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10 ottobre 2014 5 10 /10 /ottobre /2014 13:12

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

UN LIBRO IN LINEA CON LA STORIA CHE PUR NELLA SUA CRUDEZZA CALAMITA L’ATTENZIONE DEL LETTORE

 

Libro potente eppure avvincente per le sue molteplici implicanze, per i tratti della Storia che vengono evidenziate con grande sagacia e veridicità, con obiettività ed estremo rigore d’indagine, quello di Francesco Belluomini. Il titolo è molto azzecato: Sul crinale dell’utopia, non poteva essere più evidente. Si tratta di un romanzo affascinante, ma anche crudo e inclemente verso sommovimenti spietati e rivoluzionari che hanno fatto la vicenda cronologica di tutti i tempi.

Il libro è fortemente impregnato di idealismo dei suoi personaggi, a partire dalle istanze utopistiche del primo, certo Eugenio Del Sarto che fu veramente impersonato da Eugenio Del Magro, anarchico e sovversivo elemento di spicco del movimento comunista viareggino.

La storia si svolge attraverso numerose e disperanti vicissitudini dell’uomo: dalla persecuzione fascista, alla fuga con al seguito la famigliola verso altri territori neutrali di mezza Europa, fino a riparare in esilio in Unione Sovietica, dove giunge con moglie e figli piccoli appresso, per sfuggire a morte sicura. Vi si reca in qualità di giornalista, ma nella realtà come rifugiato politico, per scampare alle peripezie e intolleranze di un regime fascista. Purtroppo anche qui, la sua indole ribelle, combattiva e anarchica viene a scontrarsi con il potere e la censura russa, notoriamente dittatoriali.

Viene internato per attività illecite controrivoluzionarie della Repubblica del Baltico, rinchiuso in un gulag della Crimea dove morirà nel 1938.

Altro grande protagonista della trama è Fiodor Levkilyi (immaginario interprete) di altre avventure rivoluzionarie, (anime inquiete! si direbbe) se non fosse che il mondo è pieno di questi uomini, trabocca di questi personaggi che hanno fatto la Storia dell’ultimo secolo e non solo). Fiodor finisce nelle maglie della legge come disertore. La vicenda dei due appare complementare, anche se diverse come personalità e indole, sembrano affini per molti versi, soprattutto per essere entrambi “teste calde”, anime combattive che le traversie della vita hanno contribuito a privarli di quella pace interiore che le rivoluzioni vere o ideologico-retoriche di tutti i tempi hanno innescato.

Vige un sottofondo di morale in tutto il romanzo. A mio avviso, Francesco Belluomini vuole mettere in evidenza il “male assoluto”: le guerre, le dittature, le ingiustizie, della cui necrosi si rende responsabile verso La Storia ogni uomo che si arroga un diritto nei confronti dei suoi simili, in second’ordine le conseguenze che ogni azione forzosa (nella fattispecie ogni potere assoluto, privato di democrazia) riflette sugli esiti esistenziali di chi non ha voce, dei diseredati, dei miseri.

In questo romanzo Belluomini appare obiettivo e onesto nell’evidenziare fatti e personaggi; estremamente fedele alla storia e ai suoi accadimenti fino ad indurre il lettore a riflessioni sui metodi fascisti, come delle dittature di tutte le rivoluzioni bolsceviche (compresa quella odierna).

Delinea con rigore e aderenza logica l’orrore dei “gulag” staliniani alla fine degli anni Trenta. Lo fa con una capacità storiografica retrospettiva tra le più autentiche e avvertite. La saggezza dell’autore sta nell’indurre il lettore alla logica azione che comporta ogni sopraffazione. Un libro da leggere, un romanzo storico che innesca una certa curiosità per fatti e processi ontologici  che giungono fino ai nostri giorni con gli attacchi di Mosca e della vecchia URSS, i bombardamenti aerei e di terra del premier moscovita verso le piccole regioni che chiedono l’indipendenza e i diritti alla libertà.

 

Un romanzo che ancora sta evidenziando lutti e perdite del patrimonio umano che continua a perpetrare il suo guasto nei gangli indifesi delle popolazioni indigenti. 

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8 ottobre 2014 3 08 /10 /ottobre /2014 08:56
ROBERTO MESTRONE: "I MODESTI STUPORI" DA INEDITI DI N. D. S. BUSA'
Roberto Mestrone collaboratore di Lèucade


I MODESTI STUPORI

da
INEDITI”
di
Ninnj Di Stefano Busà
Nel gesto di un'alba
(per dirla col cuore)
labbra di fragola
declina il canto,

mentre le ortiche insanguinano
i papaveri, lasciando incandescenze nelle vene,
pulsioni di silenzi,
tra il nascere e il morire,
qualche grano d’innocenza.
Tremo quando un'alba mi accarezza
a pelle, o un nuovo fuoco arde silenzioso.

Aspetto che tenace un bagno d’erba
irrori le radici, che l’aspro vento
sorprenda le attese all'infinito.
Oltre le strade bianche riodo il grido
delle semine, dove i tratturi aprono varchi
a lune nuove.
Ha fremiti stasera la parola,
questo andare per terre bruciate,
quest’acqua che non scioglie l'arsura,
spalanca solo minime passioni:
trascina ai frangiflutti,
lo scafo in cerca dell’approdo.
La verità del segno
Non ho che qualche strazio,
un grido che consuma l’immenso
e lo sbianca come l’inverno
il cielo che lo sfionda.
La vita sta nell’istante imperfetto,
nei germogli di carne
o in un sangue rappresi
nei cerchi inossidabili dei tralci,
nelle campanule bianche
tra i maggesi e la zolla.

