'elevato potere linguistico che fa la forma, la categoria pensante, il privilegio di saper dire cose che altri vorrebbero e non sanno esprimere (perlomeno con la stessa intensità, con la stessa capacità espressiva, con la grandezza impareggiabile del loro idioma poetico. Ecco allora, perchè ogni secolo ne sforna pochi, la ragione sta nell'assoluta, inderogabile, sublime forza della loro interpretazione personale. Come ogni attore esprime la sua artistica performance sul palcoscenico, o un Velasquez o un Tintoretto sulla tela, una Maria Callas o un Giuseppe Di Stefano nel genere lirico/melodico. La verità del merito emerge e si fa strada nel percorso artistico culturale delle varie categorie, che come punta d'icesberg svetta in alto.
La capacità del linguaggio implica innanzitutto una preparazione di fondo, una cultura generale che prepara e fa da humus ad una diversificazione genetico-intellettuale che differenzia le facoltà della parola,
le capacità del sentire, le modalità spressive che, vengono raffinate a tal punto da realizzare le diversità metodologiche. La luce dell'intelligenza e della sensibilità non sono per tutti eguali. Vi è un sottofondo di talento, di creatività che la fa da padrone sulle risorse umane, sulle caratterizzazioni della specie. Per tornare all'argomento poetico, occorre nel caso specifico avere il fattore genetico appropriato, ma anche una felicità inventiva, una creatività logico/intellettiva che sappia sfruttare al meglio il territorio che si va ad esplorare.
Tutti si nasce allo stesso modo, quando si viene al mondo si è ignari di tutto: sta poi alle risorse dello spirito, dell'intelletto e della fantasia sviluppare quel patriminio statico che è di tutti, ma che diventerà di gran lunga superiore in taluni piuttosto che in altri.
Come la luce che scalda non è uguale per tutte le longitudini e le latitudini, per via della diversificata conformazione e posizione cosmica dei pianeti intorno alla terra e della terra intorno al suo asse, così la poesia si materializza sublime in certuni, che andranno a costituire il nucleo lirico di rilevanza mondiale e mediocre o quasi nulla in altri che non possiedono il privilegio del dono. Perché di dono si tratta, malgrado tutto, checché se ne dica, la poesia con l'A maiuscola, quella che Luzi definì in pochi, emblematici versi: "Vola Alta Poesia, cresci in profondità,/ tocca nadir e zenith della tua significazione, / giacché talvolta  lo puoi " . E vi aggiungo di mio pugno: "tocca  le controversie, l'inferno delle tue vicissitudini per innalzarti all'immensità dell'attimo". Ed è in quell'attimo che si diventa immortale, a volte per due parole, un sintagma, una frase si passa alla storia, si autodefinisce la profondità che ne rappresenta il fine ultimo, l'identificazione solo a se stessi: Pensate a quel verso:"ognuno è solo nel cuore della terra ed è subito sera"
Così sboccia la Poesia, in versi, in desideri, in sfavillìi metamorfici fluttuanti, in lampeggiamenti estemporanei, ma possono essere brandelli di felicità che il pensiero traduce in Poesia. Come la terra senza dolcezza d'alberi e d'acqua diventerebbe arida e spenta, anche il mondo senza la Poesia sarebbe dissipato viaggio senza approdo. Il Poeta parla per immagini, per metafore, come il rabdomante scava nelle viscere della terra l'acqua del suo misterioso dominio invisibile -il sottosuolo-. Ed è proprio dal nostro sottosuolo privatissimo, dalle oscure latebre del nostro essere, dalle profondità abissali della fantasia, del sogno, dell'immaginifico che si profila e canta forte e chiara la grandezza del poeta. L'immenso sta alla Poesia, come il sole sta in bocca al suo mattino più radioso. 

....1 aprile 2009
Per tornare al tema centrale della Poesia in quanto vita, in quanto carne e sangue del nostro percorso terreno vi sottolineo le capacità, le intime e lucide commistioni e fusioni che il Poeta deve creare dal suo mondo interiore. Il poeta è colu che dal nulla sa estrarre l'oro della terra e portarlo al di fuori di sé attraverso le parole indicative di uno stato d'animo che spesso è miccia al suo interno, gli ardono dentro come un fuoco. Il momentaneo passaggio attraverso i territori impervi fino alla scrittura si può chiamare ispirazione, e il poeta senza l'isìpirazione e un ciocco di legno spento: si dà fuoco attraverso un flusso di sinapsi o (collegamenti interni) alla zona del cervello adibita comunemente al linguaggio, sia esso espresso in parole di uso comune, che in scrittura poetica. La scrittura poetica è un fattore interno alle reali pulsioni dell'individuo, che ne è sollecitato o non da una spontanea schiettezza di.matrice istintuale. Il poeta lascia la traccia del suo ornamento sulla terra attraverso l'ordito della sua scrittura e ospita in sé la parola incantatrice che oscilla fra il dolore e la speranza in un territorio assolutamente ostile, quale la terra in cui abitiamo.
L'ostracismo che si fa ai Poeti in questo momento di passaggio, di transizione epocale fra un sistema che chiamerei emotivo/umanistico nella categoria dell'intelligenza  e quello informatico/astratto del Ventunesimo secolo è caratterizzato da un rifiuto, che mi appare del tutto fuori luogo. L'umanità  dell'homo sapiens è ormai un fatto acclarato, incontrovertibile; c'è e resisterà agli attacchi dell'informatica per tanto tempo ancora. L'uom moderno pure se attratto e calamitato dal videogame, dalla rampa satellitare, dagli astrusi congegni avveniristici avrà sempre bisogno d'interrogarsi, di parlare al cuore delle cose, di dialogare dal vivo col suo prossimo per sentirsi vivo egli stesso, per saggiare la compattezza del suo sogno, per modellarsi all'esigenza di una Bellezza estetizzante e sublimante, e che decisamente lo qualifica, e lo affranca dalla bestia. Non può escluderla questa bellezza che avverte come parametro dentro di sè per non guastare e compromettere il tessuto umanizzante e cognitivo della sua intelligenza, per non escludere il meglio di se stesso - lo spirito-
Vi sono ostinazioni ben più temibili dall'ostinazione di voler fare i poeti: Il progetto dei Poeti è visitato da una consuetudine a voler indagare, cercare in sè verità ultime che ci trascendono. La Trascendenza è un territorio inesplorato come la metafisica o il Mistero Divino, l'infinitezza della Fede. Il Poeta è un visionario, viene tacciato per vanesio, per un abitatore di nuvole, ma è proprio lo stato di grazia che occorre per visitare luoghi di indagine  ai confini con la realtà, enigmi di gran lunga percorribili col solo intuito, col sesto senso, con l'intellegenza del cuore. Ecco perché non è da tutti fare poesia. Sarebbe fin troppo facile mettere giù a tavolino o come dico sempre < a freddo> le note meravigliose di un Mozart o i versi eccellenti di un Leopardi, di un Dante di un Petrarca.
La vita ci consegna uno o due autori eccelsi per ogni secolo, ed è già un grandissimo privilegio saperli riconoscere, saperli apprezzare e amare.  
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23 marzo 2009 1 23 /03 /marzo /2009 18:12

