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13 marzo 2009 5 13 /03 /marzo /2009 17:45


Il senso provvisorio delle cose

E' un andare, il nostro, sfiniti
oltre quel muro d'ombra,
una condizione imperturbabile di gelo
che attanaglia le parole non dette,
quelle che entrano nel tormento
o nella gioia (poca in verità)
che rende trasgressivo il concetto
del chiaro e dell'ala, un cielo che esige
la luce reiterata nello sguardo,
come se dietro al nulla
vi fosse la certezza del coagulo,
il seme intrigato d'amore, in lotta col vento
che vuol fecondare i suoi campi.
Ora che impazza l'edera ai muri
e il calicanto dilata inflorescenze,
una forma diversa persiste
e si fa muta, provvisoria a quel vuoto
che si ritrae anch'esso senza un grido.
Altro è il crocchiare di foglie al viale.



Oltre il dolore

Luce d'oltre ti canta nel petto,
come un coro d'angeli alla luna,
e fa capolino all'infanzia felice,
al vento che spinge l'orgoglio
oltre il dolore delle solitudini,
al rosa di mille albe rinate
che umiliano la follia del dolore,
sicché l'erba rinasca alla sua morte.


Il più tenace
Il vento è più tenace dei ricordi,
sobbalza, s'incarna ai nidi
delle cinciallegre che l'inverno
sveglia dai granai.
Ogni cosa pare reclinare
come asfodelo stanco sul suo stelo,
e pare entrare in rada
ogni vela solitaria, dopo lungo inverno.
A fil di pelle è un quieto vivere
il mistero, in cui tutto si nega, tutto si ricrea.
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13 marzo 2009 5 13 /03 /marzo /2009 16:49


Come foglie sul viale


è il senso infinitesimo
di un lungo peregrinare
il tentativo di non ferire la rosa di maggio:
reiterare almeno nello sguardo
quella poca luce che resta,
come se dietro al nulla
vi fosse la certezza di altro nulla,
il seme che feconda e impazza

il calicanto svia
il crocchiare di foglie sul viale.


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10 marzo 2009 2 10 /03 /marzo /2009 18:25
Pianto di maree

Era attesa d'albe e tenerezze
a trascorrere il canto dello sguardo.
improvviso il dolore dei silenzi,
tu brace accesa d'ore liete
residuavi l'ultimo miele.
Lente squittivano le ombre
nei fiotti di fogliame
e vi smoriva l'incanto di radici,
del giorno il cauto mutare delle brezze.
L'estremo rinverdire dei crocicchi
è ora pianto di maree.




Perdersi

Eppure, c'è un silenzio a tenerci avvinti,
un assedio di cose in sospeso,
dove il tempo si consuma immemore.
Pure se sono le memorie a darci
la certezza delle tracce perdute,
oltre il muro di una quieta essenza
ti ritrovo intatto.
Anche se il calendario ha i giorni in fieri
e ci trastulla talvolta un'alba insonne.
Pure se stringessi forte le mie mani,
solo un lampo sarebbe a cingerci dappresso,
a darci nostalgie di giorni al sole,
repertori d'echi obsoleti o stanchi.


Il criptico senso del risveglio

E' ancora là il dolce fiato dell'assiolo,
sul ramo fiorito di maggio,
lascia ombre nel cuore, induce timore alle rive
odorose di mentastro e lupinella.
E spalanca al mattino il sogno dei vivi,
la traccia che incanta le pietre
sul moggio la sera.
E persistono antichi tremori,
al risveglio.


Il vuoto

Cos'è questo senso di vuoto
che s'avventa sul fiato del mondo?
(non è certo il danzare del vento
alla prima falce di luna).
E' salvezza o è schianto l'alchimia
di parole, le spighe mature
che si piegano al loro dolore?
Una vertigine pare smaniosa
di essere lievito e pane,
ma trova sfinite le erbe,
i mattini capovolti alle ortiche,
un gelo che frange la terra
e gronda un pianto d'attese.  
E' follia che sfodera i mali del mondo?
o è l'unico male che semina miglio
abbrunito nel solco della tormenta?
La strada si chiude:
il segnale è presagio che trova
l'indicibile ombra, l'estrema sua sorte.


Come aquiloni

Inbianchi il tuo spazio,
dove persiste ancora
chiara di stelle la notte.
Risorgi dal fuoco dove più fonda
la forza del dolore t'inabissa,
Lì, s'apre uno squarcio d'eterno,
una commozione di erbe controvento;
e non trova la giusta direzione
il seme da mettere a dimora.
Come aquiloni sulle stoppie brulle
avverti un'accelerazione d'anima,
senti pulsare in vena la parola,
che coglie appena un po' l'enigma
dei fonemi e li disperde.




