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2 aprile 2014 3 02 /04 /aprile /2014 20:14

 

 

L’ASSENZA DI ELENA NELLA SILLOGE: IL SENSO DELLA POSSIBILTA’ di Antonio Spagnuolo, Ed. Kairos

 

Recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

 

 

Il senso della possibilità, la nuova silloge di Antonio Spagnuolo, ci lascia smarriti, tale e tanta è l’irrisolta, feroce contraddizione tra il risultato emotivo del “prima” e del “dopo” di Elena, tra l’essere stato e il dover essere, tra la carne e il sangue di ieri e, l’accerchiamento, il cambiamento spersonalizzante, smarrito dovuti all’assenza della donna amata.

Ogni dettaglio di emozione, fatto di pensiero naturale, di rasserenante ipotesi giunge immediatamente al suo discrimine, dove tra la fuga e l’addio, tra il tempo diacronico e sincronico, tra antinomie, segni fuggevoli, radici mnemoniche, abbandoni...oggetti, sfuggenti, inerti appartenuti alla sua figura, divenuta evanescente, si ricongiungono le ombre di un viaggio solitario; ad ogni ora, riaffiora quasi inumato dalla polvere e dall’impellenza retroattiva di ieri, un nuovo giorno catapultato nei bisogni asfittici, esangui di una solitudine, che immobilizza il sentimento e lo istruisce nel percorso obliquo, inconcludente della materia. Ogni memoria soggiace alla finitudine, al segmento nostalgico che segue ogni tratto, di questo itinerario avvertito dall’autore come un affronto, un maldestro colpo del destino che lo ha privato della sua compagna. Spagnuolo in questa nuova raccolta distingue in modo asintotico, il suo “io”, vagheggia come uno scolaretto al suo primo appuntamento sugli sprimentalismi linguistici che della poesia fanno una campionatura piuttosto vivace e abbagliata, talché si potrebbe definire anche abbagliante di visioni, di ricordi. La fascinazione della parola ricrea un modello unico e irripetibile di sospensioni dialettiche che lasciano il lettore disorientato e attonito per le continue bellezze e sinestesie e metafore che la nostalgia della donna amata sa implacabilmente ispirargli. La solitudine è implacabile: una forza che procrastina la sua vera morte in un’atmosfera che non è mai elaborazione e disincanto, ma consapevole approdo, orgia di necrosi, a metà tra la vita e il suo contrario, quasi mobile ogni ancoraggio risulta perennemente in bilico, senza una via d’uscita, in ogni caso sempre in sospensione. Molte immagini ne presagiscono una indagine accurata, pignola, e uno scavo tra le ombre che riflettono ora più che mai il pensiero della moglie adorata. I limiti sono quelli di una prigione, i rilievi danno per scontata una fuga, o un ritorno, ma Dove? Quando? tra notti asimmetriche e memorie affrante, il suo “sé” ricostruisce itinerari di nevrosi, risucchi d’illusioni, ferite sempre aperte, che deformano talune allucinazioni  memoriali abbandonandosi alla nostalgia e sprofondandovi con la fantasia come in una tensione difforme, tra la realtà e il sogno, tra l’immaginifico e il vulnus che non argina mai il vorticoso malessere, la inarrestabile ricerca dell’amata: “inseguo le tue ombre quotidiane/ per rubarti un sorriso” oppure: “Scatta improvvisa la malinconia/ che graffia, che morde, che inasprisce/ le braccia per divenire abbandono.” (pag. 84)

Tutta la sezione dedicata ad Elena è un perseverante e avvolgente sudario per ricordi incontrastati.

 

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27 marzo 2014 4 27 /03 /marzo /2014 17:18
Gent.mi amici VI CHIEDO SCUSA
sono Ninnj Di Stefano Busà, è appena uscito il mio romanzo in E.book : SOLTANTO UNA VITA. Mi dispiace ma sono impossibilitata a farvene avere copia, purtroppo in tanti mi stanno chiedendo dove trovare il libro...per acquistarlo...Purtroppo, la pubblicazione gratuita non comporta copie per l'autore, se desiderate leggermi dovrete accontentarvi di richiederlo presso La Feltrinelli Piazza Piemonte Milano, oppure richiederlo all'Editore direttamente : kairosedizioni@virgilio.it o accontentarvi della versione E.book facendo così:
 
Scarica il tuo ebook su Amazon, digiti www.amazon.it e nell'elenco a sinistra scegli "Libri" e poi "Ebook Kindle"...basterà scrivere il nome del  libro nella barra di ricerca.
Ricorda che per scaricare l'ebook Kairòs non è obbligatorio possedere un Kindle, si può liberamente disporre di un Pc, di un Ipad, ....
Spero di non essere stata importuna...in caso contrario ignoratemi, ma dopo aver provato a leggerlo!!! sono certa che non vi pentirete, e mi ringrazierete, Vi saluto con sentimenti sinceri.
 Viglietti dell'Editrice Kairos
Vi posso dare un consiglio spassionato? Ne vale la pena, sono certa che mi ringrazierete di avervelo proposto. Grata alla Vs. attenzione, vi chiedo scusa di non disporre di copie da dare agli amici, perdonate la mia impossibilità...
   
