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14 novembre 2011 1 14 /11 /novembre /2011 18:15

Ninnj Di Stefano Busà, Quella luce che tocca il mondo, Bastogi, 2010. Con prefazione di  E.Giachery.

 

Quella luce che tocca il mondo è il bellissimo titolo dell'ultima fatica di NdSB, che consta di 80 liriche articolate in tre sezioni e tramate di  versi armoniosi e ombrosi/luminosi che ancorano la poetessa di Partanna alla linea novecentista di matrice simbolista-ermetica. Questa  valutazione non si fonda unicamente su elementi formali, ma anche sui temi privilegiati dall’autrice, ad es. l’assenza (opportunamente evidenziata nella partecipe prefazione di E.Giachery) che, stante la famosa intuizione di A.Bertolucci, diventa una “più acuta presenza”. La sua è una poesia pura, che non si contamina con le vicende e le miserie terrene (“Il mondo è senza eroi/vascello che inabissa i suoi marinai”, p.36), limitandosi a sfiorarle con un semplice colpo d'ala, cosicchè risultino sublimate e riscattare per il tramite di un linguaggio prezioso e terso, dalla purezza cristallina. Secondo Montale “i poeti laureati / si muovono soltanto tra le piante / dai nomi poco usati”. L’autrice, che a buon diritto appartiene alla categoria summenzionata, non si muove solo nel regno di Flora (viburno, convolvolo, vetrici, ecc.) ma lo oltrepassa di slancio (albedo, alidore, uligine, ecc.). Insomma NdSB, si mantiene fedele alla poetica seguita nelle precedenti opere, resistendo qui come là alle lusinghe dell'antinovecentismo, delle avanguardie vecchie e nuove e del disincanto postmodernista.

Si resta ammirati di fronte a tanta perizia, affinata in un lungo corso di militanza poetica e critica, su cui si sono pronunciati i più importanti critici letterari italiani. Si resta ammirati di fronte ad un respiro lungo che, di testo in testo, svolge l’avventura dello spirito, intessuta di meditazioni, slanci, ripiegamenti e accensioni. Queste poesie si distribuiscono variamente e tendenzialmente sull'asse verticale terra/cielo e conseguentemente sulle polarità luce/ombra e suono/silenzio, ma tale distribuzione non è ovviamente rigorosa dato che deve scontare quella che chiamerei la "visione fusionale" degli elementi delle tre coppie. Le parole, come prigioni michelangiolesche, tentano di liberarsi dall'ombra per farsi ricettacolo della luce. E non vi deve essere alcun dubbio che tale luce, senza rinnegamento del fenomeno fisico, è quella della poesia “che tocca il mondo” tanto quanto “tocca al mondo”.

 Le parole che il poeta pronuncia sono sempre una sfida al silenzio che le stringe da presso. Ciò è tanto più vero in questo libro dove la parola/tema "silenzio" è talmente ricorrente che non può essere ignorata (“C’è un discorso inconchiuso / tra me e il silenzio” si legge a pag.68). NdSB sa bene che la parola poetica, anzi ogni parola, si deve giustificare di fronte al silenzio e alla sua infrazione; deve essere perciò se non una parola assoluta, almeno una parola necessaria o urgente. E di necessità e urgenza si può e si deve correttamente parlare per Quella luce. Ma neanche il silenzio sfugge all’ambivalenza generale delle cose del nostro mondo. Ora assume una connotazione negativa come stato contiguo all’ombra (“La sconfitta è rimanere / fianco a fianco nel precipizio / d’ombre, nei silenzi arresi / dell’ultima imperfezione”, p.47); più spesso è premessa di rigenerazione e di apertura alla verità (“Ti rigeneri ai riflessi di un silenzio / che ti attraversa l’anima e ti narra / i pochi istanti di verità”, p.21) o approdo finale dell’anima inquieta (“E poi spingere l’anima a quel silenzio / che spande in mille rivoli l’aurora”, p.91).

La poesia di NdSB aspira a farsi canto: ora spiegato e effuso quando è la nostalgia del cielo che lo muove, ora umbratile e dimesso quando lo sguardo si posa sulla terra. E a proposito di quest’ultimo aspetto si deve porre in risalto un naturalismo continuamente rampollante e continuamente trasfigurato dal variare degli stati d’animo del soggetto. A questo punto mi pare evidente che la cifra di fondo di questa poesia è quella di un alto, superbo manierismo elegiaco, che riconosce le proprie radici e le proprie ascendenze nella coppia Pascoli-D'Annunzio  e nel Quasimodo prima maniera.

Quella luce che tocca il mondo appartiene per molti aspetti alla categoria dei libri conclusivi, cioè di quei libri dopo i quali è difficile se non impossibile immaginarne altri, ovviamente da parte dello stesso autore. A meno che non si voglia commettere l’errore di ripetersi. Ma NdSB è una donna e una poetessa capace di qualsiasi sorpresa.

                                                                                                   Giorgio POLI

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5 novembre 2011 6 05 /11 /novembre /2011 10:33

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Origina da una sua nuova concezione della Poesia? o del mondo? questa nuova raccolta di Maurizio Cucchi, poeta consacrato, già autore di vari libri che portavano in sè una componente astratta, quasi ai limiti del non sense.

Un lirismo difforme che doveva però progredire e stendersi in un lavoro davvero composito e mirabile, quale appare questa sua ultima raccolta. Il poeta pare ritrovarsi perfettamente a  suo agio nella descrizione più dettagliata di un io meno egocentrico, più interiorizzato che assolve il suo itinere di fede nella poesia, come attratto da un nuovo assestamento tellurico. E trattasi infatti di metamorfosi stilistica e non solo, la scrittura e il linguaggio di Maurizio Cucchi. sono approdati ad una svolta decisamente altra dalle sue prime prove. 

