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16 settembre 2014 2 16 /09 /settembre /2014 09:20

RIFLESSIONE SULLA POESIA

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Poesia non è mistificazione della realtà, o deformazione mentale, come qualcuno può supporre, è invece, una sorta di sinergia che avviene tra l’io e il senso del Bello (con la B maiuscola) che alberga in noi, ci sollecita a dare il meglio di noi stessi attraverso un linguaggio e un apparato “non transeunti” della forma: la parola viene pronunciata e fa da contraltare alla nostra più intima riserva spirituale e intellettuale.

È il linguaggio che si scioglie in mille rivoli e ci porta ad esprimere la vicenda idealizzata o almeno più aderente al ns. bisogno di Bellezza.

Sì, noi, intendo l’umanità tutta ha bisogno di questo nutrimento, come il cibo per il corpo, la poesia alimenta la spiritualità dell’individuo e ne forgia l’intelletto, che viene assorbito da una parentesi leggiadra, più lieve, meno greve che muove verso una (ir)realtà predisponente ad un linguismo meno consumato, più alto e gratificante.

Quando la poesia detta, il poeta rimane tra le sue brame, catturato dalle sue stupefacenti meraviglie, che eguagliano solo “la preghiera” .

Una volta qualcuno mi disse, rivolgendosi alla mia poesia: “tu scrivi versi come se pregassi, con la stessa fede, la stessa religiosità...” Lì per lì, mi apparve come una bestemmia, non osavo paragonare i miei versi ad una preghiera...mi apparve perciò come un complimento fuori luogo, qualcosa di forzoso, un paradosso. Negli anni pensandoci e riflettendo su quella frase infelice, capii che era ponderata e forse anche vera.

Sia vero o no, quanto l’amico esprimeva nei miei confronti, ritengo che davvero vi sia qualcosa di nobile, di elevazione spirituale, di superiore in questa umile arte.

Il poeta non parla mai a se stesso, (chi lo fa è un versaiolo della domenica) non un vero, grande poeta, perché quest’ultimo scrive per il mondo, e quasi certamente non avrà compensazioni in vita.

Salvo scoprire a distanza di cinquant’anni il suo talento e, non è il primo caso, dargli la fama che merita.

La poesia è preghiera nel senso della fede e dell’armonia che in essa vi si racchiudono. La poesia è mistero fondo, invalicabile...perché ad es. taluni individui vi sono trascinati fino allo spasimo e altri sono negati? Perché prende così tanto l’anima, da non poterne più fare a meno? Non è certo per utile, perché “carmina non dant panem” e nemmeno per convenienza, perché della poesia e dei poeti non si è mai avuto un grande giudizio: vox populi la dà come “aria fritta”, una perdita di tempo che sconfina nella nequizie e nel disincanto. Allora come si spiega questo suo andare controcorrente in un mondo che se non la respinge, quanto meno non ha riguardi e considerazioni eccelse per il poeta? Credo che a spiegare la sua origine e la sua validità sia il DNA, si nasce poeti, si può migliorare, potenziare il suo plusvalore, la sua autentica vena, ma alla base di tutto si deve essere appassionati di una lingua che nessuno insegna, la cui maestra è l’anima e da essa trae nutrimento e forma, sensibilità e ispirazione verso un sentire che ci qualifica e ci rende la facoltà di capire l’eccellenza dell’intelletto, traducendolo in parole che non sono state mai usate, e che ci rendono superiori ontologicamente.

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2 giugno 2014 1 02 /06 /giugno /2014 20:58

 

Il declino di oggi inevitabilmente porta a riflessioni ponderose sulla nuova evangelizzazione del mondo.

Il Nuovo cristianesimo va ormai a rifondersi nella Globalizzazione e nel caos  

                                                  

di Ninnj Di Stefano Busà

L’esperienza spirituale che in altri momenti storici si è mostrata in tutta la sua ampiezza culturale, oggi si mostra isterilita e stanca, asfittica e insicura sui sentieri inagibili di una globalizzazione che muove forme sempre più complesse e articolate verso l’effimero e il vuoto di pensiero. Siamo giunti – al canto del cigno-

Ormai poco distanti da un declino irreparabile, che la dice lunga sul percorso della specie umana e sui suoi equilibri che si delineano sempre più aggressivi, perentori, inaffidabili.

