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27 novembre 2014 4 27 /11 /novembre /2014 19:59

di Ninnj Di Stefano Busà

 

PREFAZIONE

 

A cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

 enzo Spurio in questa sua raccolta poetica usa un linguaggio moderno, asciutto, ma lo fa con leggerezza creativa, senza mai debordare dal solco che lo tiene legato ad una poesia d’immagini, di rarefazioni e di ricadute accidentali in quelle che sono le esperienze, le prese di coscienza di un verbo complessivamente volto alla soggettività di una tensione relativa, che risponde al bisogno della storia personale pienamente presente in questa silloge. Il libro palpita di realtà multiformi, intesse una ragnatela di storia che viviseziona con discrezione il linguaggio della poesia e confluisce con la visione del mondo in una varietà del sentire che ne percepisce il senso dell’immaginario e ne sottolinea la percezione del segno, si fa tutt’uno con le sue componenti figurative, ovvero: figure retoriche, simboli, metafore, allegorie in una terra d’esilio (la nostra), che occasione le molte esperienze di vita, riscopre situazioni che faticosamente si proiettano dal sogno ad una condivisibile speranza oltre “quel sogno”. La poetica di Lorenzo Spurio ricorre spesso ad una malinconia di fondo che riverbera un’assenza, solo all’apparenza placata o in grado di rendersi coesa e verosimilmente ne regge tutta la struttura del testo.

Quest’opera si presenta coniata da una forza evocativa che si esplicita in assonanze e dissonanze; i versi hanno una tensione lirica a volte frammentata, ma sempre fluida, mai sopita né opaca. La poesia scorre come segnale di vita che si ravviva dal suo stesso humus, si fa movimento ascensionale, a volte verticale, altre orizzontale, ma sempre alternandosi a sentimenti, suggestioni, pensieri, ispirazioni che si raccordano al tessuto semantico e alla matrice dell’essere.

La scrittura è polimorfica, avverte le incognite del mondo e si adegua alla necessità di ricompattarsi in una continuità logica delle cose che interagiscono e si compenetrano nell’emozione perennemente in bilico sul “nulla”. In tutta la raccolta si configura una sorta di alter ego che sperimenta e determina la full immersion in reticenze, incognite, compromessi tra il sé e l’altro di sé, configurandosi come alter ego di una matrice che tutto coinvolge e, tuttavia, emette segnali di cose vissute, di legami coi luoghi, con le immagini della fantasia o dell’immaginario che emettono pulsioni quotidiane. Il sogno echeggia talvolta oltre il simbolo che dà sommovimento di forte implicanza nostalgica, indicando figure interamente attraversate da una stratificazione figurativa, da ciò uno dei termini materici che più ricorrono: il cemento, autenticato da compattazioni cementizie, da rincalzi e direi anche puntelli in senso figurativo: l’equivalente di rinsaldare, consolidare e fortificare il genere umano.

Si avvertono tessiture che sanno individuare colori, sapori, emozioni che sono la ragione stessa dell’esistente e dell’assente; determinano un archetipo nel quale s’intuisce un paesaggio interiore in cui appaiono d’improvviso accelerazioni e contrazioni di uno sperimentalismo in fieri. Bellissimo questo explicit: “Ho odorato ancora il fiore/ accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore”.

La ricerca d’amore in questi versi è paragonabile ad un pensiero poetante che rispecchia la sublimazione del dolore, ma di cui si conserva il profumo o il fuoco smorzato della sofferenza. E tutto infine s’identifica con la vita: Lorenzo Spurio vi antepone una commossa capacità di ragionamento, l’acuta riflessione di una percezione del reale, che intende offrire alla mente l’immagine che la governa, ovvero, nuova vita, nuovi significati, espressioni di una rivelazione che sgorga dal cuore.

Poesia non è, infatti, solo la capacità di offrire riflessioni, ma ciò che si connette misteriosamente al significato delle parole usate e acquista nuovo splendore nel saper individuare la luce riflessa, ovvero, quel mistero che sa cogliere quello che c’è dietro il viaggio acceso negli occhi per sempre. E qui, che anche l’anima del lettore può cogliere l’infinita e arrendevole forza della poesia, soprattutto in quei vividi canti di sdegno, nelle cronache di denuncia di un mondo fatto di lassismo, sopraffazione e ingiustizia dove il poeta, come un novello vate della postmodernità, rompe la logica del bavaglio e proclama con onestà la cruda società d’oggi.

