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Eugenio Montale e la sua ricerca di verità nel dogma della fede

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Già della sua prima opera, ma soprattutto, con la raccolta dal titolo: Ossi di seppia, Edita da Gobetti nel 1925 e poi in ed. definitiva nel 1931 a Torino, Montale fissa e delinea in una sigla ben precisa i termini e le fondamenta di quella che sarebbe divenuta la sua opera più importante, la più conosciuta e popolare, ovvero una filosofia scettica e pessimistica in cui il leitmotiv (il male di vivere) origina e si perpetua dalla inaccessibilità di ogni concetto trascendente, per poi delinearsi, in parallelo, dalla corrosione dell'io narrante e del suo linguaggio tradizionale, che sì, sono attratti dal sogno della purezza, ma sono incapaci di possederlo, di esprimerlo se non in modo assolutamente negativo e inadeguato.

Nelle due raccolte successive che rimandano alla sua poesia più alta esprime probabilmente l'esito più ascensionale del suo pensiero: Le occasioni,1939, La bufera e altro, 1956 che include anche Finisterre 1943 si evincono in un'atmosfera incerta, quasi di semiclandestinità, le linee che di volta in volta saranno tracciate nel percorso. Esse sono un approfondito evolversi della sua crisi personale cui non furono estranei gli avvenimenti dell'epoca, e a cui fa riferimento quella ricerca di una più forte densità simbolica e di un nuovo linguismo, quasi rinunciando a quanto di impressionismo aveva caratterizzato l'opera: Gli ossi.

Andava perciò prendendo forma quella più tipica rappesentazione montaliana della lezione simbolista e per la quale si accenna al correlativo oggettivo accostato a quello di Th.S. Eliot, che racchiude in sé lo stile illustre novecentesco proprio del Montale, portato alla sua massima perfezione.

A noi piacerebbe scoprire in interiore homine di Montale, la presenza o meno di una vena religiosa, capire meglio se, nei suoi versi, vi siano ravvisabili le influenze religiose o eticofideistiche di un percorso letterario in cui troppo di frequente è stato esaltato, studiato e interpretato il dato indiscutibile, incontrovertibile di una religiosità negata, o piuttosto di stampo agnostico, in netto contrasto  e comunque in opposizione alla possibilità di una presenza significativa del mistero di Dio. Innunerevoli critici, anche molto autorevoli, lo hanno sempre collocato in una sfera del sentire prettamente laico/razionalista, proprio per quella forte impronta di negazione che origina e si delinea in Montale dalla sua personale visione del mondo: col suo mal di vivere.

Eugenio Montale fu sempre alla ricerca di un credo religioso, di una delineazione più netta e precisa della vita e della morte. Ragione queste che sotto l'influsso delle letture filosofico/contingentiste da lui fatte, ha sempre trovato rifugio nel dubbio, nello scetticismo, nel nichilismo.

Egli non ritenne possibile alcun tipo di approdo ad una verità dell'oltre, che fosse di supporto e di guida alla prospettiva esistenziale, e verso cui orientare ricerche o aperture più definite e assolute.

Non vi fu, almeno nel primo Montale, una luce di apertura che gli facesse intuire una ratio  e una religio quali premesse di un Mistero di fede.

Delineò, piuttosto, una teologia negativa pronta ad esprimere dubbi e perplessità che trovano il loro sbocco nella lirica: Non chiederci la parola (1921) che costituisce quasi un vademecum , decifrando le circostanze, gli eventi della vita, quel pessimismo che dominò il suo quotidiano e di cui egli traccia il camminamento.

Il senso portante del primo lirismo montaliano  si traduce in un fondamento di negazione, su cui egli poggia il pensiero che si evince dal tratto saliente dei suoi: Non chiederci...non domandarci...non siamo...non vogliamo...Un linguismo che risponde spesso a un negativo storico, ad una visione desolata e solipsista dell'individuo e del suo esistenziale difficile, catastrofico, fatuo, incerto. "L'animo informe..." "il polveroso prato..." "Lo scalcinato muro..." La storta sillaba secca come un ramo..."pone in essere l'avvilente stato dell'uomo, in bilico tra l'essere e il divenire, svela una metafora umana precaria, amara, drammatica.

Questo tetro pessimismo montaliano, però, non può essere letto in chiave di chiusura totale, senza vie di scampo, non include una caratteristica al buio totale, si avvale di ipotesi dell'oltre, di un infinito tendenzialmente carico di incognite, ma, forse, già ammette e s'interroga sull'ipotetica linea di attraversamento, sul Mistero, che viene riformulato con l'intenzione di conciliare le infinite domande ai troppi interrogativi irrisolti. Epperò, egli torna al dubbio: l'uomo deve finire, deve conchiudere il suo itinerario terreno, perciò: "Sappiamo che dobbiamo finire , questa certezza ci rimanda all'Essere, all'Eternità" che per Montale significano la fine dell'inquietudine, della solitudine del malessere spirituale, della precarietà. E proprio in prossimità di questi interrogativi tenta di decifrare ciò che è ìnsito in ogni vicenda umana, in ogni individuo e nella sua storia: "Qualche uccello di mare se ne va;/ né sosta mai: perché tutte le immagini / portano scritto: più in là..."Questa sorta di - più in là- montaliano non è altro che l'Altrove.