   

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26 marzo 2014 3 26 /03 /marzo /2014 19:02

 

 

IMPORTANTE MESSAGGIO A TUTTI I MIEI AFFETTUOSI LETTORI

 

 

lorenzoospurio@gmail.com;  Aurelio Armio;  faarensi@tin.it;  antonella.aneddaangioy@tin.it;  ettore.bonessio@gmail.com;  bettarini.broca@tin.it;  Matteo Bianchi;  maris50@alice.it;  annabar47@hotmail.it;  annalisa.macchia@libero.it;  andrea.battistini@unibo.it;  Flavia Buldrini;  franca.alaimo@tin.it;  angeluccisandro57@virgilio.it;  Ester Cecere;  ester.cecere@iamc.cnr.it;  emilio.coco@alice.it;  consoli.carmelo@libero.it;  nadiacavalera@bollettario.it;  giannicolaceccarossi@yahoo.it;  mauriziociucci1@tin.it;  gica@studiocardellini.it;  franco.campegiani@libero.it;  giovannino.chiellino@virgilio.it;  fabbridelserra@tin.it;  antoniocoppola_047@fastwebnet.it;  lidadepolzer@yahoo.it;  adepalchi@aol.com;  micheledeluca1@gmail.com;  naria@tin.it;  eventi@circolostampamilano.it;  mariafranchetti@virgilio.it;  lux.frisa@libero.it;  mariaebe.argenti@virgilio.it;  Sandra;  masfrakal@videotron.ca;  genesi@genesi.org;  Liliana Grassi - Uff. Marketing e Sviluppo;  yusuf@libero.it;  gabellonepascal@neuf.fr;  info@osservatorelaziale.it;  info@aminamundi.it;  laconta@interfree.it;  kemeny@libero.it;  Oronzo Liuzzi;  valmagrelli@libero.it;  Alessandra Borsetti Venier;  Andrea Mariotti;  aldomasullo@libero.it;  mazzone.patrizio@hsr.it;  giulio@panzani.it;  plinio.perilli@alice.it;  e.pecora@tiscali.it;  porro.liliana@virgilio.it;  info@umbertopiersanti.it;  Gabriella Pison;  roberto.maggiani@larecherche.it;  merys.r@libero.it;  sromboli@gmail.com;  raro49@libero.it;  perego41@virgilio.it;  Maurizio.Soldini@uniroma1.it;  l.sorrentino.rai@gmail.com;  l.sorrentino@rai.it;  sarra.roberto@alice.it;  valeriaserofilli@alice.it;  arturoschwarz@interfree.it;  umb.vicaretti@tiscali.it;  Manuela Verbasi;  luciozinna@alice.it;  stefano.zurlo@ilgiornale.it 

 

 

Carissimi sono lieta di annunciarvi che è uscito il mio romanzo: SOLTANTO UNA VITA in formato E-book.

Basterà mettervi in contatto con Amazon.it cliccare su libri e cercare il titolo prescelto. Sono certissima che non vi pentirete.

Si tratta di un testo che Vi terrà col fiato sospeso per tutto il tempo e vi commuoverà in questo mondo così avaro di sentimenti e di bellezze. Se non lo troverete di Vs. gradimento, Vi prego di riferirmelo. Grazie, con sinceri e affettuosi saluti  Ninnj Di Stefano Busà

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22 marzo 2014 6 22 /03 /marzo /2014 11:08

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19 marzo 2014 3 19 /03 /marzo /2014 09:34

LETTURA DI TESTI DI AUTORI CONTEMPORANEI 

di Nazario Pardini, Ed. Writer Milano, 2014, pp.776

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

 

Si tratta della figura di un grande esegeta del ns. tempo, che ci presenta un lavoro impegnativo su vari autori da lui trattati e analizzati.

Inaspettatamente, da par suo, Nazario Pardini ci presenta un lavoro certosino: quasi 800 pp di pura tecnologia critica; un grande lavoro di ricognizione morfologica dei testi assemblati, che sembrano pietre miliari di un progetto a più lunga scadenza della pagina letteraria di questo fine secolo.

Un documento storico di grande rilevanza, quello che ci accingiamo e recensire.

Pardini in questo lavoro di (de)strutturazione e ricomposizione ne è il regista, la personalità più avvertita di una pletora di elementi che da lungo tempo si presenta al più grosso pubblico con riferimenti validi e circostanziati.

Nessuno dei selezionati è l’ultimo della classe: sfilano nomi di un certo rilievo, direi quasi autorevoli nella loro grande intellettualità.

Il critico li inserisce in un filone per soli esteti, in una posizione, la sua, che definire superlativa è poco.

La sua presenza è preponderante rispetto al lucido e concettuale criterio di abbordaggio e d’identificazione.

L’indagine esplorativa è sempre ricca e sapiente.

Si rivela un intelletto fertile che sa intuire epifaniche consonanze con gli autori prescelti.

Ha assembrato autori più disparati, senza che ne venisse meno la validità del testo.

Ha saputo mettere insieme il loro humus culturale, attraverso una ricostruzione programmatica e lessicale d’ampio spettro:

credere nella vita vuol dire accettarne anche il suo dolore” vado continuando a dire, e me ne convinco sempre di più perché: la vita è la distanza tra il grido e la ferita”.

Anche Pardini conosce lo stesso dolore del mondo, quello che condivide con ciascuno di noi e se ne fa interprete, è in grado di cogliere la drammaticità del progetto esistenziale.