Arranca una passione
che colora i melograni
e scalpita nell’ombra
di un altro scandaglio d'arsure.

Non ho che sillabe piegate,
nodi di fonemi e sintagmi
a tessere tele rosseggianti
o attese d’alabastro,
il volo di un pensiero che accende
spighe di prodigi e suoni dimenticati.
Mi sorprende, mi abbaglia e mi incita a scendere dalla barca della solitudine il canto di Ninnj Di Stefano Busà.
... Un grido che consuma l'immenso...” della nostra immaginazione oscurata dalla nube tossica dell'indifferenza. È “un nuovo fuoco... arde silenzioso” e ci fa riflettere sul ruolo salvifico del Poeta: la spiritualità dell'uomo, quando rischia di essere sconfitta dal morbo dell'alienazione, può essere riscattata anche dalle invisibili armi di chi armeggia coi versi: “sillabe piegate, nodi di fonemi e sintagmi” riescono a districare i nodi amari della quotidianità aprendoci l'uscio incontaminato della Natura.
Il cuore, steso sul prato in attesa “che tenace un bagno d'erba irrori le radici”, sa cogliere bellezze e dolcezze anche dalle ortiche, portatrici incaute di “incandescenze nelle vene”.
Tra il nascere e il morire”, abbrivio e traguardo della nostra esistenza, dobbiamo saper cogliere i frutti di ogni modesto stupore adagiandoci sugli sbadigli dell'alba o specchiandoci nei chiarori del tramonto.
Il nostro “andare per terre bruciate” sarà un cammino disseminato di impronte divine se riusciremo ad impossessarci – senza clamore –  delle umili meraviglie del Creato.
La vita sta nell'istante imperfetto”, ed anche ciò che ai nostri occhi appare come un groviglio di “minime passioni”, indossa la veste del “pensiero che accende spighe di prodigi e suoni dimenticati”.
Vivide di agresti immagini le metafore, caldi e genuini i sentimenti dell'autrice, sì che al lettore giungono chiari i preziosi messaggi della natura.

Brava Ninnj!

Roberto Mestrone
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7 ottobre 2014 2 07 /10 /ottobre /2014 10:27

a cura di Sandro Gros-Pietro

 

 

 Ancora riscontra molti apprezzamenti e va letto con molta attenzione questo stupendo libro della Di Stefano Busà, che non va certo nella direzione del pragmatico o della concretezza. Quella luce che tocca il mondo, uscito già da qualche anno, non cessa di suscitare interesse, per cui se ne parla ancora come novità. Un segnale forte per un titolo di poesia che diventa obsoleto appena uscito alle stampe, con la stessa velocità delle cose abbandonate o scontate...

Va chiarito che il titolo funziona in luogo di metafora della poesia, la quale sarebbe essa stessa parola capace di toccare il mondo e illuminarlo, come sembra abbia fatto Adamo su invito di Dio, nominando le cose mondane. Ma le cose non vanno così facilmente, come confessa in ouverture la poetessa: “Graffiti incandescenti d’un funghire/ stremato di memorie/ succhiano solitudini d’anime inesplose,/ moti leggeri, impercettibili/ di suoni, ombre che affondano/ in giorni d’ambrosia e silenzi,/ .../ in un tralucere remoto di fragranze”.

Non solo dunque il discorso poetico è lontano dalla concretezza, ma è anche esondante rispetto all’astrazione fino al punto di rendersi simbolico e agitare il ricordo di C. Baudelaire:

 

“Parole escono confuse da viventi pilastri/ che l’uomo attraversa tra foreste di simboli”, nei Fiori del Male. In realtà non è un tuffo indietro nell’Ottocento, ma si tratta, invece, di un’implicanza eliotiana come corollaria dei Quattro Quartetti, East Coker, all’insegna del motto: Nel mio inizio c’è la mia fine”. Dice la poetessa in Senza conforto di stelle: “Dilla ora e dimenticala.../la parola vera ti sfuma/ appena chiudi gli occhi,/ mentre l’undecifrabile/  ti segue e prova a librarsi/ all’immenso, senza rete di protezione”. Le coordinate di collocamento della poesia della Di Stefano Busà sono dunque queste appena accennate: espressione evoluta di metalinguaggio post-modernista, che di per sé è ancora una formula troppo vaga, ma ci pensa Emerico Giachery nella sua acclarante prefazione a circostanziare meglio forme contenuti e sviluppi dell’intreccio letterario: “Pensiero poetante, dunque? Poesia pensante, Preferibile parlare di concezione del mondo, non sistematica e tuttavia coerente; incarnata, come è proprio del dire poetico, in immagini, in ricorrenze tematiche armonicamente variate e in una felicità ritmica e metrica senza sbavature, commisurata al respiro del contemplare, del meditare e del rammemorare.” In questa festosa epifania di visioni poetiche che si irradia come la luce in tutte le direzioni possibili, c’è tuttavia una prevalenza di corrispondenze ovvero di echi ovvero di orientamenti simbolici ricorrenti con più frequenza. E’ il caso degli angeli rilkiani che popolano di opalescente luce il descrittivismo  connettivo dei poeti, “ il fiato dei pensieri, l’Orma di Dio”. Il senso complessivo che trasmette la poesia di Ninnj Di Stefano Busà è una percezione di valore incorruttibile e universale, fondata sulla dinamica dei più nobili sentimenti umani, elevati alla dimensione pura della luce, esattamente come avviene nelle opere di Chretien de Troyes.