Il fermaglio

Il pensiero come risacca
torna a te, al tuo passato irrisolto,
torna fino all'estrema origine,
a quella dimora d'utero che salva.
Ogni cosa resta infissa al mistero
che ignora la felicità.
Sotto il sasso cogli più da vicino
la densità del dolore, senti piangere il petalo,
avverti il suo farsi erba e luce,
il suo morirti accanto: come fermaglio
a trattenerne l'essenza.


La conca del cuore

Sono queste parole a scolpire
il silenzio? o è il canto timido
dell'allodola a disperdere
i segnali del mattino?
Un canto di spighe e girasoli
cresce nella carne viva, ha pudori
ormeggiati ai casolari, guizzi di memoria
che crescono nell'ombra
come erbe d'inverno.
La casa degli avi ora mi ospita
dentro morsi di stupore, s'illumina
al grido d'altri cieli, per tornare
nel sussurro mite della conca del cuore.



A fil di pelle

Voglio seguire ancora
il battito dell'onda alla battigia,
seguire virgole di Luce
in cieli cristallini, mordere spore
di mirtilli e rossi melograni,
ascoltare soffi d'eternità dentro
conchiglie vuote, e acquemarine.
Andrò per cieli di galassie 
a cercare ancora brezze di stupore.
Appena oltre il silenzio 
incontrerò il perdono dell'ortica,
le piume di rondini a respirare
nel solco di una vela
che trema fra le ciglia a intenerire
nidiate di uccelli canterini.
A fil di pelle il tempo
scolpisce le pietre dell'attesa,
le rarità del dopo.


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7 marzo 2009 6 07 /03 /marzo /2009 17:27
di (Ninnj Di Stefano Busà)