In questa rappresentazione così vasta e variegata ha saputo  menzionare come un fatto logico e naturale del vivere, l’eterno messaggio del dolore.

Lo stile, soprattutto nelle prefazioni alle opere, è carico di quel pathos che da sempre contraddistingue il suo linguismo. Un patrimonio culturale acquisito in tanti anni di impegno didattico, in numerose esperienze letterarie, in strategie di scrittura di notevole validità.

La sua lunga militanza in poesia e in tutte le forme dell’esegesi ha formato la sua memoria e l’ha impregnata di una profonda verve scrittoria, mai sentenziosa né asettica, ma sempre espressiva e lucida.

Una capacità dialettica che lo fa un grande regista dell’animo umano, una delle personalità più aperte e progressiste: tra le più preparate.

Il testo ne riscopre di volta in volta la libera interpretazione dei segni che, il rigore e la bravura di un poeta sa costruire sui modelli di una sorprendente classicità e con riferimenti di lettura che solo Pardini sa approntare.

 

                                                                                                     

   

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18 marzo 2014 2 18 /03 /marzo /2014 08:50

a cura di Roberto Carifi

 

Ninnj Di Stefano Busà si affaccia sul silenzio percorrendo tutte le strade del dolore. Del resto i veri poeti e narratori giungono all'ultima parola dopo aver percorso fiumi "di dolore e di destino". L'autrice sa cos'è il lento dipanarsi della vita: la distanza tra il grido e la ferita", ella la chiama; sa come attraversare le insidie, come si spegne "la nuda realtà della sete". La realtà della sofferenza (del dukkha, per dirla con il pensiero buddhista). Tuttavia bisogna viverla fino in fondo all'abisso, fino a scorticarsi l'anima, la pena dell'esistenza, per poterne descrivere tutte le sfumature, le modulazioni del dolore e inciderle sulla carta. Assai conosciuta sia in Italia che all'estero oggi, sortisce con un romanzo...la sua scrittura è bagnata da quella forza contemplariva che ha in sé la rivelazione e il dono, è accostabile al ringraziamento che fa di ogni lingua una pietà del pensiero. A volte la si sente respirare, offrirsi all'aperto, in un desiderio estremo di libertà e di felicità, renderla sensibile al ricordo e al libero volo della parola che caratterizza in fin dei conti, la sua vena scrittoria.

 

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15 marzo 2014 6 15 /03 /marzo /2014 10:22

venerdì 14 marzo 2014

UN ROMANZO dI Ninnj DI STEFANO BUSA' CON KAIROS EDITRICE



NINNJ DI STEFANO BUSA: SOLTANTO UNA VITA, KAIROS EDIZIONI, NAPOLI, 2014
(ROMANZO)

ECCEZIONALE CRESCITA DELLA CASA EDITRICE KAIROS- (NA)
Presidente: Giovanni Musella
Una grande escalation, quella della casa editrice in questione, che in pochi anni ha registrato un notevole successo con opere in catalogo di ottimo livello culturale.
In poco tempo è riuscita a crescere in titoli e autori di tutto rispetto, che hanno contribuito a imporre a questo giovane editore, un’aurea di eccellenza in campo letterario.
Oggi questa piccola editoria con caratteristica iniziale di -principiante - ha ottenuto l’attenzione di un pubblico vasto. Nata dalla passione per i libri, di un uomo colto e raffinato che cerca ovunque i piaceri di una buona letteratura da proporre ai grandi lettori italiani, e di uno Staff competente, si è fatta avanti a grandissimi passi...ne è sortita fuori con autori di prestigio: moltissimi titoli in catalogo, che possono competere con Editori di livello alto. Sicché dall’essere un punto di approdo per autori più provinciali, è riuscita ad esercitare un po’ alla volta un prestigio tale da crearsi un suo alone di autorevolezza, si è fatta le ossa robuste, ha superato la soglia dell’esordio iniziale, catapultandosi, in un lavoro letterario di qualità, di “indiscussa” pregevolezza artistica.
Si presenta al grosso pubblico con autori di buon livello che nella fattispecie (ne siamo certi), offriranno all’Editore, sempre maggiore visibilità e credito culturale. Esce alle stampe un nome di tutto rispetto dal punto di vista poetico, Ninnj Di Stefano Busà già assai nota come poetessa, (curatrice del Grande Documento Storico: l’Evoluzione delle forme poetiche <vent’anni in poesia> (idem. 2013) che si presenta nella sua nuova avventura letteraria di narratrice. Il libro è per amanti del bel leggere, nel romanzo si delinea un descrittivismo naturalistico di rara perizia, quasi esso stesso <poesia>, ma vi s’innervano quasi tutti i caratteri dell’intera gamma umana: dalla bellezza dei sentimenti veri, senza tempo, al turbamento erotico, al dolore senza tregua di un’assenza filiare, ai mali che affliggono l’umanità e molto altro. Un grande mèlange di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni, ma che qui, in queste pagine di narrazione, vengono descritti con fervore d’intenti e connotazioni particolareggiate che sembrano dare il senso di uno sperdimento panico, in un’amalgama di suggestioni plurime che pongono l’uomo moderno sempre più verso la conquista della quies. Si avvertono i lettori che si tratta di UN ROMANZO AVVINCENTE, con particolari riferimenti psicologici e risvolti di rare tensioni lirico-speculative che sanno tenere alta l’attenzione. Chi lo leggerà si sentirà crescere verticalmente.

