di Ninnj Di Stefano Busà
Cari utenti, cari lettori del mio blog, credo sia indispensabile oggi, coi tempi spietati di una civiltà che lentamente sta scivolando verso la sua estrema sponda, essere convinti di doversi reinventare una nuova vita, cercarsi nel marasma melmoso, nella palude Stigia del pìiù tragico sconvolgimento di tutti i meccanismi esistenziali una forma di vita meno inconsistente, cercare delle certezze altre, allontanare le vacuità, le forme falsate e subdole della vita che come un tarlo si sono impossessate del nostro quotidiano e ci devastano.
Bisogna saper vivere. Bisogna acquisire quelle condizioni più temperate, più soft che ci permettano di godere una vita più a dimensione d'uomo.
Nel caos convulso di una civiltà che va a passi lunghi e decisi, verso il suo disfacimento, lo dobbiamo a noi stessi, il modo di ricercare qualche forma di esistente meno logorato e stressato.
Del resto è un meccanismo ciclico il nostro. La nemesi storica ce lo insegna, l'uomo non può vivere felice, perché costituzionalmente non è fatto per la felicità, ma almeno può rendersi meno amara e agibile la vita che conduce. Bisogna prima di ogni altra cosa essere amici di se stessi, non incrudelire, non generare astio, rancore nè malevolenza intorno a sè. Non avvelenare il frutto della vita che Dio o Chi per lui ci ha donato rendendo un inferno l'attraversamento del nostro tratto terreno.
Per fare ciò, bisogna portarsi in un territorio neutro, senza avvallamenti, senza buche, senza scoscendimenti, spianare il territorio che ti ospita, rendendolo meno greve e senza mostri in agguato.Non aggravare situazioni già difficili, non distruggere con malvagità e stoltezza il nostro patrimonio morale/etico/sentimentale.
Quando dico che è un ciclo completo quello che viene a determinarsi ad ogni era storica, credo di intuire che l'uomo sulla terra è fatto di flussi e riflussi che nella loro irregolarità determinano le anomalie, creano e interferiscono sullo status naturale delle cose. Ma tanto, tantissimo sta a noi determinarlo, cambiarlo con la volontà, il buon senso e l'intelligenza. Il mondo entro cui gira e si arrovella, come si sa non è fatto solo di bellezze, di prelebatezze, di ottimi risultati per la sua infinita ingordigia, smania di potere, protagonismo e falso perbenismo, tutt'altro.
Ed è qui che sta il punto cruciale, se funestiamo con atti impropri, con veleni, con inganni, con tradimenti, con malvessazioni, con disperazione, con coercizioni, con nefandezze questo piccolo tratto di vita temporale che ci spetta, non ne abbiamo un'altra di ricambio. Noi viviamo poco e male. Non pensiamo mai di modificare l'assetto di quello che c'è di sbagliato intorno e dentro di noi, si può ben dire di sprecare l'unica chance che ci resta.
L'uomo non è immortale, vive quel tanto che basta, per non riuscire a tesaurizzare, migliorare, capire assai spesso nulla del suo passato e di quello che ne seguirà. L'uomo dei nostri tempi non è un filosofo né un saggio:annaspa verso modelli e condizioni tali che gli esasperano l'esistenza, gli logorano il quotidiano, lo portano a familiarizzare con la morte, mentre è ancora in vita. La necrologia è il suo manuale d'assalto.
Non riflette, non s'interroga sulle vere ragioni della sua temporanea presenza, respira e si muove in modo disordinato, contratto, incrocia difficoltà e s'impatta con una realtà che spesso non è quella desiderata, non coordina idee e non realizza condizioni che possano generare intorno a lui energia positiva, al contrario ammorba, distrugge, condiziona, oltraggia: l'aria gli diviene a volte irrespirabile, e sbuffa e maledice e bestemmia e calca spesso la disperazione, senza neppure immaginare che la sua vita potrebbe essere riossigenata, riequilibrata con volontà e buon senso. Muove l'aria che gli sta intorno come un pavone fa con le penne. Ma non è mai felice, mai pago, mai soddisfatto, perennemente in contrasto con se stesso agisce in modo inadeguato e provoca nella sua vita squilibri e amarezze che non lo tenfono lontano da beffe, ingiurie, delusioni, conflitti, avversità. La realtà poi è ben lungi da quella che lo disattende in modo così totale e devastante. Più la sua corsa è frenetica più estenuante e deprimente diventa la sua delusione, il suo vuoto, il senso di smarrimento, la sua smania. In tal caso, sarebbe opportuno che si chiedesse:dove corro? perché corro?
Ma come è accennato già nel titolo, un modo più soft esiste, basterà non consentire alla bestia chiusa dentro di noi di non azzannarci. C'è un modo per acquisire quei minimi rudimentali strumenti che consentano, finché si è in tempo, di godere un minimo di serenità in un mondo sfasciato e reso invivibile da un continuo logoramento e disadattamento.
Il decalogo è il seguente.
