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15 febbraio 2011 2 15 /02 /febbraio /2011 08:56

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Quest'ultima fatica di Giorgio Luzzi lascia il lettore in un stato di grande riflessione. Non si tratta della solita poesia, è qualcosa di più, è un messagio di rinnovamento dei cardini classici di un far poesia per esclusioni tematiche, è un dialogo con se stesso e l'altrui, è un intraprendente viaggio ai confini della nostra coscienza di esseri umani senza una terra di origine: ne possediamo una di transito e per un breve momento.

In ciò si avverte il pellegrinaggio amaro di una vivisezione interiore che ci faccia dire "io c'ero" senza alcun senso di possesso, con la nostalgia dell'assenza e del più indissolubile silenzio, con la sofferta convinzione del dubbio, della riluttante certezza di esser(ci) per realizzare un progetto di <relativismo> che non ci consenta deroghe.

Un lavoro intenso e fortemente impregnato di un linguismo oculato e scabro, fatto ai limiti della prosa, senza orpelli, orgiasticamente atto a demolire i cardini di una quieta vita per addentare (si fa per dire) la drastica e belligerante realtà del quotidiano, fatto spesso orpello di vanagloria, di atroci dissidi, di sperequazioni illogiche, di smarrimenti, di derive. Una realtà cruda, nella quale Luzzi destreggia il verso in prossimità della riflessione, del presentimento più lucidi dei nostri tempi..

"Avanzano le schiere corrucciate della specie

i fronti massicci del bisogno. Occorrono

sabbia e farina per i morti, calce

e pane derelitto, poche croste."

Trattasi di una poesia affilata, rivolta al sociale che non demorde di proporre la controffensiva alla vita, all'esistente che pure si macchia di un'onta feroce e non disdegna di attuare atrocità nel mondo, sotto la spinta di irresponsabili quanto deprecabili avvenimenti.

Un lavoro di cesello che sa interpretare la Storia e gli eventi in modo crudo, ma autenticamente nutrito di oculata saggezza, di profondo senso del dubbio, di icastico soffio vitale, pur nell'inestinguibile mistero che orienta e sgomenta.

Una poesia che sa stabilire un margine tra il cauto ottimismo e il nulla, tra il chiaro e lo scuro di una tribolazione che travalica "il buio"per tentare la luce, anche se questa luce ci viene dal pensiero della morte. Ma cos'è la morte, se non un congiungimento all'eterno ciclo della vita? Cos'è la vita senza la morte? questi e tanti altri enigmi sono espressi nel fitto linguaggio di Luzzi. una poesia da proporre alle nuove generazioni, che non favoleggia, non mitizza i suoi "idoli di cartapesta", non li giustifica, li frusta, li condanna, evoca i vecchi dèmoni come fallibili autori di atrocità, di genocidi, di intemperanza inaudite. Così, quasi per caso: " In faccia ai libri, al tramonto, senza un'idea" esplora il suo progetto "indifendibile", umano, perverso.

Il senso della Storia si muove sullo sfondo, indietreggia e vacilla sotto il peso dello scavo luzziano, che mette il dito nella piaga, nel nichilismo della specie umana, nel vuoto e nel buio che ci distraggono  e disorientano.  "Sciame di pietra" è un libro da proporre, un libro che un po' ammonisce, senza essere didascalico, un libro per gli amanti della scavo interiore, della riflessione, per gl'interpreti del dubbio, esplorativo e còlto nella pienezza della sua accezione programmatica di finalità della poesia.

 

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12 febbraio 2011 6 12 /02 /febbraio /2011 14:41

LE ULTIME ESPRESSIONI DI RENATO FILIPPELLI PER LA POETICA di Ninnj Di Stefano Busà TRASCRITTE SULLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA IN 8  VOLUMI da lui curata PER I LICEI E LE SCUOLE SUPERIORI FURONO:

"LA SUA POESIA E' FORZA EVANGELICA, E' PIETRA CHE CANTA E CHE PREGA..." epigrafe meravigliosa di cui l'autrice gli è grata.

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11 gennaio 2011 2 11 /01 /gennaio /2011 13:21

di Rosetta Mor

 

LA SINGOLARE E VIGOROSA RICERCA DI CIO' CHE ELEVA L'UOMO AL DI LA' E AL DI SOPRA DELLE INCONGRUENZE UMANE.

QUESTO E MOLTO DI PIU' NELL'ULTIMA RACCOLTA di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

A giusta ragione l'autrice vuol dare spazio alle voci autorevoli di critici che si sono, via via, interessati alla sua opera e che sono nell'ordine di tempo (Abbagnano, Bo, Sansone, Bigongiari, Capasso, Barberi Squarotti, Demarchi, Raboni, Bertolucci, Forti, Bonifazi, Merini, Piromalli, Maffia, Guerrieri, Ruffilli e molti altri)

Questa nuova raccolta gode dell'eccellente prefazione dell'emerito Emerico Giachery, il quale ha saputo penetrare nella poetica dell'autrice in maniera delicata, organica, limpida, sinteticamente mirata e profondamente autentica e avvertita.

Pur sentendomi una formica accanto a questi "grandi", mi fa piacere esprimere il mio pensiero sull'opera in oggetto, per apprezzamento profondo che nutro nei confronti dell'autrice e per quel senso di sintonia culturale che ci accomuna da tempo.

Partiamo, dunque, dal titolo. Quella luce che tocca il mondo, che conferisce speranza a chi s'accinge a togliere il velo alle parole della poetessa, anche se non poche ombre poi persistono tra le righe dei testi, anche se il dolore del mondo, vissuto da lei in prima persona, trova spazio in diversa misura e intensità nelle sue poesie. La "luce", dunque, più volte volte citata, le "ali" che, per loro stessa natura, consentono di sollevarsi da terra e conducono verso quel cielo al quale l'autrice dirige, nonostante tutto, e al quale spera di appartenere "ad ogni costo" (vedi: Insostenibile distanza), il vento stesso che scompiglia, sì, ma sa anche innalzare con forza ed elevare l'uomo al di là delle incongruenze umane.

  Fin dalle prime poesie, emerge il trionfo dei "riverberi alati/ fatti d'aria, abbandonati e pensosi/ come sogni disabitati (Il trionfo dei riverberi).

Così è quella " sete" di luce cui l'autrice s'appella quasi implorandola: " Tienimi stretta come ala al suo cielo./ Mi sento come il nibbio/ che chiude morendo l'apertura dell'ala,/ trattenendo ancora nel becco/ l'odore di salso"  (Un'altra morte).

Così, pur essendo il mondo "senza eroi,/ vascello che inabissa i suoi marinai", pur avendo "suoni stonati", questo suo andare oltre la fatica i sopravvissuti" è speranza (in Senza eroi e La Trafittura).

Luce, ali, tempo, dolore, sono parole chiave di questa silloge, parole alle quali, in pari dignità, dobbiamo aggiungere amore, affetti, nostalgia, silenzi, poesia. Si tratta di motivi e sentimenti che l'autrice esprime sullo sfondo, quasi per pudore, velatamente, tra riga e riga, tra verso e verso, quasi toccata e fuga, ma che tuttavia assumono rilevanza estrema nel mettere a nudo la profondità del suo pensiero e l'ampiezza della sua interiorità.

Riscoprire ad es. "l'ultima notte di fuoco,/ ascoltare della carne lo stupore" (Siamo vivi e dispersi), oppure "abitare il perdono, come una casa dell'anima" (L'amore) o desiderare "un'aloe di frescura, un solo giorno/ d'ambrosia e tenerezza/ che cancelli l'alidore stagnante della sera" (vedi: Lo strazio delle crepe) fa sentire nuovamente nell'anima rintocchi e sensazioni prima sopiti, fa dire di essere ancora vivi, pur nella marea dei nostri struggimenti.