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15 marzo 2014 6 15 /03 /marzo /2014 08:44

 

Prefazione di Nazario Pardini

Soltanto una vita

 

Un grande mélange di cospirazioni naturistiche e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni.

 

Nuova avventura letteraria per Ninnj Di Stefano Busà: per la prima volta si presenta al suo pubblico in veste di narratrice, con un’opera dove si riversa tutto il sapere, tutta l’immaginazione, e tutta la visione di una realtà sociale e ambientale poeticamente vissuta e ri-vissuta, condita con tanta generosità emotivo-esplorativa, di cui la scrittrice ci ha dato forti connotazioni nelle plurime realizzazioni letterarie e poetiche. Qui si tratta di un romanzo, il primo della Busà: ma è come se alla sua prima prova lei facesse il bang.

Si tratta di un romanzo pregevole, in cui l’analisi dei sentimenti umani s’intreccia con lo scavo psicologico di un’esemplaree rara competenza letteraria, che possiede una carica emotiva singolare; un grande mélange di cospirazioni naturistiche, di panorami mozzafiato, di forze evocative, di scavi psicologici,e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni. L’opera si apre con un quadro da schermo tridimensionale di sperdimento panico; un tuffo in un oceano che farà da base erotico-cromatica a tutta la vicenda:

"Dopo la curva, sull’altro versante, l’oceano si apre improvvisamente, come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce.

L’ora, illuminata già dalle prime avvisaglie d’alba, appare col suo splendido manto arabescato di rosa tenue e oro ».

Già il lettore è messo in guardia. Percepisce fin da subito l’eleganza, e la forza evocativo-linguistica di un’autrice che sa trattare la parola come argilla, plasmarla per captare l’animo,

la mente e la sensibilità di chi partecipa alla scena. Un momento prodromico di grande rilevanza: l’antiportasu un “altrove” equivalente alla carta di identità di un’autrice

che da una vita lotta a tu per tu con la parola per renderla adatta a tradurre un’anima infinitamente vasta e infinitamentedisponibile verso plurime esperienze di perspicua validità

umana. La scrittura si fa possente di intuizioni immaginifiche.

E ci si imbatte subito col personaggio principale: Julie. Personalità manageriale, colta, affascinante, attiva, generosa, che dopo un rapporto di grande conflittualità con Paul, infantile, complesso e difficilmente gestibile, incontra George. L’incontro assume contorni di sapore odissiaco. Da quel momento la vita ha senso, profondità, valenza, i due vivono l’incontrastato legameche li confonde, li disorienta, ma si fa tempio mai visitato da altri,

le loro anime si trovano in un lucernaio d’amore che è viatico di luce per il loro percorso. Una storia di grande passione, di un’intensità che li fa divenire una sola entità, non più duali: «

Carne esangue si sentono rimescolare in un piacere furibondo. La sessualità

è perfezionata tra loro da un visibile esempio di coinvolgenza intima. Un’imprenscindibilità vulnerabile, di fuoco infiamma la loro pelle, li stringe in una complicità emotiva smaniosa e ineluttabile ».

La vacanza da incantamento, dal sapore edenico, sembra esorcizzare il canto della rinascita, una sorta di bagno purifica

 

tore che li porta a scoprire fino in fondo all’anima, quell’aspetto

trascurabile dell’essere umano che si chiama “

amore” in cui l’anima si eleva, conquista l’essenza pura della ragion d’essere. Vi sono scavi di riflessioni,

lectio magistralis di una puntualità e validità ineccepibili- con quei tocchi di eleganza che concorronoa delineare un ambiente raffinato e signorile, ma anche

vastissimo di movimenti, di azioni, di congiunzioni sensoriali, che arrivano a contemplare la sessualità come un fatto perfettibile, sublimativo della fisicità umana. «

 

Ogni fibra del loro corpo vibra all’unisono, ogni bracciata in quel liquido azzurro,

immersi nel tepore di acque placide, è un inno al creato. In quella natura che fa da sentinella all’anima e si stende sovrana, con quella percettibilità che li cinge, fin quasi ad

abbracciarli, i due... ».

Opera pulita, chiara, propositiva; cresciuta su baluardi di sani principi, dove alla fine, quello che conta veramente sono isignificati della famiglia, della fedeltà, dell’amore; un’opera

che va certamente controcorrente considerando i disvalori che, spesso, vengono propinati dalle letture di poca pregevolezza prese in considerazione da case editrici cosiddette “grandi”.

Un romanzo pieno, zeppo, colmo di vita e di bellezza. Bellezza narrativa e sostanziale. Qui, la forza evocativo-descrittiva della Di Stefano Busà. Una forza che trae la sua linfa da una storia di ricerca, di abbandoni e di rinascite; di gioie e di dolori. E tutte si concretizzano nel dipanarsi delle vicende; nel succedersi des accidents che sono l’esistere di ognuno. Con una profonda differenza: che qui c’è la mano di una scrittrice che sa trattare la parola tenendola ben stretta ai fili dell’anima, la sa condensare quanto basta per avvicinarla al sentire del lettore, farlo quasi protagonista. Una parola che contiene gli impulsi emotivi del vivere, earmonizza, o stride di fronte a certi avvenimenti che tradiscono

l’amore, i buoni sentimenti; diciamo pure vicende di un

umanesimo rinfrescato da una modernità trattata con eleganza e stile.