                                                                                                                   Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Milano, 23 aprile 2014

 

 

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27 novembre 2014 4 27 /11 /novembre /2014 19:49

 

SOLTANTO UNA VITA romanzo di Ninnj Di Stefano Busà

 

a cura di Rosanna Di Iorio

 

Ho incontrato Ninnj Di Stefano Busà attraverso le sue poesie e ho amato il canto puro dei suoi versi, la profondità del suo sentire la vita, la delicatezza ferma e serena dei suoi principi, il suo bisogno di donare bellezza dedicando la propria intelligenza e il proprio cuore alla poesia. È innanzitutto una poetessa tra le più accreditate fra i contemporanei, oltre che critico letterario e saggista, ed oggi si propone anche come narratrice con il romanzo “Soltanto una vita” la cui trama, che potrebbe appartenere ad ognuno di noi, viene descritta con intensa partecipazione etico-sentimentale e pur snodandosi in un contesto socialmente alto, comunemente disattento ai veri sentimenti, fin quasi all’indifferenza, quest’opera è intrisa di intenso lirismo e suggestione poetica nonché di un connubio perfetto tra filosofia e poesia. Esiste un modo di comunicare le proprie opere con molta delicatezza senza far rumore, un modo di entrare in punta di piedi nel mondo degli altri, che nasce e si sviluppa da una disposizione personale che si ripromette di coinvolgere le persone nel nostro mondo interiore, per favorire uno scambio emotivo altrimenti difficile da realizzare. È l’intento, la strada che ha imboccato l’Autrice col suo romanzo “Soltanto una vita”, dove nel raccontare una storia apparentemente nella normalità, cerca di fermare le emozioni, in uno stato di grazia, coinvolgendoci nelle esperienze esistenziali dei suoi personaggi, proiettandoci nel loro mondo, in un percorso ideale che potrebbe coincidere con quello di ciascuno di noi, in questa meravigliosa esperienza che è la vita. Tra i protagonisti della storia Julie Lopez  e George Martinez, dopo tante traversie, sboccia un amore idilliaco, costellato tuttavia da inevitabili dolori, come l’aborto, un male devastante che colpisce la donna, ma insieme riescono comunque a superare le difficoltà tenendosi ben stretti al loro immenso amore. Avranno infine figli e nipoti e finiranno il viaggio sempre nel nome dell’amore. Amore che, come scrive la Busà, bisogna costruire, credendoci sempre, alimentandolo, per poi donarlo. Viverlo: perché non abbiamo molte vite…ma una soltanto…! (da qui il titolo).