Profondo il richiamo degli affetti; tenere le figure della nipotina Lucrezia ultimo bocciolo della nidiata, paragonata a "fragile porcellana di Sevres"; l'amicizia forte e avvertita nei confronti dell'attrice Valentina Cortese, verso la quale nutre sentimenti di affinità elettive, in comunione d'intese. Toccante il richiamo alla maternità, espresso in quel "piccolo fiore/ nel ventre che la madre "disseta/ alla linfa primordiale delle sue arterie" (vedi: Come un piccolo fiore), il ricordo della madre , intenta a "puntellare/ gioia ai panni stesi al sole,/ ai nostri occhi la luce dei mattini..." (vedi: alla Madre)

E chiama in causa la parola che ha voglia di "aprirsi altrove,/ come un passero che svola..."ed ecco scorrere l'insieme di quei barbagli  "la luce e la parola", confitte al silenzio, al fremito dell'attimo. Ecco, allora cosa significa essere "poeta": "grido di sciacallo, pelle d'angelo, /fiore pesto" t'inventasti la vita dal suo nulla", ma che sa commuovere la luna, rappresentarla nell'Orma di Dio  (vedi: In qualche grano di poesia).

Il ritmo sotteso alle parole è intenso, si rileva il valore anche metrico e musicale di questa eccezionale forma poetica, se ne determina il lessico non comune, appropriato e raffinato, la potenza degli accenti lirici originali, le similitudini inedite e il ricorso a componenti metaforiche mai appesantite da esasperate ricerche, caratterizzate da immediata autenticità con il reale. Caratteristici si rivelano gli enjambement e piacevoli le assonanze e le allitterazioni (vedi pag. 13 o pag. 14 o ancora, pag. 18). Vi sono in questa poetica molte sintonie col tessuto lirico quasimodiano. Il richiamo al "tempo" reale o metafisico, il senso dell'umanità che attende riscatto dal "vuoto universale"avvicinano l'autrice al modello ungarettiano. Risonanze ed echi di vera, alta poesia che non tradisce mai le aspettative, le quali aprono al pensiero di Dio, alla concezione cristiana ed esistenziale di Luzi.

Singolare, vigorosa risulta la poetica di Ninnj Di Stefano Busà, che punta sempre all'essenzialità del significato e del significante, in una perfetta amalgama di fonicità e linguismo, che si rivela di volta in volta, da una raccolta all'altra, di grande approfondimento, avendo dinanzi un paradigma poetico unitario, sapiente, estroso, maturo, di elevata compostezza e rilevanza nell'attuale panorama letterario italiano e anche internazionale, (l'autrice è stata tradotta anche in altre lingue), in grado di formare e rappresentare una personalità degna della massima considerazione e attenzione, determinando una triade di alto livello con la Spaziani e la Merini, come giustamente affermano i suoi critici.

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21 dicembre 2010 2 21 /12 /dicembre /2010 14:37

di Ninnj Di Stefano Busà

 

E' un lavoro di indagine psicologico/analitica molto accurato e senza precedenti. Un poema introspettivo tutto da approfondire, uno scavo forte che porta in superficie, dai meandri bui dell'uomo, la forza di risalire dalle correnti del male e giungere ad una riappacificazione con se stesso e con il senso morale ed etico della coscienza e della conoscenza.

Tra le righe vi è la rivisitazione di una compatta e autoreferente condanna ai mali del mondo: una sorta di esplorazione a 360° nella psiche del genere umano portato alla solitudine e alla disperazione da una sorte infausta che lo rilega ai margini del suo  -solipsismo -, della sua sofferenza e del dolore, ma contemporaneamente lo mette in allarme su quell'inferno programmatico che si va costruendo da solo con le sue azioni indegne e le sue "bestialità" i suoi istinti primordiali, le corruzioni, le nefandezze di ogni genere.

Gli fa intuire il senso retrospettivo della storia condannandolo ad essere, suo malgrado, uno spettatore piuttosto che un protagonista. La scena in cui si svolge tutto il dramma, consente di avvertire molti riferimenti ai grandi Autori del passato che vengono menzionati e studiati come personalità degne della massima considerazione. Supponiamo che la scrittrice abbia voluto mettere in evidenza l'impermeabilità delle azioni umane votate al declino, alla conflittualità, al male belligerante che riassumono i tratti peculiari dell'esistente funestato dal suo destino di "essere" incompleto, solitario, misero escludendolo dalla salvezza, in questo libro vi trova la rigenerante sapienza di saper decifrare l'inadempienza, l'assenza dei valori e la miseria della specie.

Vi è in questo lavoro intenso di ricostruzione e di elaborazione tutto il progetto di voler introdurre ad una revisione programmatica del mondo, stritolato da forze centrifughe che lo collocano molto in basso del pianeta-uomo. Nonostante tutto, e malgrado il linguaggio crudo e cruento, dettati apposta, dall'autrice proprio per mettere a fuoco i contraccolpi delll'uomo a fronte del suo dramma, Carmen Moscariello tende a valorizzare il referente umano progettandolo ad una rielaborazione etica, ad un preciso e dettagliato esame di coscienza che lo induca alla "catarsi" rimuovendo le ragioni stesse del comportamento e del fraintendimento.

Una scrittura forte, dunque, dominata da una energia intellettuale che non è mai retorica, ma vuole trasferire alla storia di oggi la sua parte di responsabilità nei riguardi della sua condotta meschina e miserevole.

Taluni riferimenti mostrano avvenimenti del passato il cui bagaglio di cultura e di opposizione alla corruzione furono esempi per l'umanità.  

Un "male" quello di vivere che presuppone le condizioni di pre-morte ancora in vita, un peccato senza remissione, un trascinamento della propria condanna di dolore attraverso i secoli: neppure  il rogo per l'eretico che tuonava il suo "je accuse" dal proscenio ha potuto evitare il protrarsi del peccato e dell'incesto. Reiterati attraverso i secoli e trasferiti da una generazione all'altra i mali persistono: si va dalla pedofilia, alla corruzione del clero, a guerre, fame e genocidi, scorrerie morali di ogni genere, che portano tutti ad un solo unico, imponderabile destino: la catastrofe e la fine ingloriosa dell'uomo sulla terra, passando attraverso le inagibili e intollerabili progettazioni di congelamento spirituale, i quali si sono riadattati in ogni epoca rilegando l'uomo al suo miserevole stato.

Né hanno potuto sconfiggere il  -male- , le sempre più strategiche e incessanti scoperte, gli avanzamenti del progresso tecnologico, o i rimedi apparenti della medicina, dell'astronomia, dell'astrofisica.

Ogni male sempre torna a devastare la logica umana, forse perciò, più agguerrito che mai nei cuori degli uomini a infliggere altre pene e altri peccati da scontare con il patimento e il travaglio della progenie, che sembra non avere scampo perseguendo e reiterarando i suoi malifici, le sue contraddizioni, i suoi inganni.

La Storia ce lo insegna: niente è cambiato, ma nel caso in questione "repetita non iuvant" ; la nemesi storica riproduce il profilo dell'uomo in condizioni di frustrazioni ineludibili e di sconfitte etiche sempre più strabilianti.

Un libro a fortissime tinte, un dramma moderno  che delinea i tratti salienti dell'umanità in condizioni davvero precarie.

Carmen Moscariello li fa parlare, presta loro il proscenio, induce personaggi del passato: Giordano Bruno, la Maga Circe...a tuonare contro i riottosi e irrecuperabili segnali di martirizzazione esistenziale, di condanna al dilagare del malessere, dell'imperfezione del peccato.