Un modulo ben delineato che si snoda dalle apparenti indagini sulla realtà quotidiana, ma con più avveduti risvolti, assonanze, diramazioni verso quel sottile filo della vita che fa dell'umano un condensato di esistenze e di assenze.

Pur nel rigore logico della Poesia, Maurizio Cucchi interpreta una correzione di rotta, si allinea ad una condizione di vita che tutta avvolge la scena del mondo. 

Una nuova svolta alla sua poesia? o un nuovo metodo di linguaggio? più affabulante, più multiforme e variegato nella condizione ineluttabile dell'esistente.

Si evince un coinvolgimento più emozionale. Ma cos'è dunque "l'essere" senza Poesia? 

La parola cede ai forti condizionamenti emozionali, che in taluni momenti, sanno restituire interezza al pensiero e consapevolezza all'hic et nunc.

Una linea più asciutta più umanizzata dal profondo, nello scandire la luce dell'ardimento , l'originaria bellezza dell'avventura umana ne vien scalfita, quasi ferita, vedere ad es. questo testo: 

 

La traversata

Seduto in fondo, rido per l’acqua
che arriva a schizzi sui sedili
sverniciati. Ho visto il volto terreo
dell’oste, il grande corpo
smangiato e d’improvviso, con un brivido,
il cranio rasato della dolce postina. Parlottavo,
leggero. Ma quando ho mosso lo sguardo
verso l’orizzonte
è sceso un cupo silenzio
e mi ha assorbito. Desideroso
di luce e terra l’orizzonte è una lama,
uno specchio che mi cancella.

Questi ultimi due versi sono l'enjambement di una condizione individuale ben precisa, il divario tra la terra e l'anima, quasi uno spartiacque tra la cupio dissolvi e la vita.

Certo vi sono lontane assonanze con i versi di altre raccolte che preludono ad una vita parallela. L'autore quasi in trance, ne umetta gli ideogrammi, ne salda le assenze, ne vivifica la forza rinnovatrice dell'essere che in essa (vita) si perde e si rigenera. Tutto viene tradotto dallautore in una sorta di levigatezza "ruvida" per usare un ossimoro, una concomitanza di apparenti iperboli, di concetti che preludono alla riflessione e al silenzio.

Quella di Maurizio Cucchi è una grande e capace condizione di pensiero che si allinea all'idea più matura, più densa e intensa della sua storia individuale, in una più visionaria invenzione. Si evincono da questa nuova raccolta altri segnali. una capacità olfattiva e sensibile di darsi all'interezza della pagina bianca, risalire in controcorrente, come mossi  dalla furia degli elementi, per poi riposare nel punto che non concede distrazioni, si autodefinisce. si stempera nell'ardimento espressivo di un linguaggio asciutto che sa la favola e l'antefatto,  incompiuti entrambi, conosce gli estremi del segno: la poesia è nella logica delle cose, nel pensiero della morte, nell'arrendevolezza di un punto focale non ben identificato, che ci indica il percorso. A noi non resta che seguirlo. La poetica di Cucchi è un'indicazione di percorso, una strada maestra in cui avvertire la levigatezza e l'asciuttezza del sogno. 

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28 ottobre 2011 5 28 /10 /ottobre /2011 17:55

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

Il suo modulo linguistico non è dei più semplici, appare tale solo di primo achitto per la familiarità a mostrare parole usuali, ma che pure hanno un loro incantamento e quella scorrevolezza di fondo che sanno tradurre la specifica orditura, in assiomi di grande e talentuosa disposizione spirituale. Lo spessore verbale  in un discorso di riferimenti inventivi, sa mantenere la sua ricerca euristica entro guizzi fascinosi e simbolismi mai astratti, ma puntualmente vivificanti entro il nucleo del linguaggio.

Davide Rondoni è il poeta di oggi per eccellenza, calato nel quotidiano vulnus che attizza a quella maestrìa di fondo le sue osservazioni spontanee, ora sottili, ora visionarie: oggetti, luoghi, strade, città, bar, periferie acquistano una loro simbiosi primitiva e reale di luoghi dell'anima. Davide Rondoni si rivela un poeta moderno, ma di quella modernità pensosa e inaspettatamente originale che sa calarsi in una retrospettiva di tempi e sensazioni, operati all'insegna delle sue sagaci e puntuali osservazioni del mondo.

Quello che si evince dalla sua poetica è la persuasiva opera di penetrazione in una scrittura composita che è, al contempo, evocativa di sè medesima e attinge ad un simbolismo e ad un particolarismo suoi propri.

Davide Rondoni è un poeta complesso che sa ingenerare nel lettore quel senso di immaginaria sospensione, quella sorta di frammentarismo che s'interseca con l'oggettuale ritorno di sè agli altri. Gli oggetti, sotto il suo sguardo,s'intersecano, sembrano materializzarsi, prendere forma e vigore, lungo traiettorie immaginarie in cui tutto apparentemente  è  -non poesia-

Invece, di carne e sangue è frammisto il suo verbo e attinge di frequente ad una frammentazione diasporica di sintagmi che si frappone al ricordo, per ritornare alla dimensione di figurativismo e relativismo propri del linguaggio moderno.

Rondoni sa interpretare l'uomo comune, chiuso in un suo labirinto condominiale, alle prese coi problemi e le difficoltà del quotidiano,con la fragilità e l'ossessione del suo percoso solipsistico, colmo dìincognite, di assenze, ma anche avulso da quel metropolitanismo convulso delle grandi città che egli intuisce nel suo immaginario..

Attraverso itinerari abituali: bar, tram, stazioni, autogrill, dove tutto transita senza sosta, corre, percorre, si defila in una sua estraneità ossessiva, fatta di lampeggiamenti , di note stonate, di panni stesi, di velocità, di panorami visionari e non.