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6 ottobre 2014 1 06 /10 /ottobre /2014 10:30

di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Arturo Schwarz nato in Alessandria d’Egitto, 3 febbraio 1924  

Laureato in filosofia alla Sorbona di Parigi,nel 1946 è tra i fondatori della sezione egiziana della Quarta Internazionale trotskista. Dopo aver subito diversi arresti, nel 1948 viene trasferito dalla prigione Hadra di Alessandria al campo di concentramento di Abukir. In seguito all’armistizio del 1949 tra Egitto e Israele, viene liberato ed espulso in Italia. Stabilitosi a Milano, nel 1952 dà il via a un’attività editoriale. A partire dal 1954 la sua libreria, che si trasforma in galleria nel 1961, presenta i protagonisti del dadaismo e del surrealismo, oltre ai nomi più significativi delle avanguardie storiche e del dopoguerra. Nel 1975 chiude la galleria per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e all’insegnamento. La sua attività di storico dell’arte, saggista, poeta e conferenziere lo porta a viaggiare per tre continenti. Cura le mostre e i cataloghi di importanti manifestazioni internazionali. Scrive opere sul surrealismo e il dadaismo, ma anche sulla kabbalah, il tantrismo, l’alchimia, l’arte preistorica e tribale, nonché l’arte e la filosofia dell’Asia.Pubblica inoltre più di quaranta raccolte di poesie. E’ membro di prestigiose accademie universitarie internazionali ed ha ricevuto premi e onorificenze sia in Israele, che negli Stati Uniti e in Italia.

 

amare

 

la somma degli anni non conta più

quando penso a lei ridivento profeta

e posso credere a un mondo fraterno

se la vedo allontanarsi si ferma tutto

e gli occhi sono di nuovo doloranti

per la dura insonnia della vita

del nostro amore resteranno sempre 

le parole che non sappiamo scrivere

e i gesti che rischiarano la notte

resterà la promessa di una eternità

anche se ora il mondo è diventato altro

senza che ce ne siamo neanche accorti

questa mattina di primavera è orgogliosa

delle nostre mani che sanno preservare

la luna solitaria della nostra unione rara.

(milano, 2011)

 

 

 

La sua voce

 

La sua voce è già il suo corpo

bello come una semplice verità

fatto di latte caldo e pane fresco

è luminoso come idea nuova

l'amore dolorosamente intenso

è sempre stato più forte della morte

non possiamo stare l'uno senza l'altra

ben sappiamo che non stiamo qui a lungo

per vivere felici ci basta ora

la realtà di un amore senza fine

rotondo come sasso nella corrente.

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6 ottobre 2014 1 06 /10 /ottobre /2014 08:52

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

AL CAFÉ DE FLORE

Il vento si sfila
dal tempo dei secondi
nel sorso di un caffè
tuffato nei sorrisi
azzurri di capelli
di cielo che mordono
carezze di brividi.

Qui l'esistenza è piena,
è vero, sfilano persone
volti scarpe sconosciuti
che guardano i pensieri
nei tramonti disillusi.

Ma le ore lasciano segni
d'indelebile profumo.

Jean Paul, Simone, Juliette,
chissà se pure Michel passò di qua,
chissà..., non dico Baudelaire,
quanti caffè gustaron tra le righe
nei sorrisi amati amari
delle loro vite piene di mari
di porti mai approdati
nelle parole della poesia
nel canto della filosofia.

Ritorno alla tua pelle
alle tue labbra
agli sguardi alle carezze
di mani di velluto.

Mi stempero nei quadri biedermeier
che disegniamo insieme dai vissuti
che passano davanti
al boulevard di Saint Germain
davanti a noi
davanti ai tavolini
specchiati nell'onda del caffè
sui marciapiedi
caldi d'asfalto
morbido calpestato
dalle orme della vita
passata nel futuro che ci aspetta.

*****

SONNAMBULISMO DEL CUORE
                                           
a mio padre, Sergio

siamo dentro un improbabile mattino
c'è il sole e il cielo è più che azzurro
la svolta è là a un passo di cane

un ciuffo d'oleandro fiorito di rosa
s'intravede con la coda dell'occhio
mio padre guida la sua centoventisette

sono sul sedile di dietro e vedo la nuca
reclinarsi e tutto si ferma all'istante
chiedo se si senta bene o che cosa sia

ma lui riprende a guidare lentamente
è solo un barlume di follia a svolgere
la pellicola di un déjà vu mai stato

è solo l'emergenza di un sogno
mio padre è già morto da circa dieci anni
e la probabilità che io ancora non lo sia
è tutta scritta nel sonnambulismo del cuore

*****

LA RESILIENZA DELLA SERA

Sbattere il muso contro un vetro
capita spesso nell'indecisione
quando si cammina contro vento
e battono le ciglia alla rinfusa

dentro i pensieri a ostacoli
in una corsa al fulmicotone
verso una meta inaspettata
che sbarra il passo nella trasparenza.

Si fa visione allora quel che cela
la resilienza buia della sera
in una luce calda in calma piatta

dietro un portone di una casa
nella periferia di una città qualunque
usbergo per difendere il già perso.

*****

UN CANTO PURO

                                    a Guido Oldani
                  e al suo realismo terminale



Il rumore scrisse una lettera
al silenzio e chiese scusa
delle chiacchiere di sottofondo.

Ma non sapeva della sordità
di quello e scivolava sul discanto
in uso allo sberleffo schietto.

Il silenzio rispose con mute parole
per non tradire la sua natura viva
e la pagina odorava di liscivia.