Momenti di alta, vera poesia, di immensa vicissitudine umana, che una poetessa come Ninnj Di Stefano Busà può cogliere e trasferire in qualsiasi genere di scrittura. E, in particolare,

in quella che tratta di una società in decadimento con tutte le sue sfumature conflittuali, contraddittorie e limitative. Con figure altamente simboliche ed emozionanti, l’autrice sa sola parola fuori posto, non un sintagma, non un accento.

Tutto è regolato da una scuola di sofferenza e di pietà, una lectio vitae che consiglio di leggere al lettore più accorto, perché possa provare emozioni forti, descrizioni anche sensuali in cui si trovi a testimoniare la grande potenza dell’amore. È qui che s’incontra la vera autrice, in una prosa poetica di grande effetto suggestivo, di sostanza e potenzialità creativa. Con figurazioni mai oziose, ma sempre intonate a un procedere,

a una diegesi, che, non di rado, assume configurazione poematica; soprattutto quando si tratta di puntualizzare quei tratti dell’animo umano che presuppongono una grande capacità analitico-psicologica; quando si tratta di pervenire a degli assunti che sono i pilastri dell’essere; quando si tratta di delineare l’armonia dell’universo, come nell’atto erotico, unico e irripetibile di un amplesso. Quell’apprendistato che l’autrice ha esperito, ha istruito in un percorso delusioni, dolori, e infine gioie. Gioie che possono maturare solo dopo un lungo cammino, quando l’anima raggiunge la vetta della quies estetica, e se non dell’atarassia, almeno della serenità. Ed è così che certi contenuti di infinita rilevanza si possono tradurre in massime, in prose poetiche, diciamo, per nitidezza verbale, ma soprattutto per una visione quasi ariostea del

mondo e del suo andare che matura nel corso degli anni. Un momento di alto spessore lirico-memoriale che ci avvicina sempre

di più a quella visione eraclitea del tempo e del suo fugace correre che sembra tracciare un percorso sotterraneo nel romanzo fino a costituirne motivo di connessione e compattezza.

La trama del romanzo è avvincente, ben omologata, senza vuoti; le pagine scorrono veloci.

Ogni descrizione è finalizzata a rese psicologiche di eccezionalevalenza. Il carattere dei personaggi spicca chiaro e ben delineato. I dialoghi sono incalzanti. E la natura coi suoi squarci di cielo, di terra e di mare accompagna attenta il dipanarsi della storia con colori ora tenui, ora vivaci, ora brumosi in funzione non tanto descrittiva, quanto introspettiva. Questo è un romanzo come pochi, ha l’aria di essere il bestseller della prossima

estate, quando si comincia a leggere non si può più smettere di farlo.

Ci prende l’anima, ci si sente dentro la storia, nella trama fitta degli avvenimenti che commuovono. Si chiede scusa al lettore per aver sottolineato pagine

memorabili, sentimenti e visioni, adattamenti riepilogativi diuna vita, che vanno evidenziati per la potenza evocativa del messaggio. L’intreccio va avanti rapido e avvincente, suasivo e trascinante. Si legge tutto di un fiato. Il finale non lo rivelerò, anche per non togliere il piacere della lettura al fruitore. A me tocca invece dire che la grande editoria dovrà, sicuramente,

porre attenzione a quest’opera pregna di vita e di creatività; di problematiche sociali e ambientali attualissime. I personaggi sono delineati con tale realismo visivo, da darci l’idea di essere dentro un film in proiezione. Sì! si dovrà porre attenzione a questo romanzo da parte di certi editori alla scoperta del best seller. Perché qui c’è un valore aggiunto inpiù: la penna di una grande poetessa che da una vita offre tutta se stessa alla ricerca del verbo e dei suoi innesti per trame ricche di pathos ed energia creativa. E difficilmente certa prosa dioggi riesce ad avere la potenza creativa della poesia. A voi la lettura perché vale più saper leggere che saper giudicare. Noi possiamo solo riportare la frase emblematica del finale; conclusione che ha tanto della filosofia umana della scrittrice. Un leitmotiv che lega le vicende come lo fa un tema musicale di sottofondo in un’opera lirica pucciniana: « Non passi per troppo mieloso il concetto che Dio è la fonte, noi siamo la gola riarsa: il nostro limite è la sete inestinguibile, impetuosa e inarrestabile, abbiamo bisogno di lui per dissetarci. Siamo soltanto una vita, nient’altro... ». Credo non vi possano essere espressioni più immortali.

                                                                                          Nazario Pardini

febbraio 2014

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14 marzo 2014 5 14 /03 /marzo /2014 20:13

ECCEZIONALE CRESCITA DELLA CASA EDITRICE KAIROS- (NA) Presidente: Giovanni Musella.

 

USCITO ALLE STAMPE: SOLTANTO UNA VITA romanzo di Ninnj Di Stefano Busà

 a cura di Nazario Pardini

 

 

Una grande escalation, quella della casa editrice in questione, che in pochi anni ha registrato un notevole successo con opere in catalogo di ottimo livello culturale.