La premessa di una revisione, seppure parziale dello Spirito, si manifesta in ogni tempo come capacità di liberare la propria riflessione e, di conseguenza, si muove alla ricerca umana di un sentiero poco agibile quale può essere la nuova evangelizzazione nel Concetto di Dio. L’esperienza che ci offre la spiritualità quando viene sollecitata dal nostro fervore d’indagine è sempre una liberazione dalle scorie e dai veleni della seduzione vanitosa, che compromette l’anima e ne fa episodio a sé, senza retropensiero, senza spirito di osservazione, senza verità e bellezza.

Non dovremmo mai seppellire la ns. risorsa spirituale, sotto cataste di detriti che ci piovono dal mondo, per non trovarci soli e demotivati dinanzi ad una morte che ci rapisce: il Fuoco deve ardere sempre, senza divenire fiammella fatua, né ancor peggio, cenere fumante e poi gelida. Non demoliamo i basamenti della fede e della morale, se non vogliamo che essi ci piovano addosso con sufficiente forza da schiantarci, non riduciamo l’apertura alare che ci trasferisce in territori meno abbietti, sorvolando tempeste e diluvi, per ritrovarci in territori aridi e compromessi: interpretiamo l’ardore che ci origina dalla fede, come il più altro valore cristiano.

Forse la crisi di secolizzazione che stiamo attraversando in questo periodo storico è la crisi della ns. coscienza, il calvario delle ns. colpe, del ns. peccato originale che ci orienta ad essere ottusi e intransigenti con la voce dell’OLTRE. Nel sentirci defraudati e incompresi per illeicità dovute alla carenza umana di “umanità” ci allontaniamo da quella fiamma che invece di rinvigorire, da grandi detrattori di noi stessi, giorno per giorno spegniamo.

È necessario riallacciarsi alla potenza CONOSCITIVA del Vangelo, alle regole che furono dei padri fondatori: Benedetto XVI ce ne da continuamente segnali, attraverso la luce potente della sua parola: vi è troppa confusione, troppo spreco di energie che potremmo dirigere a noi stessi, per essere migliori, interrogarci più spesso e allontanarci dal pressapochismo e dal nichilismo di un secolo che non dà nulla in termini di Bellezza spirituale. La cultura dominante è devastata da una forza che abbrutisce e ingenera sempre più nelle coscienze il riduttivismo e il frammentarismo.

Il mondo sta soffrendo la mancanza dal suo Dio, il mondo si è fatto misero e cieco, ha discreditato le sue migliori risorse per compiacersi e crogiolarsi nelle fandonie e delle imposture di una secolarizzazione nefasta, fortemente impregnata di falso moralismo e di false idolatrie. Il mondo laicista sembra consegnarsi ormai quasi unanimemente, e senza più alcuna resistenza morale, ai dettami della tecnocrazia e del mercato, ad una politica becera e distruttiva, ad un materialismo disperato cioè, privo perfino di quelle speranze illusorie in un’emancipazione finale a tutto vantaggio dell’uomo, che annaspa, non riesce a prendere fiato, e sembra non avere scampo di sopravvivere ad uno sbiadito e torbido e quasi sempre insanguinato futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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7 maggio 2014 3 07 /05 /maggio /2014 17:51

IL DECLINO DELL'INTELLIGENZA

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Vi è un atteggiamento d’intolleranza ai nostri giorni verso tutto ciò che può rappresentare lo status d’intelligence umana. Parecchi segnali stanno a dimostrare che vi è scarsa attitudine a stabilire contatti veritieri, sollecitazioni a raggiungere uno stato decente di considerazioni e di saggia consapevolezza verso quei valori inalienabili dello spirito e della coscienza atti a metterci sulla strada del bene, della speranza e della saggezza in un mondo tumultuoso e caotico fatto apposta ormai per smarrire la via del Bene e la filosofia del giusto, del vero, della bellezza.