Ella richiede al lettore la condivisione di una esperienza emotiva vasta, allargata, completa, esigendo una comunione nel sentire, nel rivelare sentimenti e passione. Soltanto una vita, rappresenta una testimonianza dell’esistente, che l’autrice traduce in una visione che va al di là dell’orizzonte percettivo delle apparenze, richiedendo una partecipazione più attiva, in cui tutti i sensi siano coinvolti e con essi il mondo spirituale, quello dell’animo che riassume tutte le sensazioni e le proietta in una sfera onnicomprensiva o sinestetica. La ricerca della verità che l’Autrice persegue, osserva lo schema aristotelico, per sillogismi, esplicitandosi nella contrapposizione e poi nella sovrapposizione tra io e tu, tra autrice e lettore, tra amante e amato, tra uomo e Dio. La saggezza e la verità sono dentro di noi, alla portata di ognuno, nella nostra intima quotidianità. Basta cercare! L’Amore invece è gioire per lo la stessa gioia, piangere per lo stesso dolore, sognare lo stesso sogno! Amare è condividere la vita. Operazione difficilissima, ma non impossibile, perché si svolge procedendo con equilibrio su un filo teso sul vuoto, mentre si dà la mano ad un altro. Amare è anche e soprattutto la condivisione di una ricchezza infinita, inesauribile, di un tesoro che, se si acquisisce, si può sfruttare per sempre e resta custodito nel profondo, inattaccabile a qualsiasi agguato. Nelle prime pagine si susseguono suggestioni, impressioni colte con vivezza, con la vivezza proprio del sogno. I turbamenti insorgono perché le ore liete, la gioia, la felicità corrono insieme al tempo, perché siamo immersi nel panta rei, tutto scorre e anche noi siamo destinati a passare con i nostri affanni e le nostre gioie.  Si resta prigionieri della solitudine aspettando dietro il vetro della finestra l’arrivo del domani, mentre la vita scorre davanti agli occhi e non si può fermare. Se la coscienza della morte ci fa paura, la cognizione dell’abbandono e della separazione dagli affetti più cari non è meno temibile. Julie, si sente quasi inglobata in una vera e propria prigione kafkiana, un teatro del dolore a cui il lettore prende parte con la stessa dignità, con la stessa sensibilità della protagonista. Ma piano piano, nell’incontro con George, dopo le varie vicissitudini, si stabilisce un colloquio a due, in un comune anelito alla rinascita - com’è bello capirsi con gli occhi! Non osavano più sperarlo!”-  in un patto che si realizza per tornare a vivere, nel modo in cui ognuno garantisce la Rinascita dell’altro. Patto che esplode, incontenibile, musicalmente sonoro, caldo, esuberante, profumato, luminoso, in un inno alla vita. Che è un inno all’amore, un delicato incontro con l’altro, con colui che richiede un piccolo spazio nella sua vita ed ottiene un immenso giardino, oppure è la semplice descrizione della felicità, o una preghiera di ringraziamento al Creatore. Così le emozioni sgorgano, debordano, si affollano. Quanta armonia e quanto equilibrio vi sono in questo romanzo! Quante impressioni, soffuse di gioia infantile, primaria, quasi arcaica, delicatamente sognante. Julie e George si sposano e come in ogni storia vivono momenti di gioia e dolori, di paure e speranze, ma Julie riesce a coltivare con la pazienza di una tessitrice, con la grazia di una giardiniera, il senso della vita. Con le sue parole l’Autrice ci vuole insegnare che la vita bisogna viverla ed amarla così com’è, senza mai disperare tanto da rinnegarla. Cercando di compiere l’esistenza in amorosa leggerezza, in sognante adesione alle sollecitazioni più profonde dei sentimenti. Perché “Credere nella vita/vuol dire accettarne anche il peso del suo dolore”. Una grande verità che ci rende maturi, ci fa crescere spiritualmente e ci arricchisce di un patrimonio armonico di sensi che non viene compromesso dalla forza bruta degli eventi.

 

 

 

 

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19 novembre 2014 3 19 /11 /novembre /2014 13:38

 

 

Ninnj Di Stefano Busà fuori da tutti i canoni linguistici riesce sempre a sorprendere

 

a cura di Salvatore Veltre

 

Una poetessa di classe Superiore, lo vado affermando da sempre, non rientra negli stereotipi della tanta sbandierata poesia di oggi. La sua poetica sa essere affascinante e nuova, protesa verso le alte vette della vita e del pensiero.

In questa raccolta Eros e la nudità edita da Tracce 2013, prefata da Walter Mauro in modo ineccepibile, ma anche da Plinio Perilli, da Arturo Schwarz, nomi grandi della cultura dei nostri giorni, non fa che avvalorare la convinzione che le linee ritmiche e sognanti caratterizzano le brillanti e fascinose atmosfere dell’Eros, ispirando una sensualità scevra da ogni volgare espressione erotica o sessuale respirando una purezza d’immagini e un abbandono di suggestioni sublime e superbo, conchiuso felicemente in un repertorio di libere e catartiche visioni.

Al gioco del gatto con il topo” (come lei recita), la ragione vi si stende in un fluido calamitante che dolcemente commuove e sommuove alla compenetrazione amorosa, all’abbaglio del desiderio.

Di questa grande della poesia contemporanea, mi ha sempre colpito il senso del mistero e dell’incanto in un vorticoso giro dell’essere, nel turbinio di rifondersi nelle cose del mondo.