In poco tempo è riuscita a crescere in titoli e autori di tutto rispetto, che hanno contribuito a imporre a questo giovane editore, un’aurea di eccellenza in campo letterario.

Oggi questa piccola editoria dopo la fase iniziale di -principiante - ha ottenuto l’attenzione di un pubblico sempre più vasto. Nata dalla passione per i libri, di un uomo colto e raffinato che cerca ovunque i piaceri di una buona letteratura da proporre ai lettori italiani, e con uno Staff competente, si è fatta avanti a grandissimi passi...ne è sortita fuori con autori di prestigio: moltissimi titoli in catalogo, che possono competere con Editori di livello alto. Sicché dall’essere un punto di approdo per autori più provinciali, è riuscita ad esercitare un po’ alla volta un prestigio tale da crearsi un suo alone di autorevolezza, si è fatta le ossa robuste, ha superato la soglia dell’esordio, lanciandosi, in un lavoro letterario di qualità, di “indiscussa” pregevolezza artistica.

Si presenta al grosso pubblico con autori di buon livello che nella fattispecie (ne siamo certi), offriranno all’Editore, sempre maggiore visibilità e credito culturale. Esce alle stampe un nome di tutto rispetto dal punto di vista poetico: Ninnj Di Stefano Busà già assai nota come poetessa, (curatrice del Grande Documento Storico: L’Evoluzione delle forme poetiche <vent’anni in poesia> (idem. 2013) che si presenta nella sua nuova avventura letteraria di narratrice, con SOLTANTO UNA VITA. Il libro è per amanti del bel leggere, nel romanzo si delinea un descrittivismo naturalistico di rara perizia, quasi esso stesso <poesia>, ma vi s’innervano quasi tutti i caratteri dell’intera gamma umana: dalla bellezza dei sentimenti veri, senza tempo, al turbamento erotico, al dolore senza tregua di un’assenza filiare, ai mali che affliggono l’umanità e molto altro. Un grande mèlange di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni, ma che qui, in queste pagine di narrazione, vengono descritti con fervore d’intenti e connotazioni particolareggiate che sembrano dare il senso di uno sperdimento panico, in un’amalgama di suggestioni plurime che pongono l’uomo moderno sempre più verso la conquista della quies. Si avvertono i lettori che si tratta di UN ROMANZO AVVINCENTE, con particolari riferimenti psicologici e risvolti di rare tensioni lirico-speculative che sanno tenere alta l’attenzione. Chi lo leggerà si sentirà crescere verticalmente.

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10 marzo 2014 1 10 /03 /marzo /2014 13:03

IL FRAMMENTARISMO LIRICO DI LEONARDO SINISGALLI

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Leonardo Sinisgalli (Montemurro 1908 - Roma 1981) poeta e ingegnere, lavorò per la grande industria del suo tempo (Pirelli, Olivetti); fu fondatore e direttore fino al 1958 della rivista: Civiltà delle macchine.

Il suo lirismo di riferimento fu l’ermetismo, allora in auge, che adottava una sorta di formula-letteraria oscura e chiusa, quasi volutamente criptica, diffusasi in Italia a partire dal 1911, quale rappresentazione di una tipologia lirica di difficile interpretazione, della quale gli ermetici enfatizzarono caricandola di grandi significati, una categoria lirica di grande ricerca introspettiva, che introduceva un lirismo misterioso, oscuro con significati nascosti, contrassegnato da un sovraccarico linguistico ostico e incomprensibile, dal cui impatto riemergevano atmosfere, espressioni, connessioni di modificazioni testuali di un linguaggio inquieto e smarrito, insieme ad una eco immaginifica molto elaborata e chiusa in sé. Tra i più importanti si segnalarono: Montale, Ungaretti, Quasimodo e molti altri grandi interpreti, fino ai ns. giorni (compreso il contemporaneo Luzi).

Sinisgalli in giovane età fu personalità molto dinamica, divenendo con l’avanzare degli anni e gli acciacchi della vecchiaia, un altro da sé stesso: uomo intimorito e insicuro, avvilito dai suoi malanni e dalle sue limitazioni fisiche, che lo condizionarono a tal punto da indurlo ad un frammentarismo lirico che quasi lo ha obbligato ad adottare schegge di pensiero, rivelandolo ad una parcellizzazione che ne mostrò marcatamente i frantumi di un discorso lirico disorganico, in alternativa e in sostituzione ad un linguaggio ben più articolato e completo, dal punto di vista letterario, quale era stato edotto e formulato negli anni più giovanili.

Per sua stessa ammissione, fu sorpreso, in maniera devastante, dall'insorgenza delle sue condizioni fisiche, che gli minarono la salute in modo irreversibile. La sua operosità subì un arresto riguardo la deambulazione a causa di una condizione cronica di artrosi e non essendo più in grado di deambulare, era solito starsene a guardare nel vuoto con grandissima disperazione e rimpianto negli occhi e nell’anima.

La nostalgia del passato, la perdita della moglie furono le cause scatenanti, le più designate a fare di lui un poeta ripiegato in se stesso, un piccolo relittuale arto-fantasma di cui le limitazioni motorie avevano innescato sempre di più la visione della morte, del compimento, del declino rovinoso: un tuffo nel passato e nei ricordi non lo salvarono purtroppo da un’inquietudine di fondo che lo salvasse da una visione pessimistica della vita, un mal di vivre intensamente soffocato dall’inagibilità di pensiero, dal tormento e dalla solitudine che lo attanagliarono negli ultimi anni, riducendo le sue frastagliate capacità mentali.