Bianca come la luce la risposta
inaridì il nero del frastuono
e un canto puro inondò quell'uomo.

*****

 

Maurizio Soldini è nato nel 1959 a Roma, dove vive e lavora.

Medico, filosofo e poeta, insegna Bioetica e svolge l'attività di clinico medico presso la “Sapienza” Università di Roma.

Ha all'attivo numerosi interventi, articoli e saggi anche su riviste internazionali.  

Collabora con Riviste e quotidiani, in particolare ha collaborato come editorialista con il quotidiano Il Messaggero e ha collaborato e tutt'ora collabora con le pagine culturali oltre che come editorialista con il quotidiano Avvenire
Ha pubblicato diverse monografie tra cui: La bioetica e l’anziano (ISB, 1999), Argomenti di Bioetica (Armando, 1999 e 20022), Bioetica della vita nascente (CIC, 2001), Filosofia e medicina. Per una filosofia pratica della medicina (Armando, 2006), Wittgenstein e il libro blu (Mattioli 1885, 2009), Il linguaggio letterario della bioetica (Libreria Editrice Vaticana, 2012), Hume e la bioetica (Mimesis Edizioni, 2012).
Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Frammenti di un corpo e di un'anima (Aracne, 2006), In controluce (LietoColle, 2009), Uomo. Poemetto di bioetica (LietoColle, 2010), La porta sul mondo (Giuliano Ladolfi Editore, 2011) e Solo per lei. Effemeridi baciate dal sole (LietoColle, 2013).

È presente, inoltre, in diverse antologie poetiche. Numerosi anche suoi interventi di critica letteraria. Ha fatto e fa parte di giurie in concorsi letterari.Si sono occupati della sua poesia tra gli altri: Raffaele Aggujaro, Sandro Angelucci, Pasquale Balestriere, Giorgio Barberi Squarotti, Franco Campegiani, Franco Caporossi, Giovanni Caso, Carmine Chiodo, Giuseppe Conte, Salvatore Contessini, Flaminia Cruciani, Maurizio Cucchi, Rosaria Di Donato, Riccardo Duranti, Cristiana Freni, Emerico Giachery, Marco Godio, Giovanni Guanti, Giuliano Ladolfi, Maria Lanciotti, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffia, Roberto Maggiani, Valerio Magrelli, Salvatore Martino, Cinzia Marulli Ramadori, Enrico Mattoccia, Eugenio Montale, Roberto Mussapi, Eugenio Nastasi, Nazario Pardini, Elio Pecora, Plinio Perilli, Alberto Pucciarelli, Maria Pia Quintavalla, Roberto Raieli, Merys Rizzo, Paolo Ruffilli, Antonio Spagnuolo, Antonietta Tiberia, Stefano Verdino, Giuseppe Vetromile, Marcello Vitale

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5 ottobre 2014 7 05 /10 /ottobre /2014 20:36

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

GIORGIA CATALANO nata a Ventimiglia (IM) nel 1971, ma vive da sempre a Torino con i suoi tre figli: Nicolò, Matteo e Simone.

Inizia a scrivere a tredici anni, ma solo nel 2010 comincia a condividere le sue emozioni e i suoi sentimenti attraverso l'espressione poetica e la narrazione breve.

Ha ricevuto segnalazioni e menzioni ed è stata premiata in diversi concorsi letterari e fotografici; è, spesso, membro di giuria.

Molte sue liriche sono incluse in antologie, agende e calendari e pubblicate su quotidiani, periodici locali e riviste letterarie on-line, anche internazionali.

Cinque sue poesie sono presenti nel libro d'Arte "I Sogni e le Stelle" (EGS Edizioni, 2011).

A fine 2012 è pubblicata la sua silloge poetica "Un Passaggio Verso le Emozioni" (Photocity Edizioni) e, nel 2013, il Libro d'Artista "Alle risposte, il tempo" (EGS Edizioni).

L'Autrice è presente, con altri autori, nell'opera di Emanuele Marcuccio  "Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito c'ispira...", (Photocity Edizioni, 2013) e nell'opera critico-antologica di Luciano Domenighini: "La lampada di Aladino", (Tracce Per la Meta Edizioni, 2014), ancora, nel volume "Diptycha 2", ideato e curato sempre da Marcuccio, che sarà a breve pubblicato, ed è stata inclusa nell'antologia "Amici di Marzia Carocci" edita sempre dalla casa editrice Tracce per la Meta; il ricavato delle vendite sarà devoluto alla Lega del Filo D'Oro che da cinquanta anni si occupa del miglioramento della qualità della vita di persone sordocieche e pluriminorate sensoriali.

Nel 2011 la intervista Emanuele Marcuccio, poeta ed aforista palermitano, su suggerimento dell'autrice Gioia Lomasti che cura un blog rivolto ad autori emergenti: "Vetrina delle emozioni" e, nello stesso anno, viene intervistata anche dalla poetessa e giornalista Luigia Sorrentino che le dedica uno spazio sul blog poetico di Rainews.

Intervistata anche da periodici locali torinesi e durante caffè e salotti letterari.

Lo street artist Opiemme (diversi i suoi interventi artistici nel Mondo) ha immortalato su marciapiedi di Torino, per il progetto di riqualificazione urbana: "Un fiume di parole", una lirica della Catalano, insieme ad autori quali, ad esempio, Saramago, Gibran e Gadda.