Poesia raffinata che va oltre la pura realtà effimera per sprigionare scintille accecanti di luce, così come di tenebre abissali:

un brivido di stelle, un baratro di cellule viventi:/ l’amore che più folgora....”

oppure: “l’amore trova sempre l’orlo dell’abisso/ in cui morire per poi resuscitare” La poetessa mostra i luoghi dell’eterno abbandono, dove tutto perisce dopo l’attimo carezzevole e sfuggente:

“Era la giovinezza”  oppure”una pur breve eternità cogliemmo/ dalla vertigine d’amore.”

l’Eros, allora, così come il sogno, il tramonto, la brezza oltre l’oblìo sono tutti segni della sua potenza espressiva. Una scrittrice che non finisce mai d’incantare, di stupire, dandoci il calore, la gioia di un incontro in un momento della nostra esistenza, anche con un tocco di amarezza.

M’intriga il tuo amore./ Lo respiro da stami e fogliame/ come raspi stornanti: A sciami vi si scioglie un respiro di cose perdute.”

Ancora un libro da leggere e viverlo come dono d’amore e piacevole ricordo.

 

 

 

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10 novembre 2014 1 10 /11 /novembre /2014 11:53

 

a cura di Maria Rizzi

"Soltanto una vita" , il romanzo di Ninnj di Stefano Busà, pubblicato dalle 
Edizioni Kairòs., mostra la capacità di una poetessa tra le più rappresentative del nostro secolo, di cimentarsi in narrativa con la stessa forza dirompente e con la capacità superba di distillare linfa dal lirismo per arricchire il suo testo di nerbo narrativo. Le prime pagine rappresentano già l'annuncio della vulcanica capacità espressiva dell'Autrice. Ci si trova, infatti, di fronte alla descrizione > paesaggistica delle conseguenze di un nubifragio nella Tierra del Fuego, all'estremità meridionale del continente americano, tra lo stretto di Magellano e Capo Hoorn.L'ambientazione sembra predittiva. E' una sorta di introduzione ai naufragi esistenziali dei protagonisti, Julie Lopez e George Martinez, e degli altri personaggi. La storia narrata si potrebbe definire con termine riduttivo 'la saga di una famiglia', anche se include elementi non caratteristici di questo genere di narrazione. Il libro nella sua interezza è un 'unicum', il mélange di più storie, di dolori laceranti, di esperienze distruttive, che mettono in risalto, quanto gli uomini, come gli elementi della natura sono esposti alle intemperie dell'esistenza. Ma l'aspetto che coinvolge, trascina e incanta è quello salvifico. La Busà non consente alle sventure di prendere il sopravvento sulla lenta resurrezione.
Non conosco di persona l'Autrice, ma ho letto l'Opera con la netta sensazione che Ella abbia proiettato, come è naturale che accada, la propria determinazione, la propria indole volitiva sulle vicende dei suoi personaggi. Ha descritto con rara maestria, con voce appassionata, dal respiro inarrestabile le lacerazioni subite da Julie e da George, ma è riuscita a penetrare nel cuore delle storie senza indietreggiare un momento, lasciando intravedere l'esigenza, il desiderio e la possibilità del riscatto.
L'aspetto epico del romanzo è innegabile. E non solo nelle descrizioni della natura, anche nello scavo interiore condotto sulle anime dei personaggi, sulla capacità di affrescarli con poche, magnifiche pennellate, rendendoli 'vivi' e vicini. E tale aspetto diviene innovativo, nelle disamine sui sentimenti. L'autrice sviscera gli stati d'animo e dà esempio di fisica vitalità verbale. Gli scenari che fanno da sfondo al succedersi degli eventi evocano una Artista 'cesareo' di ogni tendenza inflazionata. La Busà, infatti, sovverte molte regole. Gli entusiasmi celebrativi vengono sostituiti da profonde riflessioni sulla vanità della vita, sulla stanchezza, sulla malinconia, ma al tempo stesso il 'mal di vivere' sottende l'energia per reagire, per dare una scossa allo status quo.
Abbiamo "soltanto una vita" e... nel titolo è riposto il segreto di questo romanzo lavorato, intarsiato di similitudini, di allegorie, che dopo lungo exursus narrativo, si sofferma sui sogni. Sulla necessità di andare loro incontro. I sogni hanno bisogno di sapere che siamo coraggiosi... Nessuna demagogia nell'esigenza di ricorrere ai sogni, anzi... la volontà di contrastare un'epoca, un modus vivendi , che ci porta lontano da ogni illusione e che ci spinge a immaginare popolosi scenari per il nostri futuri.
La desublimazione della prima parte dell''Opera non va interpretata, quindi, come nichilismo. 
La Busà, nel suo stile sovrabbondante, ci dona varietà d'ispirazione, coinvolgimento passionale autentico, splendore opimo e purissimo. Un'Opera della quale non desidero rivelare gli sviluppi per lasciare ai lettori la gioia di leggerla e di assaporare in magico surplace come la sottoscritta, in uno stato simile al ritorno dalla avventura della vita. 