Vita, anche quella notturna con la sua incantata necessità di rapportarsi, di narrarsi. Ed è un racconto d'anima quello che  Rondoni fa nelle giornate apparentemente senza storia, ma che hanno la sorvegliata consapevolezza dell'essere lì, ora, sic et ninc: l'uomo vagolante, inconsapevole del suo itinere, incosciente della sua presenza nel mondo attraverso le piccole cose si riscatta, tonifica la sua ingerenza all'esterno, ne coglie i frammeti, fa sua la sua storia in un assemble tortuoso e fobico.

Il poeta percorre in lungo e in largo l'incanto delle mattine ansanti, già affannose alla prima ora... il bar lungo la stazione, i camerieri che trattengono la lucida tunultuosa ilarità del giorno inquieto, e poi i sogni, l'amore, la vita quale appare dai lacerti di dolore e dal pensoso "repescage"

Proprio dal rimestare la luminosità delle percezioni-suggestion che si evidenzia l'Ulisside che è in lui. Sempre alla ricerca di se stesso, di un'Itaca lontana, un viaggio all'interno di sé, nei mattini bitumati dal dolore, dalla noia, alla ricerca di ciò che può essere il mezzo e non il fine per giungere alla verità "oltre": una verità inamovibile e affrancata da remore metafisiche, quasi opaca, annoiata, ma tremendamente incantata dinanzi al mistero dell'essere.

I luoghi familiari gli consentono d'interpretare l'esistenza con grande maestrìa e far rivivere attimi scialbi con l'intensa luce della fantasia. Un'esistenza parallela si diparte dal poeta per raggiungere la trasfigurazione lirica di un paesaggio endemico, che chiude in un cerchio gli oggetti in una sua impalpabile aurea. 

Il suo lirismo combacia col realismo sinergico delle sue emotività, si appropria di una tensione emotiva che è in Rondoni il suo "alter ego" .

Il poeta non si lascia mai irretire da sperimentalismi aberranti, nè trovano posto in lui gli intellettualismi un po' demodé della neoavanguardia letteraria. Rondoni è un mostro sacro del linguismo che riposa in un suo "subliminale" entroterra cilturale, pure se, a volte, gliaciale: momento individuale che appartiene solo a se stesso.  Per il resto penserà la Storia a collocarlo nei podii alti di un gradimento che, della contemporaneità ha il gusto, la sagacia e i toni, mostrando a chi lo legge la maestrie delle sue doti poetiche comunicative e condivisibili in tutti i suoi lavori letterari.. 

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17 settembre 2011 6 17 /09 /settembre /2011 09:05

La silloge di poesie di Ninnj Di Stefano Busà: Il sogno e la sua infinitezza, la cui titolazione si configura come una sorta di offerta al lettore, perché partecipi e si faccia compagno di strada dell'intero percorso, si presenta come una densa e sottesa rinascita di proposte, drammaticamente, e gioiosamente, umane nel contesto del riscatto liberatorio, che soltanto l'esercizio della parola, della lingua poetica, in questo caso molto suadente e al contempo diretta, senza sovrastrutture, riesce a realizzare. Non casualmente, la silloge si apre con l'Evento che ha segnato inequivocabilmente la vita e i destini dell'uomo, sì che da quel momento d'avvio il discorso poetico -nella sua sottesa umanità di linguaggio e di proposizioni-  procede e si sviluppa come crinale e sentieri percorsi con una nuova e umanizzata dizione, proprio da non lasciar scorgere una ormai superata distinzione tra sostanza e forma, attraverso la quale l'eloquio stesso va slargandosi: " il mio sogno ha sassi e licheni/ sfrangiati dal troppo rinascere/ fiore e radice. Ora è seccume di ramo." (pag?)

Ciò vuol dire che il doppio tracciato dell'aspettazione e della speranza, alla parvenza così distanti e univoci al contempo tra loro, si apre a prospettive coniugate tra fissità e movimento, un percorso che consente a questa raccolta di esibirsi vincente nei confronti di tanta produzione di oggi: " Rinascere poi è come tentare/ quel poco che non conosciamo, la verità/ è sentiero inesplorato, sasso duro che divide,/ eppure à chiaro il giorno, c'è tanta luce intorno." (pag?)

E' la milizia terrena che combatte la sua impietosa guerra conto la fuga del tempo, nella dimensione di quelle scatole cinesi, che pur nella loro ricorrenza, continuano a configurare la sostanza concreta di quel tempus fugit che non è solo quella pura e semplice riflessione che cronologia e storia ci hanno tramandato, bensì molto di più, nell'azione coinvolgente che riguarda l'intero e integro percorso del nostro diurno tracciato, compreso dall'equazione vita/morte fino all'ultimo grido di difesa." Così la morte, una lingua muta/ che sbianca carne e sangue,/ fin dove scorre il soffio della linfa,/ a sciame cattura il brusìo tenace della vita." (pag?)

In questa silloge risulta essenziale, fondamentale in termini non equivoci, quel moto circolatorio che è forse troppo riduttivo definire -tempo-

Felicità o via di fuga? (la definisce l'autrice), la suggestione di questi versi è tutta in questo dilemma duro e implacabile, che richiede tentativi continui e tenaci uscite di sicurezza, ardue da recuperare e ancora più tenaci da aprire: "Si compie poi la dolcezza che inonda,/ la vanità della parola che non cede/ alla mestizia rassicurante della carne,/ al rosso del sangue e al miele/ fino al colpo finale che toglie e non dà,/ al respiro vicino alla resa breve e convulso/.../  (pag.?)

Il fantasma poetico, sempre così vivo e presente, serve a consentire scadenza d'ordine all'interezza del quadro, altrimenti lacerato e slabbrato: in quest'ultima esigenza, il ricorso ad una lingua poetica semplice e naturale, come sempre si addice alla poesia vera e autentica, è presente, restituisce bagliori e slanci, ombrosità e ritrosie ad una scrittura che con coraggio va ad occupare uno spazio non indifferente nel diorama di oggi, non soltanto per il perenne discorso sull'uomo, ma anche sulla preziosa consuetudine di restituire alla parola poetica la sua più vera, autentica e alta connotazione."La vita che viene, dici, non è scritta/ per darci la facoltà della meraviglia, / la fioritura fuori stagione, l'anelito/ dell'aquila alla rupe" e ancora: "Qualcosa poi resta a segnarci il silenzio,/ un fiore reciso o la sera che ci lascia/ come un pensiero mai nato, (solo sognato)." (pag.?)