La civiltà contemporanea è divenuta un crogiuolo di nefandezze, senza possibilità di condivisione, di stabilità, di coerenza: una sorta di giostra che vorticosamente ci porta su e poi giù, senza ideali, valori, significati che plachino il nostro bisogno di creature umane.

Qualunque stadio d’intelligenza ha bisogno per progredire nel bene e anche nella civiltà e nel progresso, di avere cardini robusti, ideali da realizzare.

Il filosofo francese Gabriel Marcel (1889-1973) distingueva due forme di autocoscienza: una alta, nobile, che assurge a saggezza intellettuale atta ad immaginare e carezzare una vita migliore, pronta ad accogliere l’intelligenza spirituale di una forma di esperienza matura e vigorosa, viva e autentica che ci prospetta una filosofia di vita più progredita e l’altra più popolare più svilita e aberrante che ci porta ad operare come esperienza involuta, tendenzialmente volta ad una coscienza ottenebrata che si fonda su valori assurdi, senza luce d’intelligenza e di rigore intellettuale, atta a far leva sulla massa dei comuni mortali portati alla spigliatezza/dissolutezza dei costumi, alla fuorviante arbitrarietà dell’anima e dell’umanità residuale.

La prima forma ormai è diventata incompatibile con la moderna società che si crogiola sull’utile, sull’incolpevolezza di ogni azione o reazione, sull’inadempienza dei valori, sul declino dei significati umani più alti e nobili.

Sembra che non vi sia più tempo per drizzare la prua, per correggere la rotta.

Ogni visuale viene offuscata da una sorta di nebbia che porta al tramonto di qualsiasi forma di saggezza, a negare qualsiasi tentativo di arginare fenomeni massificati di intolleranza alle regole fisse, ai paraocchi di una legittimazione inconsulta e forsennata del libero arbitrio, ormai divenuto  soppressione di qualsivoglia tentativo di difesa.

La teorizzazione dell’individualismo portato alle sue estreme conseguenze, incontra una forte opposizione a partire da Nietzsche, Sartre e diversi altri filosofi con un rifiuto della tradizione: l’uomo si sente libero di creare un suo modello individuale di perbenismo becero che non è libertà di pensiero, ma arbitrio dissennato che compromette ogni discernimento e nega qualsiasi legame col passato, come riferimento sia etico che sociale e civile di un’umanità disattenta, disorganizzata poco propensa a seguire regole di vita e di decenza negando ogni coinvolgimento a modelli preesistenti.

Non vige più buon senso e ordine in un frastornante rumore di civiltà meccanicistica che ottunde la luce dell’intelligenza e della saggezza, e l’inesorabile scorrere il tempo rende sempre più intollerante, reproba, svilita e insensibile a qualsiasi discernimento di carattere etico.

L’epoca dell’informatica e della conoscenza mediatica ha prodotto mostri, tutti protesi a proiettare nell’individuo una realtà fuori da se stesso, fuorviante e lontana dalla vita reale, la quale, quasi in un film di fantascienza, gli prospetta modelli arbitrari, istinti in libertà, scelte di vita dissoluta e corrotta, dove l’immaginario è d’obbligo, non il dovere o il valore in se stessi. La distonia tra il reale e l’immaginazione in una svalutazione di significati e progettualità del passato è senza precedenti, viene respinto categoricamente ogni tradizionalismo perché obsoleto e greve. Oggi il libertarismo ha preso il sopravvento, è a portata di mano di tutti un più generalizzato qualunquismo che disorienta. La società moderna si caratterizza proprio per la sfrenatezza con cui affronta i problemi della modernizzazione, equivocando sui valori, immaginando altra vita che potenzi ogni liberalizzazione dei principi individualistici, scardinando tutti i lacci e laccioli inerenti al passatismo e alle esperienze precedenti. 