Lo stato d’animo si faceva ogni giorno più deluso confinandolo alle pareti domestiche, senza più l’opportunità di sognare, non soltanto di deambulare, muoversi, passeggiare liberamente.

La vita a volte ci riserva incoerenze e limiti, ci mette davanti situazioni paradossali a cui è difficile sfuggire. Ci si sente in trappola: deve essere stata questa la sensazione di “limite” imposto alla sua mente, una sorta di arresto che lo portò direttamente al senso della fine imminente.

Quasi improvvisamente infatti lo aveva raggiunto una vecchiaia precoce che, soprattutto dopo la morte della moglie, e il declino delle sue aspettative di vita, gli fece apparire la realtà circostante molto lontana dai desideri di felicità: luoghi e tempi gli apparvero molto decomposti e appannati, affievoliti da un annebbiamento delle idee...quasi come se gli oggetti, i soggetti, le cose piccole o grandi, gli fossero divenuti sfumati, estranei, eterei, quasi irreali, dentro un alone nel quale non riuscì più a cogliere emozioni, suggestioni, che emanavano improvvise, e che egli non riusciva, se non in minima parte, a controllare, impossibilitato com’era a connetterle, a comporle nella loro determinatezza e componibilità unitaria.

Fu molto versato anche all’indirizzo teorico-sperimentale le cui opere di maggior successo riferite al periodo più giovanile furono: Quaderno di geometria (1936) a Furore mathematicus (1950), Calcoli e Fandonie (1970).

Dopo la morte della moglie Giorgia, avvenuta nel 1978, il poeta subì una violenta accelerazione del suo malessere, la dipartita della compagna della sua vita sembrò peggiorare la situazione organica e intellettuale del poeta, che ulteriormente avvertì lo schianto e il lutto con l’aggravarsi repentino delle sue condizioni  di salute;  venne preso dallo scoramento, prostrato da una fortissima e ostinata solitudine e da una forma di artrosi accompagnata da pessima circolazione, per le quali gli fu impossibile ogni movimento autonomo: se ne stava come in attesa della morte fisica, una sorta di atarassia lo aveva aggredito: se ne stava molta parte della giornate a controllare il vuoto da cui potesse giungere la signora in nero con la falce in mano: “Ora io non guardo che un punto bianco/ su una lavagna scancellata” scriveva, dando la sensazione profonda di tutta la sua desolazione,

A quel punto la poesia per lui è off-limit, disgiunta dalla realtà quotidiana gli divenne quasi astratta, avvertendone ancora di più il disagio e la grave perdita della connessione intellettiva, che non va più di par passo col pensiero, non risulta più allineata all’equilibrio logico e al sillogismo di un linguaggio ben articolato e completo anche simmetricamente, oltre che linguisticamente.

Ora, in età avanzata gli divenne sempre più irrisolta, quasi irrangiungibile e più lontana la coniugazione alle facoltà mentali, la coordinazione si fece sempre meno vivace e più precaria.

Il verso non riusciva a fluire in maniera adeguata, gli appariva sempre più slegato e discontinuo dai fatti reali, dalle circostanze, dai tumulti del cuore e non emetteva più quella luce che in poesia viene a determinarsi, come segno di vita, di energia, di luce: si trattava per sua stessa ammissione di registrazioni mentali viziate, flash estemporanei che non emettono suoni, episodi esauriti, residui di un frammentarismo già ridotto all’osso, legato solo dalla presenza di un pensiero malfermo, che mal si adatta ormai a farsi segno di un’attività ispirativa, risultando sempre più disgiunta, discordante, senza connessione logica, come piccoli pianeti vaganti intorno ad una entropia che non conserva i tratti principali  di un’armonia cosmica, tante piccole, liquefatte visioni microscopiche e riassuntive di un suggestionamento quasi d’induzione, senza alcuna visione di luce, vagolanti nella semioscurità del proprio vagheggiamento senile.

Negli ultimi tempi della sua vita, Sinisgalli non fu più in grado di scrivere: la sua ispirazione era andata perduta, viziata.

Si trattava, come affermava il poeta, di lacerti legati soltanto da un concetto virtuale di poetica. Fu dominato dal senso della finitudine mortale con incapacità di intravederne anche i motivi nostalgici ed evocativi. Il poeta non ne era più ispirato, si mostrava incerto, gli si confondevano le immagini nella mente: pertanto affermò: “La vena s’è ridotta a un filo,/ il solleone la strozzerà. / Bevo le ultime gocce / ancora sapide di neve. / Ce ne vuole per riempire / la cavità delle mani”.

Incrocia il pensiero della morte quasi come un’ossessione; una forza resa sterile è fortemente versata al pessimismo più cupo prende sempre più forma e significato.

Intravede come luogo di rasserenamento il piccolo cimitero di paese, quel senso di pace, si può trovare solo tra i cipressi e il silenzio, accanto ai propri cari che lo hanno preceduto, il solo conforto per Sinisgalli lo trova in quel senso di atarassia che viene dalla stanchezza senile, dalla mortificazione fisica, dagli acciacchi e dalla rassegnazione.