 

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6 settembre 2011 2 06 /09 /settembre /2011 18:04

di Ninnj Di Stefano Busà

 

In questa sua seconda raccolta poetica, che porta il titolo emblematico "Come foglie in autunno", Ester Cecere appare più incisiva e coesa. L'esigenza di controllo sulla parola si fa più avvertita ed emozionata, pure se appartenente ad una scrittura che palesa fortemente il bisogno in sè di dialogare, di esternare il disagio accompagnando la scrittura con accenti suggestivi, che tendenzialmente si sviluppano in più ampie volute d'emozioni, come ad es "l'acqua che spenga i sensi" o " fiele in bocca/ il sapore di una vita/ spesa in un alveare pazzo/ senza produrre miele."(pag...)

Sono parole decise che preludono sensazioni di sconforto e atteggiamenti più palesi di contrasto, verso quelle ombre che in ognuno hanno ragion d'essere e vanno ridimensionate e superate, con la dovuta indulgenza e il coraggio di saper guardare la vita a testa alta, combattendola nei suoi atteggiamenti più ostili e contraddittori.

Ma quello che questa poesia esprime è molto di più: vi è una nostalgia stemperata al fuoco dell'analisi introspettiva, vi sono le gioie piccole e sincere che "il diafano sipario asciuga".

E vi è la fede del Risveglio con: "Solo ora ti vedo./ Negli occhi senza luce/ del bimbo denutrito/ nella ragazzina violata/.../nello sguardo smarrito del randagio/ che per tutti chiede perché." (pag...)

Le metafore appaiono segnali di appartenenza ad un gergo semantico e strutturale intenso, che si confronta molto spesso con l'io interriore e s'interroga, ne capta tensioni e sconforti, ne subisce il fascino in una momentanea e suadente tregua che caratterizza emozioni e dilemmi mai sopiti, però non desolanti né asfittici, ma desiderosi di ulteriori verifiche dentro un lirismo che si rispecchi più in profondità: nel suo universale disagio, nel suo sentimento di incredulità e stupore dinnanzi alla vita, ai suoi abbandoni, agli smarrimenti o assenze.

Gli affetti sono sempre in primo piano o  sullo sfondo: cercano supporti e cenni sicuri di speranza, ambiscono a spazi condivisibili e consapevoli che talvolta trovano la meditata trasposizione nel loro itinerario di fede.

E appaiono come desideri di luce, progettano episodi crepuscolari in cui, pur attenuandosi i colori del giorno in orizzonti a volte distratti, evanescenti, restino saldi nella memoria e inalterati i sentimenti necessari al disgelo all'anima, alla sua evoluzione spirituale e umana.

Sullo sfondo di un panorama denso di immagini e vivido per una coscienza lirica che lo simboleggia e lo coglie, vi è sempre trascritto a lettere cubitali un dolore, sordo, acuto, trattasi  del dolore universale, trattasi della parabola più sofferta dell'intero pianeta. Non vi è gioia senza lacrime sembra tradurre la poetica di Ester Cecere, non vi sono sogni senza la sofferenza del risveglio.

Audaci i nostri sensi ci indicano la rotta del cuore, che spesso percorre territori impervi, e tuttavia, continua a pulsare la vita col suo battito d'ala ferita.

Lo stesso sentimento battagliero d'irrinunciabilità alla lotta esplode e si fa sintonia di luce, speranza e saggezza destinate a contrastare la fine di tutto, a stimolare una sorta di panacea, una tregua: nel vuoto inestinguibile esistenziale: "Macigni invece giunsero sul cuore/, taglienti e aguzzi, e fosse/ di sangue ancora vivo/ incomabili scavarono (pag....)

L'amore ci salva, ha la sua coesione e il suo alveo sereno dentro di ognuno, resiste in fondo al cuore nidificando coi ricordi, si fa ansia d'infinito, ispirazione all'eterno:  "Salirei lassù/ vicino a te/ per riposarmi sul tuo cuore. /E troverei risposte /nel silenzio dei tuoi occhi" (pag...) versi bellissimi dedicati alla madre.

Questa poetica ha punte di pessimismo, ma non è mai oggetto di dolore dilacerante, non si consegna al disagio, al male ineludibili; non si lascia sopraffare dal contingente; lotta, fa sue le regole del gioco secondo le quali la vita va vissuta in funzione della conquista, per la sopravvivenza, nella finalità di un aldilà di Luce che brilli allo stupore del primo mattino, con la consapevolezza di esser(ci)  proteggendo i nostri intimi pensieri dall'autocommiserazione, dall'autodistruzione e dalla compassione, deducibili da questi versi: "Mi riempio/ dello stupore dell'alba/ che di rosa tinge/ nella notte le ombre,/ dell'eterno sciabordio del mare/ sommessa preghiera di ogni vivente"(pag...)

E ci pare una dichiarazione di Fede, di abbandono innocente e incantato, quasi un inno alla vita, perché ne esprima tutta la gratitudine, con lo sguardo rivolto al Trascendente che in quest'autrice si avverte sommesso, riservato, ma vivo.

Un anelito verso l'Alto, un panismo fatto di religiosità e pudore, di candore e abbandono al Mistero: "E' preghiera,/ il vento tra le fronde/ sui monti Sibillini. E' preghiera,/ lo scroscio di ruscelli/ tra boschi e valli persi./ E' invito,/il richiamo dell'upupa/ all'ombra di benigni campanili."  (pag...) come recitano anche questi versi: "E dell'eterno mistero/ del tuo sorgere e morire,/ una volta ancora/ mi stupisco".(pag...) 