La poesia di Lucio Pisani:lucida, coesa, marcatamente classica con quel quid di modernità che lo evidenzia come un acclarato modello verbale di ottimo livello, si delinea in tutta la sua ampiezza in questa sua ultima raccolta: De Senectude et ultra, la quale risuona di un'impronta testimoniale rappresentativa dell'atmosfera riflessiva sul tema:"del testardo anelito che inventa/ un labile futuro nel passato,/ solo un respiro che trasformi il rantolo/ in un'ansia di cielo che blandisce/ l'estrema velleità del "nulla eterno". (Il falso appuntamento).
Il libro appare come un pacato memoriale che, pur rievocando lusinghe e struggenze del passato, si avvia sul viale del tramonto in rapsodie di pudore, in dissolvenze di immagini e figure.Trattasi, a mio parere, di una presa di coscienza, un'accettazione senza smarrimenti, una calma e serena memoria ne derime tutto il repertorio dell'esistente, senza indugiare troppo in claustrofobie, episodi d'intolleranza senili che, comunemente, racchiudono i falsi ori dell'essere con l'afflizione che si addice a chi sta per perderli.
Non sono accenti di turbamento, ma vigorose sorsate di luce quelle cui Pisani aspira:"anche la memoria come l'occhio/ accoglie dissolvenze senza arresto./A ben pensarci, anch il fiore reciso, ad ornamento/ nel vaso di cristallo, è un fiore morto:/ ne evochi il profumo/ il colore che stenua, ma la vita/ è solo un ricordo che ci illude."(Dissolvenze)
Un grande libro, questo di Pisani, un consuntivo che del suo itinerario esistenziale va delineando tutta la saggezza, la filosofia, la dovizia dei particolari, senza quella febbre smaniosa che, non di rado, prende alla gola la vecchiaia e che insorge, si leva indignata e offesa dinanzi al delinearsi di Tenebra.
In questa raccolta vi ho trovato empatia, distacco misurato, non estraneo all'indicibile suggello, che pure chiude ogni anelito in previsione dell'ipotetico aldilà.
Si capta, invece,un che di accettazione calma, mentre: "S'avverte un che di estremo:/voci remote un senso capovolto/ dipassato in presente/.../e sei di qua, memoria,come un'eco/ liberata agli spazi di un abisso/ non più storia soltanto/.../ (Con me stesso). Vi sono accenti acuti di nostalgia, un imperturbabile rimpianto per quello che è stato, ma il tutto è affrontato con evidente capacità di rapportarsi alla chiusura del cerchio dentro un'ansia metafisica di sommessa quiescenza dagli affanni,dai tormenti, dalle conflittualità che la vita quotidianamente ci presenta, è vista in funzione di scansione reale. Per il poeta pare che alternativa alla vecchiezza sia non "rifiutare ogni forma d'amore".
In queste pagine vi è una straordinaria dovizia di metafore, di aperture, di ricchezza  di simboli, assonanze che ricorrono continuamente alla luce, per essere illuminati da un riflesso che li rende vivi e lucenti.
Una sorta di revival gli suggerisce l'arditezza delle riflessioni, gli mostra l'analogia fra il prima e il dopo:" "L'obligua nostalgia dell'esistenza/ che come un'onda tenera lambisce/ il provvisorio approdo della sponda/ e lentamente poi se ne ritrae."
Non è spalancata alla sua perdita stringente e ossessiva la dicotomia dell'assenza, dei recuperi memoriali:la sensazione del tempo che scorre e va, senza più affanno, scivola quasi, per accenni, fra le dita, si dilata e si contrae per enigmi, in relazione agli stati d'animo, alle temperie dela vita che si dileguano.
C'è da chiedersi se, trattasi di impressioni dichiarative, quasi testimoniali o di esperienze che, come lui afferma, la "testarda insipienza" va fomentando.
Lo scorrimento lungo l'arco temporale del proprio vissuto è per tutti di forte concentrazione emotiva.
L'ultimo scorcio di vita, soprattutto, ci fa divenire saggi, ci regala quel distacco un po' virile, un po' necessario, ad istruire nel pensiero una prova di sentenziosità, particolarmente rappresentativa di quelle che sono le situazioni reali, attraversate da atmosfere, emozioni, suggestioni, luoghi ed elementi che ne ravvisino il transito successivo, o come diremmo noi, -il varco-
Mi pare di poter affermare che la distanza che Lucio Pisani mette fra sé e il mondo e fra sè e l'aldilà riservi arditezza e assoluta trascorrenza delle ragioni consolatorie.
Trattasi, qui, di rappresentazione della forza spirituale che deve governare e rassiurare le memorie del tempo perduto, e farne episodi di coscienza, riferimenti di autoconsapevolezza, giammai di desolante abbandono o sfinimento.
Il poeta indulge in quel moto di nostalgia di fondo che è inevitabile in ciascuno, ma reagisce come può, al velo di nebbia che ottunde, alla ragna luce che si defila, e ci fa ombre fra le ombre, paesaggi demidiati in pallida dissolvenza.
Esplicativa appare questo testo:
"Eppure nell'aria,/ come vapore d'incenso/o il senso di una liturgia/ non espressa/ fluttua e si sperde/ un non so che di bene/ oltre i corrotti miasmi della fine./ E' questo il divenire/ (basta solo cercarlo)/ che va oltre l'evento:/ il vento raro che appena s'indovina/ quando non l'aria spira tra le foglie/ e il respiro di vita si fa cielo"
Una pacata mitezza fa da sfondo al greve, assilante frastuono del mondo, in cui si perde la consistenza dell'avere per perseguire la verità dell'essere, circoscrivendo il principio della fine ad una mera destinazione senza turbamento. 
Una fine temporanea, però,oseremo dire, una chiusura del cerchio di carattere fisico/matrico, perché il viaggio prevede ulteriori tappe, approdi, e l'esigenza di creare in noi le forze moderatrici della pietas, del perdono e di tutte le condizioni etico/metafisiche atte al transito.
Per Lucio Pisani non è vera frattura, vera morte, finché non si profila l'impatto col - disamore-, quello ci disorienta, ci estingue le risorse dello spirito, dell'amore, degli affetti; ed ecco il ricordo vivido del padre, la comunione col fratello, la contiguità coi morti..."Delle donne che amai/resta il giallo ricordo/ d'un cappello di paglia a nido d'ape/ o un intrico di mani a esorcizzare/il prossimo distacco."( la vita per accenni)
Infine vi sono :la confluenza con l'eterno, il dilemma dell'Oltre, l'enigma del silenzio metafisico a mordere la ricerca religiosa:" un ultimo filo mi tiene/ come tra sonno e veglia/ in attesa di ciç che mai/ saprai cosa sia."(Dal ponte). Lucio Pisani è in grado, con questa sua opera, di passare alla pagina della Storia Letteraria con un consuntivo di tutto rispetto.
Disincantata modernità lessicale, senza iperboli strumentali o sperimentali, simbolismi senza deformazioni cerebralistiche, analogie chiare e limpide, dentro l'alveo di una cultura umanistica che lo contraddistingue, sono in grado di dare il meglio di sé con interpretazioni personali che portano ad esiti felicemente risolti.
                                   Ninnj Di Stefano Busà 
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6 marzo 2009 5 06 /03 /marzo /2009 11:09