Memorie


Ho ritrovato in cima al mondo
appena l'abbraccio dell'attesa,
l'immenso cielo e i rovi del sentiero,
che portano dritti al tuo sorriso.
Tracce di foglie e melograni
inteneriti dalle libecciate stillano
un miele chiaro, oltre le dorsali
di questo andare oltre le parole:

salvezza o schianto, dove tralci e vigne
hanno accesi mattini dentro il sangue,

un'alchimia di spighe a farsi pane,

a trattenere smaniosi il lievito d'infanzia.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il senso involuto della vita

E' un fantasma che morde
fino alle pieghe più intime,
fino alla profondità della pelle.
Un celeste conforto, la giovinezza,
quando nel cielo è statico l'ardire
e il tuo fremito cerca rivi chiari.
Poi l'isola che amasti si allontana,
torna ai giorni del dubbio
per istinto o per diplomazia.
Ogni cosa si adombra
cerca la metamorfosi di crisalide,
spiccia il suo proposito di libertà,
svola, come pensiero che ti lascia
alla sua deriva ardita e necessaria.




Il senso


Il senso, il senso cerco del fiore
o degli stami, uno di noi che colga
per intuizione quel che è giusto:
uno spicchio di cielo, il filo d'erba,
il bene, quando non è scenario all'ombra.
Esserci e amare oltre la palude Stigia
fino alla felicità assente.

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23 marzo 2009 1 23 /03 /marzo /2009 16:55

Dalla lunga e interessante introduzione di Marco Forti al volume : " TRA L'ONDA E LA RISACCA" estrapoliamo questo breve frammento, indicativo della raccolta in oggetto:

"
mi corre obbligo evidenziare che mi ha molto interessato la Sua straordinaria autonomia frammista alla Sua altrettant grande originalità, nonchè l'identificazione Sua propria e la distanza dai corpi poetici altrui. Lei, come ha affermato anche Raboni prima di me, è notoriamente se stessa, unica e irripetibile. Mi auguro di poterLa presto incontrare e di conversare con Lei di quanto così straordinariamente ànima la Sua Poesia e me la fa leggere e rileggere con sempre rinnovato interesse e sincera ammirazione. (Marco Forti)

Dal giorno che si discolora

Sorvolo nidi alti di rondini
per percepire ovattate azzurrità.
Dilegua il giorno, si discolora
l'intreccio sottile delle foglie
lasciate a macerare sui declivi
di un settembre screziato nei colori.
Furtivamente mi congedo
da radiosi mattini,(in trasparenza d'ali).
Quel che dentro mi cresce.
è un senso velato di malinconia,
indugia alla serena pace, rarefatta
quasi assorta fra il pulviscolo alato
e il gorgo che rincorre la sua foce.
Le sosta accanto la dolcezza
del cielo che simula mulinelli
altezzosi,e ombre in tremori

di corolle inanellate.
In mezzo, perso tra i flutti e i flussi
della rada,tra gemiti d'alghe e l'onda,
resiste il cuore, si fa nido, piuma
aggrappata all'alba di un giorno
lieve che lo allieta.

Un'acqua chiara

La fonte è un'acqua chiara,
germoglia dai silenzi incupiti
d'arenaria, dai gorghi o fondali.
Intorno vi si stringono i giorni,
come maree s'oscurano,
in una velata nostalgia.
Così torna l'ignoto a ricomporre
le sue stempiate forme.
Un senso di stacco si dispiega,
come            ala
che accenna al gioco del suo cielo,
o aquilone che s'inasta silenzioso

e non si schianta controsole.
Lassù,sfuma l'arco di colline,
in cima al Crocefisso grande,
arruginito,vigila una memoria,
un abbandono di sepolcri imbiancati,
venali passaggi antitesi alla lotta.
Speranza senza affanni,
esito mortale di una serenità più grande,
più arrendevole,a registrare
la sete del perdono,
la vacuità o la fragilità
del vecchio tronco inaridito. 


