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2 giugno 2011 4 02 /06 /giugno /2011 11:03

di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

E' interessante osservare come, di volta in volta, il lirismo di Gianni Rescigno sappia pervenire alla disamina di una visione essenziale del concetto di -poesia-

Si notano in primis in questa ennesima raccolta: la costante di ricerca, la levità del processo linguistico che si va affinando da una silloge all'altra fino a giungere a sintesi egregiamente risolte.

In una scrittura sempre pacificante e ben strutturata, Rescigno riesce a realizzare il meglio del suo itinerario linguistico.

Icastici i versi che rappresentano gli esiti più costanti e dominanti: "Non follia/ soltanto polvere/ fin troppa polvere di cielo/ mescolato a mare e terra/ la poesia.

Per certi aspetti l'iter lirico di Rescigno raggiunge il suo "appagamento" come ben evidenzia Bàrberi Squarotti in una sorta di avvicendamento personale al suo poiein che è sempre di grande rigore e precisione.

La levità si evince nella poetica di Rescigno; il suo modulo orchestrale è sempre influenzato da una elevazione stilistica cantabile molto suggestiva e intima, fatta di piccole cose che preludono il grande momento: <il silenzio>

affabulatore di ogni storia e di ogni memoria: "Silenzio che arde/ senza rumore di vento/ e Scintille d'abissi."

L'umanità vi si avvicina come può, in sordina, senza rimpianti o speculari soluzioni: il silenzio elude per così dire la morte, fa da contraltare ad un sistema sinergico di grande ispirazione che porta l'uomo a riflettere, memore del suo percorso terreno, pronto a interrogarsi sui suoi momenti di attesa, di precarietà, di dolore.

L'amore vi fa capolino, perché l'amore è l'asse portante di un camminamento che esige una spinta propulsiva verso l'alto, una necessità di rapportarsi al cuore che fornisce l'energia per accettare anche le sofferenze:

"Era il tuo volto/ la prima parola dell'amore./ Io aggiungevo un sorriso/ con un battito di ciglia./ Così scendeva Dio/ sulle nostre labbra." (Cielo alla finestra).

La seconda caratterizzazione della poetica rescigniana è la concezione religiosa: il pensiero di Dio è esplicito nei versi dell'autore, che ontologicamente sintetizza il pensiero dell'Onnipotente con la condizione umana, necessitata dal paradosso di una forma precaria, di un percorso accidentato di trasformazione e di riscatto possibili: "Mi vedrai lentamente arrivare/ per consegnarti la mia ultima/ ora di mare: / Entrerò nel tuo giorno/perché della tua dolcezza/ che ti è amore sulle labbra/ io mi sazi."( Mi vedrai arrivare).

E ancora implicitamente è il Dio ad accostarsi alla nostra realtà quotidiana, ai nostri fendenti di guerra, alle contraddizioni, ai tormenti della miseria morale e del dubbio: "Siamo quelli che vorrebbero amare:/ / Noi siamo e non siamo:/ Siamo il respiro e il sospiro: /Vita e morte in ogni istante./ Ogni istante eternità e fine. ( Siamo e non siamo).

Implicitamente vi sono molte domande irrisolte in questa poetica, vi sono i grandi interrogativi, gli enigmi scanditi ritmicamente in una musica parallela a noi nota <la poesia> che sa individuare qualche lemma o concetto, tentare di fare aleggiare qualche pneumo soffio di vita, qualche principio di verità oltre noi. Che è poi la tensionale essenza della bella, alta poesia, quella che si fa preghiera e sa ristorare e rendere il silenzio più di mille parole. 

 

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1 giugno 2011 3 01 /06 /giugno /2011 15:05

di Ninnj Di Stefano Busà

 

"L'opera del vento" di Maura Del Serra abbraccia un lavoro poetico che va dal 1965 al 2005 e sviluppa una ricerca stilistico-sperimentale liricamente risolta, un lavoro tensionale, uno scavo verso le sorgenti dell'intima e dogmatica presenza che è frequentazione e dono di soggetti e oggetti affini alla poetessa. Il volume raccoglie la vasta produzione della scritrice-poeta che è anche drammaturga e saggista, in grado di dare il meglio di sé in ognuno di questi versanti.