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23 ottobre 2014 4 23 /10 /ottobre /2014 08:26

 

a cura di Domenico Pisana

 

Testo poetico di forte intensità semantica, dove l'interiorità si trasfigura con il ricoroso a lemmi ("carne", "fuoco", "turbinio", "guizzo") protesi a far risaltare il circuito di meditazione lirica sullo svuotamento della memoria e il divenire esistenziale dei giorni. La Di Stefano Busà raccoglie i frammenti di una umanità stanca ove l'uomo raggomitola le proprie stagioni , lasciandosi attraversare più dall'inverno che dalla primavera, più dalle tenebre che dalla luce. Ogni parola del testo è portatrice di un metalinguaggio che apre orizzonti di bellezza e di riflessione, ricamati da quel climax entro cui è strutturata la lirica( "si mostra", "si tende", si scioglie" ) e da quell'"oltre" che rimarca la dialettica tra terrestrità e trascendenza. Davvero un bel testo! Complimenti!

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10 ottobre 2014 5 10 /10 /ottobre /2014 13:12

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

UN LIBRO IN LINEA CON LA STORIA CHE PUR NELLA SUA CRUDEZZA CALAMITA L’ATTENZIONE DEL LETTORE

 

Libro potente eppure avvincente per le sue molteplici implicanze, per i tratti della Storia che vengono evidenziate con grande sagacia e veridicità, con obiettività ed estremo rigore d’indagine, quello di Francesco Belluomini. Il titolo è molto azzecato: Sul crinale dell’utopia, non poteva essere più evidente. Si tratta di un romanzo affascinante, ma anche crudo e inclemente verso sommovimenti spietati e rivoluzionari che hanno fatto la vicenda cronologica di tutti i tempi.

Il libro è fortemente impregnato di idealismo dei suoi personaggi, a partire dalle istanze utopistiche del primo, certo Eugenio Del Sarto che fu veramente impersonato da Eugenio Del Magro, anarchico e sovversivo elemento di spicco del movimento comunista viareggino.

La storia si svolge attraverso numerose e disperanti vicissitudini dell’uomo: dalla persecuzione fascista, alla fuga con al seguito la famigliola verso altri territori neutrali di mezza Europa, fino a riparare in esilio in Unione Sovietica, dove giunge con moglie e figli piccoli appresso, per sfuggire a morte sicura. Vi si reca in qualità di giornalista, ma nella realtà come rifugiato politico, per scampare alle peripezie e intolleranze di un regime fascista. Purtroppo anche qui, la sua indole ribelle, combattiva e anarchica viene a scontrarsi con il potere e la censura russa, notoriamente dittatoriali.

Viene internato per attività illecite controrivoluzionarie della Repubblica del Baltico, rinchiuso in un gulag della Crimea dove morirà nel 1938.

Altro grande protagonista della trama è Fiodor Levkilyi (immaginario interprete) di altre avventure rivoluzionarie, (anime inquiete! si direbbe) se non fosse che il mondo è pieno di questi uomini, trabocca di questi personaggi che hanno fatto la Storia dell’ultimo secolo e non solo). Fiodor finisce nelle maglie della legge come disertore. La vicenda dei due appare complementare, anche se diverse come personalità e indole, sembrano affini per molti versi, soprattutto per essere entrambi “teste calde”, anime combattive che le traversie della vita hanno contribuito a privarli di quella pace interiore che le rivoluzioni vere o ideologico-retoriche di tutti i tempi hanno innescato.

