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L'industrializzazione dell'editoria odierna ha causato la banalizzazione della scrittura

di (Ninnj Di Stefano Busà)

Quando la Letteratura non si confronta con le molteplici implicazioni della scrittura e con le prerogative di un'autenticità di valori, scade facilmente nella banalizzazione dei suoi canoni estetici, e quindi, rischia l'emarginazione di una ricerca vera, autonoma e fedele della realtà, per addivenire ad una speculazione di tipo economico-strumentale dei valori intrinseci della Cultura. Mi spiego meglio. La recente predisposizione dell'Editoria consacrata ed elitaria, da un po' di tempo ha creduto bene di valorizzare testi di scrittura e romanzi di scarso, se non di nessun valore letterario. In conseguenza di ciò, si è abbassato il livello della Letteratura, che ha visto sostituire ai valori scrittori la banalizzazione dei suoi contenuti linguistici.
Il consumo è diventato prodotto di scambio fra autori ed editori producendo migliaia di romanzi che sono di nessun valore. Già nel 1920, José Ortega Y Gasset aveva intuito che la peculiarità dei valori letterari spotesse scomparire minacciata da un'aggressione meno virtuosa e più intrigata con la speculazione e l'utile di mercato, e ne aveva preannunciato il declino del romanzo, adducendo che la causa, fosse da ricercare in un genere letterario che rischiava  di essere esauturato e confuso con la speculazione di modelli più redditizi dal lato economico e strumentale.

Il tentativo di rinnovamento che le grandi case editrici hanno esasperato in quest'ultimo scorcio di tempo, non fa che avvalorare, senza giustificarlo, lo sperpero di energie, di tornaconti e di risorse che la Nuova Letteratura va perseguendo.
La risonanza artistica e letteraria di ogni epoca storica ha visto nella narrativa, ma anche nella poesia e nella saggistica le capacità di una generazione che andava nel verso  dei valori da consegnare al futuro, ma l'epopea dell'avanguardia linguistica, trascurando o svilendo, quelle che erano state le prerogative di una bella Letteratura  di stampo classico, ha imposto altri modelli.
La cultura di massa stava facendo il suo ingresso trionfale nella Storia delle Lettere a inficiare e sovvertire quelli che erano stati finora i presupposti di una bella ricerca nel campo letterario, intendo, qualcosa di più autentico e reale, dal punto di vista dell'Arte, che esige i capisaldi di una cultura non marginale, non massificata e deformata da aspetti speculativi più pressanti.
A distanza di vari decenni, dobbiamo confermare la tesi di Ortega, che adduceva la ragione della deformazione del romanzo in una banalizzazione di contenuti.
Bisogna ammettere che aveva ragione nel definire il romanzo esaurito?
Oggi, in balia di una sua degenerazione di contenuti e di forme, rientra in una sua mastodontica deformazione e mistificazione dovute a tematiche e valori meno affini alla Letteratura, di cui vuole rappresentare le pagine intellettuali e storiche del momento.
Stretta nella morsa di una speculazione che ne ha industrializzato esiti e risultati, la narrativa ha assunto toni scadenti, conformismi che rasentano la banalizzazione del prodotto scrittorio e ne riducono intenzionalmente o non, la resa finale, in primis il fattore determinante della valorizzazione estetica.
Detto così, sembra che non vi sia più speranza per la nuova narrativa del secolo, invece, basterà modificare la rotta, e procedere alla rivalutazione dell'arte come valore intrinseco e non trascurabile dell'intelletto, senza voler cavare da essa la nota speculativa del successo facile  e studiato a tavolino, per la commercializzazione del prodotto del quale si avvantaggia  l'impero economico/editoriale di oggi.
Vi sono nell'Arte, (e la narrativa, il romanzo, la Poesia lo sono) alcuni fondamenti che non vanno trascurati né lesi nella loro impostazione tradizionale e ispirativa. I generi letterari hanno, per loro stessa natura, l'autenticità dei percorsi linguistici, la storia che ne scandisce i traguardi, senza le deformazioni strumentali di una meno credibile struttura sincronica e diacronica del tempo.
Vi è in Arte una lectio che non si può ignorare e che consente a chi sa scrivere, di raggiungere le mete prefissate, senza il sostegno di Case editrici fin troppo mercificate, legate al qualunquismo del genere letterario e all'agone esterofilo, oltre che nazionale, di testi che sono l'espressione decadente di un'epoca di assoluta estraneità ai valori e di latitanza dai concetti di equilibrio e di trasmissione dei suddetti schemi, alle nuove generazioni.
Carlo Bo nel suo saggio celeberrimo: Letteratura come vita, affermò che: "l'opera diventa documento della nostra natura", facendo della parola lo scavo della nostra ricerca interiore e intellettuale che dirige il fine ultimo di ogni segno d'arte, di ogni episodio o avventura letterari, al suo epilogo di luce, o al suo itinerario puro, senza infingimenti.
Opporsi a questa disciplina vuol dire rischiare di ignorare il senso estetico del messaggio, ma soprattutto, calpestare e inficiare la logica dell'autenticità che, vede nella ricerca una necessità umana di verifica storica, legata al modello valoriale, non commerciale dell'opera stessa.
La bellezza del nuovo, dunque non deve ignorare l'autentico messaggio di speranza e di autodeterminazione del concetto di fondo di una buona Letteratura che vede nella naturalità del progetto culturale, la verità e la genuinità, oltre che la genialità e la verosimiglianza che vanno individuate nella ragione profonda dello scrivere,. Naturalmente in controversione al successo economico cui è destinato il messaggio intellettuale della pagina letteraria o lirica dell'individuo in quanto tale, non in quanto strumento di una banalizzazione strumentale che utilizzi la scrittura per far cassa.
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