 

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5 settembre 2011 1 05 /09 /settembre /2011 13:11

 

IN COEDIZIONE MAROCCO-ITALIA

Editions Aìni Bennaì Casablanca (Marocco)

Edizioni Tracce, Pescara (Italia)

 

Ninnj Di Stefano Busà

 

Una scrittrice d'ampio respiro, un'acuta osservatrice dei molti e penetranti motivi umani, si mostra in questa raccolta Rita El Khayat e percorre il senso reale della vita e della morte con un'andatura di visione cosmica: la Terra  vista dal lato della poesia è emblema di umanità, progresso e pace per gli uomini che vengono nutriti dai suoi frutti con ampio e armonioso simbolismo, atto a tonificare le atmosfere grigie e dolorose dell'uomo, destinato per sua stessa inadempienza ad appartenere all'Universale solo come episodico fattore di congiungimenti, di percezioni ignote, di precari assilli, di temporali e spesso infruttuosi enigmi irrisolti.

Tutti gli elementi naturali vi fanno capolino: la natura è spesso prodiga di doni, elargisce all'uomo, nato dalla terra e per la terra, i suoi più splendidi elementi, però lo plasma anche  di istinti primitivi, di malcelate assenze, gli costruisce attorno gabbie e rischi, gli fa amare la guerra, lo intride di odio, di ingiustizie di condizioni indegne della vita stessa.

Questo libro vuole essere un vademecum per la Pace, perché gli uomini acquisiscano quella visione ampia e fondamentale di uguaglianza tra i popoli, Perché la pace è il simbolo stesso della vita nella sua più totale accezione, così come lo sono tutti gli altri elementi aria, acqua, mari, fiumi: senza pace non c'è progresso, amore, fratellanza, giustizia, morale.

Madre-Natura ci offre quasi tutto per poter interpretare alla lettera la migliore lezione della vita. Ci offre l'intelletto per poter penetrare anche, se solo in parte, le ragioni della religio naturae che è la ricchezza del mondo.

La poesia che emana dai versi di quest'autrice è autentica e primordiale, ha la fragranza delle rose di maggio e l'antica saggezza dei guru indiani.

In questo saluto di una mamma alla sua bimba ad es. vi è tutt l'amore di un progetto di felicità, la speranza di poter un giorno conquistare la libertà dello spirito con la forza della ragione del cuore. " Ci furono Guerra, Bombe/ Ferite, Fallimento/ Distruzione, morti/ Qualcosa come la speranza/ Tu sulla mia spalla/Tu come la luna/che compare e ricompare /.../ Il mio Desiderio/ Di vederti esistere!/ Sorridere/ (pag.61)

L'Acqua è lo sguardo della terra (col sottotitolo: L'acqua elemento di pace) è un'opera assolutamente condivisibile, sincera, che ha in sé la voglia di proporre un mondo nuovo, un mondo di aria pulita, di sogni, di Poesia e di Luce. E' una raccolta che tradisce il desiderio di una volontà operosa per il mondo intero, assimila la lezione della Madre Terra che emette segnali di sofferenza e di dolore. Ad essi Rita El Khayat resplica con la sua grande ricchezza lirica.

La poesia è intrinseca alla natura stessa dell'uomo (sembra dire) non trascuriamola, non abbandoniamola: l'amore che ci riserva un verso è simile a quello di una carezza che lenisce. e per giungere a capire gli enigmi, i dilemmi della natura umana, per progredire ed essere umanizzati dobbiamo convergere nello sforzo cosmico che ridisegni la mappa della catarsi.

Così sembrano voler recitare i versi: "Vedi,/ Fratello, /Gli animali selvaggi danzano con me/ hanno sentito il mio dolore/ Immenso come il mondo." (pag.71) e prosegue con altri versi di straordinaria chiarezza lirica: "ora sto correndo, volando, abbaiando,/ Nuotando tra tutti i tepi/ Di pesci, turchesi, blu e neri/...Io mi nutro di fiordalisi alla mietitura/E indosso collane di papaveri rossi.../Le sponde sono il mio giaciglio/ I laghi sono i miei recinti preferiti..." vi è un panismo cosmico straordinario in questi versi, un sussulto di eternità dento il microcosmo di una felicità umbratile, avvertita fino nel sangue, nella carne di uno sguardo più universale che inglobi finalmente l'armonia dell'intero pianeta.

E' un canto alla vita, una sorsata di gaudio e di sollecitazione a volersi rendere partecipi di un cambiamento, protagonisti finalmente, non esuli o fuggiaschi dei nostri stessi territori: allo stremo delle forze l'umanità potrebbe ravvedersi, cambiare rotta, forse salvarsi dallo schianto e dal naufragio.

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27 marzo 2011 7 27 /03 /marzo /2011 18:31

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Ho letto con piacere il nuovo lavoro di Walter Mauro appena dato alle stampe e in cui si evince tutta la sua verve e il suo particolare, unico e personalissimo mix,  nel quale si miscelano in dosi da autentico gourmet: la parodia, la militanza letteraria, la eccentrica, quanto memorabile struttura scrittoria di un Walter Mauro irripetibile.

Il volume riporta stralci e memorie dei quali lo scrittore diventa il protagonista di incontri con i vari personaggi conosciuti via via nel suo tragitto culturale e umano.

Non lasciano stupiti, conoscendo altri scritti di Mauro, la sua disinvolta e aderente concertazione di immagini, focalizzate sui tratti peculiari dei vari amici e conoscenti, propri del suo stile e della carica partecipativa con cui lo scrittore va a ritroso nel tempo. Tutti i suoi amici sfilano in modo naturale eppure intenso, così accattivante dal lato del lettore, da non poter fare a meno di evidenziarne la bravura per l'indelebile traccia  lasciata da ogni incontro.