Scrisse: “Il campo delle allodole/ è a fianco del cimitero/ in una distesa di stoppie/ senza alberi. Si vedono in aria/ ruotare forsennate/ e col becco sdrucire veli di luce. / Poi ruzzolano per contendersi/ un chicco di grano”. L’idea del cimitero non gli apparve ostile, anzi fomentò in lui la distensione e il più sereno approdo, ne intravide una nicchia in cui potersi rifugiare in solitudine eterna.

Lì fu sepolta la madre. Di lei scrisse “è ricordata da una scritta sbiadita /su una lapide. / Trentatre anni / sono trascorsi da quando la composero / sul letto. Per la valle passavano soldati in fuga”. I morti sono sempre vicini al suo quotidiano, lo attrassero, furono gli interpreti principali delle sue giornate tenebrose. “Mangio, bevo, leggo, scrivo/ in comunione con i morti. / Anche la latrina/ ha una piccola finestra/ che inquadra le croci sulla collina. Dalle figure retoriche, e dal senso diffuso della morte, gli oggetti sembrano prendere i caratteri dei motivi montaliani.

Montale fu rigido osservatore della realtà, in cui seppe leggere il male di vivere di ben nota memoria. I correlativi oggettivi del Nobel riflettono il mal de vivre più “universale”.

Invece Sinisgalli legò il “suo individuale “mal di vivre” al suo status e ne intuì drasticamente il disagio derivante dalla “fine” della vita, e quindi delle illusioni, dei desideri, di tutto ciò che vi è di più bello in essa.

In Sinisgalli la morte fu considerata l’opposto della vita, la sua negazione, secondo il suo pensiero: l’esistenza consegna a piene mani sofferenza, che la morte cancella in una sola volta con l’annullamento dell’uomo. Inoltre nel mondo non vi è una sola morte, un solo morto, né due, né dieci: vi è un solo destino per tutti; la morte appartiene alla vita di cui l’inizio e la fine coincidono.

Si tratta di una spiaggia a cui si deve approdare, nostro malgrado, un veleno che bisogna trangugiare anche se riluttanti. È la legge naturale del mondo, il più grande tormento, che riguarda, appunto, tutte le creature viventi, che hanno una personalità, un nome, qualcosa da mostrare come segno del loro passaggio su questa terra.

Ecco, allora che morire è come perdere la propria identità, cioè la propria individualità come persona. Succede come quando si stacca il nome dall’oggetto: da una targa, da una cornice, da una lapide. Con la perdita del nome stesso, andrebbe persa apparentemente ogni memoria, perciò viene rimessa sulla lapide a futura memoria, che altrimenti il tempo e l’incuria cancellerebbero..

La morte sinisgalliana ha inizio con la vecchiaia e si presenta come perdita in sé, del proprio “io” più profondo, che è già una forma di morte in vita, perché è come uno sbiadirsi, uno scomparire dalla visuale umana.

Sinisgalli scrisse: “I nomi si sono scollati / dalle cose. Vedo oggetti / e persone, non ricordo / più i nomi. A piccoli / passi il mondo / si allontana da noi, / gli amici scendono / nel dimenticatoio”. Non vi può essere indifferenza, poiché, trattandosi della perdita di esseri viventi, c’è partecipazione dolorosa al lutto. La morte è uno strappo inesorabile, una lacerazione cui si cerca di resistere fino in fondo, senza riuscirci mai.

La fontanella si sforza di conservare la sua vena d’acqua.. questi versi ne sono una prova: “Bevo le ultime gocce / ancora sapide di neve. / Ce ne vuol per riempire / la cavità.”
Quei lacerti che escono, quasi in un processo di automatismo induttivo, compongono le ultime liriche di Sinisgalli, quasi come se originassero da ebbrezza o alienazione, da una scomposizione mentale che neutralizza le cose e li sfuma, li cancella.

Forse solo l’abitudine alla poesia li salva dall’ossidazione, dall’annientamento.

Le liriche si faranno sempre più brevi, ridotte, a volte, a soli due o tre versi, da sembrare flash, annotazioni semplici, quasi monche di un concetto, non più componimenti musicali, armonici, composti con oculata visione lirica, ma solo lacerti, schegge vaganti di pensieri smarriti, senza soluzione di continuità, molto elusivi e

talvolta anche evasivi, dispersivi e comunque discontinui, come sequenze sconnesse, un pò diafanizzate, inframmezzate e in parte confuse. Una sola via c’è perché si possa morire meno disperati e con l’illusione di non scomparire del tutto soli e abbandonati.

La soluzione sta nel è ricongiungersi con le persone che ci furono care in vita, una chiave di lettura quasi foscoliana, (...essere ricordati da quelli che restano era nel concetto del grande Foscolo come un rinnovarsi alla vita, quasi un “non” morire, o quanto meno un ritardare la fine).

Anche Sinisgalli ci indica una strada per essere ricordati, solo così la fine dell’uomo apparirà un “destino” più soft, più stemperato dall’alienazione disperante, dalla solitudine.

“Qui verrò a morire – aveva promesso a sé stesso – tra i ruscelli / le vigne le pietre / a forma di martello di cuore, / le pietre che chiamano “dinamiche”/ perché sono state limate / nei millenni”. E fu così. Mantenne la promessa che aveva fatto a se stesso e che aveva sempre desiderato.

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