Ma l'uomo di ogni epoca resta sordo al  richiamo di recupero, persistente la sua ottusità, inconcludente la sua smania di essere "faber" del suo viaggio terreno, detrattore della propria immagine e della propria sconfessione. L'autrice prende in prestito dalla Storia alcuni episodi d'intemperanza alla logica, per vivisezionare il corpo infetto del peccato.

E' un'opera che lascia il lettore esterrefatto, lo induce a riflettere sui suoi errori, lo incalza, lo inquieta, ma gli indica la stradina secondaria che porta alla catarsi e forse al ravvedimento.

Il tutto è condito e reso fruibile da uno strano ingrediente, -il responso storico- - , che appare come il bilancio retrospettivo dell'indagine umana di tutti i tempi. Intensamente legante appare il connubio tra Poesia eTeologia, tra il reale e il surreale, tra l'emozione e la suggestione, il bene e il male. 

Carmen Moscariello è una scrittrice che sa picchiare forte sulle parole, indicare un supporto per arginare il maleficio di essere i peggiori nemici di se stessi, coi tempi che corrono, mi appare un modo estremamente indicativo di far intendere la sorte infausta che toccherà al mondo, se continuerà a cavalcare il male senza pensare minimamente di arginarlo.

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18 ottobre 2010 1 18 /10 /ottobre /2010 14:49

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Parlare di Dio, compenetrasi nella sua Essenza e Immensità è la cosa più difficile che un individuo possa pensare di fare. Occorrono lucidità e obiettività, intelligenza raziocinante, elevazione intellettuale e conoscenza, che pure, a volte, non bastano per intuire la Verità altra o  l'Altra Dimensione...Mentre il limite umano è ristretto al tangibile, legato ai suoi vincoli biologici di riduttività e di incompletezza terrene.

Senza dire dell'essere umano e delle sue molte storie di dolore e d'inadeguatezza, di tragica relatività.

Ma oltre all'intelletto lucido e razionale, a volte, occorrono altre doti di sensibilità e di underGrund, essere padroni della lingua del cuore, saper discernere il bene dal male, se si vuole affrontare e discettare sulla "parola"alta o di Cristo attraverso un linguaggio che lo intuisce e lo vuole rappresentare. Il mistero insondabile dell'avvento e di tutto l'itinerante viaggio di Lui  in Terra Santa, fino alla crocefissione e morte è frastagliato di scritti. E' stato speso tanto pensiero, forse troppo, sul profilo di nostro Signore, che ora forse ci spetterebbe il silenzio.

Ma l'uomo non può fare a meno di scavare nei meandri della sua oscurità-cecità, della sua subalternità, per cogliere almeno una briciola del suo sacrificio, della sua intercessione e del salvamento dell'umanità di cui è fatto oggetto da parte del Padre.

Vi sono molte visioni in Cristo: gli atei che non ne ammettono l'esistenza e la escludono "a priori", negano qualsiasi antefatto o immanenza, sono restii ad ogni ponderata riflessione sul tema mistico-religioso; poi vi sono gli agnostici, i miscredenti cronici, i bestemmiatori e i blasfemi che lo irridono e ne fanno materia di abusi verbali e di scherno, vi sono gli ipocriti e infine l'ortodossia più becera e bieca, inquietante e umiliante per la storia di tutta la religione e dell'umanesimo e del Cristianesimo più elementari.

Meglio poi astenersi sui nevrotici o gl'insipienti e gl'ignavi, di quelli che hanno fatto del sacrilegio e del saccheggio della parola "divina" il loro punto fermo.

Perciò che parlare di Dio è materia oggi quasi inconcepibile e inconciliabile con la postmodernità. Con tutto ciò e malgrado ciò, per alcuni autori e intellettuali che ci credono, la partita con Cristo non è chiusa. Essi scavano (compresa la sottoscritta,che da poco ha pubblicato: l'Assoluto Perfetto, (dialogando in Cristo) nella speranza di un reperto logico e tangibile che dal profondo abisso dei secoli porti alla luce l'essenza di Dio, l'essenza della sua Perfezione. Una fonte inesauribile di speranza, una sorgiva  di vita che sa dissetare gli increduli e i dubbiosi, così come quelli in cui la fede è forza di gravità, modello esistenziale e itinerario logico verso il metafisico della deità, imponderabile enigma della fede, del dogma religioso. C'interroghiamo spesso sulla figura di Cristo, nostro Salvatore, ma senza chiederci cos'è che ci espone alla riflessione su di Esso. Noi tutti abbiamo bisogno di credere per esistere, credere in "qualcosa", in "Qualcuno", forse nel Trascendente o in un Oltre da noi.

E in Chi se non in Cristo possiamo trovare la forza per orientarci, per combattere, per vivere senza essere stritolati da una "morte in vita" che solitamente c'incombe?

Arnoldo Mosca Mondadori ha saputo cogliere nella sua interezza o quasi, questo interrogativo che chiama all'indagine cristologica molta umanità, molti intelletti con una dose di criterio e di logica.

La sua è una forma estremamente umile e nel contempo eccezionalmente valorizzata dalle metafore, dalle allegorie. Si esprime con dovizia di particolari, fa sua una sintesi preliminare che conduce in tutta l'opera e ne influenza tutta la narrazione e i significati profondi della teoresi : indaga in Cristo attraverso il suo infinito e il suo infinitesimo porsi alla Beatitudine dei cieli, ad ampio raggio. Come un bisturi nel tessuto del corpo incide e porta alla luce le carenze del peccato, la scarsa intelligenza, il male virulento e negativo della storia di duemila anni:"hai divorato la vita per renderla resurrezione" e non smette di esaminare la figura di Cristo, neppure nella nebbia oscura e profonda di qualche dubbio. Lo fa con una ricchezza di sintesi, con una particolare predilezione verso i dettagli che potrebbero sfuggire a chiunque, ma non a lui: "Questo tuo cibo che penetra il corpo ed è luce/ gloriosa ed è morte. Questo tuo volto di morte/ d'amore che genera gloria nelle ossa."(pag. 58)

Trattasi di una forma sincopata di sapienza lirica che gioca tutto sulla profondità e la conoscenza teologica, che può gustare solo chi se ne intende, perché evince  il desiderio legittimo di cogliere la vera essenza, ovvero la pienezza del Dio.

Si avvertono risonanze balthasariane o rimembranze di grandi autori gregoriani, o almeno delle grandi culture giudaiche o di Sant' Agostino, di Gregorio di Nissa, di Francesco d'Assisi.

Una "parola"preghiera, ma anche indagatrice che porta in sé tanta malinconica interazione per un mondo perduto nelle tenebre fitte della negazione e dell'ostracismo in Cristo.

E' una verità che fa meditare, espressa in modo ineccepibile, sintetico e altamente umano quella di Arnoldo Mosca. Una confortante indagine interiore ispirata ad una sorta di scavo psicologico e umano assimilabile e reso fluido da altezze così irrangiungibili in poesia, da divenire pietre miliari; " la via è la morte, / la via è l'Amore" (pag 19)  e ancora: "laggiù/.../ tutto qui sa morendo, sta marcendo./ ma qualcosa trapassa, come acqua nelle grotte./   e ancora: Laggiù sui lineamenti dell'Assoluto (pag.18)

Paradossale appare questo nulla che si svuota, che s'inabissa in Cristo per riemergere attraverso l'umanità del Suo sacrificio, attraverso il Pane della Sua carne offerto in sofferenza, alla mensa del Padre.

L'oscura altezza e profondità del suo messaggio Medianico attraverso la morte e la resurrezione sono chiari indici di un progetto a lunga scadenza che sfida le profondità insondabili del peccato originale per porsi in dirittura d'arrivo con la salvezza del genere umano, con la completezza e l'Infinità del Redentore, che si è fatto sangue e carne nel magma del suo calvario.