COMUNICAZIONE IMPORTANTE

Sono Ninnj Di Stefano Busà. Una tosta, tostissima in poesia. Ho iniziato a 12 anni a scrivere versi, ho continuato con la stessa passione, lo stesso slancio ed ardore per tutti questi anni, senza demordere mai, senza deviare mai dal mio obiettivo .che è quello di comunicare l'oggetto/poesia e farlo diventare un soggetto. Mi spiego meglio: ognuno di noi, sin dalla nascita porta in sé, sebbene non se ne avveda, un minimo di gene poetico, in ogni modo sia che esso si chiami : sensibilità, amore per la bellezza della parola, condivisione di sostanza intellettuale atta a proporsi in forma d'arte,etc, quel che è certo è che ogni essere umano, anche il più insensibile possiede un sottofondo di verità, di luce, di bene, che poi è quello che io chiamo privilegio del sesto senso, ovvero, quel pizzicorino intimo di poesia che fa la differenza. Volete scommettere che tutti riuscirete a scrivere poesia, se avrete la pazienza di seguirmi? Per moltissimi anni ho  insegnato come Docente uncaricata all'Università Terza di Milano, tenendo Corsi di Laboratorio poetico a tutti i livelli. Ai miei corsi affluivano sempre molte persone desiderose di scrivere qualche verso, qualche poesia rispettabile che si potesse chiamare tale. Ebbene se avevano la pazienza di seguire l'intero percorso annuale, prima di fine corso, qualcuno, (diciamo una decina di loro )scriveveno poesia più che decente, direi buona e qualcuno anche ottima: si sono verificati casi che mi fanno onore, ovvero alcuni hanno raggiunto tali livelli da ricevere premi letterari e segnalazioni di merito da parte di Giurie qualificate. CHI FOSSE INTERESSATO A QUESTO PROGETTO MI PUO' INVIARE E-mail o CHIEDERE SUGGERIMENTI E CONSIGLI via posta elettronica. Io continuo ad essere a disposizione di chi AMA la poesia e vede in essa un abito da vestire per il miglioramento della Società e del modus vivendi, oggi ridotto ai minimi termini da una condotta scriteriata, fuori controllo, scurrile, profanatrice e inconcludente. Chi ha un progetto o una finalità non può che essere migliore e operare, vivere meglio, perché ha degli interessi da coltivare, qualcosa che lo attiri e lo affascini di più che la droga o l'alcool. Salviamo, allora, quel che resta del sentimento, non buttiamo nell'inceneritore anche gli ultimi sprazzi di un umanesimo che ci ha visto in migliori condizioni di vita, di quanto lo siamo adesso. Io sono qui, volontariamente mi propongo e desidero essere utile a chi vuole salvare la propria anima dall'annientamento totale e dall'ottundimento di questa vita senza regole, senza ideali e senza poesia.