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4 aprile 2014 5 04 /04 /aprile /2014 10:54

RECIPROCAMENTE LA POESIA HA BISOGNO DELL'UOMO E L’UOMO DEL SUO SUPPORTO ESTETICO CHE LO QUALIFICHI

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Ebbene, ammettiamolo, la poesia non è per tutti, ma solo per coloro che la amano, è un agglomerato di cellule mnemoniche, orchestrate come da struttura sinaptica, passa direttamente dal cervello alla pagina bianca, dopo aver congiunto e collegato le cellule deputate all’attività di coordinamento.

Si tratta di un’attività pseudocerebrale e linguistica che assolve questo compito, al quale si possono aggiungere la predisposizione, il sincretismo della parola, l’attenzione per l’arte del linguaggio, la fantasia, l’estro.

In poesia, <la parola> attende la nuova ipotesi disvelativa della sua elaborazione, che le deriva dall’essere trascritta e trasmessa: l’imput le giunge dal subconscio, l’appello alla chiamata, preposta a formularla, origina dall’intelligenza del cuore, che le permette di collocarsi in una sua particolarissima fisiognomica visione particolarmente gradita al poeta. L’inettitudine umana la colloca ai margini o la respinge, altre volte la rinnega, la contrasta, la svilisce, quanti atti d’ingratitudine si compiono a suo danno! Quanta intolleranza, quanto lesionismo e ignoranza è costretta a subire la poesia!

Mi fa rabbia vederla trattare con quel fare compassionevole e umiliante, che recita: a che serve?

Lo dichiarò Montale a chiare lettere, ma mi permetto di dissentire: la poesia è una delle innumerevoli doti umane che non dà fastidio, non scomoda nessuno, non s’impone a viva forza, non pretende nulla, non esige alcunché, si rifiuta di giungere a chi proprio la ignora, non la capisce, non la ama: se ne sta lì, quieta e silenziosa senza scomodare alcuno. Se c’è, si fa sentire, se è amata, riama con la stessa intensità, con grato e sincero altruismo.

Spesso ripaga proiettando il poeta in una territorio sconosciuto che è l’iperuranio della sua ricerca.

Ripaga l’uomo confortandolo delle tristi vicissitudini in cui tutti si è costretti a vivere, sa donare con gioia quella pagina di armonie o di equivalenze che originano direttamente dal cuore o dall’intelletto, per riequilibrare contrarietà, sofferenze, dolori, solitudini.

Se la chiami ti risponde, come una compagna fedele e devota, viceversa se ne sta latente, in un silenzio quasi assoluto.  

La poesia non ha accesso all’utile, non ha predisposizione al vantaggio materiale, non s’intromette nell’economia, né si propone alle moltiplicazioni avariate e contraddittorie di un mondo finanziario losco e invasivo, che guarda alla materialità con avida bramosia, con provocante desiderio.

La materia lirica non è viziata mai da diniego alla morale, neppure al più sottile e sofisticato meccanismo di risorse che concorrono alle vita greve dell’individuo.

È solo una forza legittima che vuole venir fuori a sedare gli animi, a placare il loro bisogno spirituale, intellettuale, un richiamo all’autenticità metafisica del singolo uomo, mira all’armonia, alla completezza, all’idealità del mondo, perché esso ha bisogno di capire, di sincronizzarsi col suo essere, con la sua entità interiore.

Ma proprio perché non ha nulla da spartire con l’interesse spicciolo, come si può facilmente supporre, (gli fa d’intralcio); è malvista in questo nostro momento storico così repellente, asfittico, sclerotico, fatto di un solo “imput” creativo: la necessità di accumulare ricchezza...niente di più naturale che la vanagloria in un mondo così  - (s)poetizzato – così avido, lontano dall’interesse creativo e lirico.