Vige un sottofondo di morale in tutto il romanzo. A mio avviso, Francesco Belluomini vuole mettere in evidenza il “male assoluto”: le guerre, le dittature, le ingiustizie, della cui necrosi si rende responsabile verso La Storia ogni uomo che si arroga un diritto nei confronti dei suoi simili, in second’ordine le conseguenze che ogni azione forzosa (nella fattispecie ogni potere assoluto, privato di democrazia) riflette sugli esiti esistenziali di chi non ha voce, dei diseredati, dei miseri.

In questo romanzo Belluomini appare obiettivo e onesto nell’evidenziare fatti e personaggi; estremamente fedele alla storia e ai suoi accadimenti fino ad indurre il lettore a riflessioni sui metodi fascisti, come delle dittature di tutte le rivoluzioni bolsceviche (compresa quella odierna).

Delinea con rigore e aderenza logica l’orrore dei “gulag” staliniani alla fine degli anni Trenta. Lo fa con una capacità storiografica retrospettiva tra le più autentiche e avvertite. La saggezza dell’autore sta nell’indurre il lettore alla logica azione che comporta ogni sopraffazione. Un libro da leggere, un romanzo storico che innesca una certa curiosità per fatti e processi ontologici  che giungono fino ai nostri giorni con gli attacchi di Mosca e della vecchia URSS, i bombardamenti aerei e di terra del premier moscovita verso le piccole regioni che chiedono l’indipendenza e i diritti alla libertà.

 

Un romanzo che ancora sta evidenziando lutti e perdite del patrimonio umano che continua a perpetrare il suo guasto nei gangli indifesi delle popolazioni indigenti. 

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8 ottobre 2014 3 08 /10 /ottobre /2014 08:56

ROBERTO MESTRONE: "I MODESTI STUPORI" DA INEDITI DI N. D. S. BUSA'

Roberto Mestrone collaboratore di Lèucade


I MODESTI STUPORI

da
INEDITI”
di
Ninnj Di Stefano Busà
Nel gesto di un'alba
(per dirla col cuore)
labbra di fragola
declina il canto,

mentre le ortiche insanguinano
i papaveri, lasciando incandescenze nelle vene,
pulsioni di silenzi,
tra il nascere e il morire,
qualche grano d’innocenza.
Tremo quando un'alba mi accarezza
a pelle, o un nuovo fuoco arde silenzioso.

Aspetto che tenace un bagno d’erba
irrori le radici, che l’aspro vento
sorprenda le attese all'infinito.
Oltre le strade bianche riodo il grido
delle semine, dove i tratturi aprono varchi
a lune nuove.
Ha fremiti stasera la parola,
questo andare per terre bruciate,
quest’acqua che non scioglie l'arsura,
spalanca solo minime passioni:
trascina ai frangiflutti,
lo scafo in cerca dell’approdo.
La verità del segno
Non ho che qualche strazio,
un grido che consuma l’immenso
e lo sbianca come l’inverno
il cielo che lo sfionda.
La vita sta nell’istante imperfetto,
nei germogli di carne
o in un sangue rappresi
nei cerchi inossidabili dei tralci,
nelle campanule bianche
tra i maggesi e la zolla.

Arranca una passione
che colora i melograni
e scalpita nell’ombra
di un altro scandaglio d'arsure.

Non ho che sillabe piegate,
nodi di fonemi e sintagmi
a tessere tele rosseggianti
o attese d’alabastro,
il volo di un pensiero che accende
spighe di prodigi e suoni dimenticati.
Mi sorprende, mi abbaglia e mi incita a scendere dalla barca della solitudine il canto di Ninnj Di Stefano Busà.
... Un grido che consuma l'immenso...” della nostra immaginazione oscurata dalla nube tossica dell'indifferenza. È “un nuovo fuoco... arde silenzioso” e ci fa riflettere sul ruolo salvifico del Poeta: la spiritualità dell'uomo, quando rischia di essere sconfitta dal morbo dell'alienazione, può essere riscattata anche dalle invisibili armi di chi armeggia coi versi: “sillabe piegate, nodi di fonemi e sintagmi” riescono a districare i nodi amari della quotidianità aprendoci l'uscio incontaminato della Natura.
Il cuore, steso sul prato in attesa “che tenace un bagno d'erba irrori le radici”, sa cogliere bellezze e dolcezze anche dalle ortiche, portatrici incaute di “incandescenze nelle vene”.
Tra il nascere e il morire”, abbrivio e traguardo della nostra esistenza, dobbiamo saper cogliere i frutti di ogni modesto stupore adagiandoci sugli sbadigli dell'alba o specchiandoci nei chiarori del tramonto.
Il nostro “andare per terre bruciate” sarà un cammino disseminato di impronte divine se riusciremo ad impossessarci – senza clamore –  delle umili meraviglie del Creato.
La vita sta nell'istante imperfetto”, ed anche ciò che ai nostri occhi appare come un groviglio di “minime passioni”, indossa la veste del “pensiero che accende spighe di prodigi e suoni dimenticati”.
Vivide di agresti immagini le metafore, caldi e genuini i sentimenti dell'autrice, sì che al lettore giungono chiari i preziosi messaggi della natura.