Dotata di un eccellente patrimonio lessicale e di una splendida e sentenziosa penna, ci illustra e ci accompagna negli spazi siderali del suo iperuranio inconscio, del suo itinerario mitico-classico che rasenta la modernità, (appena un poco) e solo attraverso quello strumento che si riferisce alle fatiche meditative di un caleidoscopio cosmico, mai svuotato, mai impreparato o reprobo verso la  -pietas-   creaturale del mondo: un mondo fatto a immagine e somiglianza di un sistema riproduttivo di forme e nomi, volti, personaggi, interrogativi, enigmi, storia e ascendenze, allocuzioni ed emozioni, che indulgono alla vicenda di ciascuno e di tutti.

In questa poesia vi ho trovato un mondo di bellezza erudito, eppure sobrio, per antica saggezza e virtù della lingua: un linguismo moderno e asciutto, portato a dare il meglio di sé in approfondimenti di pensiero che sono l'uligine, il nutrimento terragno e l'humus umorale della poetessa, il suo farsi carne e sangue della stessa materia del mondo, il suo rifiuto ad un decadentismo ottocentesco, che ben opportunamente opta per un classico sentenzioso e asciutto, senza fronzoli, con la caparbietà di armonizzare il frutto dell'esperienza ad un senso evocartivo della storia, dandogli una statura intellettuale e umana che rimanda alla poesia dei grandi e si traduce infine in pluralismo di assonanze, di metafore, di accenti  particolarmente attrattivi e simbolicamente sviluppati attraverso una musicalità e un ritmo orchestrati verso l'alto.

Una gioiosità di fondo vi persiste, seppure ammaestrata e resa docile dal coinvolgimento di antifatti elettivi di rara perizia e certamente di elezione.

La poetessa è anche docente universitaria e sa portare alla luce i molti studi fatti su autori come Holderlin, Rilke, Dickinson, Pasternak, Eliot, etc. per giungere fino ai nostri: Saba, Luzi , Rebora.

Una studiosa immersa nella ragione del suo patrimonio strutturale denso di intellettualità evocativa, una lucida ed estrema interezza lessicale che si avvale di riferimenti metrico-sapienziali in una grazia di tecniche e di simboli trasfigurativi, di suggestioni sempre prossime ad essere riscoperte, guadagnando in chiarezze e sovrapposizioni lessicale che la portano a superare la sua tendenza all'ermetismo in uno sviluppo tensionale ormai riconoscibile e apprezzabile, che vira verso altre forme espressive che completino la già riuscita e felice forma  lirica e la proiettino verso dimensioni più vaste di purezza sillogica.

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28 maggio 2011 6 28 /05 /maggio /2011 11:20

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Quando si dice: "giungere ai nodi al pettine" non è una frase fatta. Stamo assistendo giorno per giorno allo sgretolarsi delle certezze, dei sodalizi, dei rapporti, delle regole che devono determinare e regolare la COMUNITA' EUROPEA fatta di molti membri differenti gli uni dagli altri, per costumi, privilegi, diritti, supremazie, economie, cultura, etnie.

Fare di tutte le erbe un sol fascio doveva suonare male sin dal principio, ma non si è voluto tener conto di nulla: l'importante era esser(ci) in un contesto internazionale che avrebbe dovuto sancire l'elitaria appartenenza ai Grandi del mondo occidentale. Il fatto di non farne parte doveva apparire un arretramento di condizioni, un'umiliante distacco dalla Compagine del mondo che conta.

Oggi, questa distanza appare quanto meno fantomatica. C'è la corsa a perorare ognuno per sé la causa di appartenenza ai privilegi di casta; vi sono i primi della classe e gli ultimi (è sempre stato così) ma ora è molto visibile e tangibile l'atteggiamento di superiorità che la Germania e la Francia vogliono esercitare sugli altri stati dell'unione. 

Nella sostanza siamo il fanalino di coda dell'intera combriccola, la più disastrosa retrovia dei sopravvissuti.