Ma se ci soffermiamo qualche minuto a riflettere, come si può ben vedere, la poesia non ha mai fatto del male a nessuno, siamo noi che l’abbiamo esauturata, esclusa, posta ai margini, perché priva di quella forza brutale, meschina, invasiva, deputata al benessere materiale: l’uomo di oggi propone se stesso, è ammalato di protagonismo che gli può dare solo la raggiunta ricchezza, il potere, la gloria. La poesia non dà nulla di tutto ciò. Nessuna delle tre ipotesi è raggiungibile con la poesia, perché essa è l’emanazione della nostra spiritualità, dell’ingegno; la particolarità unica ed esclusiva, generosa e mite della natura umana la richiede, per riformularsi a livello di superiorità e distinzione dal genere animale.

Nel coacevo esponenziale della menzogna, dell’ipocrisia, della contraddizione, essa assolve il compito di regolatrice ed esploratrice della psiche umana che ha necessità di formulare il suo bene, la sua condizione di ricognitrice, di viaggiatrice in un mondo disorientato e reso succube dal male, la poesia manifesta il suo vigore, rivela il pensiero di esistere al di là del mondo materico e viziato, estrinseca l’implicito significato del pensiero “pensante”, la passione, l’atto espressivo del sentimento, che eloquentemente vuole mostrarsi all’insignificante, lo richiede con impeto e, talvolta vi riesce, di saper dire l’inesprimile.   

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22 febbraio 2014 6 22 /02 /febbraio /2014 10:40

di Ninnj Di Stefano Busà

Ci siamo chiesti sempre cos'è la Poesia? senza saperne dare una risposta certa. Così continueremo a interrogarci e a giustificare questo senso estetico che ci governa e ci domina definendolo il linguaggio più alto dell'uomo. La sensazione è quella di sostegno alle infinite carenze dell'umano destino, che pur nella caducità, nel limite del proprio orizzonte può intravedere una luce, anzi uno spiraglio in cui far volare alta l'anima vagabonda, sitibonda di fantasia e di sogni. La configurazione di ogni poetica è inconfutabile segno di pensiero, mostra la spiritualità dell'uomo fatto segno di svariate capacità intellettuali, con le quali si mette in confronto o parla agli altri simili attraverso il linguaggio diversificato della Poesia, in quanto Arte della parola, selezione di un linguaggio nobile e alato che riconduce al modello di una più marcata autonomia dell'individuo e dei suoi nobili ideali di spirito e d'intelletto.