Ghirlande di terra


L'ombra che lassù ventila
i suoi presentimenti s'oscura
dietro i monti e tace
un leggero pulviscolo di sole,
quasi timidamente,riflette
la luce incolpevole, negata,
che ci rimanda ad un domani
senza tempo, ad un pensiero
di zagare e promesse
che di sé coglie l'adombrata vanità
di guscio vuoto.
La densità è penuria che scolpisce
ogni cosa mai nata,se come uccello vola via,
dove il murmure è fondo.
Un crepuscolo di campane,
come coglie
l'eternità del dono
e la ragione smaliziata
che la sveli in ghirlande di terra.


Come un demiurgo

Soffio di luce, palpito

che inonda di vigilie d'avvento:
il tuo sguardo vigila il mio tempo.
Mi coglie in rapido fluire la sua smania,

mi modella come vasaio

con la sua creta.

Questo silenzio indica la soglia,
dove un presente si accende d'improvviso:
sguardo di quiete
germoglio tra pietraie,
cui il disgelo ha stemperato le radici
sulla radura verde dell'ultima sconfitta. 
Trasparente visione del suo accader(si),

linfa pregressa,

c'è sempre qualcosa che si eterna.



La soglia


L'estate già ospita tenerezze,
virgulti lasciati orfani
di un sorriso del cielo.
Declina ora il disavanzo mutevole,
del giorno, coglie come può
la malinconia fragile, screziata
di silenzi ai greti dei torrenti.
Siepi di maggese scompaginate
da un vento scalmanato
promettono i primi fasti autunnali.
Dispiega le sue note un fringuello,
sogno genera altro sogno,
velocemente convoglia tutto e si dilegua,
come un incontro di fiume col suo mare,
o il dormiveglia di una notte stellare.
Ognuno si porta dietro il tremore di foglia.


Cosmogonie      (dedicata al nipotino Alessandro)

Il tuo ovale traspare,
arco d'incanto come da germogli
di nuvole l'estate.
Né giochi d'acqua né sprazzi di cielo
lasciano presagire il tremore
dei giorni.
Luce smarrita sul fondo del lago
a scolpire dal profilo di colline
cosmogonie d'ali, abbaini di cielo,
storie che ci portiamo dietro
narrano l'affanno,il turbamento.
D'un tratto, ghirigori di stelle
tornano sopra i tetti.




Luce

Nelle stanze della luce, l'ombra
si fa ragione di occasioni mancate,
di volti, di promesse;
dispiegano in altro luogo le sue pallide
stagioni, d'intorno vi si stendono:
un tubare lieto di tortorelle,
il silenzio di furtivi riflessi
l'indugio invocativo di Sibille.
Domani,
il seme che germoglia darà frutti
a indicare ancora la rotta al disgelo,
il principio e la fine d'ogni caduta.



Estate

Il tramonto è acceso di bagliori,
si rifrange oltre la scia luminosa

lasciata da una barca.
Ogni relitto tenta di richiudersi
in se stesso,
la vita pare disciogliersi

in ghirlande d'oblìo.

Si dilegua la vela,l'anima
non sa cogliere
il tremore di un'ala di tortora.


Fichidindia

Qui, dove gemme rare rifioriscono
dai fichidindia, c'è odore
di legna riarsa e di stoppie
che giunge acre dai monti
e dalle colline intorno.
E' segno di vita, fedeltà
alla terra dei padri,
che si dissangua e geme
di scatenate rondini esultanti.



A Matilde    (la mia nipotina)

Hai una carne che attraversa
la penombra senza oscurars;
l'allegra esuberanza di gemma
allertata alla linfa, dopo un temporale.
Dio versa acqua chiara nei tuoi occhi.
Mio passero nutrito d'amore,
rondinella di mare in venature

di cielo,sei vita in sè,

vita che rifugge il suo affanno.
Ti respiro come un fiotto di nuvole
che allieta il mattino.
Nelle stanze, quieto un raggio
sfiora in diagonale il tuo profilo.
Più dolce l'anima promette
sirene maliarde alle mutate stagioni.


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17 marzo 2009 2 17 /03 /marzo /2009 16:47