La grande alleanza si rivela ogni giorno di più una frana, e non c'è bonaccia, non c'è intesa che tiene, quando le parti in causa sono disomogenee per natura, per stirpe, per tradizioni, per condizioni socio culturali ed economiche, così differenziati tra loro da non potersi compattare, armonizzare e neppure essere solidali, capirsi, sostenersi.

Constatarlo non può che rivelare l'inesattezza della visione complessiva, il disappunto per le mancate promesse, il disprezzo delle regole, e infine l'assoluto assenteismo delle più elementari regole di aggregazione.

Per conto mio, era possibile intuirlo, poichè la saggezza afferma che è -fattibile-  auspicabile un'aggregazione tra pari, (mai risulterà omogeneo e compatto un associazionismo tra elementi differenti) che abbiano come visione d'insieme un'intesa economica) è un'assirdità, qualcosa che è altamente distonico da far indietreggiare invece che progredire. L'uomo inteso come individuo non ò fatto per intessere a suo beneficio un'amalgama, un comprensorio di diversità e di scambi. L'uomo è egoista e fortemente legato alla sua indole egocentrica e isolazionista. Quando si lega o si associa si fa male da solo.  

In questo sodalizio e unione di stati-membri non c'è nulla di paritario, tutto e niente ci accomuna. 

L'Italia, come si vede arranca, non regge il passo, gli altri proseguono, si confrontano ma vanno avanti.

L'Italia resta al palo: una ragione vi sarà, e non è solo la crisi, bisogna riconoscere che la bella penisola non era in condizioni economiche da poter competere con gli altri: ammetterlo sarebbe stato doveroso tributo alla Nazione, servizio reso al popolo da un governo responsabile, lungimirante.

Quando le forze in campo sono dispari è facile essere disarcionati al primo ostacolo.

E l'ostacolo, per nostra sfortuna è stato di proporzioni planetarie, uno tzunami incalcolabile per le nostre sostanze fianziarie, una vera maledizione che ha portato molte nazioni sull'orlo del fallimento. Ora, anche se l'Italia non è in queste condizioni disperate, rischia di uscirne con le ossa rotte, perché non cresce, non è al passo coi tempi...

Ecco perché parlo di nodi al pettine. E' evidente che la disparità doveva venir fuori, era chiaro che la neonata Comunità Europea non si facesse carico dei problemi di altri paesi membri.

Dai primordi del mondo, ogni pesce grosso mangia il più piccolo, figurarsi se in un contesto di decisioni e di vantaggi privatistici, potessero far passare regolamenti che reggessero i paesi zoppicanti.

Questo non è nella natura umana ed è ingenuo solo pensarlo. Si è visto come hanno reagito all'invasione dei profughi dal Nord Africa, si è visto come non hanno agevolato il flusso migratorio clandestino e non hanno alzato un dito per tentare di arginare o almeno concordare  la diaspora devastante e l'invasione di Lampedusa. Lo stesso Marone ha messo in dubbio, il perché si stia ancora nella Comunità Europea.

Certo uscire ora equivarrebbe ad arretrare, uscire ora sarebbe un disastro peggiore, sarebbe una retromarcia da confino, un esilio storico, un'emarginazione con tutto il sapore di una sconfitta.

Stringere i denti, allora, e proseguire, ma fino a quando? fin dove sarà possibile giungere senza che il filo si spezzi? La nostra economia va a rotoli. E gli altri tirano acqua al proprio mulino. Pensate che vi possa essere nell'immediato futuro un salvamento per una scialuppa che fa acqua da tutte le parti? o  piuttosto, ci spingeranno in mare aperto lasciandoci al nostro destino.

Personalmente penso che, se non entravamo  nel MEC non saremmo in queste condizioni. Grazie Prodi!

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24 maggio 2011 2 24 /05 /maggio /2011 13:58

In ballottaggio con poeti del calibro di Luciano Luisi e Vito Moretti, la scritrice e poetessa Ninnj Di Stefano Busà nella terna dei "FINALISTI" del prestigiosissimo Premio "Alfonso Gatto" 2011.