Montale si muove ora verso una interpretazione nichilista del mondo, si connota come ricerca del senso della vita, nel tentativo di dare un significato al tutto.

Ogni cosa vive nel suo buio determinismo senza scampo? Ebbene, Montale tende ad un superamento  della vanità e della nullità di quesra visione, evidenziando il soprannaturale che si fa segno della parola, s'identifica ad una terminologia lessicale, che fa di Montale non un uomo perfettamente pronto ad accettare qualche variazione sul tema, ad ammorbidire le sue tendenze pessimistiche, appare un uomo laicamente senza Dio, che tenta la via della conoscenza attraverso l'indagine interiore, acuendo il bisogno di Realtà ulteriore, ovvero di premesse e chiarimenti.

Il Dio di Montale non è visibile, ma esiste, bisogna andarselo a cercare attraverso lampi e riflessioni, dubbi e convergenze che pure compaiono nel poeta ligure, proprio prendendo lezione da lui, dobbiamo indagare, derimere il Verbo, ossia la parola fatta carne, che emana dai suoi versi e che ci conduce alla sua indagine psicologica più prevedibile. Sono l'eco diffusa, quasi appena accennata di un confessionale ideologico che in lui va delineandosi dal dubbio, (perché la parola Dio nei primi versi di Montale non esiste), ma si avverte la sua ricerca affannosa (anche il mal di vivere ne è una chiara espressione), nei riguardi di una religiosità latente, titubante, dietro le parole c'è un orizzonte teologico pronto a farsi scoprire, pure se non è motivato da alcun termine in particolare, ma solo da un dato metafisico, da un riferimento ermetico di contrasto tra il male e il bene.

Così, mentre in Ossi è presente una generica metafora divina quasi racchiusa nell'umano, nella Bufera e altro si avverte per la prima volta la parola <Dio> e la poetica assolve tutta una tessitura simbolista in direzione di un richiamo religioso.

La simbologia cristologica prende forma, diventa smarrimento, e qui vi si ravvisa un fondo di umiltà intellettuale. Il riconoscere da parte di Montale che la ratio è imprecisa, si smarrisce di fronte all'indeterminatezza e all'inadeguatezza dell'essere, al suo divenire traballante e precario che diviene per il poeta uno smarrimento, che però, si badi bene, non è più agnosticismo. E' smarrimento/turbamento a fronte di qualcosa d'indefinibile, a d'mprecisabile, a fonte di un disagio sostanziale/esistenziale che fa ammettere, nonostante tutto, un quid impalpabile di cui non si ravvisano appieno la ragione, la causa, ma che esiste.

Pertanto non si esclude l'opera della salvezza da parte del Verbo, fatto carne per umanità. Montale non esclude alla luce dei fatti, che vi possa essere possibilità di salvezza per l'uomo.

In controluce, dal percorso montaliano si coglie con chiarezza la forza del Logos/parola/Cristo: " Se Dio è il linguaggio, /L'Uno che ne creò/ tanti altri/ per poi confonderli/ come faremo a interpellarlo e come credere/ che ha parlato e parlerà?"...(La lingua di Dio).

Parole siffatte non credo possano costituire ingenuità liriche, né disperdersi al vento senza una ragione, non credo possano far riferimento solo ad una posizione oltransista di stampo religioso, bensì una revisione, una nuova presa di coscienza, che dal pessimismo cosmico risalga ad una meno disperante realtà esistenziale, facendo intuire fuori e dentro le righe, un percorso che istruisca l'indagine filosofico/storica e personale di Montale.

Nonostante sia stato egli definito il cantore della disperante negazione cristologica, l'ammissione esauriente e dettagliata può evincere da questi versi:"L'avvenire è nelle mani della Provvidenza, intendendosi per Provvidenza il postulato dei filosofi? (vedi Aristotele) o non piuttosto quello manzoniano, come il Dio cristiano? " In quest'età di nascita e di morte possa/ il Figliolo, il Verbo non pronunciante / dar la consolazione d'Israele/ a un uomo che ha ottant'anni e che non ha/ domani." Parole forti che scavano nella contingenza del dubbio, gl'interrogativi più oscuri e dirompenti di un indistinto interrogarsi, di un cercare Dio nei meandri oscuri della mente e del cuore, mettendolo a confronto con l'Invisibile, in una dimensione metafisica, che va oltre l'orecchio umano, a intuire l'escatologico dell'essere e del suo significato ultimo Assoluto.

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