La Letteratura è nel cortile è appena uscito nelle librerie con la Casa Editrice Giulio Perrone, ma ha già avuto ottima accoglienza di lettori. E non è solo perché Walter Mauro è uno dei massimi esponenti della Cultura oggi in Italia, ma è anche perché sa offrire a chi lo legge, una finestra di osservazione su una miriade di scrittori, di poeti, di filosofi, musicisti conosciuti lungo il suo tragitto culturale e umano, entro il quale condivideva molti interessi o lo legavano vere affinità elettive, tra le quali il jazz, il calcio, la letteratura, etc.

Walter Mauro è un personaggio a tutto tondo, oserei dire che si apre a 360° ad una interpretazione di tipo revival con anticipazioni su personaggi conosciti.

La biografia di Walter Mauro è densa di attività critico-saggistica. Non bisogna dimenticare che è uno dei più grandi esponenti della critica militante nel diorama culturale italiano. Sovraintendente della Società Dante Alighieri, ha trattato la critica come pane quotidiano, ha incontrato personalità di spicco come Moravia, Sciascia, Rafael Alberti, Garcia Lorca, Carlo Levi, Montale, Marques. Ha scritto molto su autori nostrani e anche stranieri come Baldwin, Sartre; si è interessato della Storia del jazz di cui è appassionato dedicando tre antologie al Blues, agli Spirituals e ai Work Songs, ha scritto una Storia sui neri d'America e Luis Armstrong. Il suo modo di rivivere i momenti cruciali dell'amicizia è spontaneo, allegro, mai chiuso in se stesso o vissuto con tristezza e rammarico. Il suo linguaggio ritrae tutti coloro coi quali è entrato in contatto nei loro aspetti quotidiani, nelle loro manie, nei dettagli di una partitura esistenziale che non vanifica la vita, l'amicizia quando esse sono intense, autentiche e appassionate. E' un percorso di scanzonato umorismo, di entusiasmi e di spericolate eredità a volte irripetibili nel loro stesso modus virtuale o non, di descrivere i rapporti umani. In ogni modo un lavoro di cesello, bonario e suadente, coincidente con la vita e le amicizie dell'autore, che ripercorre il suo itinerario umano entro un'aura che fa da cornice ad ognuno di essi e ne stimola la lettura eccentrica, a tratti anche ironica, ma con esiti felicemente raggiunti di superiore equilibrio letterario. 

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22 marzo 2011 2 22 /03 /marzo /2011 18:34

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Un tomo corposo e compatto che mette in evidenza i tratti più salienti di un far poesia da una vita, quello che qui si va ad indagare. Un libro quello di Alberta Bigagli che stimola la lettura e si può considerare lontano dalle avanguardie e vicinissimo al sistema letterario di un modello moderno con ampie apertura verso un surreale in cui si compendia e si condensa tutto il lirismo di questa poetica.

Il vulume, va subito detto, presenta l'iter poetico di Alberta: un dribbling inventato ma non del tutto ermetico, che espone un modello linguistico di qualità nel denso e non sempre dichiarativo complesso letterario, un nucleo ispirativo denso e sagace, costruito intorno ad un patrimonio intellettivo d'illuminata saggezza e fruibilità.

La poesia attraversa il suo mondo dove il segno e le cicatrici prodotte dal tempo lasciano sul campo memorie e brandelli: " i millenni non hanno cancellato/ il riparo del portico in caso di pioggia/ né l'aula grande del raduboi dove/ fece comparsa la malinconia di un crocefisso/ messo nel centro e sollevato in alto./ Ma io so che devo morire. / Solo si consumano i tempi/ perché vado inseguendo con difficoltà/ il senso esplicito di una parola/ cangiante da eternità a infinito e viceversa". Ho voluto tradurre per intero il brano di questa poesia per penetrarne il nocciolo, il cui compendio fa capo a rarefatte parole che si vestono di garbo e di riferimenti, i quali ben sanno interpretare il sigillo e il linguaggio espressivi di una meditazione visionaria solo in apparenza, perché nella realtà si coniuga ad una sorta di unità tematica dell'intera raccolta. Alberta Bigagli estrinseca moduli linguistici suoi propri nel decifrare la "morte" come vicinissima alla parola "ultima" magari referente al nostro bisogno di Dio e di verità.

Una parola lungimirante che ha in sé il dono dell'attesa, dell'amore per il prossimo, dell'accoglienza dell'altro o dell'altrui; esibisce un punto di contatto tra la celebrazione della vita e il suo contrario, sceglie tra il detto e il non detto, quella verità "oltre" che coglie la profondità unica e indivisibile dell'essere.

Sicché quando le emozioni sono nostre, riusciamo a percepire anche il lato oscuro della vita, il suo compiersi, la sua estrema glaciazione che cogliamo in extremis e che ci orienta verso un trascendente della verità più profonda dell'esistere.

In questa raccolta (che ripetiamo è un compendio dell'intera produzione della Bigagli), vanno sottolineati: la compattezza analogica, la valenza dell'impegno espresso, l'estrema varietà dei metodi e dei risultati. Carlo Betocchi, a suo tempo, ha messo in evidenza i pregi di questa poetica, richiamandone l'attenzione sui moduli poetici che vanno ad intrecciarsi ad un modus prosastico di grande compiutezza e fruibilità. L'opera prima infatti prefata dall'autorevole e compianto Betocchi metteva in risalto taluni aspetti che hanno finito per determinare l'intera attività dell'autrice, il suo lungo itinerario compatto e solido si è avvalso sempre di una creatività tematica che è rimasta immutata e indiscussa. La sua biografia è stata un susseguirsi di rappresentazioni che sono andate via via avvicinandosi ai Canti Orfici di Campana. La lettura dei versi di Alberta Binagli offre sempre una strutturazione atta a recuperare l' -amore-  quella coscienza di sé che manifesta o non, assolve il sentimento della vita in maniera superiore.