La Cerimonia si terrà a Salerno presso il Teatro Municipale G. Verdi il 9 giugno p.v

Nella serata di Gran Galà, la manifestazione sarà ripresa interamente dalla TV. Fanno parte della prestigiosa Giuria.: Walter Mauro (Presidente), Dante Maffìa, Luigi Reina, Raffaele Nigro, Francesco D'Episcopo.

Tra i Vincitori di passate edizioni: Sanguineti, Rondoni, Maffìa, Calabrò, Mastrocola, M.Cucchi e altri nomi prestigiosi della Poesia italiana. 

Sul palco del Teatro saranno presenti autorevoli nomi della cultura letteraria sia come componenti di Giuria, sia come vincitori o finalisti del Premio stesso. Tutto il Galà della premiazione sarà condotto dalla Giornalista televisiva Rai Vittoriana Abate inviata del programma "Porta a Porta"

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15 maggio 2011 7 15 /05 /maggio /2011 11:17

di Ninnj Di Stefano Busà

 

INGREDIENTI: 700gr. di carote piccole novelle, 50 gr. di burro, 1 cucchiaio di zucchero in polvere, 1 cucchiaio di zucchero di canna, 1 pizzico di sale

 

Raschiate le carotine, lavatele e asciugatele. Fate sciogliere il burro in una larga padella antiaderente, versate le carote, lo zucchero e un pizzicone di sale insieme a un mestolino d'acqua fredda. Fate cuocere dolcemente a fuoco basso, senza coperchio finché sia evaporato tutto il liquido di cottura, rimestando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno. Al termine della cottura le carote devono risultare ben cotte ma sode. Spolveratevi sopra l'altro cucchiaio di zucchero di canna e mescolate bene. Sistematele in un piatto di portata e servite con carni arrosto, faraona, pesce alla griglia o formaggi misti,.

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14 maggio 2011 6 14 /05 /maggio /2011 14:11

di Ninnj Di Stefano Busà

 

INGREDIENTI. 4 filetti di merluzzo da 150 gr. ciascuno, 1 barbabietola media cotta, 100 gr. di burro, 2 cucchiai di succo di limone, olio extravergine di oliva, farina, sale e pepe q.b

 

Tagliate a piccolissimi pezzettini il burro, aggiungete il succo di limone e aggiustate di sale e pepe, incorporatevi ora al composto la barbabietola grattugiata con la grattugia a fori grandi, mescolatela al composto di burro, fatene una sorta di rotolo e avvolgetelo in carta di alluminio, ponendolo in frigo per almeno un'ora a rassodare.

Mettete l'olio in una padella antiaderente con una nocetta di burro, infarinate i filetti di merluzzo e fateli rosolare bene da ambo le parti su fuoco vivace per alcuni minuti. Sostemate il pesce su un piatto di portata. Tagliate il rotolo preparato a fettine dello spessore di 1 cm circa e disponete una o due fettine su ogni filetto di merluzzo. Ponete in forno per qualche secondo, almeno il tempo necessario finché il burro inizi a fondersi, ma curate che resti ancora cremoso. Servite in fretta, accompagnato con un Ausonica bianco Toscana.

 

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14 maggio 2011 6 14 /05 /maggio /2011 13:56

di Ninnj Di Stefano Busà

 

INGREDIENTI: 5 spicchi d'aglio grossi, 1 patata media, 1 tuorlo d'uovo, 2 cucchiai di succo di limone, 4 foglie di basilico, 1 cucchiaino di senape dolce, olio extravergine di oliva, sale e pepe.

 

Lessate la patata con la buccia, pelatela e passatela allo schiacciapatate. Sbucciate gli spicchi d'aglio, tagliateli a pezzetti e pestateli nel mortaio con un cucchiaio abbondante d'olio, finché otterrete una cremina. Mescolate insieme i due ingredienti e aggiungete il tuorlo d'uovo, il succo di limone, la senape. Mescolate ben bene, lavorando questo composto con un cucchiaio di legno. Infine incorporate 4 cucchiai d'olio di ottima qualità goccia a goccia mescolando sempre, proprio come fareste con la maionese. Questa salsa è ottima per accompagnare piatti di pesce o carni grigliate, arrosti o verdure. Per i buongustai, può essere spalmata meravigliosamente su crostoni di pane abbrustoliti

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14 maggio 2011 6 14 /05 /maggio /2011 13:35

di Ninnj Di Stefano Busà

 

INGREDIENTI (x 4 persone)

500 gr. di melanzane, 2 pere sode e mature, 1 tazzina da caffè di panna liquida, 2 cucchiaini di curry in polvere, 3 cucchiai di Brandy (o Cognac), olio extravergine di oliva, sale e pepe.