Faccio riferimento al diverso grado di interscambiabilità che fa parte della vera natura dell'uomo, che ha esigenza di un linguismo alto, per evincere il suo disperato anelito alla trascendenza, alla ricerca di una nobiltà d'animo e di intelletto. Le teorizzazioni che ne avvertono il distillato più profondo dell'essere, sono bisogni interiori che neutralizzano la disperazione e il limite irrisolto ed estremamente vanificante del suo status. La Poesia sta all'Arte come al Mito e come l'economia al versante finanziario, o la Pittura al tratto dell'Artista (con l'A maiuscola). Anche la Poesia, purtuttavia, interagisce e fa suo un sistema di vasi comunicanti all'interno dell'Arte: è parola che utilizza il meglio di sé per addivenire a strategie di pensiero che interrogano l'inconscio, il suo farsi territorio cogente di un piano alto di strutture umane che ad esso fanno capo. Infatti, non ci sembra che la filosofia, dalla quale l'Estetica si è staccata per sua precipua necessità, abbia fin'ora cessato di interrogare e interrogarsi sulle varie ragioni che hanno indotto la Poesia a manifestarsi come concetto -concezione vitalistica dell'intelletto-  . Come Ente indipendente e fascinoso nella complessità del progetto di sviluppo e del progresso dell'uomo il dire poetico corrisponde ad un linguismo purificato da scorie e, dunque, sublimato nella fattispecie storica come un concetto a se stante. Riteniamo che la Poesia richieda il massimo sforzo direttament e al poeta stesso e per induzione al lettore che ne è il fruitore. Gadamer ha posto l'accezione che il metodo della Letteratura consista nella sua interpretazione testuale, ma anche nel sistema interno ai rapporti che intercorrono tra poesia e Storia. La Storia è il risultato dell'intelletto, il suo fine ultimo, il suo reiterarsi ed evolversi da un progetto d'intelligenza e di progressiva interazione con la Vita e le condizioni esistenziali dell'individuo. Oggi i mezzi di comunicazione fanno del poeta un emarginato, perché la multimedialità telematica ha soppiantato la parola "del cuore", ma forse ignora o pretende d'ignorare le ragioni stesse delle sue esigenze intellettive e intellettuali. La scrittura poetica è ben lungi dall'essere assimilata dall'iconografismo moderno, dalla sua spinta propulsiva all'utile e non al valore in sé. L'invenzione, la fantasia, l'estro del poeta restano a testimoniare il postmodernismo della società  volto al suo nichilismo epocale. Sembra un paradosso ma, oggi i poeti sono statisticamente più numerosi che in passato, proprio per la funzione diffusiva di internet e della telematica. Il metalinguismo che si instaura come simbolo di autenticazione del poeta è la  -vis - formale che non pone alcun veto alla creatività. Il potere creativo della fantasia è l'atto stesso della sua istanza scrittoria, il quale sembra appartenere interamente all'artista. Quando la Poesia tocca  - lo status di grazia- il pathos che ne consegue è espressione selettiva dell'emozione, che si va a configurare come visione utopica del mondo. L'arte non fa che aderirvi, essere l'archetipo, ma è pur sempre la vocazione a dare il segnale più importante. La Poesia riposa nell'inespresso, è sempre lontana da noi, perché fa parte dell'immaginario e del sogno, pur se si configura come la trasfigurazione della logica comune. L'ispirazione in Poesia non ha ore fisse, né lavora a freddo, come su un vecchio marmo da laboratorio, non è neppure  - repechage mnemonico - perché il verso non si tiene in memoria, svola con la stessa rapidità dell'aria, si spegne come lampadina con l'interrutore. E' tutto e niente delle proprie capacità, che temerariamente, vengono esposte e mostrate ad un pubblico più vasto. Non corrisponde quasi mai a tempi e luoghi prestabiliti. Possiede il massimo della sua libertà e autonomia. E' dono di elezione e basta. Borges dichiara: "vedo la fine e vedo l'inizio, ma non ciò che si trova nel mezzo. Questo mi viene rivelato gradualmente, quando l'estro o il caso sono propizi". Ecco, dunque, il mistero che conduce per mano la poesia: un Ente intellettivo, una risorsa del pensiero cogente  che conduce l'intelletto all'azione creante. È come se da un'archeologia antropologica andassimo a scoprire le tracce sbiadite di una stratificazione millenaria. Se ne ritrovano i reperti storici che sono  disvelamento e scavo, scoperta di un processo intellettivo cui l'uomo è finalizzato. Ma non ne troveremo mai la spiegazione. Il poeta è guidato dalla passione, dall'estro, talvolta dalla duttilità, dalla versatilità della parola che sa divenire strumento, forma, contenuto di una ortodossia concettuale più vasta. In Poesia si procede a tentoni, a volte si avanza nel buio più fitto, solo qualche volta si "esce a riveder le stelle". Dice Valery: "solo il primo verso, in una poesia è donato dagli dèi", in ogni modo non è detto che sia possibile innescare il segnale metapoietico, e neppure sempre è possibile realizzare il capolavoro che cerchiamo.

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27 gennaio 2014 1 27 /01 /gennaio /2014 08:29

Perseguiamo l’Anima Preistorica ma con la consapevolezza di Dio e della salvezza

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Vi è un gran bisogno oggi nel mondo di autodefinirsi nella cristianità, aderire all’anima “preistorica” privata dal peccato originale di un Eden innocente, più vicino alla consapevolezza di Dio e alla motivazione di salvezza che ci orientano alla fede, senza la corruzione storica di un “male” che ci disorienta e ci stritola. Amiamo Dio nel simbolo escatologico della conversione, nell’intento di creare un ponte che ci avvicini e non ci allontani dalla catarsi ontologica della specie.