Ninnj Di Stefano Busà e l'analisi filosofica in ADIACENZE E LONTANANZE

L'autrice in questione è certamente una tra le figure più autorevoli e autentiche nel diorama letterario del nostro Paese. E senza stare nuovamente a ripetere quanto già detto in altre occasioni sul sistema assurdo e iniquo dell'industria culturale in cui oggi viviamo, mi pare che "Adiacenze e Lontananze" sia un segno inequivocabile di tale indifferente abominio. Trattasi di un volume che bisogna leggere per comprendere a fondo l'analisi esistenziale, di cui l'Autrice si fa interprete con un linguaggio penetrante e convincente: "Non v'è riparo che ti salva, /  i bilanci, le cose, gli eventi/ puoi fermarti o fuggire, /le trappole sono in agguato e ti tornano/.../ alcuni passaggi sono espressioni in cui è racchiusa tutta la verità dell'essere e del divenire. Tutta e anche di più, se ci si sofferma a riflettere sul vissuto, sulle esperienze e le tensioni di una vita.
"
Così mi dici/ c'è l'ombrello a protezione della pioggia./ Non comprendo o non so/ che  ben poco ripara del cuore/: Ciò che inquieta / è vedere lentamente dileguarsi il sole,/ l'anima ne è persa, -nel suo nulla-/ e quello che fu nostro è un luogo disabitato/ affollato di fantasmi e silenzi."
Questa è poesia di elevato spessore: la vita che si presenta nuda al nostro sguardo, senza remore o rimpianti nella sua ispirazione intimistica viene vagliata e visitata a 360°. "Non vi è riparo che ti salva/ così a lungo da farti scudo col pudore/" continua la poetessa con animo disteso alla malinconia, e la sua anima è protesa a riflessioni filosofiche. Tutta la sua poetica non è facile, in ogni modo regala gli strumenti per la riflessione anche al più sprovveduto dei lettori.
"Non vi è scampo, nessuna soluzione facile/ il mondo è solo un conto in sospeso da pagare/ una trance che chiude per un po' / fuori dal mondo le cose piccole/ quelle che all'apparenza non contano. / Ma esse tornano e si riprendono lo spazio. / Un dazio da pagare sempre/ è questa solitudine senza pietà, senza continuità/.../ come di pesce nella rete, arpionato da naviganti di ventura./ Altro è l'inganno..."
E allora come dice Heidegger tutto è  -già -, cioé ridotto al fatto, dal punto di vista del tempo, è  passato, prosciugato, finito? Non vi può essere progettualità, anticipazione, possibilità altra? eppure, sono tutti modi di essere dell'esistente, cioè forme di probabilità per cui la vita non può non essere se non quello che è già di fatto o è già stato, e pertanto, le possibilità coincidono con altrettante impossibilità. Una sola cosa ci conforta ed è la fede in Dio, la certezza della trascendenza che si rivela nella sua necessità, il cui scacco per l'uomo sta proprio nella sua presenza, dinanzi alla quale bisogna chinare il capo e rassegnarsi, ci dirà un altro grande filosofo K. Jaspers (N.Abbagnano, 1993).
"L'esistere è un riflesso dell'iride"dice ancora l'Autrice; l'esistenza è il riflesso dell'essere, è "lo stare alla luce dell'essere" (Platons Lehre, pag. 66) dirà ancora Heidegger.
Una scrittura ampia, profonda, di pura indagine analitico/esistenziale.
"Il resto fugge./ Il vuoto quello c'è/ ed è un andare oltre la dolina del tempo". Ninnj Di Stefano Busà si rivela una grande poeta/filosofa con un carisma e un modo di essere che si distinguono e la fanno unica nella ricerca di se stessa e dei suoi simili. Perciò, anche se l'uomo possiede il primato ontologico a cui la ricerca può rivolgersi, anche se illusorio, tutto è circoscritto da leggi e da confini insuperabili alla mente umana.
A mio parere, ma è ormai acclarato da tempo che non sia solo mia impressione, quest'autrice è degna della massima considerazione e resta un pilastro della nostra avventura terrena e culturale ogni sua pagina poetica.       Salvatore Veltre

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4 marzo 2009 3 04 /03 /marzo /2009 15:30

di GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

La poesia di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dalla liricità al sublime della solenne sentenza, dalla ricerca del significato dell'esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, le sconfitte e le tensioni, l'esemplarità e l'inquietudine.
Il titolo di questa pregevole raccolta è subito indicativo: NELLA ROSA DEI VENTI. La luce è quella della parola poetica: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo.
La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e il testo che apre il libro si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di poetica e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni.
"Poeta, grido di sciacallo, pelle d'angelo,/ fiore pesto, t'inventasti la vita/ dall'impasto verbale, fosti tu l'infinito/ della grazia di Dio che tocca il mondo".Ecco, il programma poetico dell'autrice è di una totalità estrema: tutto ciò che al mondo può essere sperimentato con l'anima e con i sensi, perché la parola è allora l'infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le sperienze, le capacità, gli stati d'animo del poeta, di mostrarne l'antica sua eco e la nuova scoperta.
La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie dai testo in testo, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudini, usi e interpretazioni della parola che non mancano di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un'emozione, di una suggestione che la natura, la stagione trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci  propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta, lo sente ingannevole e denso di incognite, e non è ingenua e sentimentale la poesia, ma scava nell'interiorità dell'essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto.
La Poesia quando c'è va al di là degli oggetti e delle apparenze, è costituita da Exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. La natura si rivela allora come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li scopre pressocché sempre quali rivelazioni di malessere. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, il male di vivere montaliano. Penso a IL Cielo sempre più lontano. Non è tempo di zolla intenerita/ che si piega a benedire il panr di domani;/ non è tenace il cuore ad inseguire / il volo d'aironi o il lucore delle stelle".