 

Sbucciate le melanzane, tagliatele a quarti (pezzettoni) e tenetele in acqua leggermente salata per un'ora a perdere l'amaro.

Sbucciate le pere e tagliatele a fettine. Strizzate bene le melanzane e fatele soffriggere insieme alle fettine di pere in una padella antiaderente con l'olio bollente. Scolatele e sistematele su carta assorbente a perdere l'olio eccedente. Rimettetele in padella, sumatele con del Brandy, fatelo evaporare, poi versate la panna e il curry e lasciate cuocere a fuoco medio basso, facendo addensare la panna. Aggiustate di sale e pepe e servite caldo. 

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13 maggio 2011 5 13 /05 /maggio /2011 15:55

di Ninnj Di Stefano Busà

 

E' vero, c'è stata la recessione mondiale, mezzo pianeta è stato interessato da uno tzunami catastrofico per quanto riguarda l'orientamento economico-finanziario.

La devastante intrusione di prodotti derivati (che non sono affatto quelli della nostrana Parmalat, anche se la inglobano e l'anticipano, respirandone l'aria di malaffare e di brigantaggio economico) ha fatto ora il suo tempo.

La Grande Mela ha proibito l'invadenza dei prodotti inquinati all'interno dell'area politico-sociale che prevede rigide competenze e controlli più capillari.

La nostra Italia, rispetto al resto del mondo è stata colpita solo di striscio, ovvero, si è bagnata i piedi dentro un grande uragano, (afferma il Ministro Tremonti), cioé non è stata travolta e annientata. Ci siamo salvati sfiorando uno tzunami che avrebbe potuto escluderci dall'Unione Europea, avrebbe potuto disintegrarci come nazione, come popolo, come società fondata sull'economia del lavoro e l'impresa. Ma allora perché non si riesce a decollare? perché il PIL (prodotto interno lordo) è bloccato? perché le risorse e le capacità imprenditoriali restano al palo? perché manca il lavoro per milioni di famiglie? perché non c'è possibilità di espansione dei prodotti all'Estero: non c'è in Italia competitività con il resto del mondo globalizzato, ovvero, mettiamola così: il mondo è andato troppo in fretta per la struttura e la conformazione statutaria, giuridico-strumentale, organizzativa, socio-culturale dell'Italia.

Il Bel Paese non è più quello di un tempo, ha avuto certamente occasioni migliori, ma ora è di gran lunga il paese che più agonizza e teme ulteriori peggioramenti.

Senza voler dare toni allarmistici a questa mia nota, voglio formulare la mia ipotesi: l'Italia non cresce perché non risponde alle esigenze della modernizzazione, alle sue accelerazioni repentine, alla sollecitazione degli stati membri che fanno parte della U.E, alla sistemazione dei criteri che la devono regolare e amministrare; ha al suo seguito un carrozzone che fa acqua da tutte le parti, una burocrazia arretrata, una tempistica senza lungimiranza,  una struttura arretrata, ferma ancora al dopo guerra. Appena adesso si va da Milano a Roma in  3 ore, alri paesi hanno strutture adeguate, snellimenti burocratici, adeguate autostrade, fonti di energie alternative, strumenti e infrastrutture all'avanguardia, quanto meno adeguati ai tempi e mezzi di trasporto concorrenziali, di prim'ordine, parlo della Francia (vicina a noi, non è nell'altro emisfero, includo la Germania che con la Merkel ha saputo uscire dalla crisi e alzarsi dalla repentina débaclè di un catastrofismo economico che pure l'aveva travolta) Perché, allora, l'Italia non si rialza?