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 13:10
Dizionario della Lingua Poetica, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo

A cura dei critici Ninnj di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo per le edizioni Kairos è stato dato il via ad un DOCUMENTO STORICO della lingua poetica, nonché consuntivo critico di un ventennio poetico 1990 - 2012.     (a cura di Ninnj Di Stefano Busà
)

Si fa presente la necessità di traguardare al futuro della Letteratura tutti quei poeti di ottimo livello, che la Grande Editoriasta sistematicamente ignorando da troppo tempo. Sia chiaro un concetto: non perché non storicizzino certi autori, (forse, singolarmente, lo fanno), ma non ne raccolgono la produzione migliore per il futuro e non si prendono corporativamente, la responsabilità né il fastidio di un rendiconto storico. 

Negli ultimi anni non si è fatto una mappatura né un bilancio critico che possa cogliere la situazione reale della Poesia italiana. Saremmo lieti di annoverarvi tra gli autori prescelti per cui siete pregati di inviare -entro il 30 luglio prossimo, in allegato, tre brevi componimenti non superiori ai venticinque versi cadauno - e assolutamente inediti - oltre ad una breve nota biobibliografica non superiore ai trenta righi. 

Questo progetto editoriale mira a raccogliere in un documento detto “dizionario” tutti i poeti, a nostro avviso, validi ad essere traghettati nell’immediato futuro.

Attenzione, non è e non vuole essere la solita antologia, ma uno studio accurato, un vaglio critico, con cui si tenta di raggiungere la sintesi selettiva di un numero ristretto di autori che si sono fortemente distinti nell’ultimo ventennio. Nessuno da decenni si fa carico di esporre o considerare la situazione della Poesia attuale. Noi, oggi, tenteremo di condurre in porto un progetto grandioso: uno spartiacque che, anche se in modo opinabile, sintetizzi e verifichi lostatus della Poesia. L’operazione è di tutto rispetto e serietà, sarà un lavoro critico e storico di grandissimo spessore, perché tende a valorizzare il talento effettivo degli autori inclusi nell’opera.  


E-mail di riferimento: ninnj.distefano@teletu.it

 

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1 gennaio 2014 3 01 /01 /gennaio /2014 17:12

 

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

 

Proust

 

e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

 

 

                                        

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell'aristocrazia e l'ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un'approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L'importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa - , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo es: ...le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell'umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell'immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All'ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

 

Milano, giugno 2013                                   Ninnj Di Stefano Busà

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15 novembre 2013 5 15 /11 /novembre /2013 10:03

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Viviamo in un mondo di relativismo-nichilismo senza sorgenti di luce, in un’impasse senza presenza divina, proiettati all’interno di una terra brulla e arida che scaraventa ogni giorno di più l’anima in un pozzo nero, senza probabilità di uscita.

Il tempo messianico non ha valore, perché proiettato nel tragico momento della desertificazione spirituale.

La nostra società è in preda al delirio, vince il trionfo planetario dell’assurdo,avendo toccato questa civiltà il minimo consentito dal buon gusto, dalla logica e dagli ideali di vita ispirati dai nostri predecessori.

La matrice cristiana si è allentata fino a divenire un tenue barlume. Vi sono scetticismo e agnosticismo a forgiare anime in pena, perché non trovando gli individui gioia e serenità si piegano ad esperienze e azioni che istericamente consumano incuranti della coscienza e del bene, che sono diventati degli “optional”. Assistiamo ad una crisi dei diritti, prima ancora che ad una crisi d’identità: chi si maschera infatti perde il bene più prezioso, l’ispirazione ad essere se stesso in un contesto naturale di giustizia, di verità, di buono.

Il bene esiste ancora, ma è calato di tono, non rinnova il carattere divino, il senso liberatorio di una condotta esemplare, si perde nei meandri dell’afflizione direttamente provocata da atteggiamenti falsi esperiti sulla base dell’inganno, della speculazione, dell’atteggiamento criminogeno e spavaldo che porta a determinare crimini, malaffare, in una estenuante perdita di valori umani che deteriorano ogni giorno di più il prodotto umano.