Ospitata e letta durante diverse trasmissioni radiofoniche: da "L'uomo della notte", condotta da Maurizio Costanzo su Radio Uno, a "Love, Peace and Bike" curata e condotta dal poeta Enrico Pietrangeli su Radio Deli (Roma), a "Musica e Parole" ideata e condotta da Tony Esposito sulla web radio belga Radio Napoli Emme Live, a "Dimensione Autore", programma ideato e condotto dagli autori Laura Scaramozzino e Giorgio Milanese, su Radio Italia Uno.

E proprio con lo stesso Milanese è ideatrice e conduttrice, sempre su Radio Italia Uno, della trasmissione "L'Isola che non c'è", volta a promuovere autori emergenti.

E' fiduciaria della sezione di Torino dell'associazione "Il Club dei Cento", presieduta dallo stesso Milanese, che conta una sessantina di autori tra i quali la scrittrice ed attrice Margherita Fumero e il noto giallista e giornalista torinese Mario Barbero. Cura anche, per l'associazione, il marketing e le pubbliche relazioni.

Collabora, inoltre, con altre associazioni culturali cittadine e non soltanto, rendendosi disponibile come organizzatrice di eventi e conduttrice.

La Catalano è anche recensionista e curatrice editoriale. Instancabile, ha ancora molti progetti nel cassetto che, prestissimo, ci farà conoscere.

 

A TE, POESIA

Fedele compagna dei miei, mali

generosa ascoltatrice dei miei silenzi,

mi conduci là dove vi è respiro,

dove la notte s’illumina a giorno.

Mia speranza, in te vivo per il mio domani,

per respirar profumo di freschi nettari

d’alberi in fiore.

Dalla tua pianta colgo

immagine di me stessa,

dalle tue radici

la mia stessa essenza.

Vivo per te,

per la gioia che m’offri,

vivo per l’ombre del sole

a mezzodì.

Vivo per questa vita,

per i figli miei.

Vivo con te,

sempre eterna Poesia.


Giorgia Catalano


Tratta dalla raccolta:
"UN PASSAGGIO VERSO LE EMOZIONI"
2012, Photocity edizioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIPENSO

25 settembre 2010

Ripenso a gesti, ironie,

scherzose malinconie.

Rubo i miei stessi pensieri

per lavarli dalla tristezza,

per stenderli al caldo sole.

Così, odorosi di bucato,

li indosserò come abito nuovo.

 

© Giorgia Catalano

dalla raccolta: "Un Passaggio Verso le Emozioni"

 

Silenzi

 

Mi nutro di silenzi,

di lunghi silenzi.

S'attardano i pensieri

nella notte

come magia in un castello 

fatato.

E dolce è la mia musica

sovrana e soave,

che tenue, a passi lenti

m'accompagna.

 

 

 

 

 

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4 ottobre 2014 6 04 /10 /ottobre /2014 14:19

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

GIUSEPPE CONTE è nato a Imperia nel 1945. Si è laureato in Lettere presso l'Università Statale di Milano,ed è stato collaboratore di riviste letterarie, redattore della rivista Il Verri diretta da Luciano Anceschi, assistente universitario di Estetica a Milano con il Prof. Dorfles e di Letteratura Italiana a Torino con il Prof. Barberi Squarotti, e docente nelle Scuole Superiori. Abbandonato l'insegnamento, si è poi dedicato a tempo pieno all'attività di scrittore. Esordisce nel 1972 con un volume come "La metafora barocca" (Mursia editore), destinato a diventare un punto di riferimento costante per gli studi secenteschi, e nel 1979 in poesia con "L'Ultimo aprile bianco" (Guanda, Società di Poesia), cui seguirà nel 1983 "L'Oceano e il Ragazzo", uscito direttamente nei tascabili della BUR di Rizzoli, che fu salutato da Italo Calvino come un libro fondamentale nel rinnovamento della poesia italiana. In seguito, ha pubblicato altre raccolte di poesia, romanzi, saggi, libri di viaggio, libretti d'opera, testi teatrali. Il suo ultimo romanzo, "Il Terzo Ufficiale", Longanesi 2002 ha vinto i premi Hemingway e Basilicata. Ha tradotto Blake, Shelley, Whitman, D. H. Lawrence, ed ha curato l'antologia "La lirica d'Occidente", Guanda 1990.
È in uscita una sua nuova antologia che, prima in Italia, comprenderà anche la poesia delle maggiori tradizioni dell'Oriente (quella araba, persiana, turca, indiana, cinese, giapponese). Dal 1986, è consulente per la poesia dell'editore Guanda (Gruppo Longanesi), e dal 1984 collaboratore di diversi quotidiani, settimanali e periodici. Ha scritto come commentatore su Stampa Sera, come critico letterario sul supplemento di Repubblica "Mercurio", e attualmente è collaboratore del Giornale e del Secolo XIX.
Tra i libri pubblicati: "Lettera ai disperati sulla primavera" (Ponte alle Grazie, 2006) e "Ferite e rifioriture" (Lo Specchio, Mondadori 2006).
Momento culminante di una storia poetica iniziata trent'anni fa con "L'ultimo aprile bianco".

 

 

 

 

 

 

 

Sono qui seduto su un tappeto


Sono qui seduto su un tappeto
di foglie e fiori di primavera
e il mio silenzio è una preghiera
ed ho con me la coppa e il vino.
Se la mia Amata fosse vicino
se la sua bocca lucente fosse qui.
Il profumo dei suoi baci
è più dolce del gelsomino.
Dicono che sono saggio perché
conosco tutte le parole di Dio
e so che il suo volto non si vede
ma a tutti i roseti concede
la sua porpora e il suo fuoco.
Ma io sono saggio perché bevo ,gioco
canto mentre il tempo ci rapina.
Quante rose si apriranno stamattina
e quante ne cadranno domani
o sotto le raffiche degli uragani
avvizziranno. Il tempo ci affratella
noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.
Non è la stessa per noi tutti quella
luna che sembra una melagrana
staccata lentamente dal suo ramo?
Ma io sono saggio perché amo

da: Canti d’Oriente e d’Occidente, Mondadori 1997

 Giuseppe Yusuf Conte.