C'è da chiedersi e da analizzare le varie cause come in un laboratorio di vivisezione. Non si può stare a guardare...Non si può lasciar correre gli altri paesi e fare "i pellegrini" di turno. Prima c'era la Grecia e la Spagna, ora siamo gli ultimi della classe, senza giungere ai paesi dell'Est dove l'economia è un flagello.

Ebbene, volete sapere la mia? proprio perché sono entrati a far parte del sistema europeo certi paesi più involuti e sottosviluppati del nostro, noi abbiamo avuto il peggior declino da < trascinamento> vale a dire, siamo dopo di loro, il paese più svantaggiato dell'area europea. 

La nostra manodopera è cara, il congegno è avvitato su se stesso, ha forti carenze organizzative, resta usurato il meccanismo degli ammortizzatori sociali, un po' obsoleto rispetto ai tempi moderni, (clientelismo e carità cristiana non possono reggere, perché non hanno più modo di "essere" in una società aperta al confronto, al mercato comune, agli scambi internazionali e intercontinentali.

Ci dovremo inventare una nuova strategia di governabilità, un nuovo modello di conduzione politica che faccia parte dell'intero sistema globalizzato senza essere penalizzato da esso. Per farlo, bisogna cambiare la classe dirigente e mentalità, bisogna strutturarsi con le esigenze più moderne in uno stato emancipato, liberale (come pretendiamo di essere).

E' tempo di cambiare rotta, di modificare l'assetto della nave, disarcionarci dalla zavorra, snellire gli affari e le imprese, dare spazio ai giovani, dare fiato, innovazione e ammodernamento alla ricerca, riabilitare, elevare il livello allo studio (che è tra i più bassi), immettere più quote "rosa" al governo. Non si è mai pensato che la donna possa superare l'uomo in intuizione, in management, in imprenditorialità., negli affari. Si è dato per scontato che la politica debba essere fatta da uomini, ma gli uomini sembrano aver fallito in questa impresa in maniera umiliante.

Non fraintendetemi, non parlo da "femminista" non lo sono, sono per la parità, per la pari dignità, blatero da progressista.

E' ora, credetemi, è ora di provare, di dare a questa ns. Italia una sterzata, una ventata d'aria nuova. Chissà che le cose vadano per il meglio e poter tornare ad essere l'Italia del Bel paese come in tempi passati: una piccola perla del mediterraneo, non una zattera raffazzonata in mare aperto per naufraghi da terzo mondo, perché quando si tratta di generosità, di tolleranza e accoglienza, nessuno ci può dare lezione, tranne poi abbandonarci al nostro destino in un frangente apocalittico di diaspore che ci vede trasformati da uomini in uomini-lupi dalle sera alla mattina.

E credo che non si voglia giungere a questo, ma siamo ai segnali che ormai ci ammoniscono di non andare oltre, non facciamoci la guerra tra poveri, perché la xenofobia e l'avversione per "l'altro" non abbia il sopravvento sul capitale umano e civile di ognuno di noi.

Sforziamoci di pensare in grande, agiamo e consideriamo questo momento un momentaneo abbassamento di guardia. L'Italia, oggi, più che mai, ha bisogno di uomimi e donne che sappiano trasformare questo paese messo al palo, in un concetto antropologico non in una espressione geografica non ben identificata, in una nebulosa di idee, di concetti, di devastante florilegio di politica allo sfascio. Il tutto contro tutti rischia di farci soccombere, di far diventare pericoloso il margine di possibili derive.

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13 maggio 2011 5 13 /05 /maggio /2011 09:37

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Parlare di "giornalismo" oggi è diventato una sfida. C'è nell'intera categoria una sorta di capitalizzazione e di allineamento alla politica di tono mediatico e allo stesso tempo "rivoluzionario", perché va a scardinare quelli che sono i criteri deontologici di tutto il sistema giornalistico del passato.

Una grande riaffermazione dell'"ego"che non è motivo di orgoglio per chi lo pone in essere, ma un declassamento e una posizione di estraneità a quelli che sono le tematiche, le argomentazioni prioritarie rispetto alla società, alla civiltà, al buon senso.