Di portata storica è l'abisso in cui la progenie è precipitata, in un mare insondabile di inettitudini, di contraddizioni, di peccati. La Luce di Dio è in grado di salvarci, questo ci vuole indicare Arnoldo Mondadori nella sua opera, un'opera che esamina Cristo e s'interroga sullo scientismo della fede, e dunque, della sua anima più profonda e inafferabile, perché la morte sia vita e sia Amore come giustamente intuisce e fa suo il lungimirante pensiero di Mosca Mondadori.

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15 ottobre 2010 5 15 /10 /ottobre /2010 16:35

di Carmelo Mezzasalma

 

"Ancora mistero quello che scorre

ignoto, oltre la Tua dèbacle.

Cerchiamo l'ala tra bordure

aspre di rovi che concludono

la corsa nel fossato.

Benedici la mensa dei poveri,;

concedi il novilunio alla stagione

di erbe e tordi, immeritatamente

sciogli un po' di miele al labbro.

 

Non un solo dettaglio si è umanizzato,

ci siamo scaldati e sfamati,

(indegnamente), abbiamo bevuto

il nettare divino. Ancora imperversa

il rovello che ci devasta.

Tu, dall'inestricabile assillo,

rinserra le promesse, dacci la fede." (Ninnj Di Stefano Busà pag.59)

 

Questa poesia, tratta dal recentissimo libro di poesie. L'assoluto perfetto - (Meditando in Cristo (kairòs Edizioni, Napoli 20101, pref. Antonio Spagnuolo) di Ninnj Di Stefano Busà, è un bellissimo esempio di come, ancora oggi, si possa far poesia religiosa senza cadere nel manierismo o nel sentimentalismo a buon mercato. Studiosa di Estetica e di Letteratura, Ninnj Di Stefano Busà (laureata in Lettere), è anche una poetessa finissima per questo suo linguaggio così fortemente intriso di umanità e al contempo di una rigorosa religiosità che le fa intravedere, con uno sguardo nuovo e partecipe, la crisi di civiltà del nostro tempo. La poesia esprime bene questa sete d'infinito che la creatura umana reca nel suo cuore, la tensione verso l'assoluto che la parola poetica inquadra e definisce nel semplice gesto quotidiano del pane sulla tavola - allusione all'Eucaristia - di quei poveri che vedono in Cristo Colui che può dare il senso del loro destino, pur in mezzo alle contraddizioni e lacerazioni della storia. Così, il felice incastro tra la bellezza delle immagini e l'anelito inesauribile verso l'assoluto, centrato sulla figra di Gesù, non dà affatto l'idea che la fede della poetessa significhi torpore o assopimento. Al contrario, la sua tensione spirituale non ritiene di sapere quale sia il suo destino - si noti il bellissimo verso: "ancora imperversa/ il rovello che ci devasta" (pag.59 del volume) - ma sa che Dio, e solamente Lui, ne ha la chiave. Da qui la tonalità accorata della poesia che si affaccia sul mistero della vita tesa al suo compimento, ma nella serenità di una preghiera che sa di essere accolta proprio in quello slncio dell'anima che vuole nutrirsi di assoluto e non di facili menzogne, come il mondo intorno a noi.

Così, Ninnj Di Stefano Busà non esita a porre la questione di Gesù Cristo anche all'interno della ricerca poetica. Diversamente da tanti poeti del nostro tempo, non lo lascia fuori dalla porta, ma chiede che Egli entri al centro di tutto come il volto più forte di tutte le idolatrie. Il volto umanissimo del "pane" che nutre silenziosamente la fede e la vita.  (Carmelo Mezzasalma)

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16 settembre 2010 4 16 /09 /settembre /2010 12:21

di Vittoriano Esposito

 

L'ascesa verso  "l'Assoluto" di Ninnj Di Stefano Busà, soprattutto perchè realizzata attraverso la meditazione "in Cristo", non deve essere stata una facile conquista, ma il risultato di una lenta, graduale, sana acquisizione dei principi sui quali si fonda essenzialmente la fede cristiana. L'attraversamento e l'indagine di tale tematica sono sempre rischiosi.

" Si riconosca in Ninnj -come afferma Veniero Scarselli in un trafiletto riportato su risvolto di copertina, in questi versi la nota vena e la forza della poesia della poetessa, che qui si riversa come un fiume in piena in un mare di sentimenti: dall'abbandono alla pietà, dalla pietà allo sdegno, dallo sdegno alla rabbia del giusto".

C'è un fondo d'inquietudine, nonostante l'apparenza di serena levità, che cerca luce nell'immaginazione, tracciando un percorso che prova a trasformare una lunga storia apparentemente intrisa di fede, ma ridotta a brandelli o anestetizzata a causa di una lunga corsa ad ostacoli senza vincitori né vinti, solo perdenti; perchè la tensione è tutta rivolta allo scavo, alla ricerca inesausta di una figura del Cristo che sta sempre pià vicino alla materia umana.

L'inquietudine nasce con l'uomo, perchè è da lui che dapprima originano per raffronti l'aspirazione al Divino, l'elevazione al punto più alto del creato:  "il perfetto assoluto è nel cuore di Cristo, / nell'inviolabilità della sua missione" (cfr. L'avvento è mitezza). Ad ogni nascita dell'uomo, perché egli solo somiglia a Dio, c'è l'umano, il limite: "la sua vanagloria è sferza di vento/ a corrugare le palpebre di Dio", poiché quella umana non è "vocazione all'amore / che emana dal suo apostolato" ma impostura.

Se si rendesse conto, l'uomo, della sua disparità con Dio e della sua inferiorità naturale a paragonarvisi, dovrebbe riconoscere la sua nullità-vanità e tendere alla propria dissoluzione: "Cristo accogli la gomena al molo, / nella cupio dissolvi delle tenebre/ la nostra vocazione. Tra la nascita e la morte c'è solo/ l'identità dell'assoluto del Sacramento" (cfr. Cupio dissolvi)

La poetessa attinge alla purezza della sua nascita (cfr: Attimo ed Eternitò).

"Come il primo cristiano, entro/ nella fede dell'intento poetico/ specchiandomi alle fonti cristalline. /Attimo ed Eternità battono i millenni, / tregua impercettibile, Perfezione Assoluta la compiutezza dei Tuoi simboli".

Allora, la perfezione assoluta non è un cartiglio della sua poetica, grazie alla quale opera di raggiungere "il trionfo sulla morte (cfr: il Tuo mantello).

Nella dedica autografa dell'opera a me dedicata, oltre la stima e l'amicizia di lunga durata, Ninnj Di Stefano Busà mi augura una "buona meditazione" sapendo che sono molto incline a meditare su tutto, soprattutto sulla sua poesia, che da sempre m'è apparsa sostanziata di molto pensiero e di problematiche esistenziali.

Per la sua attività letteraria, la scrittrice, oltre a premi tra i più prestigiosi assegnatele da autorevoli Giurie, ha ottenuto vari riconoscimenti critici di grande levatura, da Quasimodo (suo corregionale) a Carlo Bo, Accrocca, Sansone, Manacorda, Merini, Raboni, Bàrberi Squaritti, Marco Forti e molti altri. Tra i giudizi più acuti sull'opera indagata, mi piace riferirmi a quello di Emerico Giachery: " Se c'è un genere arduo è la poesia religiosa. Ma a te non è mancata pienezza di soffio, continuità d'ispirazione (...) le ha dichiarato l'illustre critico, (sul retro copertina). Perciò un abbraccio da chi crede assai poco e cerca e crede molto nel suo cercare, anche tra le galassie...oltre la breve storia di duemila anni" 

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6 luglio 2010 2 06 /07 /luglio /2010 08:29

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Si staglia come un faro nella notte, la luminosa e carismatica figura di Carmine Manzi. Un Maestro, uno scrittore e poeta accreditato, la cui tecnica linguistica e la cui attività letteraria sono da più di mezzo secolo apprezzate, studiate e approfondite da molti critici e studiosi. Il grande scrittore ottuagenario ma dalla lucida e genuina ispirazione che tutto lo attraversa mi ha fatto il dono oggi dei suoi ultimi lavori di scrittura ed io non voglio resistere alla tentazione di recensirlo ancora una volta.