Sono i dati di un giorno di vita, che sembrano descrizioni, considerazioni metereologiche; e invece per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visione di dolore, di trafitture, metafore che l'anima coglie in piena consapevolezza di sè, e ne esce profondamente turbata dalla sua condizione di analogia col mare. La metafora della conchiglia, la sua forma perfetta e mirabile non sono la realtà in sé conclusa, ma emblemi dell'eterno dolore del mondo. Continua la rappresentazione: " Forse un segno ci salva o un grido/ che scompagini l'universo e si fa sangue." Svanire è la ventura delle venture, ma è quello che all'uomo non è concesso, ottenere una spiegazione è quello che fa la differenza, perché: "tutto è circoscritto da anonimi gravami, /a tentar luce dalla trasmigrazione/ a rutardare almeno un po' la ruga". La ruga è l'incrinarsi dell'essere, della vita, il trasfigurarsi nell'altro cielo, quello pacificato e rasserenato è l'aspirazione frequente nel discorso poetico dell'autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza del dolore e della fatica di vivere. Dice nell'INDISTINTO: "Dunque è qui l'indistinto, /è fatto per accelerare i silenzi/ o naufragare nelle mani vuote, nelle malinconie di foce che non sbocca, / di ec che non torna, eppure veglia / il sonno delle cose, si fa miracolo d'erba,/residuo il rinverdirsi lieve a nettare di giorni". C'è l'aspirazione a un labile conforto, a un'apertura di luce, pure se il verdetto è " E ogni volo dell'anima è stupore/ di cose benedette, o storia che dilata il suo dolore,/ unghiata nella carne viva, che cerca luce/ tra le foglie, qualche libecciata alle radici secche." L'allegoria è particolarmente grandiosa e rivelativa: il nostro corpo è l'abito minimo, perché a stento copre l'anima che aspira all'altezza dello spirito partecipe del divino, e l'ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre troppo pochi modelli di pienezza, di perfezione per il conforto del cuore.
Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all'esemplarità dei concetti. Intorno c'è il turbinare delle apparenze, delle forme e delle vicende della natura, delle esperienze umane, e di fronte ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore.
IMBIANCA LA MIA ANIMA UN PALLORE è uno dei testi, a mio avviso, più significativi di tutta la raccolta.
Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l'anima nella violenza confusa delle situazioni e volo verso il cielo (come l'anima semplicetta di cui parla Dante), tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita.
Si espongono i versi: "Vivo nel non tempo, / limbo di trasmutazione, /spirale d'anni a stringere indizi, /mutazioni d'oro falso/ spese ad imparare il respiro della spiga, / o dello stelo incantato a gemme di silenzio. Rispondo come posso a questa vita/.../ Sul corpo segni di ferite , / sul volto la cipria aurorale di giunchiglia, / come Euridice mi volgo indietro, / mentre mi sbarazzo delle ali".
La costruzione poetica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all'altro e da una raccolta all'altra gli aspetti e le forme dell'esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini che anelano alla profondità dell'anima.
Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono al tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori e privi quasi del tutto del sacro e del sublime.
Cito per l'occasione altro testo esemplare: IL ROSSO DEL RUBINO, che inizia da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all'evocazione emblematica e naturalistica dell'inverno come analogia con l'umano, con l'inverno che preannuncia il germoglio della rinascita (splendida l'immagine della stella alpina fiore del gelo e delle Alpi), evoca la melograna come luce del rosso della vita. "Il nostro andare è tutto conchiuso/ in una relativa conquista, una piccola distesa / verde che fa la differenza tra il dare e l'avere./ Qualcuno vi respira l'aria rarefatta /dell'inverno, il mistero di un brivido/ appena percepito che lascia prevedere/ il suo germoglio, la sua stella alpina/al vertice del suo camminamento./ Lontano si accende il rosso del rubino/ perché il rischio del morire/ non coincida col dolore. / La vita si arrota intorno intorno alla pochezza/ del suo tragico specchio, tu lascia che si compia il cupio suo dissolvi/ e detti le linee di confine quell'attimo giocoso, / il più propizio per non dimenticare".
Questa raccolta poetica è, allora, una suprema variazione su questi temi, modi e lezioni; e alla fermezza dei messaggi perfettamente si commisura con la costanza e l'abbondantssima scrittura del pensiero e delle riproposte, come uno spartito di concetti e di immagini mai riposto. La poesia di quest'autrice è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso: ed è anche una lezione alta di poesia per le variazioni che adotta nell'endecasillabo che, a seconda dell'esigenza del discorso, a volte si prolunga o si contrae, altre si armonizza e si allinea in un'atmosfera di grandissime aperture che fanno  molto riflettere. Un componimento dedicato a Silvio offre una sigla meravigliosa: "Ora, vedi ci sconfigge il nulla,/ un briciolo di pietà forse ci eternerà./ Poi l'alba ripeterà canti nuovi, (il verso riprende i canti nuovi della Bibbia). E' il segno decisivo che stabilisce la verità della poesia indefettibile, straordinaria e potente di quest'autrice che, lo andiamo ripetendo già da un po', è giunta ormai a segnali altissimi di poesia.