La maturità è d'obbligo pertanto in un verso che evidenzia l'emozione di un sentimento così forte, ma che pure, ne ha ipotizzato qualche azzardo. Per il resto è sempre una poesia ferma ai suoi fondamentali criteri formali, una poesia fedele alle regole, pronta a captare i conflitti e le pacificazioni dell'animo umano, la brace dei fuochi fatui e di quelli divampanti, recuperare l'amore come fattore integrante di riconciliazione e di consapevolezza, che sa dare e imprimere sentimenti e suggestioni potenti, vibranti di messaggi e di doni come questo suo: " Eppure è morte. E' accoglimento/ nella futira dilatazione. / Io la nomino Grande Memoria/ e vi entrerò cantando a note alte/ all'apparenza solamente muta." (da: Ascoltando poeti giovani, pag260)

L'esistente in Alberta Bigagli appare come il vestito sul corpo, del tutto trascurabile la forma, l'apparenza, il taglio: quel che conta è in interiore, e di tale ampiezza il risultato, che stimola gli elementi decorativi ed estetici dell'intera esistenza, ne fa vibrare il mondo, senza vanificarne la creatura feconda che è in ciascuno di noi.

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19 marzo 2011 6 19 /03 /marzo /2011 09:58

di Duccia Camiciotti

 

Iniziare subito dalla sensazione penetrante (e non concetto, -dico- perché il lirismo in qualche modo sfronda il pensiero e i contenuti in genere, pur essi presenti dell'Assenza E con ciò non intendo né il niente né l'impalpabilità (pur presente nel melodioso sfiorare il tutto con delicato tocco sui tasti di pianoforte classico) né tanto meno l'inesistenza di una tematicainerente il singolare climax lirico. Il penetrare fino in fondo, fino all'ultimo, il significato delle cose, che pure non presentano, al dispiegarsi del ragionamento, una risposta esaustiva è assolto magistralmente da questa poetica. Come mai  ci si potrebbe chiedere questo elemento così bello è anche tanto misterioso si nasconde all'ultima analisi?

Per questo, io insisto nel sentire, nel descrivere e basta, nell'evocare e nel decifrare, perché non posso fare altro.

Ma queste è solo il dialogo che ho immaginato tra Ninnj Di Stefano Busà e le sue contemplazioni concrete, le COSE insomma. E è sorprendente come tutto ciò possa fluire in tal modo inesplicabilmente melodioso senza pause stridenti, in questa sorta di sinfonia-elegia struggente, ma anche di grande rilevanza descrittiva e con una tale potenza possa sussistere e dominare l'Assenza fin quasi a neutralizzarla. Ci chiediamo qual genere d'assenza sia: mutilazione violenta, ammesso che vi sia qualcosa di violento in questo dolcissimo, enigmatico flusso di parole, oppure, nota dolente degna di lamentazione biblica (in verità moderata e quasi implicita nel canto), ovvero, se sia immersione nella totalità, nel Nirvana Buddista che può essere il tutto o il niente (in specie rispetto all'umano) ma dal quale scaturiscono costellazioni d'immagini.

E' un'assenza, più plausibilmente avvertita come un ALTROVE di difficile decifrazione.

Pertanto ciò che ritorna non si ripete in senso assoluto, ma il nominarlo e decantarlo tramite la parola diventa in sé stesso una sfida al VUOTO.

Non che il pensiero filosofico non sia presente in questa sede, ma certo non si tratta né di compendio né di sistema, senza escludere l'ispirazione cristiana nell'imanità di Cristo stesso. Kantianamente restiamo nel fenomenologico, nell'esserci qui ed ora. Non siamo neppure lontani da certa atmosfera heideggeriana, pur sollecitati da rare parvenze, da aromi squisiti, evocati poeticamente secondo un certo classicismo idiomatico che, tuttavia, funge solo da scheletro in un contesto assolutamente moderno, il quale non rigetta Montale né Ungaretti e nemmeno Quasimodo (se non altro per i ritmi della versificazione) pur rimanendo a livello di stratificazioni personali inedite. In tal senso , alcuni vocaboli concreti, reiterati protagonisti, conferiscono all'indistinto un cero senso di realtà.Si evincono alcuni titoli e termini come "riverberi alati", "crepe", "trafitture", "celestrità", i quali potenzialmente racchiudono l'estensione di senso e un quasi sconfinamento nel metafisico. Non che la trascendenza qui sia a bella posta semplificata, ma è quasi immanente nel prezioso e levigato lirismo.

Alla specie di ripetizione duemilistica e cosmica del monologo amletico. essere o non essere, si trasforma, come fa notare Emerico Giachery in  "esplodere, implodere", e non è che questa seconda versione soddisfi le speranze di coloro che auspicano un senso circostanziato alla vita.

Ricorrente è anche il termine "arsura", che non è, si badi bene, (il topos montaliano) ma una crudezza assetata, una tensione emotiva, una felicità ritmica, rapportabile forse all'estraneamento dei dervisci, o alle pratiche mistiche dei monaci del Monte Athos).

Neutralizzarsi per risvegliarsi ALTROVE (nel Nirvana forse)

Metrica senza sbavature, commisurata al respiro, al ritmo: tessitura e versificazione mediterranea? Tutto è possibile, ma non certo. Quel che è certo è che in un melange di tali e notevoli connotazioni questa poetica è magistrale.

C'è un respiro regolare (e i monaci sunnminati lo sanno bene) del contemplare, del meditare, del ricordare commemorando. Inestricabile intreccio giambico, forse vicino a certi infiniti silenzi quasi leopardiani. Un ineffabile intrecciarsi di segni in metamorfosi semantiche, fà sì che una singola parola va esaminata e soprattutto "sentita" in ogni sua sfaccettatura emozionale, si presenta variegata e traslucida e poliedrica come un brillante. Una prima chiave di lettura, tuttavia, potrebbe essere contenuta nelle concordanze, nelle occasioni, nelle condizioni temporali terrestri necessarieamente mutevoli e non certo assolute.

