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Trattasi di blog a carattere culinario che raccoglie migliaia di ricette di cucina

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Siamo alla stretta finale dell'epoca moderna

di Ninnj Di Stefano Busà

Ogni epoca è stata contrassegnata da una caratterizzazione che sovraintende la struttura del pensiero. L'uomo dell'antichità ad es. sentiva il mondo come una delimitazione circoscritta al modus vivendi del suo operato: un mondo che non va fuori dalle righe e oltre quel mondo stesso che egli condivide col pensiero e l'immaginazione, sembra non esservi più nulla. Non si pone il problema di cosa vi sia oltre quello che vede e sente. Vi è in lui una sorta d'involontaria autodelimitazione che ha paura di varcare quel limite impostogli da determinate regole, da presupposti e idee che lo fanno radicare alla sua morale, all'etica, ma anche a quel margine cui è circoscritto, che lo pone distante dal rischio di veder profanare il -fuori da lui-
L'unica cosa che sembra rispondere alle sue esigenze potrebbe derivargli dalla Trascendenza, nella sua fede religiosa, poiché anch'egli appartiene al mondo che lo circonda, non può che conoscere se stesso, e il Padre degli déi che è sopra di lui. Dalla sua parte l'uomo antico ha la giustizia, il ragionevole ordinamento delle leggi, la forza del destino che dirige e decide di tutto e la potenza delle forze naturali, che lo vedono soggetto ad accettare le leggi della natura, i cataclismi, i disordini come ordine supremo dell'Onnipotente.
Nella filosofia e nella religione l'uomo dei tempi antichi cercherà verifiche, forse il modo di interpretare qualcosa di assoluto divino che sia distante da ogni imperfezione, scevro da ogni condizionamento terreno, di cui anche gli stessi dèi erano parte integrante del tutto. Parmenide, Platone, Aristotele, figure immense stagliate nella Storia hanno tentato di scoprire e delineare qualcosa che all'interno del Supremo sia un vero e definitivo approccio al di là dai confini, dalle frontiere ragionevolmente fin lì espresse, ma restarono inchiodati alla caducità di un'epoca che non individuava la Trascendenza come ordine che venisse dall'alto, in modo del tutto autonomo e distaccato dagli uomini. Perfino l'Uno di Plotino, quale risultato di una costante trasformazione delle idee e del pensiero, si pone come risultato di uno sforzo estremo di giungere al di là della frontiera di quell'universo preposto all'uomo dall'uomo stesso, ma che sta ancora in intimo rapporto, senza alcuna scissione nè divisione, fra l'Uno e la sua Molteplicità.
L'uomo antico non conosce il mondo esterno, egli lo vive col pensiero, con l'immaginazione, tenta di dargli forme nuove, coi sentimenti si sforza di assumere altr attegiamenti, ma resta pur sempre legato all'instabilità del suo ruolo, all'incapacità di vederne nuovi aspetti, nuovi assetti. In tal senso, l'uomo antico esclude l'Infinito, ne delimita l'assunto, avverte e ascolta il mondo circostante come kosmos, ma subordinato all'ordine, senza il dovuto distacco fra materiale e immateriale, fra armonia e caos, fra vero e falso. Solo nel Medioevo l'uomo tenta la ricostruzione del mondo come un tutto in cui assegnare a ciascun essere: un luogo, un tempo suoi. Questo concetto è ripreso soprattutto in campo religioso. Il famoso "arché" origina da una fonte interiore per percorrere e tracciare la strada che la legge e il destino gli indicano, e di cui è in pienezza d'essere, la realtà assoluta del tutto. L'uomo è nel mondo che gli appartien poiché ne è parte integrante, ma lo vive come esperienza, come forza di un'entità che lo sperimenta e lo accetta, e di cui egli accetta le regole: nasce il mito e proprio i miti danno all'uomo la possibilità di altri orientamenti, si allarga la loro visione del reale e si trasforma, si sviluppa e si autodetermina un'altra condizione della vita. Più tardi il pensiero religioso si distacca dal mito  collegandosi a finalità più etiche e a movimenti filosofici differenziati, pur conservando il carattere di indipendenza.