Il vero nodo epocale è una sorta d’involuzione socio/culturale che porta ad uno sconvolgimento spirituale e al declino di forme di pensiero che intercettino la bellezza, perseguendo invece un sistema di crisi dolorosa e senza vie d’uscita, materialistica e miope, egocentrica e inumana.

 

 

 

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14 novembre 2013 4 14 /11 /novembre /2013 20:01

 di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Anche le cose piccole hanno una loro condizione primaria di grandezza, che sia affettiva, congiunturale, individuale, che dipenda dai sentimenti o dalle emozioni, non sappiamo...così come le cose grandi hanno la loro fragilità, il loro pudore, la loro profonda ragion d’essere.

      A questo grande criterio di vulnerabiltà e di meccanismi difensivi si orientano spesso i sentimenti e, quando si librano con ali straordinarie sul grigio quotidiano e, quando ridisegnano il lato oscuro delle cose, la profondità degli abissi interiori, che, ne determinano, l’altra faccia della luna a mezzo di folgorazioni  o vibrazioni, emozioni o suggestioni.

      Sigmund Freud esplorò molti tratti della psiche umana, descrivendo in molti modi quel senso d’indeterminatezza, di densità, di sazietà di taluni atteggiamenti umani a confronto di altri di nessun valore.

        Vi sono pulsioni che non possono essere rimosse, così come nell’Interpretazione dei sogni (1899) tracciò il modello dell’inconscio freudiano.

 

        La liquidità dell’inconscio descritto da Freud, suggerisce che nel mistero inespresso dell’essere persiste un sentimento opacizzato, fortemente impregnato di simboli, quasi incompiuto, una sorta di non ben definito, che è la nostra realtà psichica, il nostro laboratorio di segni.

     Il pensiero creativo emette segnali che non vanno sottovalutati, perché ravvisano forme arcaiche, fantasie inconsce che fanno parte del patrimonio genetico di ognuno.

 

     Cosa spinge ad esempio all’innamoramento? Cos’è un amore, Quale può essere l’illimite di una ragione umorale che stringe due corpi in uno solo,

li fonde, li accomuna, li ingabbia oltre la soglia dell’umano sentire?

 

      L’amore è la poesia dell’anima, il trasalimento più commovente di una ricerca incessante dell’altro da sé.

      Tutti abbiamo dentro un interruttore che si accende e si spegne, a seconda delle emozioni emesse in tale circostanza.

       Difficile è convogliare tali emozioni, farle scattare nel momento più opportuno e propizio, perché esse diventino storia, vicenda personale che si schiude in diverse combinazioni, effetti o circuiti.

       L’amore grande ci rivela a noi stessi, dà segnali di compenetrazione fortissimi con l’altro di sé, rivela il bisogno di completezza, d’integrazione e correlazione con l’altra metà della mela.

        Freud osserva che: “al culmine dell’innamoramento la distanza tra l’io e l’oggetto del desiderio rischia di non coesistere”, perché da duali si diventa uno solo, il tu e l’io si (s)compongono in tutt’uno  addivenendo ad  - una sola cosa” -.

       Si destituisce il noi, si accorda e armonizza  per fondersi in un solo grande soggetto che resta inesplicabile.

       Le due anime in quell’occasione tendono ad unirsi, ad essere l’atto stesso della comunione d’intenti: una forma sublimata dell’amore che non ha eguali.

 

       Vi è nella perfezione di un amore con l’A

maiuscola, una sua già insita perdenza, uno sfondo inquietante di “assenza” che trascorre come un’ala il suo cielo: lo incontri e già sembra sparire foriero di confuse inquietudini, di pena.

         L’amore è il sentimento più complesso del genere umano, il più sconosciuto atto che t’illude e ti schianta.

         È una pretesa d’immortalità, un’aspettazione che origina da lontano e ti confonde, ti smarrisce.

Ti conduce in territori sconosciuti, ti attrae nel suo intricato moto e ti ingoia, in uno stemperato tempo nel quale non hai autodifese .

         Non ti consente incertezze, perché la realizzazione del progetto amoroso ti sottrae all’indeterminatezza, al dubbio.

 

 

 

 

 

 

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