APPELLO AI POETI

Mi occupo di poesia da quarant'anni, intensamente, con impegno e con la costanza che si addice a quella sorta di accezione artistica, quale è, o dovrebbe essere l'oggetto poetico.
Oggi, alle soglie del Ventunesimo secolo, parlarvi di poesia potrebbe apparire anacronistico e completamente fuori dal mondo:. di tutto ci si occupa, tranne che di poesia, di versi, di metrica. Ma non è fuori moda l'esercizio della Poesia, magari  perché dà a chi la esprime quella carica emotiva, quel sentirsi fuori dalle righe, quel certo nonsochè che decisamente distingue e si fa carico di darci una nota di colore, di sapore, di delicato e morbido equilibrio interiore che non guasta.
Se parlare di Poesia può apparire fuori da ogni logica, e del tutto fuori dal reale, chiedo a voi interlocutori, perché mai la ricerchiamo, la desideriamo, la coltiviamo?
Sì, qualcuno di voi mi può spiegare perché le
piccole/medie case editrici di poesia sono prese d'assalto da autori più o meno mediocri/bravi/bravissimi, che pubblicano a loro spese? perché i concorsi letterari sono intasati di partecipanti? perché prolificano ogni anno tanti premi letterari? perché si continua a interessarci così tanto di un argomento considerato alieno, obsoleto o inutile?
Come addetta ai lavori (da decenni faccio parte o presiedo varie Giurie ), vi posso assicurare che in Italia insistono a scrivere poesia una percentuale altissima di autori, si calcoli la bellezza di un terzo della società del cosiddetto impero della -carta stampata. - Perché, se è vero che l'informatica e internet hanno cambiato il format, il sistema della comunicazione, l'uso di collocare parole al punto giusto, (parole sì, ma belle, eleganti, dense di significati) per interloquire con gli altri, è anche verissimo che la Poesia non ne è stata scalfita minimamente. Invece c'è un bisogno estremo, incontrovertibile, ineludibile, quasi insaziabile. Esattamente come con
l'amore, lo spirito ha bisogno di essere alimentato da un minimo di ardore, stupore, meraviglia, dolcezza, elevatezza, spiritualità. Lo stesso calore e confortante serenità che profonde al cuore una carezza la dà in egual misura anche un testo poetico: alla fine le due cose si equivalgono. Vi potrà apparire strana e sproloquiante l'analogia con l'amore, ma vi posso assicurare che una poesia ben riuscita, che rimane nella pagina della Storia della Letteratura non è molto dissimile, né dissociata dalla natura di soggetto umano fatto di anima e corpo: all'amore stanno le carezza, le blandizie, le dolcezze come alla poesia le parole che transiteranno all'infinita musica dell'eternità.
La poesia è allora una traccia del nostro DNA che ci farà essere uguali e diversi, che ci qualificherà dinanzi al futuro, che ci aiuterà a crescere, a migliorare, e provvederà in maniera idonea alla formazione spirituale del soggetto pensante, ovvero dell'essere umano diversamente abile dall'animale.
Vi sono infinite ragioni per scrivere e diffondere Poesia. In primo luogo l'individuo è un individuo che pensa, soffre, ama, viaggia, studia, in questo itinerario terrestre.
 Eppure, malgrado tutto, è estremamente solo, solo con se stesso, con le sue facoltà invisibili, con le sue paure, i suoi interrogativi irrisolti, le sue incognite che gli indicano una persistente mancanza di mezzi per dialogare col suo prossimo, (e ciò anche se, è dotato del linguaggio che è il mezzo atto a realizzarlo. Allora, come la musica, la poesia può accomunare lo spirito, arricchirlo di note, di parole, di immagini che diversamente non saprebbe esprimere, se non in poesia.
E qui sta il mistero..
Vi è un altro motivo importante perché l'individuo si avvicina al mondo poetico, trae la linfa vitale delle sue emozioni più vere dalla status intellettivo del cervello detto comunemente: "l'area di Broca", che lega profondamente le sue radici alla psiche e alle cellule cognitive del cervello, deputate allo sviluppo della conoscenza. Poesia, piuttosto che inerzia o letargo intellettuale, è la regola per vivere meglio, per sentirsi più vivi. L'inerzia del cervello, l'abulia mentale non solo fanno male, ma iniettano in coloro che non attivano le cellule cerebrali un veleno che invade tristemente lo stato d'animo, lo mortifica, lo deprime.
La Poesia è anche un antidoto contro diverse forme di alienazione che ci porterebbe lontano da quel che comunemente si chiama umanesimo. L'umanesimo è necessario all'uomo perché egli è antropologicamente attratto da forme di vita che lo qualificano e gli restituiscono un pò di dignità, di libertà, di bellezza.
Ed è Bellezza -la Poesia - , Bellezza in forma di parole, come un bel Renoir o un Caravaggio in cornice, o una musica meravigliosa, celestiale suonata al pianoforte da Chopin, da Beethoven o altri grandi.