Ci eravamo occupati in più occasioni dell'arte manziana e sempre in ottime scelte di scrittura, sia poetica che narrativa. Oggi il suo ultimo nato: Non finisce oggi il giorno è davvero un libro completo, un approdo con esiti nobilissimi di quel tragitto culturale, lessicale e umano che hanno fatto di lui un caposaldo della cultura del Sud.

Come molti altri personaggi dell'area meridionale, Carmine Manzi risente il tratto e la maniera magistrale del fare letteratura a tutto tondo: figure e paesaggi, diari di guerra, emozioni e suggestioni, la sua proprietà introspettiva di compendiare le diverse esperienze lo portano a rappresentare il suo mondo culturale in una dimensione quasi onirica, per la condizione essenziale e primaria del suo spirito, che esamina il mondo esterno, dissetandosi alle acque limpide del suo mondo surreale ma anche reale.

Un mondo a sua immagine: un'oasi di pace, un tripudio del pensiero, il rifugio prediletto dal Nostro, legato alla terra d'origine in maniera endemica, che in forma di cordone ombelicale gli fanno vivere le luci e le speranze, gli intimi sapori, gli odori, le tradizioni, i mestieri,  gl'interrogativi, il tormento e l'estatico stupore della Bellezza e della Poesia.

Poesia pura la sua, non inficiata nè contaminata da scorie tossiche di mode o di segnali estremi di rifiuto, da sperimentalismi che testimoniano una facciata in cui si specchia il nulla, o la mancanza di contenuti, la trita storia di chi ama fregiarsi da Poeta, senza averne i connotati. La celebrazione del nulla non è il suo forte.

Egli appartiene al suo Sud, bello e selvaggio, caratterizzato da policromie e colori che sono la struggente forza di tutti i veri poeti, l'ineffabile sintesi e il compendio di un patrimonio linguistico di grande respiro, fatto di passione e di fascino, di abbandono e di silenzi, di solitudine e di grazia, di vento e di arsure, di campi e uliveti, di casolari sperduti: un mondo agreste rassicurato e compreso nella sua fede in Dio e nell'archivio segreto dei suoi raccoglimenti.

L'atmosfera ineffabile del luogo natio, i suoi borghi, i suoi valori ancora agresti e intatti sono per Carmine Manzi la sua fucina di cultura, il luogo privilegiato della sua meditazione, delle sue scritture e letture, che sono l'essenza inesauribile del suo slancio vitale, la sua ascesi di salvezza, la reperibilità cronologica della sua vicenda personale dentro la storia dei suoi 65anni di attività letteraria ininterrotta, entro cui ha nutrito e proiettato la sua esistenza e l'oro della sua memoria, fuori dalla rasserenante Accademia di Paestum, da suo Eremo Italico che fanno da sfondo e da vocazione al suo percorso cultitale e umano. 

Molti i suoi scritti, numerosissimi e tutti interessanti i suoi articoli giornalistici, i saggi, i racconti, la Poesia: la critica militante si è occupata di lui in varie occasioni per recensirlo, sintetizzare esegeticamente il suo dettato linguistico, dargli quell'apporto critico che in ogni autore fanno da stimolo e identificazione con se stesso, con la sue linee di riferimento, le sue visioni di vita, la vocazione ad esprimere la metafora di un mondo quasi sacro, con lo stupore infantile ancora intatto e la ricorrente storia acerba del suo cuore che palpita nella rievocazione. Lo scrittore guarda alla vita come il  fanciullo pascoliano, con gli occhi stupefacenti e limpidi dell'entusiasmo giovanile, sa imprimere agli anni che passano veloci la passione e l'ardore della giovinezza: il cuore dichiara "non invecchia" ha la potenza di un lucido e insopprimibile barlume di felicità primordiale, basta trovare quella fonte di energia, indirizzarla nella maniera giusta, esaltarla e lo sollecitarla per restare fresco e genuino in interiore homine.

E il fanciullino che è in lui riesce a manifestare eccellenti doti di sacralità, di gioia di vivere, di affetti, di acerbità, di delicatissime cromie e di raccoglimento inesauribili.

Sono fonte di gioia e di conforto, ineriscono alla storia e alla pacata bellezza del sogno, all'inirico e incontaminato eden della sua giovinezza. Non vi è dramma nel sunto esistenziale dell'atore: la summa degli anni non conta, lo porta anzi ad avere l'esperienza di un guru negli occhi incantati di un bimbo.

Ma vi è in Carmine Manzi anche la consapevolezza dell'inganno, la certezza che la vita non è fatta di petali, ma di rovi e spine, il dolore batte alle porte, la sua non è atarassia, ma forte e vigorosa visione del mondo, non è impacco sulla piaga, ma impegno e serenità quotidiani, è lotta che inducono a sgombrare l'animo dal tormento, dal gravame che blocca l'esistenza e ne fa ostacolo alla luce del sole, di Dio, della speranza di un altrove, dell'Aldilà.

 

Carmine Manzi ha vissuto in arte e per l'arte, ha collezionato un'infinità di premi, riconoscimenti, conferimenti, medaglie d'oro: è stato insignito per sette volte di Premi alla Cultura del Presidente del Consiglio, ha pubblicato oltre 100 libri tra poesia, saggistica, narrativa. Ma non è per questo che egli oggi si presenta al pubblico dei suoi estimatori come Maestro, bensì, perché benemerito e forte di una caratteristica peculiare che è nell'anima mundi del suo itinerario di vita, di rappresentazione esistenziale, di memoria; fa parte del suo patrimonio genetico e ne è la logica conclusione: doti d'intelligenza, di sensibilità cognitiva, di nobiltà storica del linguismo lo contraddistinguono, e mi si passi la parola eccezionali per i tempi che corrono.

La misura e il garbo con cui opera da sessant'anni ne hanno fatto una formazione meditativa stratificata, una sorta di monumento storico all'eterna giovinezza dei sempreverdi anni. Siamo in presenza di una personalità poliedrica, fatta a immagine della Storia letteraria e dei suoi contenuti più profondi.

 

Parlare di Carmine Manzi al Sud è come richiamare l'attenzione sui punti cardini del Meridione, che vede tutt'oggi personaggi importanti delinearne linee e contenuti. Lo scrittore ha attraversato la Storia del Novecento, con la levità della Poesia, ma anche con la gravità storiografica, socio/storica e politica di un paese che ha nel cuore il patrimonio culturale dell'intera nazione. Non ci soffermeremo, qui, ad indagare specificatamente nel versante della sua scrittura né sul linguismo che l'hanno generata e sostenuta. La formazione da cui origina la sua arte è profonda, preparata e formata a dare il meglio di sé nelle Lettere.

Andremo dritti al nocciolo, alla meditazione e al pensiero di uno scrittore che non finge, di essere altri da sè, perché egli E'.

Non appartiene alle camarille, ai noti autori moderni infiltrati e ben accreditati presso le Redazioni di Case Editrici elitarie, ma proprio, perciò, genuino e abbondantemente esemplare nella sua immediata genuinità e nella sua verità quasi assolute.

