di (Ninnj Di Stefano Busà)
Stiamo vivendo uno dei periodi più brutti della storia dell'umanità. Nessun elemento si configura come adatto a salvarci dall'orrido delirio che ha investito la società, il mondo, la finanza, la morale, la politica. Tutti o quasi gli organismi dell'esistenza sono stati toccati da un'ondata di perversione, di disvalori, di inettitudine, di violenza, di sopraffazione senza apparente via d'uscita. Il peggio è che questa situazione d'intolleranza, di apocalisse e di babele, si è andata ingigantendo in misura abnorme e con una spinta di accelerazione inquietante. Cosà ha spinto il mondo verso il baratro? E' presto detto. Secondo il mio modesto giudizio quello che ha causato la caduta di ogni valore e significato morale sono, soprattutto, nell'ordine: il sovvertimento morale generato da un nichilismo e da un laicismo, senza precedenti: nulla ha senso, nulla ha valore per il genere umano, tranne che il suo imperituro, irrinunziabile benessere finanziario,. l'edonismo che, come causa di decesso delle coscienze, ha sovvertito quella che un tempo era la logica dell'etica e della morale, e la violenza fatta su tutto e tutti, pur di giungere alle finalità fissate. Si è verificato una sorta di corsa al potere, alla ricchezza, ai bisogni materiali da rendere l'uomo succube e, quasi dipendente, dalla smania del successo facile, della ricchezza facile. Lo strazio è provocato dell'illusione in tutte le sue forme, che sobilla lo spirito dell'uomo, ne fa merce di scambio per altre e più immature, quanto deleterie, forme di esistenza.Il dileggio sistematico e programmato di necessità altre,che operano per la spiritualità dell'individuo, per il bisogno dell'amore e della legge divina è diventato fuori luogo, fuori moda. Tutto è consentito. Tutto si fa in nome dell'unica legge salvifica che ci assolve: l'ego. Questo deserto ha la potenza di generare il prezzo del declino dell'umanità, fa dell'uomo un succube delle sue esigenze materialistiche, tali da indurlo a violare qualsiasi legge umana pur di giungere alla soddisfazione dei suoi piaceri più spiccioli. Il poco valore che viene attribuito alla vita umana fa il resto: l'abuso, la sopraffazione, la violenza sono ai nostri giorni ferite indelebili per la nostra coscienza, che naviga controcorrente in un mare sempre più tempestoso e inquinato. Questa sorta di ferocia, di trionfale legalizzazione di ogni misfatto rende tracotante e accanito ogni senso della misura. La vertiginosa ebbrezza, la violenza più brutale e forsennata ingenerano una sorta di esaltazione dell'io che non sa più fermarsi dinanzi a nulla. Credo si scateni in nome dell'io la più devastante scoperta che l'uomo possa fare: l'onnipotenza brutale e indiscriminata diventa capitale di tutti, scatena il furore primigenio delle prime specie umane, che erano più simili ai predatori delle caverne.
Ogni prodotto creato dal genio dell'uomo ha bisogno di tempi lunghi per assere assorbito, metabolizzato, accettato. Qui, invece si è fatto come un "passaparola", si è verificato un arrembaggio alla ricchezza: chi ne può più accumulare e in breve tempo è bravo, altrimenti si è nessuno". Ma il fatto inquietante che è sotto gli occhi di tutti rimane la logica della conquista. Il meccanicismo ha portato l'uomo a non possedere più il maestro interiore, ovvero colui che ci stimola a fare la differenza fra il bene e il male, che ci induce ai precetti di una coscienza sana. Vi sono momenti, nella nostra esistenza, in cui si percepisce più inquietante e disagevole il malessere della società, il senso di precarietà che ci invade , deteriorando la qualità della vita. Il dramma è -fra noi- ci scuote forte le coscienze, ci inchioda a pensare, a riflettere sulle domande: chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo. Ma ancora una domanda ci assilla più delle altre: che cosa ci rimane, cosa si salva, cosa può resistere alla lunga di quello che inesorabilmente stiamo revocando da noi stessi, dalla nostra storia, dal nostro futuro. Faremo in tempo a capire dove stiamo andando?Faremo in tempo a fermarci sull'orlo del precipizio? La percezione di questa precarietà e caducità che ci rende schiavi dei sensi e delle passioni sta sempre all'interno di un isolamento socio/culturale che, purtroppo, viene perpetrato da troppo tempo.Le riserve e le risorse di telune parti del globo hanno accumulato ricchezze immense a discapito di altre: la fame, le malattie, le morti sono oggi una vera emergenza globalizzata.
Le condizioni socioeconomiche delle popolazioni si sono andate assottigliando finendo col convincere l'uomo che l'economia è il fulcro della vita, la sola cosa su cui ruota l'intero organigramma mondiale. Tale convinzione ha ingenerato una sorta di sconvolgimento che ha innescato il peggiore deterrente dalla fine della guerra ai nostri giorni. In circa 60 anni si è manifestato uno deterioramento di tutto il sistema socio/culturale e morale della specie. Ogni corsa sfrenata verso l'illusorio guadagno ha generato il mostro. Così, è possibile vedere sfilare come in un film tutte le nostre dissennatezze, le perversioni, le stoltezze, le carenze, le perturbazioni vere o immaginarie e cadere nel nulla la differenza sostanziale fra due epoche storiche, fra l'uomo saggio di un tempo, (anche se economicamente parlando era più povero) e l'opulente uomo d'affari di oggi che immobilizza, distrugge e polverizza interi capitali finanziari, fa fallire Banche, rende il patrimonio sociale dei suoi simili un inferno, perché ogni uomo perdendo i risparmi di una vita, viene a configurasi un <perdente> senza via di uscita per una sopravvivenza decorosa. Quello che indigna ancora di più di ogni altro, è la violenza con la quale viene perpetrata la pratica di sottrazione finanziaria a discapito di intere categorie. La perversione più vistosa sta proprio in questo modello di coinvolgimento socio (a)morale che si viene a costituire all'interno di una gerarchia autonoma e strapagata ai danni di una minoranza di persone che di alta finanza non capiscono nulla. Credo sia violentata la loro personalità, la loro identità, la loro buona fede. Diventa evidente che il discorso si associ alla pena di vivere, alla delusione che alla nostra esistenza può provocare. Si può fare un bilancio, un confronto fra il disprezzo della vita, specie se altrui, e la paura della morte?. Non credo sia sufficiente alle pretese dichiarative sulla sacralità e inviolabilità della vita umana. Una riflessione però va fatta riguardo alla rimozione del motivi valoriali che hanno caratterizzato gli ultimi settant'anni. La società civilizzata si mette al riparo della violenza affermando che i tempi sono mutati: il concetto di vita si è andato degradando fino a rivendicare l'automatismo delle grandi rivoluzioni, l'indipendenza dai processi formativi dell'uomo si può definire con un solo termine -il nichilismo- ma di questo parleremo in un altro capitolo.