Coi nuovi filosofi si apre tutta una serie di discettazioni, di indagini, di premesse che trasformano la condotta dell'uomo quasi radicalmente. Dio è visto sempre in funzione di priorità, perché Egli è il centro del mondo, da Lui il mondo è creato, voluto, rivelato. Credere allora vorrà dire obbedire, avere fede in questa nuova Rivelazione, accoglierla come logica conseguenza di quel mito che gli deriva dal carattere filosofico precendente, Ma nel Medioevo si spezza quel carattere prettamente mitico della Trascendenza per assumere una nuova libertà, una nuova visione culturale e morale. Dobbiamo però percorrere tutto il Medioevo per addivenire ad una gerarchia ecclesiale che S. Agostino riferisce nel De Civitate Dei , partendo dall' Antico Testamento, (es. la profezia di Daniele), che viene ripresa e sviluppata e che offrirà al nuovo credente l'opportunità di una prospettiva che possa elevarsi al di là dell'esistenza immediata di ognuno, al di sopra di uno sguardo prospettico che limiti gli orizzonti e le scelte.
Molto vi sarebbe da dire sulle rivelazioni dei filosofi e gli studiosi del tempo, ma passare alle problematiche dei nostri giorni, mi pare esiga il titolo stesso di questo articolo. Giungiamo così all'epoca moderna che in questo breve excursus mi preme trattare. Il modello del Potere attuale è ben lungi da quello delle epoche antiche. Il nostro tempo lo ha snaturato a tal punto da farlo diventare qualcosa capace di azione e reazione, ovvero, nello stesso tempo produrre causa/effetto.
Ma definiamo il concetto di cosa sia potere. La Natura ha potere ma è di sola energia, quasi inerte, e in ogni caso non si tratta di potere che prelude una decisione, poiché non vi è coscienza dell'azione, che è quella che un essere intelligente riconosce al risultato finale delle sue azioni. L'energia sprigionata in tal caso, è indirizzata a determinate azioni, a produrre determinate iniziative, a provocare decisioni, scelte, reazioni autonome negative o positive. Quella della Natura è solo energia disarticolata dall'autoconsapevolezza, quindi non paragonabile a quella dell'uomo che in tal modo può produrre anche il   -male cosciente-
Il termine potere, allora, nello specifico fenomeno dell'umano sentire, esige una condizione primaria di causalità, una coscienza autoreferenziata, matura e responsabile che ne espliciti le forme elevate e lo conduca alle varie  funzioni, di cui è fruitore privilegiato, ma anche fautore e artefice. Giungiamo così alle forme di potere attuali, che sono incommensurabili, devastanti, talvolta superiori all'autentica responsabilità che, di volta in volta, può divenire arbitrio autoritario, fernomeno di obbligazione morale. Ne nasce una condizione di colpa che viene attuata come "energia" di fondo espressa da un esercizio di responsabilità che si può trasformare in potere distruttivo. Anche Nietzsche, attraverso il concetto "dell'amoralità dell'agire " ha cercato di incanalare l'esercizio della potenza nell'ambito della responsabilità, in modo da farne una visione più elevata di vita.
Oggi, assistiamo all'evoluzione del termine "potere" omologandolo all'indiscriminatezza del suo più assoluto arbitrio. Tutto si può fare senza la minima analisi dei contenuti, tutto si può violare, contaminare, millantare, supportandolo con l'altro termine anacronistico di interpretazione della libertà. Ma quella che vuole millantare questa nostra epoca di nuovi primitivi del ventesimo secolo non è "libertà" è l'assoluta antilibertà camuffata da contraddittori feroci, da ammorbanti e insubordinati fenomeni di libertarismo sfrenato e pregiudizievole. Risulta chiara una cosa che l'epoca moderna ha stravolto, seviziato e offeso la misericordia, la pietà, e la giustizia. ha fatto un polpettone delle garanzie che la responsabilità e la coscienza facevano proprie, per sottoscrivere nel senso di un liberalismo cagionevole, claudicante e ammalato tutta la condizione metastorica di una civiltà, che ha esonorato l'uomo moderno dall'
essere. Come "essere", ontologicamente parlando, ha perso tutte le sue prerogative ed è divenuto la caricatura di tutte le epoche. Altro che disagio di civiltà, altro che tentativo di ammodernamento e di leicità, tutta la ricchezza dell'umanità si è infranta nei mille rivoli del    -superominismo-  deviato e psichicamente provato da molti disagi motivazionali e generazionali,  andandosi a schiantare contro le rovine di un disarmonico culto dell'Io che ha riconosciuto nell'uomo moderno il suo alter ego. Non vi è più nessuno all'infuori di sé, vuole affermare l'uomo di oggi, dando per scontato che, dopo di lui, non vi sarà altro mondo .

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