 

Salmo 2 (A Yves Bonnefoy)

 

Oso invocarti in questa Europa cieca

sfiancata da calura e siccità

corrosa da diluvi e frane

continente di cenere e liquami
dove sono sovrani incontestati
Nulla e Ipermercati.
Oso invocarti e sperare, Poesia.
Senza essere né Davide né Salomone
senza possedere né Betsabea né la Sunemita
e senza conoscere il linguaggio
degli sparvieri o delle formiche
io ti invoco, ritorna
ritorna come un maggio
luminoso-selvaggio
e come il primo raggio
soffiante-biancheggiante
dell’alba.
Ritorna, ritorna.
Ritorna foreste, anime, cattedrali.
Ritorna azzurri giardini orientali.
Ritorna, ritorna
Vergine, Venere, Africa.
Non sarai più la stessa,
migrerai, muterai
e noi non ti vedremo come non vide
Mosè la Terra Promessa.
Ma ritorna, ritorna, Poesia.
Oso invocarti e sperare.
Seduto sulla sponda del torrente in secca ad aspettare
e ancora tra le rovine a cantare.

Giuseppe Conte

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4 ottobre 2014 6 04 /10 /ottobre /2014 10:56

PREFAZIONE

 

A cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

 

 

 

 

 

Lorenzo Spurio in questa sua raccolta poetica usa un linguaggio moderno, asciutto, ma lo fa con leggerezza creativa, senza mai debordare dal solco che lo tiene legato ad una poesia d’immagini, di rarefazioni e di ricadute accidentali in quelle che sono le esperienze, le prese di coscienza di un verbo complessivamente volto alla soggettività di una tensione relativa, che risponde al bisogno della storia personale pienamente presente in questa silloge. Il libro palpita di realtà multiformi, intesse una ragnatela di storia che viviseziona con discrezione il linguaggio della poesia e confluisce con la visione del mondo in una varietà del sentire che ne percepisce il senso dell’immaginario e ne sottolinea la percezione del segno, si fa tutt’uno con le sue componenti figurative, ovvero: figure retoriche, simboli, metafore, allegorie in una terra d’esilio (la nostra), che occasione le molte esperienze di vita, riscopre situazioni che faticosamente si proiettano dal sogno ad una condivisibile speranza oltre “quel sogno”. La poetica di Lorenzo Spurio ricorre spesso ad una malinconia di fondo che riverbera un’assenza, solo all’apparenza placata o in grado di rendersi coesa e verosimilmente ne regge tutta la struttura del testo.

Quest’opera si presenta coniata da una forza evocativa che si esplicita in assonanze e dissonanze; i versi hanno una tensione lirica a volte frammentata, ma sempre fluida, mai sopita né opaca. La poesia scorre come segnale di vita che si ravviva dal suo stesso humus, si fa movimento ascensionale, a volte verticale, altre orizzontale, ma sempre alternandosi a sentimenti, suggestioni, pensieri, ispirazioni che si raccordano al tessuto semantico e alla matrice dell’essere.

La scrittura è polimorfica, avverte le incognite del mondo e si adegua alla necessità di ricompattarsi in una continuità logica delle cose che interagiscono e si compenetrano nell’emozione perennemente in bilico sul “nulla”. In tutta la raccolta si configura una sorta di alter ego che sperimenta e determina la full immersion in reticenze, incognite, compromessi tra il sé e l’altro di sé, configurandosi come alter ego di una matrice che tutto coinvolge e, tuttavia, emette segnali di cose vissute, di legami coi luoghi, con le immagini della fantasia o dell’immaginario che emettono pulsioni quotidiane. Il sogno echeggia talvolta oltre il simbolo che dà sommovimento di forte implicanza nostalgica, indicando figure interamente attraversate da una stratificazione figurativa, da ciò uno dei termini materici che più ricorrono: il cemento, autenticato da compattazioni cementizie, da rincalzi e direi anche puntelli in senso figurativo: l’equivalente di rinsaldare, consolidare e fortificare il genere umano.

Si avvertono tessiture che sanno individuare colori, sapori, emozioni che sono la ragione stessa dell’esistente e dell’assente; determinano un archetipo nel quale s’intuisce un paesaggio interiore in cui appaiono d’improvviso accelerazioni e contrazioni di uno sperimentalismo in fieri. Bellissimo questo explicit: “Ho odorato ancora il fiore/ accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore”.

La ricerca d’amore in questi versi è paragonabile ad un pensiero poetante che rispecchia la sublimazione del dolore, ma di cui si conserva il profumo o il fuoco smorzato della sofferenza. E tutto infine s’identifica con la vita: Lorenzo Spurio vi antepone una commossa capacità di ragionamento, l’acuta riflessione di una percezione del reale, che intende offrire alla mente l’immagine che la governa, ovvero, nuova vita, nuovi significati, espressioni di una rivelazione che sgorga dal cuore.