Egli appartiene alla categoria delle voci operose che hanno fondato la cultura meridionalistica e l'hanno modellata ai luoghi, alle assenze, ai sentimenti dell'italianità, rapportandosi alla concatenazione filologico/culturale di un Sud martoriato e isolato, spesso abbandonato e umiliato. La sapienzialità del suo rapporto con la terra di origine ne ha fatto un crogiolo di idee, una rappresentazione allegorico/cantabile dell'Arte poetica, che escludendo le radici, rende cantori universali, Poeti maturi e rilevanti per le nuove generazioni che verranno: Mediocribus esse poetis, (Orazio, Ars poetica, 372-73).

Le radici in Carmine Manzi sono il corollario di vita, la speranza e gli affetti, gli studi e il risultato cromatico, coscienziale eterogeneo di una lungimiranza fuori dal comune,  di una vita spesa all'insegna del <Pensiero>. La terra amata e venerata degli avi, è per questo scrittore il  luogo edenico, il pane quotidiano, la visione ontologica moderna, ma anche soprattutto antica della summa dei pensatori greci. In lui la cultura si riformula alla vita e registra un sostrato di fede, di conoscenza, di approfondimento che fanno parte della cultura ellenica, si evincono la solarità del profondo, la visione del mondo stesso che gli consentono di essere una testimonianza artistica e strutturale di primaria rilevanza nell'agone letterario di oggi.

Poi vi è la fede, altro cardine amplificato e monumentale che riempie la sua vita, ne fa ogni giorno stimolo per altre avventure letterarie, per altre destinazioni dell'Oltre. La sua carica emotivo/sentimentale è genuina e coinvolgente, riporta l'arguzia, l'intelligenza e l'equilibrio del suo patrimonio culturale, senza l'assuefazione al soggettivismo imperante  o al paludamento atipico moderno.

Uno scrittore a 360° che vive la cultura come "forma mentis" e la riscrive e trascrive sul foglio, la esamina da tutte le angolature, la vive, la respira, la istituzionalizza nell'anima e nella coscienza della sua parola trasfiguratrice, nella sua solitudine e nel silenzio del suo Eremo Italico, che come D'Annunzio ha la caratteristica paesaggistica della Cappoccina "casa dell'anima"e le sue descrizioni: è luogo e tempo, destino e meta, sogno e realtà, utopia e vicinanza a Dio, metafisica presenza e mistero, canto e delizia che denudano l'anima e ne armonizzano le energie, le strutture, le forme.

Avere uno scrittore come Carmine Manzi è un vero privilegio per quella regione d'Italia che gli ha dato i natali, ma è anche un bene per tutti. Egli è, e rimarrà nella Storia della Letteratura un faro per il mondo che verrà, lo è soprattutto per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di apprezzarne lo spirito e la reale portata dei suoi ideali cristiani, di fedeltà, di bellezza e di fede nel Mistero Ultimo che ci trascende. La cristianità è il suo pane, la religione il fondamento sano di quelle abbondanti messi che ne contraddistinguono  il vasto operato letterario, e la sinergia profonda e operosa che lo ispira ne è la prova pià evidente.

Per concludere potrebbe fare da epigrafe questo pensiero in versi che gli si attaglia egregiamente: " è senza storia un paese/ e senza anima/ dove le tradizioni non sono/ nè raccolte né tramandate/"(Paese senza storia, pag.106). E tramanda infatti egli stesso il suo patrimonio rurale, lo carica di umanità e d'ineffabile poesia .

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1 giugno 2010 2 01 /06 /giugno /2010 15:59

di Rosetta Mor

 

Molta attenzione merita quest'opera della scrittrice siciliana, ormai milanese di adozione: sofferto atto di fede, genuina espressione della debolezza umana e, al contempo, paradigma di un'impliciota, sincera tensione verso il trascendente.

 

Non posso affemare d'aver letto d'un fiato: "L'assoluto perfetto" di Ninnj Di Stefano Busà. molte sono state le pause meditative e altrettante le riletture, a voler penetrare fino ai margini estremi la parola, a volerne centellinare il valore intrinseco, conscia com'ero d'avere tra le mani uno degli atti di fede più sofferti e più umanamente sinceri che abbia mai letto, genuina espressione della debolezza terrena e, al contempo, paradigma di un'implicita tensione verso quell'Assoluto che "sa parlare / le mille lingue delle moltitudini" (Anfore di cielo).

E non mi pare, affatto, quest'opera  "una sorta di breviario laico che spinga verso la contemplazione o 8...verso un sussurro d'orazione", come scrive, ad un certo punto, la più sottile penna del prefatore Antonio Spagnuolo, e neppure "la cronaca costante di una invocazione che sembra voler far capo a spunti psiciologici aderenti al mistero della fede in Cristo". Qui c'è l'urlo dell'invocazione rivolta a questa figura dilaniata; qui la consapevolezza della viltà umana contrastante con l'innocenza e la perfezione del Cristo; qui il desiderio del riscatto della poetessa dalla condizione di disagio e di dolore interiori, in un crescendo di verità, prima accostate e poi interiorizzate "nel rovello di ruvide crete"; qui il riconoscimento pieno di un messaggio di Redenzione del quale, forse, in antecedenza s'ignoravano i termini.

Già il titolo "L'assoluto perfetto è una dichiarazione di fede in Colui che desidera prendere per mano l'uomo "esposto / alla fragilità dei suoi limiti/ alla devastazione della sua eresia", l'uomo imperfetto e peccatore, per condurlo verso " l'estatico abbandono alle sue braccia immense" (Il raccolto nelle mani di Dio):

E allora con altri occhi l'autrice ripercorre il viaggio di Gesù verso il Golgota, penetra l'urlo di morte dei sicari, riconosce le piaghe, gl'insulti e gli sputi dettati da "milioni di Giuda" (Eri il Verbo, eri l'Origine), vorrebbe scalzare dal capo sanguinante gli aculei delle spine, essere presente all'ultimo scempio e invicarne il perdono per una "latitanza" umana che dura da secoli e, ora e qui, nell'animo della poetessa si fa fremito, tensione, desiderio d'espiazione, di liberazione.

Allora le "ali" mutilate dal male (ali cui spesso l'autrice fa riferimento) riprenderanno il volo di libertà, a "sfuggire l'inferno dei vivi", a sostare "nell'orto degli ulivi" d'una penitenza voluta, a riconoscere non solo quel che Cristo ha compiuto, ma anche  soprattutto ciò che Egli rappresenta oggi per il credente: E devo dire che i sintagmi " Tu sei(...) tu sei(..." con i quali l'autrice vuole rendere l'idea dell'essenza di questa figura centrale della fede cristiana, e le conseguenti figure metaforiche create per tentarne una focalizzazione, se pur consciamente remota, sono di una bellezza straordinaria e sempre fanno riferimento alla "natura", nella sua estrema varietà e nella sua infinita dolcezza.

Ecco allora questo Cristo divenire "erba trafitta dai rovi, /fiumara casta che esonda", "lavacro a zolle rinsecchite", "linfae radice che non temono/ il rigore invernale", "acqua sorgiva", "vela e roccia,/ vertigine fonda degli oceani, / il fine ultimo, l'ascesi e ilsenso": ecco questa figura che "si curva sullo stelo dolente, / sulla foglia secca, sul polline leggero" e "serba virgole d'amore" o "concede plenitudini d'immenso".