Brava Ninnj!

Roberto Mestrone

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22 settembre 2014 1 22 /09 /settembre /2014 21:47

Umberto Vicaretti

 

Rivelatrice e abbacinante, la stupenda lirica di Ninnj Di Stefano Busà mi rimanda, quanto a “parentela” e a poetica corrispondenza, al Montale de “I limoni” e a “O poeta é um fingidor” di Fernando Pessoa. Alla lirica di Montale dove il poeta, tenendo fede alla sua vocazione autentica, interroga il mistero. E così come ne “I limoni” l’ansia di “scoprire uno sbaglio di Natura” e il liberatorio “anello che non tiene” sembra trovare soluzione “in questi silenzi in cui le cose / si abbandonano e sembrano vicine / a rivelare il loro segreto ultimo”, così anche ne “I poeti” l’indagine di Ninnj Di Stefano Busà muove dalla meditazione e dal silenzio; da lì tenta l’inconoscibile, nell’attesa che una verità si disveli. I poeti, infatti, “Se tacciono sono come lame / appuntite nel cuore, quasi inviolabili / o invisibili, e un poco li accompagna / l’ultimo grido, un canto del cigno, / la verità o il segno che ne motiva / la schiusa meraviglia”. Dal silenzio, dunque, e dalla “parola breve e insoluta”, Ninnj Di Stefano Busà scandaglia l’arcana dimensione del vivere e del morire, perché nei poeti e “Nei loro volti si riaccende / il mistero ineludibile che intercetta / la vita e la morte, / le indaga”.

E’ qui, dunque, la missione del poeta, nella ricerca di una rotta che schiuda orizzonti, accenda una luce, prometta approdi. E Ninnj Di Stefano Busà compie questo viaggio come in religiosa attesa, stregata dal fascino della parola e della poesia. Ma nell’altalenante rincorrersi di contrastanti emozioni, tra “l’ultimo grido” e il “canto trascorrente dell’acqua sorgiva”, tra la “vita” e il “cero d’altare consumato”, tra il “canto” e “la lingua muta” e “le lame appuntite nel cuore”, Ninnj Di Stefano Busà denuncia tutta intera la sua natura di assorta e visionaria, di tenera e fragile e dolente sognatrice. Una malinconica natura poetica che, come dicevo all’inizio, mi sembra di rintracciare nei versi di “O poeta é um fingidor” di Fernando Pessoa, paradigma rivelatore della condizione del vero poeta: “Il poeta è un fingidore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente”.

A Ninnj Di Stefano Busà tutta la mia ammirazione.

 

Umberto Vicaretti

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14 settembre 2014 7 14 /09 /settembre /2014 10:39

 

 

Il burattinaio di Mariele Rosina, La Vita Felice Editore, 2014

 

                                di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Un libro di racconti tramato sul filo dell’amore, un amore che vibra tra le pagine e pone interrogativi e incognite, s’inserisce tra le pieghe dei personaggi, ne coniuga i pensieri, in atmosfere a volte difficili, fosche, come lo possono essere quelli dei tempi bellici o postbellici, in cui si svolgono le scene, nei quali due partigiani assumono dentro di loro il segno della libertà, che è libertà di coscienza, azione imperturbabile e avvertita come episodio salvifico non solo dei protagonisti, ma dai loro salvatori, di quelli che compongono il loro entourage e mettono in pericolo la loro vita per salvarli.