Poesia non è, infatti, solo la capacità di offrire riflessioni, ma ciò che si connette misteriosamente al significato delle parole usate e acquista nuovo splendore nel saper individuare la luce riflessa, ovvero, quel mistero che sa cogliere quello che c’è dietro il viaggio acceso negli occhi per sempre. E qui, che anche l’anima del lettore può cogliere l’infinita e arrendevole forza della poesia, soprattutto in quei vividi canti di sdegno, nelle cronache di denuncia di un mondo fatto di lassismo, sopraffazione e ingiustizia dove il poeta, come un novello vate della postmodernità, rompe la logica del bavaglio e proclama con onestà la cruda società d’oggi.

 

 

Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Milano, 2014

 

 

 

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3 ottobre 2014 5 03 /10 /ottobre /2014 12:49

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

Mariano Menna è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. E’ iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli.
Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia “La ballata del vagabondo”;
Nel  2013 :
ha pubblicato due raccolte di poesie  “La grande legge” e “ La pagina bruciata”, entrambe edite da Marco Del Bucchia rispettivamente a maggio e novembre;
è risultato secondo classificato nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la lirica  “Iris” ;
 E’ membro cofondatore della corrente  artistico-letteraria del Labirintismo, il più grande movimento d’avanguardia del 2000 con più di 200 iscritti.
Nel 2014:
si è classificato al 3°posto nella 5^ edizione del premio letterario internazionale “Le parole dell’anima” Città di Casoria (NA)  con il libro di poesie “ La pagina bruciata”  ;al 2° posto alla IX edizione del Premio Artistico - Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic con l’inedita “ Il crepuscolo”; ha ricevuto il premio della critica nell’ambito della XV edizione del Premio Letterario Internazionale “Tra le parole e l’infinito” con il libro “La pagina bruciata”.
E’ stato inserito nelle antologie   “Poesia per Dio” , curata dalla casa editrice “La Ziza” con la poesia inedita “La scelta” (marzo 2014)   e “Fondamenta instabili”, curata da deComporre Edizioni.
Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come  “ L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa,  “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini,  “ La distensione del verso” di Sandra Evangelisti,  “ Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo.
Nichilismo
Una goccia incessante martella la quiete:
è piena di vuoti pensieri  la mente,
continua la caccia ad un senso sfuggente;
la vita è celata dietro a una parete.
Lo sguardo si ferma sui singoli oggetti:
solo materia che ovunque si estende,
un mondo di corpi e molteplici aspetti
creati dal nulla, che poi, li riprende.
Quella putrida salma valeva una vita,
 era anche amata tra gli esseri umani,
ma tu non potrai più tenerle le mani:
era una rosa e adesso è appassita.
Il tempo ci morde come una mela,
spolpa le ossa e più niente rimane,
solo parole taciute, ormai vane:
si spegne il fuoco di ogni candela.
Queste rime son  polvere amara,
il vento le spazza lontano già ora,
sono una vacua preghiera a me cara,
un requiem disperso nella gelida bora.
  
Majorana (29/08/14)
“Vidi un lampo accecante e una nube di fumo :
un fungo gigante saliva nel cielo “
E’ questo il progresso?
Questo labile compromesso
tra il bene e il male
 torna a bussare alla porta
di chi non ascolta
la voce della propria coscienza:
la chiamavamo scienza, ma io
seppi guardare oltre “il monte”;
già scrutai l’orizzonte
di quel “non ancora”
ed in questa  dimora
cupa e isolata,
io rinnego la strada
percorsa per gioco e potenza:
io rinnego la SCIENZA.
Passo ancora le notti a pregare
che il mio sguardo non torni
a sguazzare nel vero:
il più grande mistero del mondo
è l’uomo col suo criptico sfondo,
col suo essere santo e demonio
in un solo volto.
Una volta il mare mi ha rifiutato
ed ora passo i miei giorni
da pastore, sdraiato sull’erba
che sa di rugiada:
io rinnego la strada
percorsa per gioco e potenza:
io rinnego la SCIENZA.
  
Orizzonte ( 8 aprile 2014)
Più rosso è il cielo d’orizzonte
se il Sole ricade nel mare;
il fuoco m’incendia la fronte
e poi lentamente scompare.
E’ luce che abbaglia la vista,
un gioco di mille impressioni:
ricorda una tela, un artista,
una storia di altre stagioni.
Il mondo era meno moderno,
ma il mare è rimasto lo stesso:
quel faro sbiancato è l’eterno
che torna ad illudermi adesso.
Rivedo il mio viso immaturo:
la barba era ancora  mistero.
Adesso, se un po’ la trascuro,
divento più vecchio ed austero…
Tanti anni volati col vento:
li osservo con altri colori,
perché non è solo dei fiori
il cruccio del cambiamento.
Ancora il miracolo avviene
su questa terrazza di ieri:
anche oggi la vita appartiene
al tempo e ai suoi strani poteri.
Chissà se potrò ritornare
a scambiar due parole col Sole,
 qui, dove  ricade nel mare
e poi lentamente scompare…
  
  
Temporali d’estate  (16/06/14)
Il sole lascia posto a un cielo cupo,
squarciato da fulmini e folate
di vento, che ottenebra le strade
e lacrima sul mondo senza indugio.
Avevo già dimenticato il suono
ipnotico della pioggia che cade;
così ogni vita è una lunga estate
di bruschi e devastanti  temporali .
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2 ottobre 2014 4 02 /10 /ottobre /2014 16:49

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

Gabriele Via è nato a Bologna nel 1968. Per linea paterna discende da una antichissima famiglia dell’aristocrazia cattolica di Francia, in Avignone, posizionata in Calabria da molti secoli. Da parte materna appartiene alla borghesia bolognese fin dal XIV sec.