Non mancano certo nell'opera cenni di elevato lirismo riferiti alla Madre di Dio e spunti di riflessione serrata e profondissima sulle cadute dell'uomo, sulla solitudine sperimentata dal Nostro Salvatore nei momenti di passione e morte, sul disoiegarsi delle ragioni del Padre, sulla stessa Resurrezione, "vertigine d'attesa", miracolo e vittoria sulla "necessità della morte"; Resurrezione per la quale, in un'immagine superba , "zirla un tirdo canterino", quasi ammaliato dal rifiorire della vita in Colui che era stato crocefisso e sepolto (la Gloria di Dio): Non mancano nell'opera dubbi, perplessità, interrogativi e neppure riferimenti all'infanzia dell'autrice, luogo privilegiato d'immagini e d'aromi sia all'ultima stagione della vita che s'appressa a grandi passi, con i suoi temibili bilanci. E qui, appaiono quasi preghiere le ispirazioni , le invocazioni: "fa che anneghi / nel lago dei Tuoi occhi, /come tortora alla brezza" oppure "Questa sera voglio puntellare il muro/ diroccato dalla grandine, /alleviare le piaghe del Tuo costato."; preghiere come antidoto all'intimo malessere, al disagio motivazionale dell'umanità; preghiere che s'appellano alla nudità dell'anima, conscia dei suoi limiti umani e delle forze caotiche del mondo contemporaneo; preghiere librate e liberate da qualsivoglia orpello enfatico e da ogni pur minima sbavatura retorica.

Sovente la scrittrice chiama in causa anche la Storia (Eesserci) e le varie problematiche dell'umanità succube delle sue imperfezioni, che ella chiama "asprezza delle imperfezioni", con il coagulo delle sue passioni; ma lo fa per rendere più esplicito il concetto motivazionale del contrasto tra la viltà umana di tutti i tempi e la figura di Cristo attraverso la Grazia "che si agita come un dardo nel petto": Lo fa per mantenere vivo e palpitante il dialogo tra le parti, tra la microstoria d'ogni essere umano e la sua miseria nel ripetersi di errate esperienze, e la Perfezione di Dio.

Il linguaggio di Ninnj Di Stefano Busà è forte, compatto e coeso, scevro da eufemismi e da perifrasi: un linguaggio diretto che, purtuttavia, s'avvale delle figure retoriche più sottili e significative, per sedurre intellettualmente il lettore in coloriture espressionistiche di gran pregio. La linea introspettiva non è mai astratta, ma fa riferimento al contingente, alla contestualità tra paesaggio interiore e natura, tra l'evolversi individuale e quello storico-sociale.

Il verso si stempera in piacevole musicalità (che va oltre la ricerca metrica) e la parola determina un forte impatto sul lettore per originalità e scorrevolezza, pur essendo il linguaggio composito e trasfigurativo. Le analogie, i frequenti ossimori, le palesi simmetrie e, insieme, le evidenti opposizioni d'immagini conferiscono energia e creatività alla forma lessicale adottata dall'autrice.

Il dialogo intessuto con il Cristo, sovente sostenuto da apparente cordialità, (gli si rivolce col "Tu" più familiare) designa una colloquialità aperta che s'innesta, netta, sull'emotività del lettore e richiama l'essenzialità poetica del grande David Maria Turoldo, non tanto per la spinta etica e per l'intento pedagocgico insiti nell'opera dell'autore citato, quanto per l'obiettività dei riscontri e dei conflitti umani da entrambi rilevati e per la comune necessità di un abbandono pieno alla speranza, tocco salvifico divino.

Uniscono altresì   i due autori sia la certezza della solidarietà di Dio con l'uomo sofferente, sia la considerazione verso l'Essere, verso la Sua immensità: "dentro il delirio della Tua assenza-presenza/ c'è il divenire del Principio Primo, afferma la Distefano Busà in (Sento ardere l'incenso); di questo Dio che ognuno deve cercare "nella conchiglia del proprio cuore", espressione caratteristica dè "Il dramma è Dio di Turoldo, ripresa, in altri termini ma il medesimo intento, dalla poetessa, là dove afferma "conchiglia incuneata allo scoglio,/ mi svuoto dell'onda che cancella/ il ricamo delle tue orme..." ) L'ora inviolata).

I riferimenti sul piano tematico-concettuale, la lotta tra la quotidianità terrena traballante e transitoria, e il bisogno emergente d'Assoluto richiamano l'energico espressionismo delle poesie di Clemente Rebora o lo stile dirompente di Ada Merini.

Molta, molta attenzione merita, dunque, quest'opera di Ninnj Di Stefano Busà, nota al mondo letterario contemporaneo da molti lustri per la sua singolare scrittura poetica e per il costante impegno a livello giornalistico, saggistico e critico.

Attenzione, direi, dovuta in maniera ancor più rilevante qui, per la forza dei sentimenti presenti e palesati, per la sincerità espressiva e per quella congiunzione intima tra vita e letteratura che riesce a catturare contemporaneamente l'elemento umano e quello descrittivo, i paradossi esistenziali dell'essere e la perfezione dell'Assoluto, le scelte ideologiche coraggiose, quali possono essere oggi quelle riferite alla fede, e la loro non facile resa lirico-espressiva, tra l'altro in quest'opera felicemente risolta.

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20 maggio 2010 4 20 /05 /maggio /2010 17:13

di Enza Sanna

 

Trattasi di unione con Dio, attraverso un'ispirazione eterea che si libra in alto, ma che non trascura l'attenzione alla vita; libertà del contingente nella consapevolezza che solo nel Sacro anche gli ideali trovano senso, trovano valore, su quella soglia che separa il visibile dall'invisibile, il relativo dall'Assoluto (appunto).

Ma per addentrarci maggiormente nel cuore di questa illuminante raccolta, ci sembra opportuno richiamare l'attenzione su quei versi che più testimoniano quanto sopra analizzato.

E' già nell'incipit, oltre la consapevolezza delle miserie umane, dell'uomo esposto alla fragilità dei suoi limiti, una dichiarazione cristallina di fede. "sento ardere l'incenso all'altare7 sciogliersi come cera al sole/ la mia indifferenza", perché "solo la fede erompe come un tuono/ o dolcemente / come acqua all'arsura disseta" e, nel superamento dei peccati del mondo, per "l'uomo salvato malgrado se stesso" è il condono "della parola-nucleo...il perdono". Si configura così un viaggio nell'Eterno, che percorre e vive l'evento cristologico, con riferimenti costanti alla sequela del Cristo:" Dentro il delirio della Tua assenza-presenza/ c'è ildivenire del Principio Primo". Da qui l'abbandono totale all'unica Forza, all'unica Luce, in un martirio che è donazione completa e "si dilata come una spuma solare" senza ripensamenti: " Con un frullo d'ali potresti...oh sì potresti ancora salvarTi" in un mondo in cui spesso 2i guano è scambiato per oro". Ma l'Eletto è venuto "a placare le ragioni altre della Storia", in una sofferenza che "Ti fa umano oltre la ragione del trionfo, lo smacco di ferite/ lo scialo della sconsacrazione" a ricordarci che nella nostra totale spoliazione, non nella gloria del mondo, è l'àncora di salvezza.

Le liriche riercorrono e rivivono le tappe della Passione di Gesù Cristo, fino al "si compie il misfatto" che nello sdegno, alimenta quella volontà di "esser(ci) /quel tanto che basti / per cancellare la colpa, "fino alla certa Resurrezione" e ancora: " i teli abbandonati alla nuda terra rivelano il prodigio" di Lui " nel Regno del Padre ora a respirare/ nidi e germogli di miele" perchè "Dio è vivo/ ha resistito alla necessità della morte / per ampiamente rinascere all'Eteno."quel Dio che è Misericordia e Grazia anche per la feccia/ dei cani rabbiosi" benedicente per sua necessità".