 

Vi è il passato e il presente che s’intrecciano, che coesistono in un memoriale di distensione “a posteriori”, per collegare quel filo sottile che resta avviluppato tra le sfumature, i legami dei passato dei suoi personaggi che lo compongono e ne tessono una trama sottile, che quasi vi fa da sfondo, senza mai pregiudicare: i gesti, le parole, le forme di vita, la comunione di ideali che unisce talvolta le anime affini. Vi s’intrecciano ricordi, tradizioni, pudori, sentimenti che rappresentano l’amore in tutte le sue varianti.

Vi si trova disteso come un raggio di sole che attende il momento di mostrarsi, un tentativo di legare fino all’ultimo i protagonisti delle vicende, che dalla loro privata necessità trovano la forza di raccontarsi, di mostrarsi in tutta la loro storia personale. Un libro che attira l’attenzione del lettore per il suo stile piano e rilassato, anche nelle circostanze più sfavorevoli, anche quando tuonano le bombe, e i siluri della contraerea solcano i cieli. Vi s’innestano comparazioni, suggestioni e speranze che hanno in loro la certezza del pudore di una volta.

La trama è fitta di avvenimenti che trascinano chi legge lungo le strade impervie di un passato remoto ma recente sulla pelle di ognuno, che non ha metabolizzato incursioni aeree, bombardamenti e rifugi bellici. Vi si evince un messaggio: resistere, essere abbastanza forti da superare gli eventi e gli accadimenti. E l’amore conta in quel tragico epilogo di distruzione e morte; l’amore è l’unica forza alla quale si aggrappa l’umanità fino all’ultimo anelito, l’unica speranza, la più grande, seppure talvolta idealizzata e viziata, da troppi condizionamenti, veti, disperazioni e solitudini della tragedia umana. Un bel libro tutto sommato che sa trasmettere la forza del coraggio e la saggezza di rischiare per una causa giusta: la libertà, l’amore, la dedizione ad un ideale fraterno o amicale che sono valori aggiuntivi nella scala dell’esistente.

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12 luglio 2014 6 12 /07 /luglio /2014 18:27

N. DI STEFANO BUSA': "LA POETICA DI ROBERTO MAGGIANI"



Ninnj Di Stefano Busà collaboratrice di Lèucade
La poetica di Roberto Maggiani
(a cura di Ninnj Di Stefano Busà)
Roberto Maggiani è già un veterano della poesia, e credo che sappia modulare la parola con sottile ironia e accenti e ritmi, ricreare attraverso una straordinaria sapienza sillabe e sintagmi, immagini, figure e visioni che rinnovino il senso profondo dell’esperienza lirica.
Trovo come motivo di fondo della sua poetica, una gioia sorretta da chiaroscuri che insolitamente elabora e infittisce episodi di ferite, per poi pacificarsi e placarsi nell’onda del canto, che via via si snoda, attraverso effetti variegati, in immagini d’alba, in luce trasfigurativa, in presenza di allegorie, di metafore ben individuate e felicemente risolte. E’ un dire fluido e versatile il linguaggio di Roberto Maggiani.
Vi si stende una modena tecnica scrittoria, evidenziandosi per compensazioni e consolazioni, un rinnovarsi continuo dell’essere, un’ansia  di vita che trova il suo punto fermo nel verso rapido e musicale, nel significante che numinosamente lo evoca e lo differenzia da tanta poesia banale.
Roberto Maggiani, inoltre, rappresenta la natura, i paesaggi, gli sfondi come toccati dalla grazia delle stagioni e da un’intensa forza maieutica di penetrazione e di autocontrollo, nel senso di una varietà e verità non occasionali, ma coerenti alla stessa scansione del linguaggio, legato, tuttavia, alle sue rappresentazioni liriche da un senso di vigore intellettuale, ad un’orchestrazione di strumenti fonici che ne determinano la fluidità e le ragioni fondamentali del suo porsi in poesia. Una voce chiara e nitida, non compromessa da sterili espedienti sperimentalistici ad oltranza, che sa volare alto nel solco della tradizione, sperimentando, anche, note moderne. In questo sta proprio la novità, e non certo nell’allineamento ad un “minimalismo” riduttivo e inconcludente di tanta poesia più mistificatoria e insulsa che certamente cadrà nel dimenticatoio.
                                                                       

                                 Ninnj Di Stefano Busà

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