                                                                                                            Giorgio Bàrberi Squarotti

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3 marzo 2009 2 03 /03 /marzo /2009 18:17



Interessantissima serata a Sorrento per la manifestazione culturale organizzata dal Simposio delle Muse. Molta l'affluenza di pubblico, di personalità, di  scrittori e uomini di cultura e rappresentanti dei media e della comunicazione. Nell'elegante cornice di Villa Fondi lussureggiante di palme e di ulivi, a ridosso della scogliera, con un panorama da sogno si è svolta l'intera serata, all'insegna della cultura e della Poesia. Erano presenti giornalisti, parlamentari, personaggi del mondo dello spettacolo, del mondo scientifico e  del giornalismo. 


Ne Riportiamo notizie più dettagliate

La Giuria della 13 ediz. del Premio "Penisola Sorrentina" 2009  composta da Edoardo Sanguineti, (Presidente), e  dai componenti Ninnj Di Stefano Busà, Giuliano Manacorda, Alberto Mario Moriconi, Francesco D'Episcopo, Vittoriano Esposito, Renato Filippelli, Sirio Guerrieri, Luigi Alfiero Medea ha assegnato il premio speciale per la poesia al cantante e poeta Roberto Vecchioni per il suo libro. Di sogni e d'amore edito da Frassinelli, sono poesie d'amore composte dal 1960 al 1964. L'Autore nasce a Milano il 25 giugno 1943 da genitori napoletani. Docente da sempre, tiene corsi di poesia e musica all'Università di Pavia. Nel 1971 si propone come interprete delle sue canzoni  e nel '73 partecipa al Festival di Sanremo con "L'uomo che si gioca il cielo a dadi". Il successo gli giunge nel '77 con Samarcanda al quale seguiranno più di venti milioni di copie vendute. Vecchioni è autore di alcuni libri pubblicati con Einaudi. Il libraio di Selinunte; Diario di un gatto con gli stivali, anch'essi di grande successo. Il 1° premio nella sez. libro edito, dopo un difficile ballottaggio con Elio Pecora, è stato vinto da Paolo Ruffillli con il vol. edito da Marsilio: Le stanze del cielo.

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2 marzo 2009 1 02 /03 /marzo /2009 19:17

Recensione di Ninnj Di Stefano Busà

Poesia forte, poderosa e incisiva quella di Antonio Coppola (giornalista dal 1972, collaboratore ai quotidiani (pag.libri): Momento Sera, Avanti, Giornale d'Italia, il Secolo, etc .Ancora una volta si conferma un autore di tutto rispetto in poesia, avendo già al suo attivo numerose pubblucazioni in versi. Un autore che sa il fatto suo riguardo a cosa si debba intendere poeticamente.
In questa sua nuova raccolta, il cui titolo è esemplarmente costituito da gigli e da ombre,la timbratura si avvale anche di una valenza smeraldina di fluidi, di atmosfere, di aedi, di armonie intorno e dentro il verso che affascinano.
La poetica dell'autore in esame è sempre un ritorno alle origini, una reminescenza cerebrale di affinità elettive con la sua amata terra, di cui lo stesso si compiace di averla come patria natìa e, per la quale la matrice, o per così dire quella sorta di cordone ombelicale che li lega strettamente non si è estinto né spezzato.
Il suo impasto lirico è profuso di una calda e suadente terrestrità, di una promessa di ritorno quasi ulissiaca, che vibra in risonanze d'echi insieme alle figure, ai gesti trattenuti dentro la sua anima: lo stretto, il mare , i pescatori, il vento, le sensazioni di una propaggine di cielo e di mare a cavallo della penisola vanno a confluire in repertori mitologici di spazi puri, che possiedono ancora le suggestioni di un linguismo e di una presenza costante nei luoghi e nei tempi dell'infanzia, nella spensieratezza dei raccordi memoriali che fanno la storia di ognuno.
I versi risentono di una solarità, di una mediterraneità che vibra e si consolida di ebbrezze, di acque, di aromi, di profluvi, di nostalgie, marcature quasi omeriche di lirismo intessuto a viva forza nel vissuto e dentro una trama mai abbandonata, dove le figure emergono da lontano per trovare nicchie e interstizi più vicini al cuore, dove la felicità o, quanto meno, la serenità hanno ospitato i suoi sogni di fanciullo . La rappresentazione del vento, della luce, l'immobilità degli scogli, la fragranza dei ricordi sanno esplicitare sull'altare dei sacri vincoli la bellezza della ricordanza che è proprio una vampa accesa, un lume senza spegnimento, quasi una religio nella mitezza lussureggiante di atmosfere idilliache.
Ancora di più si evincono dallo scenario intimo del poeta , il cui cordone col mondo della fanciullezza lo riporta allo stato edenico mai del tutto rimosso.
La selezione di tutti gli elementi compongono il puzzle di un'anima intellettiva e la modellano ad una sottile malinconia che non cade mai di tono, anzi fa da cassa di risonanza ad un lirismo mantenuto col dovuto distacco virile, come di chi non vuol piangere per non darlo a vedere, ma nel cuore serra la sofferenza del pathos che nel verificare  l'oggi e il domani lo paragona all'ieri, mentre la differenza avverte il mutamento.
Antonio Coppola è consapevole che la terra che gli ha dato i natali è la sua finestra sul mondo, il suo sguardo è rivolto al traguardo immaginario, al sogno che restano lì, come un quadro affisso alle pareti della memoria, inamovibile e autenticamente vivo. 