1° lo stadio della riflessione e della revisione prevede di fermarsi a valutare se valga la pena o no inseguire cose o persone che non condividano le nostre aspettative, che siano alieni dalla nostra realtà quotidiana, dal nostro modus vivendi. Questa mancanza di saggezza spesso squalifica la nostra quotidianità, tanto da farla diventare un inferno.
2° Essere certi o mettersi nelle condizioni che siano le piccole cose a darci quelle gioie minime che il massimo contributo di gioia non riesce a regalarci. L'uomo nasce indossando l'habitat dell'infelicità, gli si attaglia perfettamente, gli è congeniale, è un lusso che non si può permettere andarsene a cercare altra con l'inganno, con la malvagità, con i comportamenti più deprecabili e scorretti.
La compensazione che può ricavare dalle gioie minime è infinitamente più vera, più godibile e autentica di quella che può immaginare origini da grandezze false e distorte, cooptate con l'inganno e la malafede. Cambia davvero tutto: lo stato d'animo diventa un sole che ride, un cielo che si spalanca agli occhi. Non è affatto ingenuità credere che sì, possiamo, col nostro atteggiamento modificare l'assetto delle condizioni che ci dominano.
Bisogna mettersi nell'ordine di idee di vedere il mondo non solo dal lato umiliante della sofferenza, ma utilizzare le tinte per colorarlo, per depauperarlo dalle score di un vissuto paranoico e difficile che umilia la nostra intelligenza.
3° La vecchiaia non è quella che tutti si ostinano a credere l'inizio della fine di tutto. La vecchiaia è un altro stadio del ciclo vitale, bisogna vederla con un'altra ottica, sotto una prospettiva di positività e di ingegnosa capacità di saperla gestire.
C'è, credetemi esiste un modo più soft di arrivare alla Senectude, senza deprimere la parte più interessante della nostra sensibilità.
4° Andando più avanti negli anni si possono fare quelle cose che non abbiamo potuto fare prima. Utilizzare i mezzi a nostra disposizione per gustare meglio la porzione di vita restante: chi lo può, viaggi, legga, si aggiorni, riprenda qualche hobby trascurato, qualche lavoretto manuale, scriva, senta musica, componga versi.
Condizione sine qua non , dalla quale non si deve derogare, è quella di non fare arrugginire il cervello che, negli anni se non viene ossigenato e usato s'inceppa, causando danni irreparabili al funzionamento delle cellule cerebrali. Il mancato uso ne deteriora la funzionalità fino a portarlo a forme di demenza difficilmente riparabili e calcolabil: dall'arterosclerosi a infinite forme di Parkinson che invadono il cervello facendolo degenerare in forme di autodistruzione.
5° Non fare conversazioni sulle varie malattie che facilmente affliggono in vecchiaia. nessun riferimento o appena solo un cenno alla salute precaria, al diabete, alla pressione arteriosa, alle vene varicose, alla prostata, all'artrosi. Non si può conversare con piacere con una persona che scodella i suoi malanni per tutto il tempo che ti sta accanto. L'anziano lo fa per farsi compatire, per trovare un argomento di conversazione, per cercare comprensione nei figli, nei vicini, nei parenti. Non solo non ottiene questo effetto, ma la sua condotta di reietto ad oltranza gli guadagna ostilità e fa scappare tutti coloro che gli si avvicinano. Perciò bando alle malinconie, alle malattie, ai rammarichi, del giorno dopo giorno in un territorio di pre-morte, di anticamera ospedaliera.
Allontanare la necrofilia vuol significare non spegnere le luci sulle capacità riproduttive dell'ingegno, sulle facoltà di una decorosa convivenza col partner, coi figli, coi nipoti, che non vedono l'ora di incontrarti, di farsi raccontare cose che emanano luce, amore, allegria, non abbandono e rassegnazione.
I miei quattro nipoti fanno a gara a starmi vicino, a farsi raccontare storie, barzellette, fiabe, non vogliono mai tornare a casa con i loto genitori, piangono e si disperano perchè questi li trascinano con la forza.
Ve lo dico all'orecchio io ho superato di gran lunga la soglia del minimo consentito, per non essere considerata vecchia. Chi non è malconcio in salute, chi proprio non è in preda a malanni gravi, a situazioni di disagio perenne, deve reagire, deve trovare in se stesso le ragioni per farlo. Non piangersi addosso, non commiserarsi, né abbattersi. Oggi si può star male, avere acciacchi, dolori, complicanze...domani è un altro giorno, facciamoci andar bene quello che per un falso istinto di conservazione giudichiamo non più funzionante, non più giovane, non più bello. Ogni stagione ha il suo frutto, ogni età può ancora darci buoni risultati, se sapremo sfruttare al meglio le condizioni fortunate di un atteggiamento mentale che, deve essere di comprensione e di gestione equilibrata e corretta del proprio esser(ci), per non morire di inedia, di disperazione prima di aver raggiunto la vera soglia dell'altro versante che ci attende.
Solo allora, ci volteremo indietro e con serena saggezza, con distacco e ancora comprensione verso la vita le daremo l'addio senza recriminare, ma con il dovuto rispetto che merita ogni essere umano che si congeda senza sfinimento, senza avvilimento, con dignità.