Poeta, filosofo, cercatore. Si esprime e ricerca in versi, in narrazioni, con la voce, e con la fotografia. Ha vissuto molti anni con un monaco indiano che gli è stato maestro e guida. È stato insegnante di religione. Ha fatto l’attore con Ellen Stewart (La MaMa).  Collabora con Lavinia Turra dal 2006; partecipa quindi alla crezione del progetto Like-US e del brand INABITIDIVERSI. Cucina, suona diversi strumenti musicali, e ha fatto due volte il cammino di Santiago. Dal 1991 fu amico di Roberto Roversi, che gli dedicò pagine bellissime di lode e stima. Ha pubblicato con Roberto Roversi, Roberto Pazzi, Elio Pecora, Nicola Muschitiello, Lorenzo Chiuchiu, Bruno Rombi.

Nel 2011 il Prof. Marco Roccetti lo invita a tenere 4 incontri con gli studenti EMBA dell’Alma Graduate School. La sua collaborazione prosegue nel 2012 e nel 2013.

Nel 2013 ha scritto versi e offerto la sua voce per la realizzazione (sotto il coordinamento del Prof. Marco Roccetti) dell’App. Bologna Mondo Musei che propone un innovativo tour geolocalizzato per 22 musei bolognesi con una sezione divinatoria basata sulla poesia.

Ha pubblicato diversi titoli di poesia, un romanzo e figura in numerose antologie.

Dal 2008 è ospite con diversi titoli sulle pagine di bibliomanie.it

E nel 2013 Bomba Carta gli ha dedicato una monografia nella rubrica Lettera in Versi, a cura di Rosa Elisa Giangoia con una intervista fatta da Bruno Rombi.

Nel 2013 è tra i fondatori del progetto artistico di  ABC con Lavinia Turra, Paolo Fiore Angelini e Valentino Corvino.  In ascolto da sempre della Parola come Rivelazione, come Poesia e come strumento di cura (vedi la Psicanalisi) ecco che dal 2014 ha creato una pagina Facebook in cui propone la poesia come terapia.


****



Non è la risposta a un indovinello: 

La fede indovina la tua carne 

come il disegno di una cicatrice. 

  

Dicono che Dio ci voglia bambini: 

ma questo era vero un tempo.

Tieni a bada il tuo silenzio pietoso;

 

lascia che oggi contempli, soltanto,

ad un crepitare d'acque prossimo

alla soglia biblica di tutte le cose.

 

Paura di uno sprofondo immenso

di luce che muove ogni altro agire,

e lasciati trovare, indifeso

 

al vertice grave del silenzio:

smetterai di proteggerti coi tuoi gusti,

o l'esibirsi naturale di un simulare.

 

In ciascuno il silenzio propone

così, il suo inatteso fiore.

 

E la forma del nulla stabilisce

che vi siano lacrimali le idee;

che il bello rapisca il pensiero;

che il bene assapori il respiro.

 

E che il silenzio venga, percepito,

giustamente accolto, e praticato.

Che il sorriso s'offra alla bocca del cuore;

che il raggio di luce si rivolga in colore.

 

Dicono che Dio ci voglia bambini:

ma questo è vero solo per il pittore.

 

...Basterebbe ricalcare il disegno.

 

 

©Gabriele Via       Praglia, 7 settembre 2014

 

Con parole di cucina e verità

 

 

Con parole di cucina e verità

in principio Dio carezzò la vita;

suscitò forse così la contezza

come un piccolo disturbo sulla pelle.

 

E prendere coscienza, con le mani;

agitare le mosche con la coda

sull'equilibrio implicito dei nodi.

 

Vedere così l'inizio della fine:

 

vedere il bene,

vedere la verità,

vedere la giustizia,

vedere la bellezza...

 

La fine è iniziata da un pezzo.

 

E vedere al mondo senza fine

l'urto elementare della carne;

l'urlo creaturale della voce: 

l'umano dimenarsi, non trovare pace.

 

E quindi far ponti, stare in riva ai fiumi:

camminare, architettare.

 

Vedere è l'inizio predicato della fine,

che non possiamo più rimediare.

 

La vita e la morte sono sempre

cose molto più grandi di noi.

 

Meglio allora stare nella poesia:

un rendere grazie minerale

affacciandosi al dramma del dicibile,

 

sulla vertiginosa linea del mondo,

ascoltare chiedere lo spezzarsi

di questo cotto e semplice pane.

 

 

©Gabriele Via        8 settembre 2014



L'esperienza della verità
non è un aquilone:
non risponde al filo assicurato.

L'automatica volontà della mano,
come di navigante,
pescatore o contadino,
non si controlla e non si fa.

Ma come una stella nel firmamento,
se appare improvvisa, c'era già
da sempre: non la riuscivi a vedere.

Non è legata, non si poggia, non dipende:
è nuova rivelazione improvvisa,
e ugualmente attorno irradia
ulteriori luci per nuove comprensioni.

Stàncati in qualsiasi maniera
della mera stanchezza del dire;
indirizza il silenzio delle tue parole
al cuore denso della verità:
e lei esploderà. La vita,
ogni suo particolare dettaglio,
diventerà l'innesco del processo.

È questo giorno appena nato,
che arriva sera e non sai spiegare:
lo nomini, lo scrivi, lo collochi,
poi spegni la luce e sei inghiottito
nel ventre cosmico del suo mistero.

Chiamammo sapienza
la distruzione dell'ignoranza.
Eraclito tacque; Socrate ne rise.

Prosegue il racconto delle albe
si rinnova la meraviglia della libertà.



©Gabriele Via       31 agosto 2014

 

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