Come una sinfonia le note si combinano, si corrispondono, s'intrecciano così le parole, nell'armonia del tutto, un tutto - (e non a caso scrivo con la t "minuscola) segnato inequivocabilmente dalla Luce verso la quale è stabilmente proteso. Luce biblica, neo-platonica, ellinistica, luce pitagorica, aeropagita (vedi Dionigi l'Aeropagita, luce degli stiliti del deserto, quanto anche di S. Francesco, di Dante, luce-logos, luce luziana (ad es."Nel viaggio terrestre e celeste di Simone Martini"), pienezza ontologica minacciata e perduta della quale la nostra poetessa cerca di riappropriarsi, sia pure con sofferenza liricamente più pacificata. Quello che la filosofia non può, certamente può l'Arte quando è vera.

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8 marzo 2011 2 08 /03 /marzo /2011 18:42

Vittoriano Esposito

 

Con un saggio introduttivo di Neuro Bonifazi e la postfazione di Dante Maffìa è uscita una straordinaria silloge di Ninnj Di Stefano Busà, da annoverare indubbiamente tra le opere destinate a rimanere nel panorama della produzione corrente più alta.

L'autrice non è nuova a pubblicazioni di notevole spessore letterario, avendo tra l'altro pubblicato una ventina di libri che hanno avuto il consenso pieno di critici autorevoli ed esigenti, quali Carlo Bo, Mario Sansone, Giuliano Manacorda, Emerico Giachery, Giorgio Bàrberi Squarotti, Renato Filippelli, Edoardo Sanguinetti, Marco Forti, Francesco D'Episcopo e altri. Le sono state dedicate anche tre attente e puntigliose monografie da Silvano Demarchi, Rosa Berti Sabbieti e Antonio Coppola, che ne hanno analizzato appieno il percorso poetico e letterario con una rigorosa lettura dei testi. Eppure, nonostante tanti successi, continuano ad ignorarla le redazioni delle Case editoriali elitarie e le antologie più storicizzate che, avvelendosi del battage pubblicitario della grande editoria, si dice facciano un punto doveroso, di volta in volta, sulla situazione vera o presunta della poesia contemporanea. Misteri tutt'altro che gaudiosi della nostra repubblica letteraria! Ahimé dedita a tutt'altre faccende che a valutare la poesia che vale, quella onesta e meritoria...Bisognerebbe anche tener conto che Ninnj si occupa non solo di poesia, ma di saggistica e di critica, seguendo da vicino il dibattito culturale di molti autori contemporanei, anche autorevoli sulla stampa specializzata. Ha pubblicato uno studio esegetico su Benedetto Croce: "L'Estetica crociana e i problemi dell'Arte" e vari saggi ancora inediti: " Sull'Interpretazione antica e moderna del Bello". Con ciò, s'intende dire che non è una donna chiusa nel bozzolo della sola poesia, anche se questo non sarebbe un demerito. Questa raccolta bella in ogni sua pagina, anzi a tratti straordinaria, e tuttavia non facilmente fruibile per lettori comuni, ma per addetti ai lavori, intendo dire di quella che sfugge ai parametri consueti. Ninnj Di Stefano Busà si allinea alla lirica moderna pù raffinata, senza cedimenti allo sperimentalismo linguistico fine a se stesso, in quest'opera si fa costantemente uso della metafora più elevata e dell'analogia, sia in riferimento al mondo esterno, sia al sondaggio dei segreti dell'anima, sconfinanti nel'inconscio.

Sulla scia di queste riflessioni , Neuro Bonifazi giustamente ha rilevato la caratura del dettato, tra l'altro ha evidenziato che questa poesia si trascrive sulla pelle a lettere d'oro, volendo dire che sono incorporate, mai per una rinuncia o impossibilità a rivelarsi, ma per n un intrinseco ed elevato costrutto linguistico.

E Dante Maffìa incalza, annotando come la poetessa ci conduce per mano all'interno dell'anima, senza tuttavia imporci la sua storia, anzi mettendola accanto a quella degli altri, di tutti. E chiarisce: "così, la minutissima ragione dell'imposseduto è cielo di un altro emisfero che permane come possibilità infinita di traguardi."

Si può comprendere, sulla scia di queste ragioni, quanto sia difficile addentrarsi nelle profondità di una poesia che riesce a sfondare l'essenza insondabile dell'anima, fin quasi a penetrarla. Una visione quanto meno traspare, diremmo , "naturaliter cristiana", con a fondamento il principio biblico del <vanitas vanitatorum>, ma senza lo sbocco delle asprezze del mondo terreno come lacrimarum vallis: la vita, vista come peregrinatio esistenziake, tutta giocata tra le costrinzioni e la libera scelta personale, destinata a compiersi nell'affannosa ricerca del vero, proprio in un insanabile conflitto tra adiacenze e lontananze rispetto alla meta ultima.

La liberazione non è che un anelito inappagabile in quanto "ogni luce presuppone la sua tenebra". Legge ferrea che regola il fluire dei giorni: "la vita sempre si risana dalle sue ferite, /si avvita al suo miracolo di gemme, di fogliame./ Tutto nelle adiacenze/ e non rivela che percorsi sfocati/ e solamente/ l'immagine del cielo tra le ciimase alte." (L'immagine del cielo). Per fortuna c'è il sogno, la poesia nei quali la parola può sorvolare inebriandosi di cielo, anche se la vita è "oltre il suo epilogo/ o nel capitolo conchiuso troppo in fretta."(cfr. La vita è quella scritta.)

A quel punto, non resta che "andare contromano/ e misurarsi al dubbio, all'occasione di rendere/ indolore il minimo scarto, / il peso del risveglio." (cfr. Andare).

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