L'ARTICOLO NON E' CONCLUSO, RIPRENDEREMO A PARLARNE

Rieccomi qui, amici utenti del mio blog, continuo la mia conversazione con voi sul tema tanto dibattuto oggi di cosa s'intenda per POESIA.
E' difficile stabilirlo, perché nel mentre è vita, linfa ed eternante fruibilità di parole per taluni che ne sono attratti, è ostica, senza attrattiva, inutile, aliena e demodé per altri, che non sapendola comporre, (di contro), la maltrattano, la umiliano, la denigrano, la ignorano nel migliore dei casi. Purtroppo,: la poesia non si può soffocare, ed essa torna a rinascere, come l'araba fenice, dalle ceneri spente del proprio personale -vaniloquio-
Sì, amici, avete capito benissimo, può anche essere questo -la poesia- un vaniloquio di chi si sente sperduto nel deserto dell'indifferenza e della solitudine di questo mondo.
Ammettiamolo, non è una giungla, una diserificazione di coscienze, un silenzio degli innocenti, questa nostra dimora terrena? Dove attingere allora, a quale sorgente bere per non affogare? Ma badate bene: non voglio dire che la poesia è conforto, pure se, chi la scrive sostiene che all'occorrenza è mezzo per lenire la sofferenza. Ma non è quello che la fa divenire sublime, se fosse solo per questo senso di compensazione del vuoto, non avremmo Poesia alta, non giungeremmo mai a farla divenire
arte del linguaggio, categoria pensante di un messaggio di transizione storica, in poche parole non vi sarebbe collegamento con la pagina letteraria del futuro, resterebbe banalità espressa più o meno bene dall'uomo sapiens, per un progetto a breve termine, che comprende anche lo sfogo personale. Ma non è così. Vi posso assicurare che vi è nella poesia un piano logico di espressione (a)temporale, un progetto che non vuole vanificare l'intelligenza di chi mostra talento e arte poetica.
La sofferenza, se di sofferenza si può parlare, è di chi non la sa comporre, perché mostra a pieno titolo, di volere farla a qualunque costo, ma di non saperla mettere in forma d'arte sublime. La perfezione non è certo prerogativa di questo mondo, ebbene, invece, per la Poesia lo è, se non è, deve almeno sfiorare i limiti imposti dalla contingenza, dalla banalità, dalla inutilità, per attestarsi il più vicino possibile alla sua vera natura di Storia della lingua, parola impreziosita dal mistero della sua stessa natura che l'ha generata.
Vi sono poeti e poeti, la diversità sta a noi individuarla...Ma siatene certi, ove la poesia alligna, ove esiste e parla, sa farsi distinguere e apprezzare.
Anche il mio salumiere, trovandosi un mio libretto di poesia che circolava fra i banconi mi disse un giorno: "dott.ssa la sua poesia è difficile, ma io l'ho capita, perché è bella, bella assai". Questo lascia intendere che certa poesia può essere migliore di altra, perlomeno da essere compresa perfino dall'uomo della strada, cioé, anche da chi non ha studi avanzati e capacità critiche ed estetiche.
Sul fatto dell'inutilità, vi sarebbe molto da dire. Anch'io ne ammetto come Montale la categoria dell'inutile, ma la investo di un fattore diversamente catalogabile: la poesia è inutile su questa terra, perché non può essere lucrata, non dà facile guadagno, soprattutto è inutile perché l'epoca in cui viviamo non le dà attenzione, presa come è dal vortice dei domini forti, dall'esigenza di imporsi con mezzi più o meno ortodossi, travolta dall'
immaginismo provocatorio, dal tutto e subito, dall'utile smanioso di guadagno in cui guazza la melma di oggi. Guardiamo per es. la Tv, spazzatura per gonzi, per Grandi Fratelli, per mediocrità da strapazzo, che guarda agli scandaletti preconfezionati dai vari curatori di programmi televisivi, da dare in pasto ai diseredati dell'intellegenza. Ma come si fa a guardare quelle scempiaggini che ci propina la Tv di Stato? Cosa ci può importare di meno se Corona o chicchessia se la fa con Belen? ma chi sono costoro? Se poi pensiamo che loro sotto la veste di concorrenti guadagnano fior di euro, mentre la povera gente li sta a guardare, ci si chiede, se per caso, il mondo dei furbi  si fa beffa dell'inteligenza altrui.
La poesia, certo che non può albergare in cuori di pietra. Cosa hanno da dire i cuori che battono per arraffare denaro, per ricattare poveri gonzi, vip da copertine di prima pagina? Ecco allora, definirla inutile è il minimo.
Ma quanto squallore e miseria affonda in quel massimo che loro ostentano...
Meglio preferire il silenzio dell'anima che boicottare l'arte che dentro ci detta qualche cosa che ha del misterioso e che non si comprende bene, non avendone gli strumenti adatti. La Poesia è una forma mentis, un privilegio di pochi, dotati della grazia della parola che distingue, che contrassegna un privilegio non proprio minimo.
La Poesia, intendo, quella vera, alta ci premierà nel dopo, ci proporrà al futuro, ci porterà a non essere dimenticati, ad essere letti sui libri di scuola. Suvvia, chi di noi non vorrebbe apparirvi ? come Ungaretti, Montale, Quasimodo e andando più indietro, Foscolo, Pascoli, Leopardi. Ma davvero credete che tutti possano dire. "ma chi se ne importa di costoro"? Francamente dubito del loro meschino giudizio, anche falso, perché d'ipocrisia si tratta. 
Allora, poeti di tutto il mondo, (poeti grandi, ve ne do atto, davvero si nasce), ma non s'intende qui, dire Poeti per forza di grandissimo rilievo, ma discreti, decorosi e bravini...datevi da fare, mostratevi degni di avere un'intelligenza, un fattore pensante, una categoria privilegiata di linguaggio. Scrivete, provateci, date segno di voi, privilegiate l'arte della parola, allenatevi, provate, provate a dire con espressioni più felici le stesse cose che direste banalmente, con linguaggio comune e usurato. Sono certa che la società se ne avvantaggerà, perché non sarà più stretta nella morsa del suo cappio indecente, non sarà più preda di scorrerie televisive, di pirati della strada, di stupratori, di arrampicatori, la poesia, scusate se poco, salverà in parte, in minimissima parte, certo, ma è pur sempre qualcosa che niente, tutti coloro che la useranno per distingersi intellettualmente, per ripararsi dagli inganni epocali, per giungere a quel minimo rispetto di se stessi di cui oggi siamo al minimo storico.  
(Ninnj Di Stefano Busà)
                                                                                      

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14 marzo 2009 6 14 /03 /marzo /2009 17:44