Nella costante  ricerca di Colui che è "acqua per l'arsura del mondoi", "frutto appeso al sicomoro più alto", il Suo sacrificio è "acqua sorgiva offerta/alla remissione dei peccati", anche se il conto non torna: "Ci porgi la Tua ciotola balsamica/ mentre hai bevuto quella infesta" quando "i nostri pochi talenti non bastano/ a meritarci l'indilgenza", ma tenace è la speranza di "un perdono tardivo/ che non meritiamo",

Ninnj di Stefano Busà chiede l'aiuto oltre il limite: "rafforza le mie caviglie/ per la stretta finale" e il limite condiziona e umilia: "Com'è aspra l'imperfezione". Dubbi, ombre ma anche e sopratutto certezze di fede: "Il Perfetto Assoluto è nel cuore di Cristo/ nell'inviolabilità della Sua missione". E la definizione supremas: "rifulgi nella Trinità del Tuo Regno... Solo il Tuo Verbo ci salverà". E ancora:" Ti sei fatto sangue della Terra" Tu "il fine ultimo, l'Ascesi e il senso" E la preghiera alta: "dacci la fede per l'uomo, distratto tra tante testimonianze, che non sa, non vede, " non conosce il punto più alto della Tua solitudine" e insieme il bisogno di abbandono a Lui per gli uomini che no hanno nulla sulla terra: "fa che anneghi / nel lago dei Tuoi occhi / come tortora alla brezza" nell'abraccio di un Dio-amore che fa tutto nuovo. "Dio si curva sullo stelo dolente,/sulla foglia secca, sul polline leggero / per riapparire dal morbido tappeto/ d'erbe o dal chicco di un sorriso" La comunione si fa totale : " Oh quante attese ha il cuore /prima di morire " nella volontà, nella speranza forse di :"alleviare le piaghe al Tuo costato" e insieme punto fermo nella solitudine: "Dio solo serba virgole d'amore , / quando tutto è perduto/ solo Lui / concede plenitudini d'immenso".

Così, "perduta la stagione delle ali / torno a sfuggire l'inferno dei vivi, / a sedurre le stelle rimaste. E quel silenzio sbianca le mie notti".

Difficile dunque il casmmino di fede per gli umani: "non abbiamo che una bussolarotta/ e qualche filo d'erba per orientarci, ma la ricerca è costante: "Con la coscienza pelosa del pentimento, / Ti ho cercato, Ti cerco ininterrotamente..." anche se "la logica degli abissi mi reclama. Ma l'attrazione dell'Assoluto è più forte e fa dire alla poetessa"Questo è il punto più alto della Tua potenza: designare una rotta per gl'indolenti, / i reietti, gli esclusi della Terra. Dio che solleva gli ultimi, "sei il brandello di coperta che ripara/ il clochard" ma trionfo della Vita sulla Morte la Tua grandezza"." Da un nulla riggemmeremo" si conclude questo bellissimo itinerario in mentem Dei nella ricerca sofferta ma costante di un'anima assetata d'assoluto: " Ti perdo e ogni giorno Ti ritrovo..."" L'assoluto sa parlare le mille lingue delle moltitudini": porto sicuro, lo star saldi nella fede: 2 essere il guizzo che accompagna/ la resa: l'attimo e l'altrove".

Notevole lo spessore umano di questa poliedrica scrittrice, che sa coniugare una meditazione così profonda sulle vaste, ignote ragioni dello spirito con riferimenti forti a problematiche sociali del nostro tempo, e a momenti della memoria sospesi tra un tempo cronologico, e un tempo tutto interiore dell'anima che volge ad un intimo ripiegamento, spesso elevato a canto universale.

Poesia che si leva dal contingente effimero all'eternità dell'Oltre. Nel metro libero la forma si avvale del gusto della metafora, dell'analogia, nell'uso efficace, in alternanza, del discorso paratattco e ipotattico, di alta musicalità espressiva, sia nei riferimenti alla natura, sia nei momenti di interiorità di un originalissimo lessico, frutto certamente di meditazione e di una cukltura profonda che il cuore nutre e la ragione seleziona. Attualità e memoria si susseguono sul filo di un discorso personalissimo, che a tratti si fa mistero perché appartenga solo all'io narrante o si presta a più interpretazioni, perché ciasuno si ritrovi in esso secondo le proprie esigenze:

Varie le tematiche, ma supportate dal solito filo conduttore di una fede profonda che, esperita dalla tragicità del tempo presente e della korte, coglie in rapidi momenti epifanici illumonazioni improvvise in una dimensione mtastorica che tende costantemente all'Assoluto.

La raccolta così compatta, diviene testimonianza sofferta di vita e insieme dilata la propria storia individuale adimensione universale, capace di comunicare un messaggio ad ogni uomo, che illumini il non-senso della Storia. In una capacità non comune di comunicazione immediata, il linguaggio forbito raggiunge vette di alto lirismo, in un crescendo di tensione emotiva, di pathos, in cui si avverte l'inquietudine di un'anima cosciente della precarietà dell'esistere, del mistero del dolore vissuto come sofferenza, ma anche come nutrimento dell'anima e strumento di Trascendenza che si dispiega in canto. Sono presenti anche lo sdegno, l'indignazione, la denuncia dell'egoismo imperante e cieco, che ignora i più bisognosi, i dimenticati, gli esclusi. Intenso colloquio teologico che si fa antropologico, pedagogico, testimonianza di un impegno etico, che si apre al'altro in una ideale tensione alla condivisione. E pertanto non solo canto che si fa preghiera, ma storia di un'anima che si confessa tra umbratili momenti e serenità interiore, ma ben altro. Il tutto espresso in liriche di grande spessore e di grande poesia, nella trasfigurazione fantastica, onirica di certi versi. Opera dunque originale e di profonda spiritualità: un itinerario d'anima alla ricerca di verità e della propia identità. Una prova molto impegnativa felicemente r

Dunque, poesia religiosa. Per quell'intima esigenza, che è di tutti i tempi, che vede l'uomo alla ricerca del Trascendente. E, si potrebbe dire, oggi più che mai nel dilagare di un materialismo dissacratizzante e nella cieca fiducia nelle potenzialità tecnologiche. In questo vuoto si fonda l'esigenza forte che privilegia la ricerca interiore e l'elevazionel mondo dello spirito, come testimonia questa bellissima raccolta di liriche, nel bisogno inalienabile di attingere al Divino nel profondo dell'io, oltre ogni dogmatismo, secondo l'affermazione agostiniana "In interiore spiritus habitat Veritas". Oltre ogni esigenza liturgica, forte appare oggi l'assenza del divino come bisogno di aiuto, necessità di redenzione e insieme aspirazione anche di natura sociale e umanitaria nel richiamo alla solidarietà, alla fratellanza.

Un panorama spirituale, quello di oggi, che nel pluralismo religioso, si pone con umiltà alla ricerca di varchi alternativi nell'esigenza di un approdo, alla conoscenza salvifica che dia senso al mistero del male, del dolore, della morte. E pertanto, l'esigenza religiosa, come si configura anche nella poesia, e particolarmente in questa poesia, è ricerca carica di inquietudine, priva di certezze, ma vera e reale perché sofferta; è dramma di conquista, ansia di un assoluto che sazi l'insopprimibile sete di amore, di verità, di giustizia che è in ogni uomo, più o meno consapevolmente. Ed ecco che l'esigenza del Sacro, come ben testimonia questa intensa raccolta di liriche, si esplicita in un canto intimista, il quale si sostanzia di un disagio esistenziale che l'attuale società tecnologica e consumistica porta alle estreme conseguenze, e in controcorrente, sollecita al Trascendente, al Divino si legge nei versi, sottesa o più frequentemente dichiarata, la denuncia dei mali che danno origine al dramma esistenziale, così diffuso del nostro tempo; ma di qui anche l'invocazione e l'abbandono dello spirito alla Misericordia di Dio.

Canto dunque di testimonianza e di denuncia, sulla linea di un messaggio evangelico che conduce a slanci di fede irrisolta.    (Enza Sanna)

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