In un mondo globalizzato in cui tutte le forze dovrebbero confluire in un unico esito valido, ovvero: l'informazione onesta, limpida, il rendiconto veritiero fatto di notizie e di dettagli è divenuto una sorta di scoop, di gossip in cui si trova di tutto e di più con la vaga intenzione di sollecitare l'interesse dei media, di captarne i segnali, per un successo personale e un tornaconto privatistico.

Per l'individuo moderno che si fa carico di grandi aspirazioni e di grandi progetti in un sistema di globalizzazioni informatiche, in cui le notizie giungono "via cavo" in tempo reale a interpretare, quasi ad anticipare fatti e avvenimenti, quella del giornalista è diventata un'idea di secondaria importanza che va a depositare il suo ricco patrimonio genetico di cultura e di passione in un crogiolo di pericolose e a volte diffamatorie ambizioni.

Il gossip che continuamente viene fomentato e seguito denota un abbassamento, un declino una débàcle in una corsa sfrenata al tentativo di giungere per primi alla notizia. ma lo scoop spesso si rivela un boomerang, una sortita stravagante, una messa in onda fuori luogo e tempo, poiché è stata soppiantata da internet, che la fa da padrone sul giornalismo di massa e sulle reali condizioni in cui operano al momento "i corrieri" di notizie.

C'è spettacolarità e confusione, leggerezza e disordine nel produrre un giornalismo cosiddetto "di cassetta".

La corsa verso il battage pubblicitario, la messa in onda della notizia stessa sul televideo, su internet, sui canali satellitari la rende disponibile al mondo intero. Da ciò si evince che  la carta stampata non trova più interesse nel pubblico: diminuiscono i lettori dei giornali, niente è più come una volta.

La stragante maggioranza non compra più quotidiani, poiché sembra di leggere sulla falsariga del "telegiornale" notizie già obsolete, le quali  a sua volta risentono della variegata e ingarbugliata temperatura politica, degli orientamenti e delle sollecitazioni economico-finanziarie delle grandi imprese editoriali.

Fare il giornalismo oggi è diventato un business: ci si aggrega al padrone di turno e si parla o si denigra a seconda delle sfere d'ingerenza quotidiane o almeno del momento, delle alternanze e delle capitolazioni di questa o quella corrente politica, di questa o quella direttiva dichiaratamente partitistica e politicizzata. 

Una volta il "giornalista" era lo specchio della società, oggi è il riflesso di questo o quell'accomodamento, di questa o quella componente di mestiere che si sintonizza sull'interesse privatistico del "far carriera" alla svelta, di passare ad una testata importante, di bruciare le tappe e, perché no, giungere in redazioni televisive, dove fare i giornalisti uol dire fare soprattutto politica, addestrare il pubblico a vivisezionare l'avversario, criminalizzarlo, metterlo con le spalle al muro, per poterne condizionare l'ascolto, come ad es. le trasmissioni di Santoro, criticatissimo giornalista d'assalto che domina l'audience battendosi strenuamente per una causa di allineamento a sinistra ostaggiata dalla destra, la quale, a sua volta. gli contrappone "Porta a porta" di Bruno Vespa (altro allineato).

Così è oggi il "giornalismo" una visuale allargata di ciò che avviene in politica, un prolungamento della lunga mano satiro-politica sui fatti e sulle vicende quotidiane di un gossip che tenta di demolire, non di costruire il tessuto sociale, una manomissione e un'intrusione nel campo delle idee con evidenti tentativi di dirottamento politico-strumentale, che la dice lunga sui risultati di un "perbenismo" culturale e di principi morali.

Oggi vige il caos, la struttura portante del vero giornalismo si è andata allentando, vi sono lassismo e insubordinazione alle regole, alla deontologia categoriale, alla disciplina perché in linea di massima tutto è concesso, sparare a vista o condurre una trasmissione di grandissimo impatto elettorale è diventato un ruolo di primaria importanza nel condurre un'attività senza regole, un vero assalto alla diligenza con dileggio e disonore per l'intera categoria.

 

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