di (Ninnj Di Stefano Busà)
La Società si à andata chiudendo in una morsa, paradossamente uguale e contraria alla spinta troppo accelerata della cosiddetta globalizzazione. La quale non ha fatto altro che invadere, logorare, sperperare i buoni semi della saggezza antica a favore di uno spargimento devastante di semi secchi che hanno provocato nel mondo speculazione, fame, privazione dei diritti umani, crudeltà, sperequazioni, conflittualità, confusione dei ruoli, inadeguatezza dei governi a gestire il tutto, penetrando fin nei gangli più reposti di una conflittualità senza precedenti, essendo avvenuto il guasto, d'improvviso, con un'accelerazione imprevista, ecco che  ha distrutto tutti i  i virgulti migliori e più sani di una società, che non ha mai brillato per umanità e dottrina. In tutte le epoche vi sono stati eccidii, dispore, lutti, sciagure, guerre, fame, carestia, ma le orde dei popoli in fuga dalle guerre e dai genocidi oggi portano la miseria e l'ondata di violenza a distruggere il bisogno di umanità dell'uomo. Ecco, allora insinuarsi,  -la solitudine-. un male oscuro e innegabilmente subdolo che mina la psiche, e ingenera sempre nuove vittime, nuove pandemie di solitudine, da un paese all'altro, da un lato all'altro della terra, è come un boomerang che ritorna: devastazione, sregolatezza, squilibri più questa ci torna in dose massificata nelle nostre case, nei nostri cuori, più si crea maleficio più il male si dilata, questa volta in maniera che detto in termine moderno si traduce in globalizzazione.
E' un mostro che tenta d'ingoiarci e spesso vi riesce, ci inietta a livello cellulare e biologico una sorta di veleno sottile, che difficilmente riusciamo ad evitare fino in fondo.
 La nostra mente è ottenebrata da troppe immagini, troppi scenari, troppi elementi da comporre e scomporre, per poter individuare anche le cause esterne di un fenomeno che non ha precedenti. Per fare un ceck up occorrerà qualche secolo, ora viviamo in pieno dramma delle coscienze e degli intelletti.
La solitudine di oggi non è paragonabile a quella passata, come per i modelli di atelier, la moda è superata da una contingenza stringente e ossessiva che mette in gioco meccanismi perversi.
La solitudine di oggi si configura come un temibile mostro con tante teste, tenuto a bada, da una sottilissima linea di demarcazione che avverte che non c'è più molto spazio e molto tempo per sperare di farla franca.
Chi non possiede, come vado affermando io, "la saggezza del cuore" resta vittima di un raggiro epocale, di una esclusione che lo porterà ad essere paradossalmente, sempre più solo tra una moltitudine  di esseri umani in movimento.
Bisogna spendersi, e molto, per sopravvivere, per foraggiare l'ecoesistenza, per nutrire la coscienza di un minimo di alimentazione forzata che non ci porti a soccombere, che ci aiuti alla sopravvivenza nello sfacelo totale di una generazione che non vede più oltre il suo naso, perché è divenuta tutt'uno col male, si è incarnata in una disfatta di motivi, di ragioni, di cause e concause che hanno portato il mondo alla perdizione.
Ognuno, in questi ultimi cinquant'anni si è interessato solo di se stesso, l'io-l'io-l'io  privato è diventato il suo deus ex machina, il suo tabernacolo, la sua più libera e sfrenata illusione, il suo dominio, la rivalsa, la ricchezza, il materialismo su cui combattere sono stati  -mezzi,- solo talvolta fini, ma sono bastati questi mezzi per degenerare in una devastante implosione di se stessi, una ferocia e una crudeltà hanno dominato l'uomo facendolo vittima delle sue passioni, del suo egoismo, della sua inadempienza, dell'incapacità ad essere grande non come capitale in banca, ma come uomo di stato, di mondo, padre, marito, figlio. Nessuno ha retto a questa spinta centrifuga che ha portato uno tsunami in ogni popolo, paese, città, famiglia. La devastazione e l'alienazione verso tutti quei principi che facevano da impedimento alla ricchezza, al potere indiscriminato sono stati travolti e si è andato assistendo ad un fenomeno di continua lacerazione del tessuto umano, il quale non ha retto a tanta violenza, riversando i suoi veleni, le impurità e le malvessazioni del prodotto sociale più globalizzato che ha visto lo sfascio ed ha assistito alla più grande crisi della Storia dell'umanità. Bisogna ammetterlo, abbiamo venduto l'anima al diavolo per avere qualche spicciolo in più, per adornare le nostre case col meglio che vi sia in circolazione, abbiamo dato ai nostri figli esempi di basso profilo inondandoli di regali costosi, di abbigliamenti firmati, abbiamo voluto imitare il modello statunitense del -tutto e subito- per far ciò, la società è divenuta una sorta di Banca all'aperto, una Mercatopoli di denaro inquinato, si è mascherata di falsi ideologismi, di falsi titoli, ha venduto carta straccia, ha inondato di questo pattume la gonza civiltà dei consumi, che non voleva mantenere un basso profilo sociale e, quindi è stato fatto scempio di ogni valore morale a favore di zavorre senza contenuti. ORA SIAMO SOLI, Siamo soli e smarriti. Giunti al capolinea di una città fantasma, fatta di case possibilmente di lusso, abiti, firmati, automobili di gran pregio e oggetti costosissimi ma inutili, ma niente sale per condire la minestra, nessun discernimento in fatto di comportamenti etici.
Questa solitudine ci pesa come un macigno sulla coscienza, oggi ci sentiamo come pianeti ignorati che girano a vuoto nel gran mare dell'universo, lontani anni luce da galassie simili a noi che possano offrirci solidarietà e conforto. Oggi, e sempre di più domani, vediamo addensarsi strane ombre, inquietanti dilemmi si alternano, incognite, che nulla hanno da spartire coi tempi passati. Oggi siamo separati gli uni dagli altri da una sorta di cortina di ferro che ci stringe, ci stringe, fino al nodo scorsoio. In nessun'altra epoca della Storia umana abbiamo assistito ad un cambiamento antropologico di tale impatto,: l'emarginazione è di casa, l'emigrazione è un fenomeno incontrollabile, la fame e la sete oltre che gli squilibri e le guerre nei vari stati del mondo hanno provocato epidemie, milioni di morti. Ci siamo allontanati da noi stessi, questa è la ragione profonda del disastro, il meccanismo entro cui l'asse gira è divenuto un meccanismo talmente perverso e imperfetto da ingenerare inquietudine e paura. Sì, perché anche questo è un fatto recente: la paura è diventata la nostra peggior consigliera, si è appropriata del nostro cuore, degli ideali, dei valori traducendoli in orribili e temibili virus, che infettano, devastano, distruggono il meglio dell'umanità.
E' certo l'effetto della globalizzazione a spingere ai margini un meccanismo perverso che non è più in grado di arginare atti di coscienza, ma è anche una sorta di vulnerabilità e fragilità che ha invaso le nostre menti, i nostri cuori e i nostri cervelli, per l'accelerazione disumana, frammentata, autoreferenziale e narcisistica del nostro essere, che ha travolto in quest'ultimo scorcio epocale ogni argine, avendo trovato il terreno fertile per attecchire con pericolosissime derive, con abominevoli congegni di corruzione, di annientamento e ottundinento morali. Una generazione, la nostra, senza prospettive future, che non vede più il bene comune, ma solo quello individuale/privatistico, potenzialmente atto a creare di sè un'immagine distorta. l'immaginismo, ovvero la società per immagini, e per immagini intendo proprio flash, infatti dura quanto lo scatto di un flash la felicità che dona, l'attimo viene subito cancellato  lasciando il vuoto attorno e la bocca tanto amara di una profonda solitudine, che è il risultato inevitabile e venefico dell'immagine effimera, inconcludente, paranoica e ottusa di una società alienata e mortificata dalla sconfitta, che tenta crearsi in continuazione miti, idoli di cartapesta che non danno nessuna sostanza a livello di spiritualità e di amore.