                                                                          Ninnj Di Stefano Busà

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2 marzo 2009 1 02 /03 /marzo /2009 14:21

ATTENZIONE: una magnifica opportunità per la poesia edita


E' stata bandita la prima edizione del premio Letterario di Poesia "Gallery-Duomo" 2009 per libri editi.
Saranno prese in esame le opere in lingua italiana di autori viventi, pubblicate dal 2005 fino alla scadenza del premio fissata per il 30 giugno 2009. Al vincitore sarà assegnato un premio di euro 2.000.00, ai finalisti: premi di rappresentanza. Le Case editrici o gli Autori interessati devono far pervenire n.3 copie di ogni pubblicazione entro la data di scadenza prevista, previo esclusione dal concorso. La tassa di partecipazione è fissata in euro 30,00 da allegare espressamente al materiale inviato. La giuria qualificatissima espleterà la selezione entro maggio prossimo. Il vincitore sarà avvisato in tempo utile. L'assegnazione avverrà a settembre in data preventivamente comunicata. I libri inviati non verranno in alcun modo restituiti e faranno parte della Biblioteca locale. E' fatto obbligo al Vincitore la sua presenza alla consegna del Premio in denaro, in caso contrario sarà titolare dello stesso, senza l'accredito dell'assegno. Non si accettano deleghe di nessun genere. Indirizzare alla Segreteria del Premio Gallery-Duomo Via Card. Schuster, 6 20090 Segrate (Mi) tel/fax 02 26921007 E-mail
disbupoetry@tele2.it per ulteriori informazioni. Si prega di farne passaparola per coloro che ne fossero interessati. Grazie

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1 marzo 2009 7 01 /03 /marzo /2009 16:39

da: La biblioteca di Writer, Alberto Cappi scrive.

Le considerazioni e le note dell'autrice Ninnj Di Stefano Busà, la puntuale introduzione di Francesco D'Episcopo, l'acuta e attenta prefazione di Marco Forti, aprono e risuonano in "Tra l'onda e la risacca" Edito da Bastogi Editrice.
Poeta, giornalista, critico e saggista, la scrittrice ha all'attivo una vasta e qualificata produzione (sedici raccolte poetiche), saggi, articoli di varia natura, recensioni, prefazioni, che le hanno valso l'attenzione di critici affermati e autorevoli quali Carlo Bo, Sansone, Piromalli, Giachery, Demarchi, Barberi Squarotti, Vettori, Maffìa, Pampaloni, Raboni, Tomizza, Manacorda e altri.
L'attuale testo si radica nella poetica e nella convinzione lirica già sperimentate e prosegue e raffina quello stile che ha portato ad alti esiti espressivi.
Qui, presa da amore della scrittura e sentimento dello sguardo, la cifra danza tra rappresentazione e immaginazione. Animano le pagine il bagliore metaforico, la suadenza della narrazione, la luce memoriale, i fuochi della visione: "Il seme che germoglia darà frutti/ a indicare il segno dell'eternità". Pertanto il piacevole e l'interessante si ritrovano nella lettura che passa dalla rapidità e nudità del linguaggio ad un fluire di pensiero più introspettivo  e profondo.


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