 

 

Seconda parte (riguardo l'Amore)

E ancora riguardo all'argomento  -amore-  vi sarebbe molto da dire. Il vero sentimento, quello per cui l'assoluta potenzialità, la fiera bellezza del dono rendono migliori e quasi felici gli esseri umani sono tramontati da un pezzo.
Quella tipologia di amare appare ottenebrata, isolata, messa al bando da un criterio di condizionamenti e di concause, di mistificazioni e stravolgimenti socio/culturali che hanno generato una vera catabasi generalizzata, che si è trascinato l'assetto degli equilibri stabili dei nuovi abitanti planetari, andando a scontrarsi con una sofisticata alterazione alogica di dati interiori che instaurano nuove perturbazioni , facendola da padroni nel nostro sistema di giudizio, di comportamento, di gusti, di coscienza  riguardo a  un'entità miseramente temporale e così, l'anarchia e l'inadeguatezza di un dialogo che non esiste più hanno completato l'opera di disfacimento: niente di spirituale oggi può collegarsi e collimare con le esigenze e le attitudini moderne: persiste e si spande a macchia d'olio, una fattispecie di amore fittizio, un surrogato di valori alieni che non danno più il calore umano e intenso del risultato armonico della specie. Innanzitutto il montiplicarsi e l'arroccarsi ad una situazione ancora difficile  da chiarire, in quanto apre le porte a scenari inquietanti e imprevedibili: il numero esorbitante di omosessuali e gay che innescano un processo di libertarismo all'interno della coppia e, dunque dell'amore più aberrante, è tale oggi da lasciare stupiti. Una linea di cultura e di vocazione non ancora determinabili, né  catalogabili, né identificabili si fa strada, mentre risulta assolutamente nuova nella storia dell'uomo la sua prevaricazione e violenza nei confronti della Chiesa. Non si vuole dire con ciò che l'omosessualità sia frutto della nostra epoca: in passato si sono avuti molti fenomeni del genere, ma non tali da richiedere l'intervento delle Istituzioni per formalizzarsi in famiglie, finalizzando l'ibrido con l'adozione di figli, con diritti relativi alla giurisdizione degli aventi diritto. In tal modo si è creato uno sfacelo, uno scompenso di legami, di pretese, di assolutismi libertari senza più freni inibitori: sono stati stravolti i ruoli, annullati le componenti piane, normali del menage familiare, sostituendovi un falso -ideocratico- ingarbugliato e contorto, inquietante per certi versi, perché mette in moto meccanismi interni all'essere umano, che solo qualche tempo fa non credevamo impossibile potessero esistere, rispetto alla coscienza del passato e forse anche del futuro, il quale ha influenzato negativamente al ribasso tutti gli altri sentimenti che vi ruotano attorno, vanificando la validità del congegno che teneva uniti tutti gli elementi, per così dire, ottimizzati dell'individuo, travolgendo in una devastante accelerazione metamorfica tutti, ma proprio tutti i meccanismi del cosiddetto -amore- :Ora, questo fardello non è più di moda, è scivolato come un vestito logoro e obsoleto sul famigerato orgoglio gay, riducendo in poltiglia le opzioni di morale cristiana, di pudore, di riservatezza, di fierezza che un uomo potesse avere nei confronti della società, della famiglia, degli eventuali figli, dell'etica che va in deriva, trascinando nel baratro le unioni di fatto "fra etero" che rispettino un minimo di regolarità e di adeguatezza giuridica.  Ora, la realtà è altra da noi, va esattamente verso un liberalizazione da tutti i lacci che tengono a freno gli istinti più molesti e li sfrena,  come accennavo nella parte precedente, riguardante la solitudine. Ogni atto contronatura  ci vede reduci di una ulteriore sconfitta, di un abbassamento dei criteri morali all'interno del pianeta uomo-donna. Tutto è in uno stato pietoso d'abbandono.  Non vi sono più certezze, atmosfere di cieli alti. Chi mai amerà come in passato? con abnegazione, con sentimenti intensi, avendo caro il proprio compagno/a più di se stesso? Oggi si ama con un significato solo erotico, chi mai avverte quel desiderio prorompente, quasi esclusivo da cui nasce l'unione fra l'anima e la carne, che è tale da sorprendere per primi i due protagonisti? Chi ama in modo disinteressato e onesto? Chi vive più all'interno della coppia con lo stesso partner per cinquantanni, e se ama, è drammaticamente segnato a vista, come un reperto raro, antiduluviano. Amare come si amava una volta, totalmente, definitivamente, con l'anima e il corpo sgombri da pregiudizi, da fanatismi, da assilli perfino nei riguardi del proprio corpo e della propria mente, è diventato un caso di eutanasia. Ci si vuol suicidare per troppo bene? stando con la stessa persona per sempre? La cosa pare inaudita e provocatoria, ci dice tutta la tristezza dell'infedeltà, della miseria morale, dell'irriducibile viltà della vita odierna ferita e maltrattata dai nuovi eroi del momento. Sotto allora, con gli stupri, la violenza carnele, la libidine portata alle sue estreme conseguenze, anche all'interno delle famiglie, e ancora uxoricidi, stolking, persecuzioni sulle donne, colpevoli solo di voler rimanere a fianco degli uomini non solo come oggetti. Le nuove leggi stanno affrontando questi nuovi codici del diritto civile e riferiscono l'inadeguatezza, l'imperizia e il dramma di una vita portata all'estreme conseguenze. Un dubbio s'insinua prepotente. Potrà la politica con le sue norme di legge, la Chiesa con suo Vangelo e le sue frontiere invalicabili, ripercorrere a ritroso il tempo, tentando i recuperi, allacciare fili interrotti, abbattere falsi idoli, evitando l'impatto, lo scontro frontale fra generazioni e liberticidio?
Il dramma ora è doppio: da una parte la problematica etero sessuale che insieme all'-etico-giuridica prende il sopravvento sulla modernità dei soggetti in questione, dall'altra la ricerca di verità possibile: Eccoci, allora,  al tanto dibattuto silenzio che grida. L'intrecciarsi del dramma è divenuto un fattore di allarmismo. Ci si può perdere in pregiudizi, in riflessioni più o meno critiche, ma la realtà è ben più grave di quanto lo si voglia far credere. Allora, questo -amore- diventa una scempiaggine, l'epoca moderna non lo prevede, non lo accetta, perlomeno nei caratteri incondizionati e programmati come una volta. Ora si sceglie la propria strada in barba all'altro sesso, si comunica col corpo, si giunge ad identificare l'amore come un gelato: quando si scioglie è finito, punto e a capo. Ma quale amore può ottenere,volere, ricercare  un atteggiamento tanto spregiudicato, giuridicamente e umanamente imperfetto?Si è nel bel mezzo di un marasma, una coppia omosessuale ha tendenza a rivolgere l'interesse libidico verso persone del proprio sesso: la forma può essere più o meno inibita, ma sempre si contrappone a una eterossesualità dichiarata.
In passato considerata peccato contro natura, perversione patologica, mentale di uno status biologico, oggi viene sbandierata come un diritto aggiuntivo della più moderna new age, catalogata come predisposizione biologica, o di fattori psicologico-ambientali.
E allora, l'amore? a parte proibizioni morali interiorizzate, motivazioni strutturali di tipo psicanalitico, etico e confessionale, l'amore vi s'introduce come un orfano che ha perso la coscienza genitoriale e vive di debolezze psichiche, di fragilità organiche, socio-culturali, biologiche.
In ogni modo, l'amore risulta intollerante, oppressivo, intercambiabile, ricercato e odiato, vilipeso e strumentalizzato per gli atteggiamenti indotti da una regressione concettuale e coscienziale della vita moderna.
Oggi si ama, ma non troppo, si vuole l'amore, ma con libertà d'interscambio, si cerca l'accoppiamento fra i due diversi sessi, con dovizia di particolari:  biondi, ricchi, belli, in carriera, ma che messaggio si lancia ai nostri figli? Un amore è autenticamente vero, profondo, incondizionato,  se si relaziona all'insieme delle ragioni che vi confluiscono. Il corto circuito, la passione, il colpo di fulmine sono cose da trocloditi, da cavernicoli. oggi si amoreggia più per gusto di avventura o per civetteria che per intensità di sentimenti, si può pensare a una maschera per spettacoli teatrali del passato. All'antropologia non resta altro che un'analisi delle ritualità dell'amore. Certo è che i mutamenti epocali avvenuti nelle varie società hanno sempre registrato capovolgimenti anche nella sfera affettiva. l'istinto dell'accoppiamento si propaga nella specie da sempre, ma l'amore è una forma mentis  una bellezza che eccelle in fantasia in grazia e in conforto. Immaginiamoci! (ironia della sorte)che noia vivere con un altro da noi per ragioni profonde di correttezza, di comprensione, di sincerità e solidarietà, di affetto e premura. La luce si spegne, l'entusiasmo vede ridursi a un lumicino gli interessi reciproci, che si scontrano in un labirintismo di fattori psicodinamici: le motivazioni per stare insieme vengono meno, le perturbazioni sono troppe e sotto gli occhi di tutti. Vivremo in un mondo di disamore, dunque? No, c'è da augurarsi che la coppia veda un nuovo rinascimento dei sentimenti, rivaluti l'armonia delle componenti individuali, pur nella diversificazione dei sessi, ma non ne esca sconfitta da una moralità fuori dalle righe, che determinerebbe uno squilibrio ulteriore e una nuova aggravante all'interno delle società odierna, non solamente quella occidentale. Una predisposizione e una sollecitazione  alla devianza, non farebbe che nuocere e devastare la già precaria situazione degli equilibri interni, già fortemente compromessi, che vedrebbero ulteriormente incepparsi e arrendersi la capacità di giudizio, piegandosi al logoramento autoreferenziale di ognuno, orientandosi sempre più verso l'intolleranza, la prevaricazione dei ruoli, la violazione del patrimonio intellettivo e biologico, la disfatta globalizzata dei sentimenti, dei valori autentici della vita e ontologici della specie umana.
                                                                                      Ninnj Di Stefano Busà

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